Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for febbraio 2007

“Universi Microscopici” 1 – Intervista con il fiGo

Posted by sdrammaturgo su 28 febbraio 2007

Intervistatore: “Benvenuti signore e signori telespettatori. Questa sera abbiamo con noi Giampaolo Viviani, l’uomo che ha stabilito il record mondiale di superamenti di selezioni all’entrata. Pensate: questo ragazzo è sempre, e dico sempre, riuscito ad accedere a tutti i locali più cool d’Italia. Allora Giampaolo, un grande traguardo…”

Giampaolo: “Sì, questo risultato mi riempie d’orgoglio, soprattutto perché anni di duro impegno sono stati ripagati. Si sa, quello della discoteca è un impegno difficile. Insomma, uno in discoteca non ci va per divertirsi: la discoteca è una cosa seria e richiede tanta, tanta applicazione. Ma se tu le dai tanto, lei ti dà tanto. Nulla sa gratificarti quanto la pista di un locale davvero ggiusto”

Intervistatore: “Dunque non è stato facile arrivare a questi livelli…”

Giampaolo: “Esattamente. La discoteca sa essere un ambiente molto ostico. Le selezioni sono aspre e devi essere sempre al meglio, pronto, in forma. Questo richiede una grande attenzione nella scelta dell’abbigliamento, della posa, delle espressioni. Inoltre bisogna essere sempre molto accorti e circondarsi di bella ggente, di ggente veramente ggiusta. Mai mischiarsi con degli sfigati che ti facciano sfigurare. Si comincia dalla base, dai PR, e, se lavori sodo, in poco tempo non è improbabile riuscire a diventare amici anche di un vocalist, ad esempio”

Intervistatore: “Addirittura?!”

Giampaolo: “Sìsì, giuro. E con un po’ di sacrificio, si arriva anche al DJ. Certo, per riuscire ad avere un DJ come amico bisogna avere pazienza, non demordere mai. Ma se non ti lasci mai scoraggiare, poi vedrai che la soddisfazione di poter vantare la conoscenza di un DJ è impareggiabile. Nulla eguaglia l’emozione di mettere piede in un privé: lì capisci che sei arrivato, che sei qualcuno”

Intervistatore: “A quel punto, si può dire che si è ormai ufficialmente un fiGo?”

Giampaolo: “Proprio così. Quando vedi le ragazze che ti guardano con ammirazione, quando capisci di essere divenuto un modello per gli altri ragazzi, allora comprendi di essere davvero uno che conta, il più fiGo della discoteca, e tocchi il cielo con un dito”

Intervistatore: “Giampaolo, ci dica la verità: è mai stato sul punto di vedersi sbarrare la strada all’ingresso di un locale?”

Giampaolo: “Confesso che una volta ho vacillato. Ero andato al Bue Muschiato, uno dei posti più trendy della post-modernità, un luogo giustamente piuttosto arduo, particolarmente ostile se non sei di un certo livello. Dopo due ore di fila – e quando fai due ore di fila è segno che il posto è veramente ggiusto, ti senti davvero parte di una categoria di eletti – mi ritrovai di fronte al buttafuori, l’arbiter elegantiae per eccellenza. Analizzò i miei capi di vestiario come si conviene ad un professionista serio di una discoteca non certo alla portata di tutti. Mi squadrò ben bene. Sembrò apprezzare molto il cappello AJ, la camicia Gucci, la cintura Calvin Klein ed i pantaloni D&G, e ciò mi riempì di fierezza. Ma sulle scarpe il suo volto lasciò trapelare una nota di dubbio. In cuor mio sapevo già prima di recarmi lì che sarebbero state più opportune le Prada, ma avevo commesso un errore di ingenuità: avevo peccato di trascuratezza scegliendo con poca accortezza le Cavalli, che erano passate di moda da un paio di settimane. E si sa che il mondo della disco è spietato, non tollera distrazioni. Il buttafuori mi disse con sguardo pietoso, scuotendo la testa con solidale rassegnazione, che non poteva farci niente: le mie scarpe erano out, benché di gusto. Sembrò comprensivo e dispiaciuto, giacché aveva intuito dal resto dell’abbigliamento che ero un tipo a posto, altrimenti mi avrebbe trattato con giusta arroganza, perché mica si scherza con certe cose!”

