Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for settembre 2007

Le frasi amare che rendono squallida la vita

Posted by sdrammaturgo su 30 settembre 2007

Ci sono frasi terribili, spietate, che ci accompagnano dalla nascita al capezzale con il loro potere di svelare brutalmente i tormenti a cui è destinato l’uomo; formule tremende che sono in grado di annientare ogni entusiasmo e rammentarci quanto sia tragica e senza scampo la condizione umana. Ognuno di noi le avrà sentite rimbombare inclementi alle orecchie più e più volte durante il proprio cammino in questa valle di lacrime, restando ogni volta attonito e disarmato di fronte all’asprezza della realtà da esse palesata con glaciale assenza di misericordia.
Fin da bambini, in famiglia oppure a scuola, queste sentenze ci hanno insegnato che l’esistenza altro non è che un’asperrima marmellata di dolore e frustrazione; qualsiasi slancio di euforia, qualsiasi moto di ottimismo, ci è stato stroncato da certe lapidarie parole affinché comprendessimo che nessuna gioia ci avrebbe condotto al letto di morte, ma solo sconforto e terrore del vivere.
Se non c’è possibilità alcuna di redenzione
dal e del male, la presa di coscienza della sofferenza e conseguente memoria della stessa sono le unica vie di salvezza che ci sono concesse.
Ineliminabile è il patimento, ma non insostenibile il suo peso.
E’ a tale scopo che i Professori Fulvio Tricheco e Claudio Zoppo hanno deciso di raccogliere tutte quelle frasi amare che rendono squallida la vita, nella speranza che attraverso la consapevolezza ed il ricordo troviamo tutti la forza di affrontare la disperazione che esse hanno voluto da sempre mostrarci come inalienabile dal nostro triste mondo.
Nessuna illusione: seppur esposta alla luce della ragione, immane resta l’angoscia, ma meno soffocante è la morsa della tenebra rischiarata.

*

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“Forza, ognuno a casa sua”

“Il gioco è bello quando dura poco”

“Domani interrogo”

“Stasera a letto presto, ché domani ti devi alzare alle sette”

“Se non ti va pane e zucchero, significa che non hai fame. Non siamo mica al ristorante”

“Abbiamo riso, abbiamo scherzato, ma adesso si torna seri”

“Ragazzi, dalla prossima settimana bisogna mettersi sotto, eh, ché ci sarà da lavorare sodo”

“Venerdì compito in classe”

“L’importante è avere un pezzo di carta sulle mani”

“Falli, ‘sti sacrifici, ché poi te li ritrovi”

“Il mondo è degli svelti, ma se lo godono i coglioni”

“Fatti un buon nome e fa’ ciò che vuoi”

“Quello è un buon partito”

“Qui se non si lavora non si mangia”

“Mi voglio sistemare”

“Quello ha lavorato una vita, però alla fine ha sistemato quattro figli”

“Mettiti da parte qualche soldino, ché non si sa mai come va la vita”

“L’artista dalla fame perse la vista”

“Questo figlio ci ha dato tante soddisfazioni”

“Mi raccomando, trovati un ragazzo ricco”

“Che ci fai con la bellezza? La bellezza svanisce, la bruttezza rimane”

“Quello è un bravo ragazzo, di buona famiglia. Suo padre fa il dottore”

“E’ una persona che ha sempre lavorato”

“Si sente che è uno che ha studiato”

“Se mio figlio mi portasse a casa una negra o una russa, mi dispiacerebbe”

“L’importante è che ti trovi una brava ragazza”

“Un lavoro ce l’hai, la moglie ce l’hai, i figli sono sistemati, cosa vuoi di più dalla vita?”

“Dammi retta, figliolo, diventa medico od avvocato. Vuoi mettere quando senti che ti chiamano ‘dottore’?”

“Tu è ora che trovi marito / prendi moglie!”

