Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 3 – Jacques, ou de l’intensité

Posted by sdrammaturgo su 10 marzo 2007

“Maria, Marcello mi ha dato tanta emoZZiòne” “Mi raccomando, Cinzia, questa canzone devi cantarla con tanta emoZZiòne” “No, Maria, Jessica non mi ha trasmesso abbastanza emoZZiòne”.
Non mi stancherò mai di ripetere quanto deleteri siano per il genere umano certi programmi televisivi, rei di modificare dannosamente il linguaggio – e, di conseguenza, la vita, giacché noi “dimoriamo nel linguaggio”; anzi, noi siamo il nostro linguaggio (neppure questo mi stancherò mai di ripetere).
Attentando al lessico si attenta ai concetti, li si sfregia e quindi trasforma. La loro magia dunque decade e con essa la profondità delle parole.
Quello che trasmissioni come Amici di Maria De Filippi o Sanremo fanno al termine emozione collegato alla musica, alla sua interpretazione e fruizione, è delittuoso.
I lemmi così netti ed al contempo così vasti andrebbero evitati o trattati con estrema cautela – ecco perché i grandi della letteratura prestano massima attenzione a parole come amore, solitudine, passione, etc. Ed invece significanti tanto considerevoli ed ampi quali emozione, sensibilità, commozione, vengono svenduti, trattati come prodotti da discount.
“Allora, Al Bano, ci dia due etti e mezzo di emozione” “Mi sono venuti due e settanta. Lascio? Eeeh oooh” “Lasci , lasci! Meglio abbondare! Evviva!”
“Signore e signori, stasera avremo ospite con noi nientepocodimenoché Gigi D’Alessio, che sono sicuro ci comunicherà parecchie emozioni”.
Naturalmente il tenore dei cantanti (sic!) e la qualità delle loro esecuzioni sono adeguati a tale meccanismo perverso (nel quale peraltro finiscono inevitabilmente anche musicisti di spessore), e non potrebbe essere diversamente. Quando la canzone diventa prodotto di basso e largo consumo per gli appetiti grossolani del grande pubblico, essa cessa di essere realmente sentita; le note vengono semplicemente riprodotte, ma non attraversate con attenzione analitica e cosciente pathos; il testo viene cantato, ma non lasciato vibrare, esplorato intimamente con piena partecipazione di sentimento e pensiero.

E poi capita di vedere un vecchio filmato in bianco e nero tratto dalla televisione francese e lo scarto tra l’intensità vera e quella fasulla si palesa come netto, cristallino, percepibile in tutta la sua reboante trasparenza. E la bieca banalizzazione della tanto abusata emozione della musica pesa ancora di più.

L’inquadratura è fissa in primo piano su Jacques Brel, un gigante della canzone, una divinità. Il regista non vuole perdere neppure una delle innumerevoli espressioni che si rincorrono quasi impercettibilmente sul volto dell’artista.
Jacques Brel canta con gli occhi, con le guance, con la pelle.
Contrae lo sguardo in smorfie che ora lo mostrano in tutta il suo spessore di uomo, ora lasciano sfuggire accenni di debolezza infantile.
Ogni tanto sembra esitare, tremare, come se la voce non gli bastasse, come se la bocca non fosse sufficiente a contenere l’universo dischiuso dal suo canto.
Il suono sembra trasudare dai pori del viso.
Quella faccia madida, un po’ mesta, un po’ rabbiosa, in bilico tra l’esplosione e l’abbandono, tra l’abisso e l’elevazione, che si contorce e distende, si rabbuia e sorride, rivela il magma che ribolle nell’artista vero.

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