Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for maggio 2007

“Diario simulato” 8 – In morte di Tepiass Encorpo

Posted by sdrammaturgo su 26 maggio 2007

Si è spento questa mattina nella sua casa in subaffitto il grande scrittore, saggista e cavadenti Tepiass Encorpo. E’ stato il maggiore poeta uzbeko del suo tempo, fino a quando tutti gli altri suoi connazionali non hanno imparato a leggere e scrivere.
Gli studiosi lo piangono, i baristi lo ignorano; è un giorno di lutto per tutti gli umanisti – tranne che per Gervaso Sfrangiabbuttoni, al quale non è mai stato troppo simpatico. Rolando il vetraio pare invece che non ne abbia mai sentito parlare.
Il mondo perde oggi il suo massimo artista quanto a spessore del pollice.
Traccio questo suo estremo ricordo con gli occhi gonfi di lacrime ed un discreto prurito al polpaccio destro dovuto ad una leggera irritazione cutanea.
Tepiass Encorpo è stato infatti per me ben più di un maestro: guida, modello, padre, fratello, zio di secondo grado per parte di madre, spalla su cui piangere, punching-ball sul quale sfogarmi.
Encorpo nacque nella capitale dell’Uzbekistan, della quale ignorò sempre il nome. “Dov’è nato lei?” “Nella capitale dell’Uzbekistan” “Qual è la capitale dell’Uzbekistan?” “Boh” era una scena che si ripeteva assai frequentemente.
Seguì la madre a Parigi, dove frequentò un cenacolo di artisti e letterati; mise in scena la sua prima tragedia, che però non ottenne il successo sperato, prima di essere denunciato da Alessandro Manzoni per plagio di biografia.
Era un uomo di poche parole: ne conosceva giusto una trentina, quelle sufficienti per fare la spesa o chiedere informazioni, ma aveva imparato a mescolarle magistralmente tanto da riuscire a scriverci le sue personalissime poesie, impreziosite da un paio di termini pregiati, che facevano la loro porca figura, come transustanziazione o metempsicosi, fortuitamente presenti e capitati per caso nel suo lessico rarefatto e campobasseggiante. Qualche esempio del suo stile unico: “Che ore sono?/L’ora della transustanziazione”; “Mi faccia un etto e mezzo di metempsicosi, per favore/Mi è venuto un etto e quaranta: lascio?/Lasci”.
La sua prima raccolta di componimenti, il cui titolo “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace” metteva le mani avanti, attirò la curiosità delle principali riviste letterarie di Isernia: “Encorpo dimostra che la Poesia ha ancora qualcosa da dire e molto di cui vergognarsi” (Letteratura Domani – Per Ora l’Agricoltura); “A me Encorpo mi piace molto” (Il mentecatto alfabetizzato); “Chi cazzo è?” (Il barbiere camionista); “Tutto sommato Encorpo è un bel ragazzo” (Luigina la figlia del povero Armandino).
Con “Il sospiro del serpente – Disquisizione sull’alito degli animali”, il secondo libro, ottenne un eccellente riscontro di pubblico e vendette entrambe le copie.
Sulla sua terza opera, “L’amore artigiano”, difficilmente collocabile entro i rigidi confini di un genere ben definito, si catalizzò una notevole attenzione allorché venne collocata nello scaffale delle riviste pornografiche a coprire parzialmente Penthouse. Quando fu spostata nel reparto Gastronomia, cadde ingiustamente nel dimenticatoio.
Ma fu il trattato sul rapporto tra meditazione ed aerofagia, “Speculazioni a naso chiuso”, a costituire uno spartiacque della cultura moderna: da quel momento in poi, ci sarebbe stato chi avrebbe letto Encorpo e chi avrebbe optato per l’erudizione.
Il “Manuale di istruzioni del Pinguino De Longhi” ed il libello ad esso collegato, “La decisiva influenza dei condizionatori nel ‘900 relativamente ai reumatismi”, chiusero il suo tormentato percorso di ricerca e sancirono il suo ingresso tra i nomi eccellenti del ventesimo secolo della provincia di Vicenza, consacrandolo caporeparto della catena di montaggio.
