Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for marzo 2007

“Diario simulato” 7 – Se fossi un sommelier

Posted by sdrammaturgo su 29 marzo 2007

Tavernel de Carlòn … “Quest’oggi andiamo a parlare di un vino dalla gloriosa tradizione, grande protagonista della  post-modernità, alfiere della stagione tardo-neorealista, al quale vanno molti dei meriti per la risoluzione del secondo conflitto bellico mondiale.
Dagli imperiosi vitigni che si accoccolano dolci e virili alle materne colline del Cipollone e riecheggiano dei tiepidi suoni d’autunno e delle bestemmie del fattore sul trattore (specie nelle note di “mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio” e “madonna vituperata”), che sembra quasi di udire accostando il bicchiere all’orecchio, vitrea conchiglia di burineo oceano, nasce “Le Tavernel” de Carlòn, annata 2007 – ‘na settimana fa.
Il colore è rosso nella sua versione rossa, a ricordare sangue di vergine-a-cerniera mestruata consacrata al culto di Padre Pio, mentre il bianco assume magicamente una tinta più chiara, trasparente, a guisa di orina di istrice che abbia bevuto Sprite. Può presentare venature grigiastre, che a ben vedere possono essere i capelli dell’enologo, il cui crine va diradando facendo assumere alla testa del prode le caratteristiche maschie sembianze di un vero discendente della stirpe dei cesari.
All’olfatto offre un inconfondibile aroma musicale e suggerisce la soave melodia “Lo vedi ecco Marino la sagra c’è dell’uva”. Ci si sente dentro tutta la macchia mediterranea: la salsedine del respiro del dio Poseidone, la bacche degli arbusti, il pelo del cinghiale, gli stivali dei fungaroli, la cacata de Gigetto che ‘na vorta era annato a caccia e j’è scappato d’anna’ ar bagno e allora j’è toccato nasconnese dietro a ‘na quercia e ha scaricato pesantemente.
Al gusto è fruttato, con note di pesco, carrubo e dattero che da ‘ste parti nun c’è mai cresciuto però ce se sente uguale; si avvertono il cuoio, la segatura, il bue muschiato, lo stabio, la marmitta modificata della trebbiatrice, grasso della catena della mountain-bike di Felicetto il figlio di Ignazio er Vaccaro che je s’è levata mentre giocava a smorghina’ la maggese con potenti sgommate, il sudore freddo di Ignazio stesso quanno l’ha puntato er somaro, talvolta anche del succo di uva fermentato.
Un vino insomma dalla forte e decisa struttura, buono e caro ma che se je prendono i cinque minuti so’ cazzi. Un vino sincero ed amabile, tutto sommato estroverso a tratti, che sa il fatto suo e non le manda a dire e ‘na vorta ha fatto a botte in discoteca perché uno j’ha guardato la ragazza e lui j’ha detto ahò ma come te permetti e quello ha tirato fòri er cortello ma lui j’ha dato ‘na bottijata e allora quell’altro j’ha promesso li schiaffi e ha detto che chiamava l’amici sua e lui j’ha risposto chiama chi te pare io intanto te meno e tu te le tieni pure. Un vino sapido e spavaldo che però sovente a forza de fa’ così il primo sganassone che vola è er suo e anzi je va pure incontro. A moderata gradazione e lento impatto, ‘na vorta m’ha fatto ‘n pezzaccio perché m’ha detto tu m’hai guardato male e io j’ho risposto ma guarda che te sbaji allora lui m’ha fatto allora dico le cazzate me stai a di’ che dico le cazzate allora me stai a di’ che so’ ‘n cazzaro avete sentito tutti che m’ha detto che so’ ‘n cazzaro ma poi avemo fatto pace perché ha saputo che conosco su’ cuggino.
Si accompagna bene con piatti di carne, specie animale, e si adatta anche a molluschi, crostacei e pesce di lago, mare, fiume, torrente, stagno, pozza, pesca sportiva, piaga d’Egitto; ideale se servito con verdure, ortaggi, frutta, muschi, licheni e/o derivati vegetali; l’abbinamento più diffuso è con formaggi di mucca, pecora, capra, asina, procione, mammifero generico; squisito con dolci, caramelle, confetti e gelati – compresi ghiacciolo e calippo – risulta eccellente anche associato al panino de lo zozzone; si sposa ottimamente con radici, bacche, frutta secca, manna, bambù, plastilina commestibile, dentifricio.
Va conservato e bevuto a temperatura ambiente (vale sia per l’Alaska che per il Botswana) e versato possibilmente in contenitori senza fori.
E’ consigliabile l’utilizzo di tovaglia scura e va evitata la camicia nuova.
Perfetto per serate eleganti da Gioacchino lo Sfonnato, pranzi e cene di lavoro, colazioni der muratore, merende solitarie o con amici, momenti intimi a prezzi stradali vantaggiosi.
Lascia un alito salubre che ricorda la vitalità di un muflone o la tempra di un carburatore del camion.
La sua straordinaria malleabilità lo rende inoltre particolarmente propenso alla transustanziazione”.