Intervistatore: “E come se l’è cavata???”

Giampaolo: “Mi salvò la giacca: mi ricordai che avevo lasciato nella Mini una giacca troppo fiGa della Yell, una roba di tendenza fresca fresca di quel giorno che ancora avevano in pochissimi – io fortunatamente ero riuscito a correre a comprarla quello stesso pomeriggio liberandomi da tutti i miei impegni. MI affrettai allora alla macchina, presi l’indumento e mi rimisi in fila, con umiltà, come qualunque morto di fame. Già: qualche volta la discoteca richiede di scendere a compromessi, di ingoiare amaro. Non è semplice agli inizi, quando non sei nessuno. Comunque dicevo: rifeci tutta la fila, per un’ora e passa (gran locale, quello: per i comuni mortali ci sono sempre minimo due ore di attesa prima di entrare) e quando mi ritrovai davanti al colosso del gusto estetico, mostrai la giacca. Egli si dimostrò particolarmente generoso: ‘Per stavolta passi, ma che non si ripeta più, eh?’, dandomi pure una lezione di vita notturna”

Intervistatore: “Se l’è vista brutta, dunque, hehehe”

Giampaolo: “Bruttissima! Per un momento, mi era caduto il mondo addosso. Tutti i miei sogni, tutti i miei obiettivi in fumo, e per colpa mia! Se penso all’infamia che sarebbe precipitata sul mio nome, sulla mia immagine, mi vengono i brividi. Con quale faccia avrei potuto ripresentarmi in una discoteca?! Ricordo ancora i ghigni di disprezzo delle persone che erano in fila con me. Che vergogna…”

Intervistatore: “Ma da quel giorno ne ha fatta di strada! Oh, se ne ha fatta!”

Giampaolo: “Eh sì, hehehe. Ora sono sempre in lista, ovviamente al tavolo. Conosco molto bene parecchi proprietari di discoteche, l’organizzatore delle feste al Bue Muschiato mi telefona personalmente per inviti e riduzioni, sono presenza fissa nei privé. Ogni volta che entro in un privé, è come se fosse sempre la prima volta. Sono sensazioni uniche. Quasi non mi sembra vero. Non so se ti rendi conto cosa significhi stare in un privé: ti senti in pace con te stesso e con il mondo; puoi finalmente sorseggiare cocktail da venti euro l’uno con aria di sfida, tenendo sulla bocca quel sorriso malandrino che hai sempre visto stampato su persone che fino a poco prima avresti reputato irraggiungibili. Un sogno continuo, costante, che si avvera e rinnova ogni sabato sera”

Intervistatore: “Può considerarsi dunque un uomo realizzato”

Giampaolo: “Decisamente sì. Ma si badi bene: a grandi poteri, corrispondono grandi responsabilità. Non basta essere arrivati in alto: bisogna saper mantenere la propria posizione. E’ necessario essere ben consapevoli del ruolo che si riveste ed interpretarlo sempre nel migliore dei modi. Ecco perché serve essere sempre al passo, aggiornatissimi e curati: se ci si lascia andare, se ci si culla sugli allori, ci vuole un attimo per non passare la prossima selezione all’entrata e perdere tutto quello che si è conquistato con tenacia ed abnegazione”

Intervistatore: “Lei costituisce un nobile esempio per le generazioni future. Prendete appunti, ragazzi e ragazze a casa. Anzi, Giampaolo, faccia un appello ai giovani che ci stanno seguendo”

Giampaolo: “Vi dico solo una cosa: non prendete mai sotto gamba la discoteca, non affrontatela mai con superficialità. Se non incapperete in questo sbaglio, sarete davvero ggiusti, nessun locale avrà più segreti per voi ed il privé sarà vostro. Essere fiGhi è fatica dura, costa sudore, ma sarete ripagati”

Intervistatore: “Progetti per il futuro?”