“Ma che ti importa degli altri! Pensa a te stesso, ché a te poi non ci pensa nessuno”

“Quando entra l’insegnante ci si alza in piedi”

“Ci vuole rispetto per gli anziani”

“Mangiare in classe è una grave mancanza di rispetto nei confronti del professore e dei compagni”

“A scuola si deve venire vestiti in un certo modo”

“Ci vuole un abbigliamento adeguato per ogni occasione”

“Questa macchina costa un po’ di più, ma la differenza si sente”

“Vuoi mettere avere una casetta tutta tua? Almeno hai qualcosa da lasciare ai tuoi figli”

“Visto come va in giro conciato quello? Sembra il figlio di nessuno”

“Tanti auguri”

“Tante care cose”

“Buona fine e buon principio”

“Io mi sono spaccato la schiena per mandare avanti la famiglia e farvi studiare”

“Divertirsi sì, ma sempre con la testa sulle spalle”

“Mi raccomando, giudizio”

“Fa’ attenzione, ché in certi posti non si sa mai chi si possa incontrare”

“Attento alle amicizie sbagliate”

“Sposalo, ché è un bravo ragazzo, uno con i piedi per terra”

“Io non capisco questi ragazzi che bevono e poi si mettono alla guida. Io nella mia vita non mi sono mai ubriacato: massimo un bicchiere”

“Ai miei tempi quando una persona più grande parlava si stava zitti e si ascoltava”

“Oggi non c’è più rispetto per i genitori. Io se mi azzardavo a controbattere a mio padre, erano dolori”

“Quando sarai grande farai come ti pare, ma finché stai sotto questo tetto fai come dico io”

“Ti sembra questa l’ora di rientrare in casa?!”

“Sì, ora sei contento perché sono cominciate le vacanze, ma vedrai quanto farà presto ad arrivare settembre!”

“Non posso venire: devo studiare perché domani ho un esame”

“Sbrigati a laurearti, ché si sa quant’è difficile entrare nel mondo del lavoro”

“Mi pagano poco o nulla, ma intanto entro nel giro”

“Quello si gratta le palle tutto il giorno, ma qui c’è da lavorare, altroché!”

“Uscire?! Ma stiamo scherzando?! Io stasera mangio un cucchiaio di minestra e alle nove sono dentro al letto, ché domani lavoro, mica gioco!”

“E noi chissà quando andremo in pensione…”

“Io voglio solo un posto sicuro per arrivare tranquillo alla pensione”

“Io all’età tua la mattina studiavo ed il pomeriggio lavoravo. ‘Sto divertimento, le uscitine, me li sognavo”

“Ti ci vorrebbero due settimane di Polonia”

“Chi di giovane non è di sinistra è senza cuore; chi da grande non è di destra, non ha testa”

“Sì, pure io da giovane la pensavo come te, ma vedrai che quando avrai la mia età mi darai ragione”

“Da giovani siamo tutti idealisti, ma poi subentrano gli impegni, la famiglia, il lavoro, e lì non si scherza”

“Critichi critichi, ma poi vorrò proprio vederti quando sarai genitore anche tu”

“Tu nel dubbio in Chiesa vacci”

“L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”

“Non sta bene”

“C’è modo e modo”

“L’educazione prima di tutto”

“Per carità, sempre nel rispetto di chi la pensa diversamente”

“Qui non è che ognuno può fare come gli pare: ci sono delle regole che vanno rispettate”

“Io non capisco queste coppie che si baciano in pubblico. C’è luogo e luogo e certe cose si fanno in privato”

“Così passi dalla parte del torto”

“Comportati da signore”

“Io da giovane lavoravo dieci ore al giorno e guai a chi alzava la testa”

“Vestiti bene, se no poi la brutta figura la faccio io perché la gente pensa che tua madre sia una trascurata”

“Quella va’ a letto con tutti. E’ proprio una puttana”

“Che delusione ha dato al padre, tanto brava persona che ha lavorato tutta la vita”

“Prendi esempio da quello: ha faticato per anni, ma adesso ha dieci operai sotto di lui”

“Tu alla tua età devi pensare solo a studiare”