“Le Tavernel” de Carlòn: prezzo à la carte 2 euro/5 litri.

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“Diario simulato” 6 – Se lavorassi nel mondo dello spettacolo

Posted by sdrammaturgo su 21 marzo 2007

Fin da piccolo avevo sempre sognato di calcare le scene, sentire l’ebbrezza del palcoscenico, diventare una star dello spettacolo come il mio mito e modello: Mauro Repetto.
Dopo faticosi inizi come siparista al circolo bocciofilo ed una lunga gavetta da pianobar nella fraschetta di Serafino il Flatulente, dove il mio repertorio spaziava da “My heart will go on – DJ Tufello Remix” a “La società dei magnaccioni” con arrangiamento di archi, un impresario mi scritturò, colpito dalla mia esecuzione di “Carburatore Psicosomatico” dei Subsonica. Quella sera invero avevo beneficiato dell’amichevole partecipazione di Alessandro Canino, che serviva ai tavoli.
Cominciai così a comporre i brani del mio primo album, ideati per voce e pianoforte. Tutti pezzi molto intimisti, quali “Mutande in saldo” o “Cucimi i calzettoni”.
Purtroppo il mio pianista aveva delle difficoltà ermeneutiche. I suoi problemi nell’interpretare correttamente le frasi avevano sempre rappresentato per lui un ostacolo non da poco in qualsiasi mestiere aveva tentato di intraprendere. La sua esperienza da barista, ad esempio, si interruppe già al primo giorno di lavoro, quando il primo cliente gli aveva chiesto: “Scusi, mi dà un’aranciata?” e lui lo aveva colpito violentemente con una grossa e succosa arancia sanguinella.
Ogni volta che andavamo a fare un’escursione in montagna e gli dicevo: “Mi raccomando, vestiti a cipolla”, si presentava mascherato da ortaggio.
Queste sue lacune nei meccanismi della comprensione linguistica gli costarono anche una denuncia per tentato stupro: una volta infatti saltò addosso alla propria insegnante di solfeggio con foga bestiale, ferinamente infoiato allorché l’aveva sentita pronunciare: “LA DO SI SI LA DO”.
Quando finalmente era riuscito a diventare un musicista professionista, la sua carriera finì bruscamente: vittima del gioco burlone “tirami il dito”, si mozzò l’indice per scagliarlo contro il simpatico buontempone che aveva tentato di coinvolgerlo nel ridanciano scherzetto.
Senza più un pianista – dal momento che la mutua non me ne avrebbe passato un altro – si concluse anche la mia carriera di cantante ed iniziò un periodo di perdizione in cui caddi preda dell’alcool.
Mi avevano sempre detto che bere, tra i tanti guai che comporta, almeno facilita i rapporti con l’altro sesso, soprattutto perché da sbronzo anche i peggiori cessi sembrano delle dee, ma francamente alla cosa dell’occhio di Bacco non ho mai creduto. L’unica differenza nelle mie relazioni con le donne tra quando sono sobrio e quando sono ubriaco è che da sobrio penso che siano brutte, mentre da ciucco glielo dico.
E fu proprio a causa di un momento di scarsa lucidità che persi la possibilità di un contratto vantaggioso: durante una festa mondana ero andato a chiedere un autografo ad Al Bano, prima di scoprire che si trattava della poco avvenente figlia del produttore più influente in circolazione.
Decisi così di lasciare definitivamente la musica e dedicarmi al teatro: avrei recitato le mie stesse pièce, redatte sotto gli effetti allucinogeni del nuovo minestrone fucsia della Findus.
Il mio agente riuscì ad organizzarmi alcune date, ma il tour in Molise col mio monologo in lingua Navajo non riscosse il successo sperato.
Tentai allora di fare lo sceneggiatore e proposi a Federico Moccia un soggetto per il terzo capitolo dell’appassionante saga di Step e Babi, dopo il commovente “Io e te tre metri sopra il cielo” ed il disarmante “Ho voglia di te”.
Innanzitutto, per rendere più credibile la storia, influenzato dalla grande stagione del neorealismo, pensai di mutare i nomi dei protagonisti in Arvaro ed Assuntina (chissà Moccia dove avrà sentito in giro per Roma gente chiamarsi Step e Babi…Lo invidio). Lei avrebbe dovuto essere originaria della Basilicata, così da aggiungere un pizzico di esotismo al personaggio ed arricchire la vicenda di tematiche razziali. Avrebbe poi fatto la sua comparsa Nando, rivale in amore di Arvaro.
Lo avrei intitolato “Tu e lui due metri sotto terra”.
Purtroppo il mio scritto non fu accolto con favore, nonostante l’avvincente scena finale: sul romantico Ponte Milvio, Nando ci prova con Assuntina, ma lei non gliela fa manco immaginare e con grazia gli dice che pò pure slogasse er polso a forza de seghe; Nando allora rosica e je tira ‘na lucchettata; a quel punto sopraggiunge di gran carriera Arvaro, che si lancia con un tuffo plastico gridando: “NOOO!” (notare la colta citazione da “Trappola di cristallo”) e si becca la lucchettata al posto di Assuntina; Nando capisce che non c’è trippa pe’ gatti e si butta su Debborah (la mocciosa Gin), che alla fine è sempre un bel boccone de fregna; il film si conclude con le pinne acrobatiche dei ragazzi di Tor Bella Monaca, sulle note delle sgassate firmate Malossi modificata.
Dopo che la Dreamworks ebbe rifiutato la mia sceneggiatura per il sequel di “Giù per il tubo”, “Su per il culo”, venni contattato dai Blind Guardian in occasione di un progetto congiunto con i Rhapsody e gli Stratovarius per firmare uno dei loro grandi video fantasy a basso costo. Visto il budget ristretto, proposi la storia di uno basso grasso e povero che rimorchia Naomi Campbell, ma l’idea fu bocciata.
Ormai avevo perso del tutto le speranze di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma un giorno il direttore artistico della Scala notò le mie movenze leggiadre mentre sgambettavo su un ponteggio di un cantiere in cui mi avevano assunto come manovale a tempo determinato e mi offrì un impiego nella gloriosa compagnia di danza da lui gestita.
A tutt’oggi lavoro come imbianchino ufficiale della sala-prove dei ballerini.