Memorabile rimase il proprio intervento al Congresso Annuale di Filosofia Teoretica Applicata ai Beni Immobili, dove era stato invitato in qualità di insigne letterato nonché illustre galoppino della Tecnocasa: interrogato sul tramonto dell’umanesimo postmoderno ereditato dallo strutturalismo di matrice esistenzialista, rispose: “Non lo so. Io parlo solo di figa”.
Gli venne quindi offerta la prestigiosa Cattedra di Linguistica e Filologia ad Harvard: se la portasse pure a casa, aveva stabilito il Consiglio, purché la smettesse di pranzare a scrocco nella mensa dell’università adducendo la motivazione di essere privo di un tavolo su cui mangiare.
Ripenso con commozione alle massime che dispensava a noi allievi raccolti intorno a lui sotto il cielo stellato d’agosto per riflettere e discorrere, insieme ad una mente sempre attenta e mai quando serviva, sul concetto d’Infinito e sul rincaro dei prezzi dovuto all’euro. Perle di saggezza senza eguali erano quelle che proferiva con voce tonante eppur gentile: “L’universo intero grava sulle nostre spalle, ma ciò non giustifica la mia scoliosi”, “Laddove l’uomo si ferma, lì fanno un’ottima carbonara”, “La fregna è fregna e non è legna”, “Ricordatevi sempre che lo stracchino da Sandro costa di meno”.
Era fatto così Tepiass Encorpo: sapeva vedere sempre la parte bella delle cose, estrarne il buono anche quando tutti disperavano, notare il lato B ruotando la musicassetta. Quando ad un convivio gli servirono un modestissimo rosso barriccato, alla domanda: “Com’è?”, con la sua proverbiale austera pacatezza grondante titanica sapienza, rispose: “Sempre meglio di un calcio nelle palle”.
Ostile ad ogni schema, nemico del congiuntivo, fu illuminante la sua interpretazione della Divina Commedia, che usò per accendere il fuoco.
Tra le sue pagine ho sovente trovato nutrimento, specie quando ci incartavo le uova.
Con lui non servivano parole: bisognava passare direttamente agli schiaffi. Aveva una scorza dura, in particolar modo nei calli ascellari. Spesso bastava uno sguardo per intenderci e segnalare l’uno all’altro la presenza od il passaggio di una bella strappona a pochi metri.
Se ne stava ore ed ore assorto in contemplazione dell’immensità del cosmo e delle misure della vicina di casa che eccedevano i parametri imposti dall’Unione Europea. Con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto, era invero concentrato sulle bocce.
Egli non pensava ciò che scriveva: lo vedeva, nitidamente impresso a lettere di fuoco davanti a sé, ma faceva finta di niente.
Grazie a lui ho imparato ad apprezzare l’endecasillabo sciolto e ad usare semplice scotch al posto del nastro isolante.
Di lui, custode della conoscenza e del capannone di Cecco il fabbro, voglio conservare gelosamente nella memoria soprattutto quella volta in cui gli chiesi delucidazioni su una questione di fondamentale interesse all’interno del pensiero contemporaneo: “Professore” domandai “Lei ha mai capito il significato più profondo dell’epifania del senso in Joyce?” “No”.
Tepiass Encorpo è stato un intellettuale di prim’ordine in serie C2 che ha dato tanto all’umanità tutta, senza che nessuno gli abbia mai chiesto niente. Ha rappresentato il prototipo dell’esteta strappato alla pastorizia ed è grazie a lui se oggi possiamo rivalutare chi sceglie gli istituti professionali o smette in terza media ed inizia a lavorare come manovale utile al progresso generale.
Ci mancherà, mancherà a tutti, specie a coloro ai quali doveva dei soldi.