“Anche se gli altri fanno sciopero, tu entra e fatti vedere dai professori che sei diligente”

“Al giorno d’oggi non ti regala niente nessuno”

“Guarda che le donne sono furbe, non vedono l’ora di trovare qualche pollo come voi per rigirarlo come un pedalino”

“Prima fai i compiti, poi vai a giocare”

“La cravatta ogni tanto ci vuole”

“Presentati bene al colloquio, ché la prima impressione è quella che conta”

“Per carità, lo stipendio fisso è una bella comodità, ma lavorare in proprio è tutta un’altra cosa. Ci saranno pure più responsabilità, ma vuoi mettere la soddisfazione?”

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Flash News

Posted by sdrammaturgo su 27 settembre 2007

– Il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema è stato rapito dalle nuove Brigate Rosse. Lo Stato non tratterà con i sequestratori. La famiglia neanche.

 

– Catturato l’attimo fuggente.

 

– Campidoglio: Walter Veltroni ha inaugurato l’inaugurazione del Festival delle Inaugurazioni.

 

– Clemente Mastella nel mirino di Al Qaeda. Il Ministro della Giustizia è stato trasferito in un luogo segreto in seguito alle minacce di morte ricevute dai terroristi islamici. Ora nessuno sa che si trova a Poggio Bustone in provincia di Rieti, tenuto sotto costante protezione in via Gaetano Amarildo 81, appena fuori lo svincolo della superstrada, praticamente la strada che incrocia con viale Giuseppe Giuseppi. Mastella si trova al sicuro nell’appartamento al primo piano e sta nella camera con il balconcino, ma non quella di sinistra, bensì quella di destra. Ci sono due poliziotti in borghese che controllano la facciata dell’abitazione ed altri due sul retro. All’interno c’è una guardia del corpo che però si allontana ogni giorno dalle dodici e trenta alle dodici e cinquanta. Ripeto, dalle dodici e trenta alle dodici e cinquanta.

 

– Tensioni in Birmania. La crudele dittatura militare al potere da quarantacinque anni miete altre vittime. Bush ha detto che gli U.S.A. interverranno. Contro la Siria.

 

– Don Gelmini ha riabbracciato un giovane ex ospite della sua Comunità Incontro al quale era molto affezionato. Ci sono voluti quattro uomini per farlo staccare.

 

– Trovata la formula del vaccino anti AIDS. Ce l’aveva Piero nella tasca del giubbotto.

 

– Il libro “La Casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sui privilegi dei parlamentari è ancora saldamente in testa alle classifiche di vendita. La situazione dei vantaggi di cui beneficiano i politici italiani è davvero intollerabile ed era necessaria una denuncia del genere. Basti pensare che la senatrice a vita Rita Levi Montalcini non paga neppure i pannoloni.

 

– Un piccolo boy scout è caduto in un pozzo artesiano, ma non vi dirò mai dove.

 

– Svolta sul caso Garlasco, il delitto dell’estate: Alberto, accusato dell’omicidio della fidanzata, in realtà è rumeno.

 

– Antiabortista conosce se stesso e cambia idea.

 

– Stasera per lo Speciale Cultura andrà in onda una lunga intervista ad Isabella Santacroce. Sarà interessante scoprire cosa spinge una dotatissima e promettente commessa della Conad a fare la scrittrice.

 

– Ieri ho fatto vedere ai miei colleghi il filmino della comunione di mio nipote. Secondo Vincenzo Mollica si tratta di un capolavoro.

 

– Grande successo nelle sale cinematografiche per il film dei Simpson. Titolo dell’edizione italiana: “Se ti ingiallisci mi innamoro”.

 

– Scagionato completamente l’On.Mele per la nota vicenda di sesso e droga con una squillo in un albergo di Roma. Pare infatti che in verità non sia successo alcunché durante quella notte in Via Veneto. L’avvocato difensore ha portato come prova schiacciante dell’insussistenza dell’accusa il fatto che il proprio assistito sia un ingegnere.