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“Universi Microscopici” 2 – Dialogo sopra i Minimi Sistemi

Posted by sdrammaturgo su 13 marzo 2007

Ludovico: “Toh chi se vede!”

Marcello: “Oh, carissimo! Che se dice?”

Ludovico: “E che se dice…Niente…Tu che me racconti? Che stai a fa’ ‘sto periodo?”

Marcello: “Se lavora, come sempre.”

Ludovico: “C’ha’ ragione: qui tocca sempre lavora’ e nun c’avemo mai ‘na lira.”

Marcello: “Hehehe, davero…E d’altronde che voj fa’? Se nun se lavora nun se magna. Chi ha’ visto de quell’altri?”

Ludovico: “Guarda, giusto l’altro giorno so’ stato a pranzo co’ Mario e Luigi.”

Marcello: “Ma daje? E che dicono?”

Ludovico: “Ma niente. Io dovevo anna’ a cerca’ ‘n fanalino pe’ la machina, ché ‘no stronzo m’ha dato ‘na botta mentre faceva manovra.”

Marcello: “Sempre così succede. E poi c’è da di’ che le machine de na vorta erano molto più resistenti. Adesso se sfasciano subito che è tutta plastica e troppa robba elettronica. Te costano quanto ‘na fija femmina.”

Ludovico: “E ch’ha’ da fa’…E ‘nzomma ar bar Gigi m’ha detto che invece de comprallo all’autoricambi me conveniva cerca’ prima da ‘no sfasciacarrozze che conosce Mario.”