Giampaolo: “Mi sto preparando per il ferragosto al Billionaire, poi si vedrà”

Intervistatore: “Noi faremo tutti il tifo per lei, naturalmente. E come dicevano gli antichi greci, onore e gloria ai fiGhi”

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“Pedanteria politicizzata” 4 – Il tappeto

Posted by sdrammaturgo su 23 febbraio 2007

Il Male si annida ovunque. Esso si nasconde negli anfratti più segreti ed insospettati dell’universo. Il Male è protagonista della nostra quotidianità, ma noi non ce ne accorgiamo. Ogni giorno, senza saperlo, ci stiamo addirittura sopra. Sì, noi sul Male ci camminiamo. Già, da tempo immemorabile il Male è entrato anche nella nostra vita domestica ed assumendo una delle sue forme più terribili: il tappeto.
Oscura è la funzione rivestita dal tappeto, oltre a quella ben nota di raccogliere polvere e pattume di vario genere che contribuiscano al diffondersi di epidemie. Probabilmente dietro la grande peste del 1348 c’era lui, il subdolo, spietato tappeto. Nuovi studi hanno poi stabilito che, nel suo famigerato capolavoro “La peste”, Albert Camus non si riferisse al nazismo tramite allegoria, bensì che in realtà sia il tappeto il vero protagonista occulto del romanzo.
Il Male è astuto: ha saputo farci accogliere la morte e la distruzione di nostra spontanea ed entusiastica volontà nelle nostre case, mascherando l’orrore da pezzo di tessuto di dubbio gusto e facendolo poi diventare un vuoto status symbol.
Provate a chiedere a chiunque il perché tenga un tappeto nelle proprie stanze, a cosa mai gli serva. Il vostro interlocutore resterà inizialmente attonito, scosso per un momento, e quindi se la sbrigherà con un: “Beh, un tappeto in casa ci vuole. C’è sempre stato, c’è in tutte le case. E comunque arreda.” No, il tappeto non arreda: il tappeto è una tovaglia messa per terra senza alcuno scopo benefico od opportuno.
Esso contende alla cravatta il primato di oggetto né utile né bello per eccellenza.
Cucito dalle abili mani esperte di bambini stacanovisti loro malgrado, il tappeto è ormai parte integrante di una dimora borghese. Alla classe dominante e sfruttatrice è infatti invisa la durezza del nudo pavimento che le ricorda le asperità dell’esistenza a cui è costretta la popolazione povera e la borghesia, alta o piccola che sia, non vuole certo pensarci, non vuole rammentare le condizioni in cui la maggioranza dell’umanità versa per il benessere di pochi privilegiati.
Il frutto del lavoro disagiato allieta la pianta del piede del ricco e lo stordisce come una droga ad azione particolarmente lenta. E come ogni droga, il tappeto finisce per dare assuefazione ed il suo bisogno arretra ed infine sfugge del tutto dal controllo della consapevolezza; così il possessore di tappeto per uso personale non riesce più a rinunciare al suo vezzoso quanto ridicolo e nocivo orpello, giacché fare a meno del tappeto significherebbe privarsi di un simbolo di riconoscimento della propria categoria di appartenenza, qualcosa che hanno tutti i propri simili e serve come tratto distintivo senza il quale la propria posizione identitaria vacillerebbe. L’uso personale e l’uso pubblico della narcotica stoffa dunque si fondono e confondo.
Pensate se l’avvocato De Giorgis e signora e l’ingegnere Geppetti e consorte andassero a far visita al dottor Mastrangelo e sua moglie e le estremità dei loro nobili e viziati arti non fossero accolte dal calore di un tappeto: che figura ci farebbero i coniugi Mastrangelo? Un medico così rinomato e rispettato!
Allo stesso modo, la signora Agata, fedele sposa del ragionier Balduzzi, ci tiene a fare bella figura con Pina e suo marito, il geometra Cippolini, distribuendo per casa pezzi di tessuto rifinito.
E pure Rita la moglie di Gigi er fornaro si adegua ai dettami della rispettabilità scongiurando i pettegolezzi delle comari dal parrucchiere grazie al provvidenziale intervento del tappeto. Lui, il paladino della buona facciata di cattivissimo gusto.
Ironia della sorte, l’unico elemento davvero utile della infida famiglia dei tappeti subisce le angherie del dizionario borghese venendo etichettato col plebeo nome di zerbino, evocativo di disprezzo ed alterigia da parte dei suoi superiori per diritto di nascita, e di conseguenza viene come declassato ad una sorta di proletariato dei tappeti. Lo zerbino diventa pertanto l’emblema dell’ingiustizia e dell’idiozia del sistema di non-valori formalistici borghesi, schiacciati su un imperativo di apparenza, e pure un’apparenza bruttarella. Fossero almeno esteticamente valide le soluzioni dettate dal protocollo, uno ci passerebbe sopra ed anzi riconoscerebbe il merito della bella immagine. Ma quando al superfluo ed inutile si associa anche la sgradevolezza visiva, allora cade ogni principio di legittimità di esistenza.
Il tappeto per di più aggiunge a tutto ciò persino la caratteristica di ricettacolo di immondizia, colonia di villeggiatura favorita dagli acari (e pare che ultimamente sia diventato meta ambita, molto di moda, anche tra i ratti), costituendosi in tal modo come dannoso per la salute e, necessitando perciò di continua pulizia, aumenta gli sprechi di energia elettrica (l’aspirapolvere), di acqua e di detersivi tossici per l’ambiente.
Il tappeto è il Male riassunto: di’ NO al tappeto e contribuirai al miglioramento del mondo in cui vivi, salvando per giunta la pelle a chi come me è allergico alla polvere. Ebbene sì, tra me ed il tappeto è pure una questione personale: o me o lui. Ma non mi avrai mai!