 

– Stupro avvenuto in pieno centro cittadino. Le persone interrogate poiché presenti in piazza al momento del reato hanno dichiarato di non aver visto niente: erano coperte dagli spettatori delle file davanti.

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Lucignolo Bellavita presenta “Una settimana da dio”

Posted by sdrammaturgo su 24 settembre 2007

Ricevo una segnalazione a proposito di un’appassionante festa religiosa dall’enorme interesse antropologico, per via del connubio che in essa si realizza tra devozione tradizionale e svago moderno.
In virtù del mio senso del dovere di scienziato e con un piacere tutto mondano, non posso esimermi dal renderne noto il ghiotto programma a tutti i miei cari lettori, affinché le informazioni da me fornite solletichino la curiosità di quante più persone possibile e spronino la comunità che tra le mie righe trova nutrimento per l’anima e la mente a prender parte a tali entusiasmanti celebrazioni.
Per maggiori informazioni, suggerisco di visitare il sito ufficiale della manifestazione, visionabile cliccando qui.

Festa S.Remigio 1

Festa S.Remigio 2

Festa S.Remigio 3

Alcune annotazioni

E’ stato mancato di poco l’obiettivo prefissato di stabilire il record di una Messa ogni quarto d’ora, ma l’organizzazione ha dichiarato che il prossimo anno si tenterà nuovamente di riuscire in questa grande impresa.

L’arrivo del Complesso Bandistico “Amici della Musica” sarà seguito dalla partenza del Circolo Culturale “Sostenitori della Buona Musica”.

Sono state potenziate le misure di sicurezza per scongiurare il rischio di violenze durante l’esaltante torneo di briscola e tressette, che ogni volta infiamma gli animi ed ha già mietuto diverse vittime durante le passate edizioni.

I boy scout sono stati dotati di una sofisticata apparecchiatura che li avverte quando il livello di adrenalina dovuto al gioco della pignatta è troppo alto.

Per la coinvolgente arrampicata sull’albero della cuccagna è prevista una diretta con telecronaca in barettovisione.

Dopo l’adorazione dell’eucaristia avranno luogo anche il fissaggio dello sguardo sull’intonaco della sagrestia e l’apprezzamento delle lucette della statua della Madonna.

Risate a crepapelle sono assicurate in occasione dell’amministrazione del Sacramento dell’Unzione degli Infermi per lo scherzo architettato contro i protagonisti dell’iniziativa: alla fine della cerimonia sarà svelato agli interessati che in realtà si trattava dell’Estrema Unzione.

Dopo la visita dei sacerdoti ai malati, i malati terminali che non possono beneficiare dell’eutanasia faranno visita ai sacerdoti.

Il pranzo con gli anziani sarà seguito dalla gara di pulitura del culo dei vecchi.

Quest’anno l’evento è stato impreziosito da una mostra pittorica sulle ben note mirabili gesta di S.Remigio: la liberazione della cantina dalla puzza di chiuso; il salvataggio del diarroico al quale il santo diede la chiave del cesso prima che il poveretto fosse colto dalla fatale scarica; la guarigione dell’infante dalla verginità; l’apertura delle gambe della meretrice; l’indovinazione del peso del porco; la profezia del moccio sui baffi quando non si dispone di fazzoletto durante un picco di starnuti; la salatura dell’acqua per la pasta quando tutti si erano dimenticati.

E’ stata approvata con una maggioranza schiacciante la proposta di inscenare la rievocazione della morte del Santo che perì calpestato da una mandria di buoi dopo essere precipitato da un dirupo trafitto da una pioggia di frecce. Un solo contrario: l’attore.

Lo spettacolo di break dance sarà dedicato alla faccia dei paralitici.

Nel corso dell’esibizione di kung fu verrà ricostruito il modo in cui Cristo cacciò i mercanti dal tempio. Titolo della rappresentazione: “L’urlo di Gesù terrorizza il Sinedrio”.