Marcello: “Ma che per caso è quello che sta dopo lo svincolo de la tangenziale?”

Ludovico: “Preciso, quello. Allora se semo messi d’accordo e ce semo annati tutti insieme, tanto pure a Gigi je serviva nun so che pe’ la marmitta, e Mario c’ha accompagnato pe’ facce fa’ ‘n prezzo bono. Tra ‘na cosa e n’altra avemo fatto l’una, al che avemo detto ‘Mo tanto vale fermasse a pranzo’, così se se semo fermati in un’osteriola che stava pe’ strada. Oh, te dico: nun j’avrei dato n’sordo de fiducia, e invece te dirò che avemo magnato bene.”

Marcello: “A la fine se sa, ne ‘st’osterie te trattano sempre bene. Pur’io sabbato co’ mi’ moje so’ annato in un posto che c’aveva consigliato Massimino, quello che c’ha la tabaccheria vicino all’alimentari de Sergio. Io me so’ preso ‘n antipasto abbondante de terra e ‘n bel piatto de fettuccine co’ li funghi. Mi’ moje s’è presa un risotto a la pescatora. Poi io ho ordinato pure ‘na bistecca e oh, te giuro che nu’ je la facevo a finilla. A la fine avemo speso venti euro a persona, compreso caffè e amaro, che a la fine è poco per quello che avemo magnato.”

Ludovico: “Ormai tanto co’ meno de venti euro nun ce magni più da nessuna parte. Allora stamme a senti’: si te capita, va’ da Gino er Cacciatore, ce l’ha’ presente?”

Marcello: “Sì, me pare d’avello sentito. Ma che per caso è quello che sta dopo la rotatoria?”

Ludovico: “Esatto. A parte che fanno ‘n cinghiale e un lepre che so’ la fine der monno, ma poi se magna bene e se spenne poco.”

Marcello: “Bono bono, mo ‘sto fine settimana pò esse pure che ce passo. Invece dice che da la Sora Rita nun è più come prima”

Ludovico: “Lascia perde, nun vale più gnente. E’ scaduta proprio. Io ce so’ stato che mo sarà un mese. Che era…’na domenica, me pare – sìsì, ‘na domenica. Eravamo io co’ la moje e li fiji e c’avemo portato pure mi’ madre. Ha’ visto, giusto pe’ faje fa’ ‘n giretto ogni tanto. D’antipasto de mare c’ha portato du’ cacatelle, la pasta era scotta e la spigola condita pe’ modo de di’.”

Marcello: “Ma pensa te…”

Ludovico: “E poi a la fine er conto è venuto su le trentacinque euro a persona. Ma te pare?! Che poi mi’ madre e li regazzini quanto avranno mai potuto magna’, tu che pensi? Calcola solo che mi’ madre ha preso solo ‘na zuppa e li fiji ‘n primo in due e le patate fritte.”

Marcello: “Ormai co’ ‘st’euro ce s’approfittano tutti. Ma tanto se sa: conviene magna’ a casa, che tanto bene come a casa nun ce se magna da nessuna parte.”

Ludovico: “Ah sì, sicuro. Ché poi a mi’ moje adesso je s’è presa a fa’ lo spezzatino co’ l’aceto balsamico come fanno là pe’ Riccione, quee parti là, e te dico che je viene bono davero.”

Marcello: “Lei che ce mette?”

Ludovico: “Ma guarda, giusto ‘n po’ de rosmarino, er pepe e ‘n pizzichetto de peperoncino, ma proprio appena appena. Poi vabbè, er soffritto de cipolla pe’ ‘r sugo. E te dirò, me sa che lo faceva pure stasera. Anzi, famme anna’ va’, ché già m’è venuta fame.”

Marcello: “Hehehe. Sì, vo pur’io, che me tocca pure passa’ dar ferramenta a pija’ er filtro novo pe’ la caldaia, ché s’è sfonnato. Ma poi la settimana scorsa me s’era attappato pure er sifone. Ce se mettono tutte!”

Ludovico: “E’ così: quanno arrivano, arrivano tutte insieme.”

Marcello: “Oh, allora stamme bene. E soprattutto forza Lazio, come sempre. Hehehe.”

