Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 5 – Pongo Guggenheim

Posted by sdrammaturgo su 19 febbraio 2007

Pongo Guggenheim è sempre stato un personaggio scomodo. La sua carriera come uomo-poltrona non decollò mai. Tentò allora la strada di sensitivo. “Vedo la gente morta”, disse un giorno. Ma quando si seppe che lavorava all’obitorio, nessuno gli diede più peso.
Pongo Guggenheim mi ha arricchito in quanto persona, ma soprattutto in quanto ladro.
Eh, ne sapeva una più del diavolo, il buon vecchio Pongo. Satana ci restò di merda quando arrivò secondo alla gara di barzellette. A nulla gli servì avvalersi del Fantasma Formaggino. Come spalla.
Ah, quanti ricordi, quante storie da raccontare del mio periodo in cui vissi spalla a spalla con Pongo Guggenheim. Lo vidi sempre di profilo, con quella guancia destra che aveva un che di sinistro e quel suo naso importante: era ministro degli esteri. Ogni volta che aveva il raffreddore, si sfiorava una crisi internazionale. Quando gettava via un fazzolettino, personalità di spicco da tutto il mondo partecipavano alle esequie delle caccole.
Invidioso del proprio naso, decise di buttarsi in politica. Il candidato avversario però rifiutò sempre il faccia a faccia con lui a causa del suo alito pesante. L’altro vinse a mani basse: nessuno lo rapinò durante lo spoglio e non c’erano altri motivi per cui dovesse andarsene in giro con le braccia alzate.
Il successo era diventato una vera ossessione: sarebbe stato disposto a tutto pur di essere riconosciuto per strada, almeno dai suoi parenti stretti. D’altronde era un tipo che era sempre passato inosservato. Il guaio di crescere in un centro di riabilitazione per non vedenti, dove lavorava il padre, un tipo piuttosto insicuro, praticamente paranoico sul proprio aspetto fisico, che solo lì si sentiva protetto dall’altrui giudizio negativo. La moglie cercava sempre di rassicurarlo: “Sono brutto?” “Ma certo”. I coniugi Guggenheim non si sono mai capiti.
Certe cose da piccolo ti traumatizzano e ti segnano, così crebbe con uno smanioso desiderio di protagonismo ai limiti del bisogno fisico. Dovette partecipare al Grande Fratello per superare la propria stitichezza. Gli fece bene: da quel momento in poi, se quando parlava si accorgeva di essere ascoltato da più di tre persone, si cagava addosso. Ecco perché i suoi liberatori sorrisi di paciosa ed estatica soddisfazione si accompagnavano sempre ad un fetore nauseabondo. Divennero davvero famigerati: quando entrava sull’autobus, non capitava di rado che qualche passeggero storcesse la bocca in un’espressione di disgusto ed annusando l’aria esclamasse: “Sniff sniff…Ehi, ma chi cazzo è che ha sorriso qui dentro?!”.
Non pago dalla notorietà data dal ridente tanfo, iniziò a dedicarsi alla filologia romanza. Dopo due anni di studi intensi, abbandonò tutto, non avendo capito cosa fosse la filologia romanza.
Iniziò allora a scrivere versi. Scrisse quelli della mucca, dell’elefante e della pecora, ma si arenò su quello dell’ornitorinco, così concluse quella parentesi con il reboante “prrr” che ormai ha fatto scuola ed è entrato nella storia imbucandosi senza invito.
Quando capì che la sua vera vocazione era il canto, divenne muto.
Dovette così iniziare ad esprimersi a gesti, ma ciò si rivelò un problema ancor più grave del previsto: un giorno, mentre giocavamo a calcetto sulla spiaggia, il pallone rotolò vicino ad un gruppo di energumeni e Pongo commise il tremendo errore di chiederne la restituzione con il tipico gesto delle mani che formano un cerchio immaginario con pollici ed indici. Fu mal interpretato e perse anche l’uso delle gambe.
Muto e sulla sedia a rotelle, continuò a sfornare cazzate lasciando post-it ovunque e poggiava i piedi per terra al fine di farseli pestare in luoghi affollati. Lo faceva sentire normale, come tutti gli altri, diceva.
Quando seppe che è più corretto chiamare i disabili “diversamente abili” – così come i tappi “diversamente alti” – si convinse di essere un supereroe. L’unica impresa che portò a termine fu salvare la vita ad un malato terminale su cui stava per essere eseguita l’eutanasia.
Invecchiando, sposò la filosofia zen, ma ben presto divorziò e tornò al baretto.
In punto di morte si ricordò le parole del nonno che lo avevano accompagnato per tutto il corso della propria esistenza: “Figliolo, ricordati che i topi di fogna mangiano merda e portano parecchie malattie. Ed il posto a tavola non si cambia mai”.
Serbando questi insegnamenti nel cuore, spirò riempiendo la stanza con il suo fiato presago dell’aldilà che lo attendeva. Deduco sia andato all’inferno.

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