Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 4 – La poesia dell’umorismo

Posted by sdrammaturgo su 13 aprile 2007

Qualche post fa ho avuto modo di esprimere il mio disappunto nei confronti della critica cinematografica in mano a chi non ha adeguate competenze di analisi artistica. Ora mi accorgo con terrore che essa tende pericolosamente all’inaridimento anche quando è fatta da voci autorevoli.
Il sito Kataweb, nella sezione dedicata al Cinema, propone di ogni film indicizzato una sinteticissima recensione tratta dal prestigioso dizionario Morandini, punto di riferimento per ogni cinefilo e studioso della settima arte. Curioso, mi sono messo a cercare cosa riportasse il glorioso testo a proposito di uno dei massimi autori del nostro tempo, per il quale peraltro nutro un debole particolare: Massimo Troisi.
Decido di andare in ordine e comincio quindi dalla sua opera prima, “Romincio da tre”, commedia perfetta e rivoluzionaria che ha fatto scuola e cambiato il modo di fare comicità (Benigni, Verdone, Albanese, Veber – tanto per fare dei nomi eccellenti – sono debitori di quel capolavoro): “Raro esempio di un film che ha messo d’accordo critica e pubblico. Quello di Troisi è uno degli esordi più folgoranti nel campo della nuova commedia italiana degli anni ’80. Bravo non solo come attore.” Un po’ limitante e superficiale sull’importanza del film, ma in fondo il parere è positivo. Fin qui tutto bene, mi dico.
A proposito di “Scusate il ritardo” i redattori del Morandini si mostrano anche più generosi: “Nella sua apparente e un po’ ripetitiva staticità la commedia è costruita con tranquilla sapienza che attinge linfa, aggiornandola, dalla tradizione del teatro napoletano. Da antologia il dialogo sulla Madonna che piange.”. Quell’apparente mi fa tirare un sospiro di sollievo.
I dolori cominciano quando si arriva a “Non ci resta che piangere”, realizzato insieme all’amico Roberto Benigni: “Semplice, divertente, anemico, senza spessore, mette a frutto tutta la simpatia e l’estro dei due protagonisti”. Ora, passi il semplice (era ciò che volevano); il divertente è scontato; passi pure il senza spessore (l’intento di Troisi e Benigni infatti non era certo quello di affrontare tematiche profonde); ma quell’anemico è una vera bestemmia. Non so come sia venuto in mente a chi di dovere di scrivere quell’aggettivo. Sicuramente volevano dire qualcos’altro ed hanno sbagliato attributo, altrimenti non si spiega come sia possibile definire anemico un film così frizzante, vitale, che gioca con un’alta cultura umanistica tenendola celata e facendone satira giullaresca.
E’ riguardo a “Le vie del Signore sono finite” ad avere la quasi certezza che Morandini&Co. abbiano visto un altro film: “Ambizioni di romanzo, ma riuscito soltanto a metà. Sul versante del costume non manca d’eleganza né di misura, su quello politico inciampa negli stereotipi demagogici.”. Sorvolando su ambizioni di romanzo (direbbe il mio barbiere: “Ma che cazzo ne sai che ambizioni c’aveva Troisi?!”), è quantomai difficile capire dove abbiano notato stereotipi politici demagogici. “Le vie del Signore sono finite” è ambientato nel Ventennio, ma la politica vi entra solo per un istante, con insolita efficacia: senza nessuna retorica precedente, Troisi mostra un breve pestaggio squadrista ai danni del protagonista, reo di una battuta di spirito nei confronti del Duce. Sono solo due o tre minuti che valgono da soli più di qualsiasi “Schindler’s list”, “La vita è bella” ed “Il Pianista” messi insieme, carichi di metafore e densi di garbo e brutalità nel contempo. Poi si vede, di nuovo per pochissimo, il personaggio nelle carceri fasciste, dopodiché la vicenda rientra nei suoi ranghi di storia d’amore. Tutto qua. Ditemi voi dove sta la demagogia stereotipata.
“Pensavo fosse amore…invece era un calesse” viene bistrattato: “E’ il più ambizioso ma anche il meno riuscito dei film di M. Troisi che dà il meglio di sé nei lunghi monologhi. Brava e bella F. Neri, tutti bravi i comprimari cui, caso raro, Troisi concede il giusto spazio.”. E’ una novità per me sapere che Troisi sovente emargini dal racconto gli altri attori. Eppure mi sembrava che nei precedenti film le figure femminili e le spalle storiche Lello Arena e Marco Messeri interpretassero personaggi tanto di primo piano da apparire praticamente co-protagonisti, ma evidentemente mi sbagliavo. I morandinisti sembrano però avere un moto di semi-pentimento ed aggiungono: “Film d’amore, sull’amore, intorno e dentro l’amore, ha avuto i suoi sostenitori: ‘Piccolo piccolo e anarchico… uniforme e imprendibile, fluidissimo e singhiozzante, febbricitante e dolcissimo’ (Gariazzo & Chiacchiari).”
De “Il postino” parlano diffusamente e mi procurano diversi sussulti: “Approssimativo e oleografico nell’ambientazione; sforzato nel discorso politico; troppo sbilanciato a sfavore di Neruda; incerto nelle figure di contorno”. Al baretto direbbero: “Oleografico che vor di’?!”. L’ambientazione è costituita da pochi set volutamente il più semplici possibile (la spiaggia, la casa di Neruda, l’osteria) che fungano da scenografia scarna per esaltare i dialoghi tra Mario ed il poeta. La politica anche qui entra sempre di soppiatto, con estrema discrezione. Persino della grande manifestazione finale del PCI lo spettatore non vede che pochi fotogrammi. Il resto si perde nel ricordo suggestivo. Neruda incarna il ruolo del maestro quasi mitico, del totem che piano piano si umanizza: non è un film biografico su Neruda, quindi Troisi e Radford sono stati molto attenti a far percepire la sua presenza senza imporla, come una grande ombra che tutto domina tacitamente. Le figure di contorno sono appunto figure di contorno: servono alla sceneggiatura come strumento narrativo al servizio dell’atmosfera temporale-culturale. Mah.
Ci sono quindi i film che Troisi ha interpretato con Marcello Mastroianni per il regista Ettore Scola.
Con “Splendor” ci vanno giù pesanti: “Fiacco come amarcord, inattendibile sul piano rievocativo, moscio nell’intreccio degli affetti privati, lamentoso e contraddittorio.”. Sarà la mia impressione, ma mi sembrano più pareri personali che tentativi ermeneutici ed analitici.
“Il viaggio di Capitan Fracassa” viene trattato con sufficienza: “Definito da Laura Novati ‘favola teatrale in forma di romanzo’, girato interamente in studio, il film di E. Scola non si discosta da una barocca dimensione scenografica: tutto qui è teatro. Bello, ma senza cuore. Elegante, ma senza energia e, in fondo, senza una vera ragion d’essere.” Qualcuno doveva spiegare a chi ha scritto il pezzo che Scola voleva che qui, appunto, tutto fosse teatro. Essendo una sperimentazione estetica, non voleva certo essere appassionato ed energico, considerando anche il fatto che la pellicola è tratta da Gautier, fiero sostenitore della bella forma e disinteressato al contenuto emotivo. Mi chiedo poi quale sia la ragion d’essere di ogni film se non quella della volontà creativa di un artista.
Se nei due precedenti casi nessuna critica coinvolgeva direttamente Troisi, praticamente perfetto, è in “Che ora è” che la banda di stroncatori si attacca all’inaudito fino a rasentare l’assurdo ed il ridicolo. Il film è retto magistralmente dall’inizio alla fine dai soli Mastroianni e Troisi – tanto che la loro interpretazione valse ad entrambi la Coppa Volpi 1989, uno dei massimi riconoscimenti per la recitazione – con qualche sporadica apparizione di personaggi di sfondo, ma il Morandini riporta: “Sul tema della difficoltà di comunicazione tra due generazioni è un veicolo per due prove di attore a confronto, indebolito da un improbabile M. Troisi, troppo anziano e – udite udite – TROPPO NAPOLETANO (stampatello ed inciso miei, N.d.R.) per la parte”. Quando si dice non sapere proprio dove andare a parare. Ora, per il ruolo di un ragazzo nato e cresciuto a Napoli, ritagliato da Scola su misura per lui, Troisi è troppo napoletano. Come a dire che Stallone è troppo muscoloso per fare Rambo o Sharon Stone troppo bella per fare la parte della femme fatale.