Ludovico: “Eh, quest’anno ve sta a anna’ bene, eh? Ma vedrai che ve ripijamo!”

Marcello: “Ma ‘sto Milan? Nun carbura?”

Ludovico: “E c’avemo pure speso ‘n sacco de sordi…Avemo comprato pure quel terzino, lì, quello mezzo brasiliano, ma nun è servito a gnente. Ce serve almeno almeno ‘n artro difensore.”

Marcello: “E’ il fatto che tu mi insegni che si nun c’è la squadra…”

Ludovico: “Infatti, infatti…Via, tocca che me do. E tanto poi una de ‘ste sere se sentimo e annamo a magna’ da qualche parte.”

Marcello: “Sìsì, pe’ forza, uno de’ ‘sti giorni se mettemo d’accordo e famo quarche cosa.”

Ludovico: “Sicuro. Allora te saluto, Marce’.”

Marcello: “Se vedemo! Ciao”

Ludovico: “Ciao.”

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“Della maraviglia” 3 – Jacques, ou de l’intensité

Posted by sdrammaturgo su 10 marzo 2007

“Maria, Marcello mi ha dato tanta emoZZiòne” “Mi raccomando, Cinzia, questa canzone devi cantarla con tanta emoZZiòne” “No, Maria, Jessica non mi ha trasmesso abbastanza emoZZiòne”.
Non mi stancherò mai di ripetere quanto deleteri siano per il genere umano certi programmi televisivi, rei di modificare dannosamente il linguaggio – e, di conseguenza, la vita, giacché noi “dimoriamo nel linguaggio”; anzi, noi siamo il nostro linguaggio (neppure questo mi stancherò mai di ripetere).
Attentando al lessico si attenta ai concetti, li si sfregia e quindi trasforma. La loro magia dunque decade e con essa la profondità delle parole.
Quello che trasmissioni come Amici di Maria De Filippi o Sanremo fanno al termine emozione collegato alla musica, alla sua interpretazione e fruizione, è delittuoso.
I lemmi così netti ed al contempo così vasti andrebbero evitati o trattati con estrema cautela – ecco perché i grandi della letteratura prestano massima attenzione a parole come amore, solitudine, passione, etc. Ed invece significanti tanto considerevoli ed ampi quali emozione, sensibilità, commozione, vengono svenduti, trattati come prodotti da discount.
“Allora, Al Bano, ci dia due etti e mezzo di emozione” “Mi sono venuti due e settanta. Lascio? Eeeh oooh” “Lasci , lasci! Meglio abbondare! Evviva!”
“Signore e signori, stasera avremo ospite con noi nientepocodimenoché Gigi D’Alessio, che sono sicuro ci comunicherà parecchie emozioni”.
Naturalmente il tenore dei cantanti (sic!) e la qualità delle loro esecuzioni sono adeguati a tale meccanismo perverso (nel quale peraltro finiscono inevitabilmente anche musicisti di spessore), e non potrebbe essere diversamente. Quando la canzone diventa prodotto di basso e largo consumo per gli appetiti grossolani del grande pubblico, essa cessa di essere realmente sentita; le note vengono semplicemente riprodotte, ma non attraversate con attenzione analitica e cosciente pathos; il testo viene cantato, ma non lasciato vibrare, esplorato intimamente con piena partecipazione di sentimento e pensiero.

E poi capita di vedere un vecchio filmato in bianco e nero tratto dalla televisione francese e lo scarto tra l’intensità vera e quella fasulla si palesa come netto, cristallino, percepibile in tutta la sua reboante trasparenza. E la bieca banalizzazione della tanto abusata emozione della musica pesa ancora di più.

L’inquadratura è fissa in primo piano su Jacques Brel, un gigante della canzone, una divinità. Il regista non vuole perdere neppure una delle innumerevoli espressioni che si rincorrono quasi impercettibilmente sul volto dell’artista.
Jacques Brel canta con gli occhi, con le guance, con la pelle.
Contrae lo sguardo in smorfie che ora lo mostrano in tutta il suo spessore di uomo, ora lasciano sfuggire accenni di debolezza infantile.
Ogni tanto sembra esitare, tremare, come se la voce non gli bastasse, come se la bocca non fosse sufficiente a contenere l’universo dischiuso dal suo canto.
Il suono sembra trasudare dai pori del viso.
Quella faccia madida, un po’ mesta, un po’ rabbiosa, in bilico tra l’esplosione e l’abbandono, tra l’abisso e l’elevazione, che si contorce e distende, si rabbuia e sorride, rivela il magma che ribolle nell’artista vero.