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Nella mia breve vita ho imparato che

Posted by sdrammaturgo su 11 maggio 2007

– se un discorso viene introdotto da “oggigiorno”, “al giorno d’oggi”, “d’altronde ormai” o “i greci”, ciò che seguirà sarà sicuramente una cazzata;

– Gesù Cristo non è mai esistito. Neanche io esisto fino a che non dimostro il contrario fornendo delle prove, e siccome la Chiesa non è riuscita ancora a smentire tale tesi, Luigi Cascioli ha ragione fino a prova contraria;

– i cattolici “praticanti e osservanti” che trombano beatamente al di fuori del matrimonio o che fanno uso di anticoncezionali sono od incoerenti o disinformati. Se cedono ai piaceri della carne vivendo questa loro debolezza con profondo senso di colpa per il peccato commesso e si confessano ogni volta, va bene (anche se il vero pentimento cristiano non ammetterebbe la perseveranza nell’errore); ma se si producono in goduriosissimi amplessi senza la benedizione di dio o senza il preciso scopo di procreare, convinti di non stare facendo alcunché di sbagliato, allora forse ignorano di essere eretici, che non è una parolaccia od un insulto, ma solo la definizione per chi si allontana da una determinata ortodossia. Quindi non resta loro che cercarsi un’altra dottrina cristiana che si confaccia maggiormente alle loro preferenze oppure fondarne una come hanno fatto Lutero, Calvino o chiunque altro si sia trovato in disaccordo con i precetti imposti dalla fede cattolica (giacché a molti non è chiaro che un credo religioso non funziona come un partito politico: o si accetta in toto oppure si è eterodossi. Non sono previsti punti di vista differenti o variegate correnti interne). Qualora invece chi si definisce cattolico e fotte consapevolmente lo stesso fuori del matrimonio sia ben cosciente di esulare dalla via ufficiale dettata dal Vaticano eppure continui ugualmente ad orbitare in seno a Santa Romana Chiesa, è semplicemente incoerente. Altrimenti uno che mangia animali potrebbe tranquillamente definirsi lo stesso animalista, od una bionda dire di essere “mora dentro”;

– un cristiano non deve prendersela se gli si dà del cretino: primo perché lo dice l’etimologia del nome stesso; secondo perché nel celebre Discorso della Montagna (Mt 5,3) Gesù dice: “Beati i poveri di spirito/poiché di essi è il regno dei cieli”. Dunque essere una persona dabbene è una buona cosa per un cristiano: la dabbenaggine è una virtù che spalanca le porte del paradiso, così fondamentale che l’aggettivo indicante un sempliciotto è divenuto il termine proprio che identifica chi crede nella parola di Cristo e segue i suoi insegnamenti;

– se è nato un intero filone di barzellette sui carabinieri e non sui biologi molecolari ci sarà pure un motivo;

– quando fai notare gli orrori e le atrocità compiuti dalle multinazionali, chi vuole fare la parte di quello che la sa lunga ti dirà che tanto pure tu che parli e fai l’impegnato alla fine utilizzi i loro prodotti, quindi sarebbe meglio per te startene zitto; allorché ribatti affermando che stai attentissimo a ciò che compri e fai una spesa “etica”, fa di tutto per trovare la tua pagliuzza al fine di distogliere te e se stesso dalla sua trave, dopodiché tenta di screditarti dandoti del coglione, ignaro del fatto che il tuo status mentale non inficia le verità da te espresse, poiché due più due fa quattro sia che lo sostenga uno scienziato di conclamata moralità sia che lo dichiari un bifolco che stupra i bambini;

– la regola del “passi dalla parte del torto” è la più grande cappellata mai generata dalla mente umana. Mi chiedo come sia possibile che la ragione si trasformi magicamente in torto per il solo fatto di essere stata espressa in maniera scortese o maleducata o checcacchionesò. Vale sempre l’esempio del 2+2=4: stando alla regola del “passare dalla parte del torto”, se sento qualcuno affermare: “Due più due fa cinque” e lo correggo dicendogli: “Scusi, buon uomo, se non sono troppo irrispettoso, vorrei porre alla sua cortese attenzione il fatto che lei stia errando, temo”, allora ho ancora ragione io; se invece gli dico: “Ma che cazzo stai a di’?!” allora “passo dalla parte del torto” e miracolosamente due più due non fa più quattro, bensì cinque. Una verità non diventa menzogna se espressa trasgredendo l’etichetta: un contenuto comprovato non può venire intaccato dalla sua forma (anzi, dal formalismo). In poche parole: se dici una cazzata ed io ti mando a fanculo, io conservo comunque la ragione e tu ti tieni pure l’insulto. Insomma: ah rega’, nun se pijamo pe’ ‘r culo;

– in genere sono sempre quelli che propugnano ideali razzistici e violenti che si offendono di più riempiendosi la bocca della parola “rispetto” allorché vedono attaccati i loro principii (“Godo nel vedere ammazzato un animale” “Crepa, idiota” “Hey, sei irrispettoso!”; “Nessuna parità di diritti per gli omosessuali!” “Stronzo” “Ecco, sempre aggressivi voi sinistroidi!”);