La Gegia si spoglierà, rivelerà il terzo mistero di Fatima e svelerà il senso della vita, ma tanto non ci sarà nessuno a vederla.

Grande attesa soprattutto per le Olimpiadi dell’Oratorio: il piccolo Giangianni Omini, favorito nella corsa con i sacchi, insegue il primato di angherie subite dai bulli a scuola.

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“Diario simulato” 12 – Dongel Mini: una vita al minimo

Posted by sdrammaturgo su 20 settembre 2007

Avara di gioie, munifica di dolori fu la vita del povero Dongel Mini. Quando gli chiedevano: “Ué, Dongel, com’è che è stata la tua vita?” rispondeva: “Avara di gioie, munifica di dolori. I testi me li scrive Claudio Gianvincenzi”.
La sua esistenza si rivelò da subito tutta in salita. Neonato, fu trovato in un cassonetto da un attivista ecologista e venne subito spostato nella raccolta differenziata di materiale organico.
Nella discarica venne accudito da una colonia di ratti, fino a quando fu portato da alcuni netturbini in un brefotrofio cattolico. Rimpianse sempre quel periodo trascorso nelle fogne con i topi.
Passò dunque i primi anni della propria vita tra gli orfanelli come lui che lo sfottevano per il fatto di essere più orfano di loro, allevato da una balia che lo crebbe e lo educò in una maniera…in un modo…come dire…beh, avete presenti le mani amorevoli di una madre premurosa che coccolano il frugoletto? Bene, ora pensate a Mengele.
Poi arrivò nella mia famiglia. Ricordo ancora quella fredda notte in cui bussò alla mia porta con ancora quel pitbull attaccato ai coglioni. I miei genitori lo accolsero da subito come un secondo figlio. Mia madre mi picchiava, mio padre abusava di me. Furono molto contenti di prenderlo in casa. Io, poi, tirai un sospiro di sollievo. Poi però scoprii che mio padre amava i ménage a trois, ma questa è un’altra storia.
A scuola soffrì molto. Mentre i suoi compagni collezionavano amori e fidanzamenti, tutti i suoi foglietti con su scritto: “Ti vuoi mettere con me? SI NO FORSE. Barrare la casella desiderata” destinati alle ragazze che avevano catturato il suo interesse, tornavano indietro con la risposta: “Sì, ma fanno tre merendine ed otto figurine. E senza bocca”.
Amava il basket, ma la natura non aveva voluto gratificarlo con una statura adeguata: il suo sogno nel cassetto era coprire la visuale ad uno più basso di lui.
La sua popolarità peraltro non era aiutata dalle sue discutibili scelte in materia di giocattoli: fu l’unico ad acquistare la versione afroamericana di Ken, prima che questi venisse incriminato per un reato commesso in realtà dal caucasico W.A.S.P. Big Jim e ritirato dal mercato.
La sua reputazione era inoltre ulteriormente incrinata dagli attacchi di labirintite che lo coglievano mentre giocava a nascondino.
Arrancando tra sconfitte e malattie generiche, arrivò comunque al diploma e giunse il fatidico momento in cui dovette affacciarsi al duro mondo del lavoro.
Fece domanda per entrare a far parte del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma venne scartato perché demoralizzava gli altri personaggi.
Scoprì quindi di avere un talento innato per il commercio: riuscì a vendere forni nel deserto e frigoriferi agli eschimesi, ma gli fregarono l’incasso.
Scoraggiato ed amareggiato, subì una profonda influenza del film Forrest Gump e decise di emularne il protagonista: una mattina uscì di casa e prese a correre, correre, correre. Inseguito dal pitbull che non si era dimenticato di lui.
“Vedi, Claudio” mi disse un giorno “A me la vita piace. Perché io non piaccio a lei?” “Beh, comincia intanto con lo sbarazzarti di quel pitbull, innanzitutto”, risposi.
Era un caro ragazzo, Dongel. Al mercato degli schiavi non costava affatto poco.
Oh, come mi manca, ora che non c’è più. Chissà dove sarà finito. E’ scomparso ormai da mesi. Se n’è uscito di casa un giorno pronunciando una frase enigmatica: “Ciao, sto andando ad impiccarmi con le vene tagliate dentro ad un garage in cui ho lasciato la macchina accesa ed intendo spararmi alla tempia destra non appena l’acqua avrà riempito il locale. Potrai trovare il mio cadavere in Via Alibrando Ildebrandi 79, la strada che incrocia con Viale Ildebrando Alibrandi, proprio accanto all’alimentari di Sergio il Vicinoalgarageincuisisuicidadongelmini. Ma non il portone grande in ferro battuto: la porticina di legno di lato, quella bassa e verde scuro. La puoi riconoscere anche dal cartello che ho già provveduto ad affiggerci: ‘Qui dentro potete trovare il cadavere di Dongel Mini’. Mi raccomando: sono stato ignorato tutta la vita, abbiate cura di me almeno da morto. Desidero una degna sepoltura ed una bella cerimonia funebre. Non voglio decompormi dimenticato da tutti in uno squallido garage insonorizzato. No, non piangete per me. Tanto col cazzo che lo farete”.
Da allora non ho più avuto sue notizie. Ma ora devo andare: Sergio dell’alimentari mi ha chiesto di portargli un buon deodorante ambientale, poiché da un po’ di tempo nel suo negozio arriva una strana puzza. Va’ a capire cosa sarà…Mah, ‘sti cazzi.