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Pensieri senza il peso dell’opinione altrui

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2007

– La legge sarà anche uguale per tutti (o meglio, dovrebbe esserlo, ma questa è un’altra storia), ma la pena non lo è mai: se un precario che prende seicento euro al mese (quando gli va bene, ma anche questa è un’altra storia) e Bill Gates che ne guadagna sei miliardi all’anno (sì, Bill Gates intasca duecentocinquanta dollari al secondo) commettono la medesima infrazione di divieto di sosta, devono pagare entrambi trentacinque euro. Ma ciò vi sembra equo? Secondo voi i due vengono puniti allo stesso modo? Cosa volete che siano trentacinque euro per un miliardario che ne conta cinquecento milioni al mese? Per il nostro precario invece sono una discreta sommetta.
Le sanzioni economiche devono essere proporzionate al reddito, altrimenti un povero deve stare sempre attentissimo ad essere retto ed onesto, mentre un ricco può comprarsi la libertà di trascurare le regole comuni e fare i suoi porci comodi alle spese della collettività. Anche se il danno è lo stesso, chi può pagare, può farlo. Il che non mi sembra affatto equilibrato.

– Sono contrario alla pena di morte, tranne per chi mette le dita nel naso (ma solo a patto che venga eseguita dopo una lenta e dolorosa agonia ricca di atroci torture).

– C’è chi Anna Nicole Smith la preferiva bionda platino, chi bionda classica. Personalmente, la preferivo viva.

– Concordo in pieno con chi sostiene che le donne tipo le veline, Paris Hilton, Elisabetta Gregoraci et similia non siano niente di che e non ci andrebbe mai a letto. Io stesso quando mi masturbo pensando a loro lo faccio quasi con fastidio.
Detesto poi quando Elisabetta Canalis mi si attacca ai pantaloni sull’autobus e non vuole saperne di lasciarmi andare, così perdo tempo a scalciarla via ed arrivo in ritardo agli appuntamenti.

– Ritengo che la masturbazione vada bene sia prima che dopo i pasti, ma durante è maleducazione.

– Con l’esasperazione dei rapporti interpersonali telematici a scapito del confronto fisico finiremo per infilarlo nella porta USB.

– Dice il saggio: “Se il dito indica il cielo, lo stolto guarderà il dito”. Però, secondo me, se il dito indica il cielo, pure l’accorto guarderà il dito, qualora si tratti del medio.

– Mi sfottono tutti perché uso i guanti di gomma color salmone, quelli tipici da casalinga, per lavare i piatti. Il fatto è che li ho cercati neri con un teschio disegnato sopra, ma erano finiti.

– Probabilmente Puffo Tamarro per abbordare Puffetta le ha detto: “Sei proprio un gran pezzo di puffa. Mi ti pufferei sonoramente.”. Pare abbia fallito.

– Ultimamente va di moda appendere Babbo Natale al balcone. Quanti bambini sono rimasti traumatizzati…Non è bello da piccoli vedere Babbo Natale impiccato. E poi immagino la difficoltà dei genitori nel cercare di spiegare, di trovare una giustificazione. L’unica cosa che ti viene in mente è l’evasione fiscale, ma poi pensa che brutta infanzia per quei pargoli convinti che si possa essere condannati alla forca per non avere pagato le tasse! Loro che che credevano che Santa Claus fosse una persona per bene, un onesto lavoratore, un filantropo!

– Una volta Paolo Meneguzzi mi chiese una critica costruttiva. Gli suggerii di darsi all’edilizia. Peraltro Paolo Meneguzzi è proprio un nome da ragioniere. “Ragionier Paolo Meneguzzi”. Non farebbe una piega.