Tappeto Malefico

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“Diario simulato” 5 – Pongo Guggenheim

Posted by sdrammaturgo su 19 febbraio 2007

Pongo Guggenheim è sempre stato un personaggio scomodo. La sua carriera come uomo-poltrona non decollò mai. Tentò allora la strada di sensitivo. “Vedo la gente morta”, disse un giorno. Ma quando si seppe che lavorava all’obitorio, nessuno gli diede più peso.
Pongo Guggenheim mi ha arricchito in quanto persona, ma soprattutto in quanto ladro.
Eh, ne sapeva una più del diavolo, il buon vecchio Pongo. Satana ci restò di merda quando arrivò secondo alla gara di barzellette. A nulla gli servì avvalersi del Fantasma Formaggino. Come spalla.
Ah, quanti ricordi, quante storie da raccontare del mio periodo in cui vissi spalla a spalla con Pongo Guggenheim. Lo vidi sempre di profilo, con quella guancia destra che aveva un che di sinistro e quel suo naso importante: era ministro degli esteri. Ogni volta che aveva il raffreddore, si sfiorava una crisi internazionale. Quando gettava via un fazzolettino, personalità di spicco da tutto il mondo partecipavano alle esequie delle caccole.
Invidioso del proprio naso, decise di buttarsi in politica. Il candidato avversario però rifiutò sempre il faccia a faccia con lui a causa del suo alito pesante. L’altro vinse a mani basse: nessuno lo rapinò durante lo spoglio e non c’erano altri motivi per cui dovesse andarsene in giro con le braccia alzate.
Il successo era diventato una vera ossessione: sarebbe stato disposto a tutto pur di essere riconosciuto per strada, almeno dai suoi parenti stretti. D’altronde era un tipo che era sempre passato inosservato. Il guaio di crescere in un centro di riabilitazione per non vedenti, dove lavorava il padre, un tipo piuttosto insicuro, praticamente paranoico sul proprio aspetto fisico, che solo lì si sentiva protetto dall’altrui giudizio negativo. La moglie cercava sempre di rassicurarlo: “Sono brutto?” “Ma certo”. I coniugi Guggenheim non si sono mai capiti.
Certe cose da piccolo ti traumatizzano e ti segnano, così crebbe con uno smanioso desiderio di protagonismo ai limiti del bisogno fisico. Dovette partecipare al Grande Fratello per superare la propria stitichezza. Gli fece bene: da quel momento in poi, se quando parlava si accorgeva di essere ascoltato da più di tre persone, si cagava addosso. Ecco perché i suoi liberatori sorrisi di paciosa ed estatica soddisfazione si accompagnavano sempre ad un fetore nauseabondo. Divennero davvero famigerati: quando entrava sull’autobus, non capitava di rado che qualche passeggero storcesse la bocca in un’espressione di disgusto ed annusando l’aria esclamasse: “Sniff sniff…Ehi, ma chi cazzo è che ha sorriso qui dentro?!”.
Non pago dalla notorietà data dal ridente tanfo, iniziò a dedicarsi alla filologia romanza. Dopo due anni di studi intensi, abbandonò tutto, non avendo capito cosa fosse la filologia romanza.
Iniziò allora a scrivere versi. Scrisse quelli della mucca, dell’elefante e della pecora, ma si arenò su quello dell’ornitorinco, così concluse quella parentesi con il reboante “prrr” che ormai ha fatto scuola ed è entrato nella storia imbucandosi senza invito.
Quando capì che la sua vera vocazione era il canto, divenne muto.
Dovette così iniziare ad esprimersi a gesti, ma ciò si rivelò un problema ancor più grave del previsto: un giorno, mentre giocavamo a calcetto sulla spiaggia, il pallone rotolò vicino ad un gruppo di energumeni e Pongo commise il tremendo errore di chiederne la restituzione con il tipico gesto delle mani che formano un cerchio immaginario con pollici ed indici. Fu mal interpretato e perse anche l’uso delle gambe.
Muto e sulla sedia a rotelle, continuò a sfornare cazzate lasciando post-it ovunque e poggiava i piedi per terra al fine di farseli pestare in luoghi affollati. Lo faceva sentire normale, come tutti gli altri, diceva.
Quando seppe che è più corretto chiamare i disabili “diversamente abili” – così come i tappi “diversamente alti” – si convinse di essere un supereroe. L’unica impresa che portò a termine fu salvare la vita ad un malato terminale su cui stava per essere eseguita l’eutanasia.
Invecchiando, sposò la filosofia zen, ma ben presto divorziò e tornò al baretto.
In punto di morte si ricordò le parole del nonno che lo avevano accompagnato per tutto il corso della propria esistenza: “Figliolo, ricordati che i topi di fogna mangiano merda e portano parecchie malattie. Ed il posto a tavola non si cambia mai”.
Serbando questi insegnamenti nel cuore, spirò riempiendo la stanza con il suo fiato presago dell’aldilà che lo attendeva. Deduco sia andato all’inferno.