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“Della maraviglia” 5 – L’eclissi splendente dell’attore

Posted by sdrammaturgo su 18 settembre 2007

Mica è facile fare l’attore.
Mi ha sempre incantato e strabiliato la capacità di diventare qualcun altro, trasformarsi radicalmente, dare un corpo ed una voce ad un’idea di persona partorita da un artista.
Divenire un personaggio inesistente rendendolo vivo, possibile: questo è tutt’altro che elementare; ha un che di miracoloso, di insondabilmente immenso, misterioso, quasi divino.
Ciò che rappresenta per me il maggior motivo di meraviglia nel lavoro dell’attore è l’abilità nell’annullarsi. Già: la grandezza dell’attore risiede nella maestria con cui sa annullarsi nel personaggio. E’ tutt’altro che facile per un essere umano, ancorato com’è alla propria identità, rinunciarvi continuamente in nome dell’arte, giacché, come sostiene Sartre, noi non siamo che un Nulla che aspira a diventare qualcosa; nel nostro non essere l’Essere, la nostra vita è impegnata in una continua, incessante e disperata edificazione di un’individualità riconoscibile, solo illusoriamente stabile; disponiamo cioè di un unico bene e per di più quantomai labile, sempre sul ciglio del precipizio della spersonalizzazione. Pertanto la fatica dell’attore è doppia e grande e nobile è il suo costante martirio: egli deve perennemente essere in grado di rinunciare a se stesso con un moto di volontà supportato da uno sterminato apparato di conoscenze tecnche; deve imparare a pensare con un’altra testa, agire secondo criteri non suoi, appartenenti ad altri ambienti, ad altre epoche. L’attore indossa insomma sempre nuove e diverse maschere celandone l’ordito e la fattura, affinché appaiano reali, perfettamente incarnate. Se all’autore spetta la denuncia del carattere di finzione dell’opera, l’attore è invece mosso dall’imperativo del bell’inganno.
Penso all’attore come ad un sommozzatore: a differenza di chi annega, costui sapientemente e forte di qualità natatorie si inabissa ed esplora, scandaglia le profondità con spirito di ricerca, per riportare alla luce nuove conoscenze, un nuovo sapere, un nuovo patrimonio di bellezza nascosta.
Quando scompare sotto al pelo dell’acqua di quel mare oscuro e periglioso qual è un personaggio, egli sa che dovrà agire secondo logiche completamente diverse da quelle che vigono sulla terraferma. Per questo egli deve studiare, applicarsi senza requie; padroneggiare il metodo (anzi, i metodi), quindi trovarne uno tutto suo, imprimere la sua personalità in una complessa architettura di norme e canoni rigidi nella loro inafferrabile mutevolezza.