– Le filastrocche che i bambini usano per “fare la conta” andrebbero analizzate per spiegare il disagio giovanile. Nessuno ha mai ancora svelato l’insondabile mistero del “bim bum ba le giù”, ma la più perversa resta: “Cempompìn polorìn polorassi, cempompìn; polorìn; polorà. Solfacademi, solfacademi, solfamì, solfamì”.
Se sono al comando di una gara per il blog che raccoglie più di quanto semina, poi, lo devo a mia madre, la quale da piccolo mi cantava continuamente: “La macchina del capo ha un buco nella gomma”, che via via rarefaceva il suo testo profondo e complesso nel sublime ermetismo di: “La brum del m ha un psss nella mmm”. A me quella canzoncina ha sempre fatto schifo. Insopportabile, insopportabile.

– Temo che questo blog non sia molto apprezzato dai non vedenti.

– I soldati statunitensi, al termine della Seconda Guerra Mondiale, attraversavano le strade di città e paesi italiani lanciando caramelle dal carrarmato. Col tempo abbiamo imparato che non ce le stavano regalando. Ora mi chiedo: quanto cazzo costavano ‘ste caramelle?!

– Sarò sempre grato agli americani. Quello che stanno facendo nel mondo per la nostra sicurezza è stupendo, meraviglioso, commovente. Giusto l’altro giorno hanno ucciso in un bombardamento due pericolosi terroristi talebani sotto i dieci anni, famosi per aver compiuto terribili attentati quali il furto dei giocattoli del piccolo Bashtur od il raid a colpi di linguaccia contro la vanitosa Anwaar, gridando: “Puzzona! Puzzona!”. Grazie, davvero, grazie.

Aggiornamenti dell’otto marzo 2007

– La cattolicissima senatrice della Margherita Paola Binetti (forse vi ricorderete di lei per aver sostenuto che le malattie non devono essere estirpate dall’umanità, in quanto volute da dio come percorsi di sofferenza necessari all’elevazione dello spirito) dichiara che “l’omosessualità è una devianza della personalità, un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico”. Nel frattempo ammette di praticare la penitenza del cilicio.
Ora, credo sia il caso di rivedere un attimino cosa sia meglio definibile come “atteggiamento deviato”.

– Mentre in Inghilterra un video mostra un poliziotto che pesta a sangue una ragazza, in Francia viene vietato ai reporter non professionisti di riprendere atti di violenza.
A volte avverto sottili trame occulte di presa per il culo internazionale (tanto per fare della “di-dietrologia”).

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“Disordine disciplinato” 14

Posted by sdrammaturgo su 5 marzo 2007

Malta è la terra. Brulla, bollente, ventosa. Quasi spaurita, silente, smarrita. Eppure sicura e ben salda nel mare. Il mare…Già, e poi c’è il mare. Brontolante di quiete, avaro di approdi.
Cosa sarebbe senza il mare l’assolata Malta? Malta la docile e dura, esperta ed esposta alle intemperanze della luce di lava. Esso la culla, vivifica, scioglie, ed essa lo accoglie, lo incendia, lo nutre. Scogli come seni, anfratti come amplessi. Senza Malta il mare sarebbe acqua, libera, sussultante, placida, ma giammai Mediterraneo.
Malta conosce il mare che la conosce. La roccia si adagia e riverbera il tacito trepidare del suolo.
Ci sono dei pini ritorti nella costa a sud, quella odorosa di Africa. I rami ossuti sembrano indicare lo spazio aperto gorgogliante di dinamica stasi. Le onde ora austere, ora civettuole, porgono il loro bacio di salsedine alle guance petrose dell’isola. I pini sembrano sorridere, loro, così seriosi e morbidi, e lo stormire a bassa voce degli aghi frondosi si mescola all’aria immobile, in un intreccio percorso dai raggi, rincorso dalle nuvole.
Ed il mare non è solo mare e quasi non più mare. E la terra non è solo terra e quasi non più terra.
Lo sposalizio è una trasfigurazione.
E tutto è pace, tutto è pace.

*

Abbandonati ai miei mormorii,
veglia oppure riposa,
come Malta languida e nuda
giacente sul ventre del mare,
perché è dalle nozze tra l’acqua e la roccia
che sorge alla vita il Mediterraneo.

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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 6

Posted by sdrammaturgo su 1 marzo 2007

Locandina Musical Padre Pio

E dopo gli sceneggiati televisivi ed il cartone animato, non poteva mancare il musical su Padre Pio, l’unico uomo che riusciva a vedere anche coprendosi gli occhi con le mani.

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