A me di Troisi viene da dire solo che è uno dei massimi autori ed attori comici di sempre, l’unico italiano che regga il confronto alla pari con i giganti internazionali – anzi, gli dei – Woody Allen e Groucho Marx. Ha portato la poesia nell’arte dell’umorismo ed ha dimostrato come un genio possa affrontare tematiche enormi come la politica, il viaggio, la religione, l’amore, la crescita personale, il tabù, con una delicatezza che diviene forza grazie all’intensità del silenzio e della parola arguta. Ha mutato e arricchito il linguaggio artistico cinematografico, ha modernizzato un genere guardando al passato, ha riformato i tempi comici e reso la satira tanto più tagliente quanto più pacata. Quando pur ostentando con saggezza e piena coscienza una territorialità provinciale si perviene all’universalità artistica (et ergo filosofica), ebbene, credo che in quel caso si abbia a che fare con un Sommo Maestro.

La mia sconfinata ammirazione per Massimo Troisi mi porta ad inserire, a differenza dei precedenti numeri della rubrica, ben due perle. Se le merita, alla faccia di Morandini.

Questo dunque – che per me rappresenta la vetta massima ed insuperabile della comicità in assoluto – è un chiaro esempio di “anemia”

E questo un estratto “approssimativo e oleografico nell’ambientazione, sforzato nel discorso politico, troppo sbilanciato a sfavore di Neruda”

Ah Morandi’: mavvaffanculo, va’.

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