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Suggerimenti per sceneggiati televisivi di genere storico

Posted by sdrammaturgo su 16 febbraio 2007

Tempo fa in TV passarono una fiction su Giulio Cesare, in una scena della quale la moglie del condottiero, discutendo animatamente col marito, esclama quasi in lacrime: “Tu mi trascuri! Pensi solo alle tue legioni!”.
Non so voi, ma io vorrei conoscere lo sceneggiatore.
Ecco, questo è un esempio eccellente di come vengano realizzate produzioni appetibili per il grande pubblico: ogni sceneggiato di genere storico presenta, a grandi linee, più o meno la medesima vicenda, ambientata in epoche differenti e con personaggi diversi, ma si tratta sempre della stessa storia d’amore, che ha per protagonista ora Carlo Magno, ora Napoleone, ora Fausto Coppi, ora Enzo Ferrari, etc. Ovviamente, il tutto con un linguaggio familiare al target di spettatori a cui la fiction è rivolta. E’ allora possibile vedere Boccaccio e Petrarca che dialogano come farebbero Gino e Luigi al baretto; non è strano assistere a Lorenzo de’ Medici che si rivolge a Michelangelo come farei io con mio zio; ci è concesso assistere allo spettacolo unico di Churchill che comunica col piglio di un ragioniere di Poggio Bustone. E così via.
Insomma: la vita comune della classe media italiana di oggi trasportata nei panni delle grandi personalità della storia.
Provate ad immaginare altri possibili dialoghi popolani/piccolo-borghesi attuali recitati da eroi del passato: il mostruoso ha una nuova frontiera.