In virtù di tutto ciò, non può che indignare l’abuso inappropriato del termine attore. Ad esempio, Manuela Arcuri non è un’attrice: è una squillo di alto bordo che ogni tanto recita. Un po’ la differenza che c’è tra pittore e tinteggiatore. Detesto quando chiamano pittore l’imbianchino (peraltro, come se fosse offensivo venire appellati “imbianchini”! Il fruttarolo non se la prende a male se non viene chiamato botanico). Quella del pittore è un’arte che concerne un profondo e raffinato studio filosofico-scientifico. Un imbianchino è uno che passa il pennello Cinghiale sulle pareti. Massimo rispetto per il lavoratore, ma sono due cose diverse, come il romanziere o l’impiegato delle poste che compila i moduli.
Dunque, proprio come dipingere e tinteggiare o narrare e compilare costituiscono azioni radicalmente distinte, così una cosa è essere un attore, un’altra recitare di tanto in tanto.
Ecco perché l’attore è un’altra cosa rispetto ad un uomo di spettacolo che recita.
Attore è Vittorio Gassman. Attore è Marcello Mastroianni. Attore è Marlon Brando. Grandi, grandissimi, supremi. Eppure…Eppure c’è stato qualcuno a mio avviso ancora più grande di loro, qualcuno troppo spesso colpevolmente dimenticato nel novero dei giganti della recitazione. Sì, il massimo di tutti i tempi, il vero re dell’Olimpo attoriale, resta per me il sommo Gian Maria Volonté.
Quando Gassman recita, pur nella sua assoluta ed inarrivabile perfezione stilistica, si vede che è Gassman. Lo stesso dicasi per Mastroianni: quella straordinaria espressione di pigrizia metafisica rimane immutata (ed è la sua forza: poesia pura). Ma Volonté…Volonté si tramuta, cambia pelle. Assorbe il personaggio, l’opera filmica o teatrale in tutte le sue coordinate socio-spazio-estetico-temporali e se ne lascia assorbire. L’uomo Volonté scompare e lascia il campo al personaggio.
Gian Maria Volonté lavorava sul personaggio con un’accuratezza certosina, pressoché maniacale; prendeva possesso di ogni sfumatura linguistico-gestuale voluta dal regista, indagava l’ambientazione storica e geografica, analizzava l’intera poetica dell’autore.
Dal western al film storico, dal cinema d’autore allo sceneggiato televisivo, sublime è il risultato dell’unione di smisurato talento innato e cura ed attenzione tecnico-formale.
Quella operata da Gian Maria Volonté è un’eclissi splendente: dal buio dell’offuscamento dietro e nel personaggio, irradia di luce la scena e tutto assume connotati di verità.
Il suo picco estremo resta probabilmente “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, del 1970: un’interpretazione ai limiti dell’impeccabilità, di un’intensità unica, caro com’era l’argomento del film al protagonista impegnato in prima linea nelle battaglie di estrema sinistra.
Una scena è particolarmente sconvolgente: memorabile è il modo in cui Volonté mostra il passaggio del proprio personaggio da uno stato di assoluta sicurezza da vero uomo di potere ad un infantilismo ridicolo e carico di parossistiche note grottesche.
Sarebbe interessante notare al rallentatore i rapidi mutamenti delle espressioni facciali e del tono di voce: apparirebbe chiara la magica padronanza di Gian Maria Volonté sul personaggio dalle cui pulsioni si lascia volontariamente impadronire.
Eccelso, eccelso.

