Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 4 – Il tappeto

Posted by sdrammaturgo su 23 febbraio 2007

Il Male si annida ovunque. Esso si nasconde negli anfratti più segreti ed insospettati dell’universo. Il Male è protagonista della nostra quotidianità, ma noi non ce ne accorgiamo. Ogni giorno, senza saperlo, ci stiamo addirittura sopra. Sì, noi sul Male ci camminiamo. Già, da tempo immemorabile il Male è entrato anche nella nostra vita domestica ed assumendo una delle sue forme più terribili: il tappeto.
Oscura è la funzione rivestita dal tappeto, oltre a quella ben nota di raccogliere polvere e pattume di vario genere che contribuiscano al diffondersi di epidemie. Probabilmente dietro la grande peste del 1348 c’era lui, il subdolo, spietato tappeto. Nuovi studi hanno poi stabilito che, nel suo famigerato capolavoro “La peste”, Albert Camus non si riferisse al nazismo tramite allegoria, bensì che in realtà sia il tappeto il vero protagonista occulto del romanzo.
Il Male è astuto: ha saputo farci accogliere la morte e la distruzione di nostra spontanea ed entusiastica volontà nelle nostre case, mascherando l’orrore da pezzo di tessuto di dubbio gusto e facendolo poi diventare un vuoto status symbol.
Provate a chiedere a chiunque il perché tenga un tappeto nelle proprie stanze, a cosa mai gli serva. Il vostro interlocutore resterà inizialmente attonito, scosso per un momento, e quindi se la sbrigherà con un: “Beh, un tappeto in casa ci vuole. C’è sempre stato, c’è in tutte le case. E comunque arreda.” No, il tappeto non arreda: il tappeto è una tovaglia messa per terra senza alcuno scopo benefico od opportuno.
Esso contende alla cravatta il primato di oggetto né utile né bello per eccellenza.
Cucito dalle abili mani esperte di bambini stacanovisti loro malgrado, il tappeto è ormai parte integrante di una dimora borghese. Alla classe dominante e sfruttatrice è infatti invisa la durezza del nudo pavimento che le ricorda le asperità dell’esistenza a cui è costretta la popolazione povera e la borghesia, alta o piccola che sia, non vuole certo pensarci, non vuole rammentare le condizioni in cui la maggioranza dell’umanità versa per il benessere di pochi privilegiati.
Il frutto del lavoro disagiato allieta la pianta del piede del ricco e lo stordisce come una droga ad azione particolarmente lenta. E come ogni droga, il tappeto finisce per dare assuefazione ed il suo bisogno arretra ed infine sfugge del tutto dal controllo della consapevolezza; così il possessore di tappeto per uso personale non riesce più a rinunciare al suo vezzoso quanto ridicolo e nocivo orpello, giacché fare a meno del tappeto significherebbe privarsi di un simbolo di riconoscimento della propria categoria di appartenenza, qualcosa che hanno tutti i propri simili e serve come tratto distintivo senza il quale la propria posizione identitaria vacillerebbe. L’uso personale e l’uso pubblico della narcotica stoffa dunque si fondono e confondo.
Pensate se l’avvocato De Giorgis e signora e l’ingegnere Geppetti e consorte andassero a far visita al dottor Mastrangelo e sua moglie e le estremità dei loro nobili e viziati arti non fossero accolte dal calore di un tappeto: che figura ci farebbero i coniugi Mastrangelo? Un medico così rinomato e rispettato!
Allo stesso modo, la signora Agata, fedele sposa del ragionier Balduzzi, ci tiene a fare bella figura con Pina e suo marito, il geometra Cippolini, distribuendo per casa pezzi di tessuto rifinito.
E pure Rita la moglie di Gigi er fornaro si adegua ai dettami della rispettabilità scongiurando i pettegolezzi delle comari dal parrucchiere grazie al provvidenziale intervento del tappeto. Lui, il paladino della buona facciata di cattivissimo gusto.
Ironia della sorte, l’unico elemento davvero utile della infida famiglia dei tappeti subisce le angherie del dizionario borghese venendo etichettato col plebeo nome di zerbino, evocativo di disprezzo ed alterigia da parte dei suoi superiori per diritto di nascita, e di conseguenza viene come declassato ad una sorta di proletariato dei tappeti. Lo zerbino diventa pertanto l’emblema dell’ingiustizia e dell’idiozia del sistema di non-valori formalistici borghesi, schiacciati su un imperativo di apparenza, e pure un’apparenza bruttarella. Fossero almeno esteticamente valide le soluzioni dettate dal protocollo, uno ci passerebbe sopra ed anzi riconoscerebbe il merito della bella immagine. Ma quando al superfluo ed inutile si associa anche la sgradevolezza visiva, allora cade ogni principio di legittimità di esistenza.
Il tappeto per di più aggiunge a tutto ciò persino la caratteristica di ricettacolo di immondizia, colonia di villeggiatura favorita dagli acari (e pare che ultimamente sia diventato meta ambita, molto di moda, anche tra i ratti), costituendosi in tal modo come dannoso per la salute e, necessitando perciò di continua pulizia, aumenta gli sprechi di energia elettrica (l’aspirapolvere), di acqua e di detersivi tossici per l’ambiente.
Il tappeto è il Male riassunto: di’ NO al tappeto e contribuirai al miglioramento del mondo in cui vivi, salvando per giunta la pelle a chi come me è allergico alla polvere. Ebbene sì, tra me ed il tappeto è pure una questione personale: o me o lui. Ma non mi avrai mai!

Tappeto Malefico

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