*

Giulio Cesare a Pompea: “Non aspettarmi per cena: ho una battaglia sul tardi”

Pompea: “Tesoro, l’hai messo a fare il brodo?”
Giulio Cesare: “Sìsì, il dado è tratto”

Anita: “Caro, va’ a fare la spesa, ché io ho la malaria”
Garibaldi: “Obbedisco”

Giacomo Leopardi: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male”
Pietro Giordani: “Basta la salute”

Galileo Galilei: “Eppur si muove!”
Benedetto Castelli: “Non è la stanza, Galile’: sei te che sei sbronzo”

Fulvia a Marco Antonio: “Sei un porco! Corri dietro ad ogni erede al trono di Egitto che incontri!”

Seneca: “Ogni giorno che passa ci avvicina alla morte”
Nerone: “E tra poco scade pure la bolletta del fuoco”

Alessandro Magno: “Conquisterò la Partia!”
Efestione: “Io devo distruggere le armate blu”

Napoleone: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!”
Papa Pio VII: “Mamma mia, che maleducazione! Mica c’è bisogno di scaldarsi tanto!”
Joséphine de Beauharnais: “Non ci faccia caso, Santità, fa sempre così, un po’ capriccioso, un po’ orso, ma sotto sotto è buono come il pane”
Napoleone: “Tu zitta, se no tuo fratello la provincia austro-ungarica se la scorda!”

Pablo Picasso: “Io non cerco: trovo”
Jacqueline Roque : “Sai mica dove ho messo la sciarpa rossa di lana, quella che ha fatto nonna?”

Albert Einstein: “Bel tipo quella lì, eh?”
Sigmund Freud: “Può piacere e può non piacere: a me, mi fa schifo”
Albert Einstein: “Tutto è relativo”
Sigmund Freud: “Preferisco l’amica. Sarà che mi ricorda mia madre…”

Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo”
Nehru: “Ecco, comincia a restituirmi le cinquecento rupie che t’ho prestato”

Giovanni dalla Bande Nere a Pietro Aretino: “Purtroppo domani per il calcetto non ci sono: mi hanno appena segato una gamba”

Madre greca: “O con questo o su questo!”
Soldato spartano: “Dai, mamma, non preoccuparti: alla fine si tratta solo del carburatore, Alcibiade il meccanico ci metterà un attimo a ripararmi il motorino”

Vedetta: “Terra! Terra! Sarà l’India?”
Cristoforo Colombo: “Eh, sicuro!”

Frans Burman: “Quella mi sembra propensa. Quasi quasi ci provo…Tu che dici, ci sta?”
Cartesio: “Uhm…Non so che dirti…Io dubiterei”

Marco Polo ad un viandante: “Scusi, per il Catai?”

Passante: “Sa dirmi l’ora?”
Dante Alighieri: ““Già è ‘l sole a l’orizzonte giunto/ lo cui meridïan cerchio coverchia/ Ierusalèm col suo più alto punto;/ e la notte, che opposita a lui cerchia,/ esce di Gange fuor con le Bilance,/ che la caggion di man…”
Passante: “Lascia sta’, va’, nun fa gnente”

Platone: “Maestro, cos’è la giustizia?”
Socrate: “Tu come la vedi?”

Ateo: “Dio non esiste”
Pascal: “Scommettiamo?”

Friedrich Nietzsche: “Dio è morto”
Lou Salomé: “Poverino, l’altro giorno stava ancora così bene!”

Giacomo Casanova sulla parete del bagno dei Piombi: “W la fica”

Claudia Procula a Ponzio Pilato: “Hai di nuovo finito il sapone! E poi, dico io, prendila una decisione almeno una volta in vita tua!”

Isaac Newton a William Stukeley: “Qualsiasi oggetto dell’universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proprorzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza, quindi di’ a tua moglie di non mettere più i vasi in bilico sul davanzale”.

Icaro: “Ma siamo sicuri che…?”
Dedalo: “Vai tranquillo”

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All’improvviso un trafiletto

Posted by sdrammaturgo su 12 febbraio 2007

Da Leggo di oggi

Trafiletto Ratinger

Semmai dovessi invocare la morte ed implorare l’eutanasia per far cessare le atroci, insostenibili sofferenze causatemi da un male incurabile, datemi una pacca sulla spalla e dite una preghiera.

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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 5

Posted by sdrammaturgo su 3 febbraio 2007

Pupazzi sacri

Santi giocattolo

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