– gli anziani che vivono con lo spauracchio del terrorismo islamico quando hanno già vissuto gli anni di piombo sono la prova di quanto sia dannosa la televisione e di quanto sia gratuitamente rompipalle la maggioranza dei vecchi (no, se sei un inetto, non diventi più onorabile con l’avanzare degli anni);

– gli stupidi di oggi sono gli stupidi di domani;

– l’obiezione più frequente contro gli ecologisti è: “Se non volete inquinare, andate a vivere nelle caverne!”. Ma l’ecologismo non è un primitivismo, un tornare indietro, bensì lo stadio etico e scientifico-tecnologico più evoluto del sapere umano;

Bertrand Russell dovrebbe essere studiato in tutte le scuole fin dall’asilo ed il suo libro “Perché non sono cristiano” sostituire la Bibbia come testo-guida dell’umanità, specie le parti riguardanti la pedagogia, la sessualità ed il controllo delle nascite (Fu’, lo dice pure lui: meno siamo e meglio stiamo. Chi propone dottrine che favoriscono esplosioni demografiche è un criminale che attenta al benessere dell’umanità e del mondo interi);

– chi domani partecipa al Family Day, fisicamente o anche solo moralmente, è stupido. Lasciatemi indovinare: sono passato dalla parte del torto, vero?

P.S. Sono debitore all’esimio Prof. Tricheco, il quale fu il primo a notare l’idiozia concentrata nella regola del “passare dalla parte del torto” nonché ad evidenziare l’assurdità costituita da quella della maggiore rispettabilità conferita in base all’età. Grazie per avere squarciato la nebbia della cojoneria.

P.P.S. A seguire, un estratto della tipica vita del focolare medio italiano, dedicato ai buoni e sinceri sentimenti che animeranno il Family Day. Perché ‘a famija è sacra.

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Dettagli semantici

Posted by sdrammaturgo su 9 maggio 2007

Prosciutti

Prosciutto Parma

Non è crudo: è crudele.

Maiali trucidati

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“Disordine disciplinato” 15 – Signora delle Stragi

Posted by sdrammaturgo su 6 maggio 2007

La figura della femme fatale è, nella sua oscurità, la più cristallina allegoria del sapere artistico. Apollinea maschera di bellezza elegante, ella cela il dionisiaco orrore dell’esistenza, manifestato con la crudeltà delle sue pulsioni più terribili.
Il Bello non è/che la prima nota del tremendo“. Poi viene il dolore, che turbina sotto la superficie sfavillante. E questo “eterno femminino” che “trae al superno” lo fa scandagliando le profondità del male, mostrando come il cielo coincida con l’abisso ed entrambi si fondano in un informe che è sofferenza in quanto non-senso (e viceversa).
Ma oltre la quieta grazia ed il titanico abbandono al fluire delle cose, la reboante tormenta dei tormenti rivela la sua essenza asostanziale: squarciato il velo dell’apparenza e penetrata la crosta lavica del terrore sotteso alla vita, non restano che le ceneri del silenzio e del Nulla, polveri prodotte dalle fiamme gelide del Tempo.
Poiché se si è inghiottiti dal perenne avanzare della morte, ogni vertigine e ogni urlo sono vani.

Stilistica

Quattro quartine composte da due settenari, un senario ed un novenario, questi ultimi legati tramite episinalefe in un sorta di “enjambement ritmico” a creare un doppio settenario che “continua” il metro dei primi due versi.
I versi 2 e 4 di ogni quartina sono legati da rima – nella seconda quartina si ha una
quasi rima (assonanza).
Frequenti allitterazioni in r, s e t che sembrano cozzare tra loro per poi risolversi nella dura musicalità delle vocali, ad evocare la funesta melodia delle tempeste.

*

Signora delle stragi
agli uragani affine
piove calda ombra
al principiar della tua fine.

Al tempo che percuote
la nostra storia in fuga
chiedi che t’incendi
a te si prostri e ti seduca.

Sirena dei marosi
ascoso nel tuo canto
spinge i fortunali
il miserevole tuo pianto.

Le maschere si bruciano
al nulla del tuo inferno:
cenere è la veste
inghirlandata del tuo inverno.

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“Il cattolicesimo è una religione kitsch” 7

Posted by sdrammaturgo su 3 maggio 2007

Gesucristini

Un enorme grazie a Publio per avere scovato ed immortalato la vetrina con i Gesucristini tra i negozi di quel paradiso del kitsch qual è Via della Conciliazione.

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