Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 6 – Se lavorassi nel mondo dello spettacolo

Posted by sdrammaturgo su 21 marzo 2007

Fin da piccolo avevo sempre sognato di calcare le scene, sentire l’ebbrezza del palcoscenico, diventare una star dello spettacolo come il mio mito e modello: Mauro Repetto.
Dopo faticosi inizi come siparista al circolo bocciofilo ed una lunga gavetta da pianobar nella fraschetta di Serafino il Flatulente, dove il mio repertorio spaziava da “My heart will go on – DJ Tufello Remix” a “La società dei magnaccioni” con arrangiamento di archi, un impresario mi scritturò, colpito dalla mia esecuzione di “Carburatore Psicosomatico” dei Subsonica. Quella sera invero avevo beneficiato dell’amichevole partecipazione di Alessandro Canino, che serviva ai tavoli.
Cominciai così a comporre i brani del mio primo album, ideati per voce e pianoforte. Tutti pezzi molto intimisti, quali “Mutande in saldo” o “Cucimi i calzettoni”.
Purtroppo il mio pianista aveva delle difficoltà ermeneutiche. I suoi problemi nell’interpretare correttamente le frasi avevano sempre rappresentato per lui un ostacolo non da poco in qualsiasi mestiere aveva tentato di intraprendere. La sua esperienza da barista, ad esempio, si interruppe già al primo giorno di lavoro, quando il primo cliente gli aveva chiesto: “Scusi, mi dà un’aranciata?” e lui lo aveva colpito violentemente con una grossa e succosa arancia sanguinella.
Ogni volta che andavamo a fare un’escursione in montagna e gli dicevo: “Mi raccomando, vestiti a cipolla”, si presentava mascherato da ortaggio.
Queste sue lacune nei meccanismi della comprensione linguistica gli costarono anche una denuncia per tentato stupro: una volta infatti saltò addosso alla propria insegnante di solfeggio con foga bestiale, ferinamente infoiato allorché l’aveva sentita pronunciare: “LA DO SI SI LA DO”.
Quando finalmente era riuscito a diventare un musicista professionista, la sua carriera finì bruscamente: vittima del gioco burlone “tirami il dito”, si mozzò l’indice per scagliarlo contro il simpatico buontempone che aveva tentato di coinvolgerlo nel ridanciano scherzetto.
Senza più un pianista – dal momento che la mutua non me ne avrebbe passato un altro – si concluse anche la mia carriera di cantante ed iniziò un periodo di perdizione in cui caddi preda dell’alcool.
Mi avevano sempre detto che bere, tra i tanti guai che comporta, almeno facilita i rapporti con l’altro sesso, soprattutto perché da sbronzo anche i peggiori cessi sembrano delle dee, ma francamente alla cosa dell’occhio di Bacco non ho mai creduto. L’unica differenza nelle mie relazioni con le donne tra quando sono sobrio e quando sono ubriaco è che da sobrio penso che siano brutte, mentre da ciucco glielo dico.
E fu proprio a causa di un momento di scarsa lucidità che persi la possibilità di un contratto vantaggioso: durante una festa mondana ero andato a chiedere un autografo ad Al Bano, prima di scoprire che si trattava della poco avvenente figlia del produttore più influente in circolazione.
Decisi così di lasciare definitivamente la musica e dedicarmi al teatro: avrei recitato le mie stesse pièce, redatte sotto gli effetti allucinogeni del nuovo minestrone fucsia della Findus.
Il mio agente riuscì ad organizzarmi alcune date, ma il tour in Molise col mio monologo in lingua Navajo non riscosse il successo sperato.
Tentai allora di fare lo sceneggiatore e proposi a Federico Moccia un soggetto per il terzo capitolo dell’appassionante saga di Step e Babi, dopo il commovente “Io e te tre metri sopra il cielo” ed il disarmante “Ho voglia di te”.
Innanzitutto, per rendere più credibile la storia, influenzato dalla grande stagione del neorealismo, pensai di mutare i nomi dei protagonisti in Arvaro ed Assuntina (chissà Moccia dove avrà sentito in giro per Roma gente chiamarsi Step e Babi…Lo invidio). Lei avrebbe dovuto essere originaria della Basilicata, così da aggiungere un pizzico di esotismo al personaggio ed arricchire la vicenda di tematiche razziali. Avrebbe poi fatto la sua comparsa Nando, rivale in amore di Arvaro.
Lo avrei intitolato “Tu e lui due metri sotto terra”.
Purtroppo il mio scritto non fu accolto con favore, nonostante l’avvincente scena finale: sul romantico Ponte Milvio, Nando ci prova con Assuntina, ma lei non gliela fa manco immaginare e con grazia gli dice che pò pure slogasse er polso a forza de seghe; Nando allora rosica e je tira ‘na lucchettata; a quel punto sopraggiunge di gran carriera Arvaro, che si lancia con un tuffo plastico gridando: “NOOO!” (notare la colta citazione da “Trappola di cristallo”) e si becca la lucchettata al posto di Assuntina; Nando capisce che non c’è trippa pe’ gatti e si butta su Debborah (la mocciosa Gin), che alla fine è sempre un bel boccone de fregna; il film si conclude con le pinne acrobatiche dei ragazzi di Tor Bella Monaca, sulle note delle sgassate firmate Malossi modificata.
Dopo che la Dreamworks ebbe rifiutato la mia sceneggiatura per il sequel di “Giù per il tubo”, “Su per il culo”, venni contattato dai Blind Guardian in occasione di un progetto congiunto con i Rhapsody e gli Stratovarius per firmare uno dei loro grandi video fantasy a basso costo. Visto il budget ristretto, proposi la storia di uno basso grasso e povero che rimorchia Naomi Campbell, ma l’idea fu bocciata.
Ormai avevo perso del tutto le speranze di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma un giorno il direttore artistico della Scala notò le mie movenze leggiadre mentre sgambettavo su un ponteggio di un cantiere in cui mi avevano assunto come manovale a tempo determinato e mi offrì un impiego nella gloriosa compagnia di danza da lui gestita.
A tutt’oggi lavoro come imbianchino ufficiale della sala-prove dei ballerini.

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