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“Diario simulato” 11 – La tenera e sospirosa masochista

Posted by sdrammaturgo su 17 settembre 2007

Tempo fa conobbi un ragazzo. Stavo tornando dal mio solito giretto in auto alla disperata ricerca di sassi dal cavalcavia quando lo vidi in lontananza, tra la nebbia che io mi sforzavo di immaginare, poiché c’erano trentasei gradi all’ombra. Se ne stava lì, a piangere davanti ad una locandina dell’ultimo film di Leonardo Pieraccioni e compresi al volo che tutto quello che cercava era un’ustione solare. Me ne innamorai subito.
Mi accostai con la macchina, tamponandogli il femore, sicura di incontrare il suo favore. Lui gradì, mi guardò negli occhi e mi ci mise due dita dentro. La scintilla era scoccata. Quella della centralina, che facendo esplodere il serbatoio dell’automobile ci arrecò danni permanenti alla colonna vertebrale. La sera stessa andammo a festeggiare fingendoci omosessuali in una sezione di Forza Nuova.
Le giornate con lui trascorrevano avvolte in un’atmosfera magica. Avevo riscoperto il gusto di piantare chiodi martellandomi il dito, la gioia di mandare di traverso le noccioline, nonché la mia vecchia passione per il phon in bilico sulla vasca da bagno.
Facevamo sempre lunghe passeggiate sull’autostrada. Ci piaceva correre intorno al cratere dell’Etna, sventolare fogli da cento euro nei Quartieri Spagnoli, farci arrestare nei pressi di Bolzaneto.
Viaggiammo molto. Visitammo parecchi paesi a rischio tsunami e ricordo con particolare commozione quel favoloso fine settimana a Falluja.
Nel tempo libero, soffrivamo. Era stupendo: ogni giorno un nuovo infortunio, ogni sera un nuovo prurito dovuto a sempre più spassose infezioni; vivevamo in una costante sorpresa: non sapevamo mai quale spalla ci si sarebbe lussata, da quale orecchio avremmo perso l’udito, quale pitbull senza guinzaglio avremmo stuzzicato.
Io lo adoravo. Lo adoravo come si può adorare un ciccione che ti pesta il piede in autobus, come un ferro da stiro lanciato energicamente sulla tua fronte, come una zip che ti tira i peli pubici. Adoravo quella sua bocca con la quale si insultava e si diceva i morti; adoravo quei suoi alluci sempre così vicini agli spigoli del divano; adoravo quel suo principio di rachitismo che lo costringeva ad accartocciarsi ad ogni starnuto.
Neppure la febbre in sua compagnia era più la stessa cosa. Ogni lineetta si ammantava di un’aura luminosa ed il raffreddore veniva accolto dalle mie mucose con rinnovato entusiasmo.
Ed il sesso, poi…Divino. Impazzivo quando ci prendevamo le dita nella portiera; l’eccitazione saliva alle stelle non appena lo vedevo alle prese con quel frullino; la mia libidine assumeva le dimensioni ed il peso di Pavarotti da morto ogni volta che ci davamo calde dentate.
Ma un giorno tutto, improvvisamente, finì. Stavamo troppo bene insieme. Era ora di darci un taglio. Ci segammo l’ultimo pollice, poi ci dicemmo addio. Non coronammo mai il nostro sogno di tumore. Le mie ghiandole ne patirono, tornate com’erano ad un’oscena regolarità. E pensare che fino a poco prima mi bastava un frutto un po’ più maturo per avere in dono dal destino una struggente scarica di diarrea!
Gli altri non possono capire. Gli altri hanno il loro triste materasso senza acari, il loro miserabile impianto a metano senza perdite, la loro squallida assistenza sanitaria gratuita.
Noi…noi eravamo diversi. Noi siamo diversi. Avevamo i nostri sgambetti sui letti da fachiro, le nostre sciatiche, i nostri aerosol all’alito di barbone di Termini.
Ripenso alle sue mani tremanti per via di quell’adorabile parkinson indotto, alla sua aorta occlusa, al suo rene mal funzionante. Quando prendo la scossa con le lucette dell’albero di Natale mi sembra di sentire ancora la sua voce che implora quel luogotenente di Augusto Pinochet di non smettere mai.
Ho saputo che ora si è fatto assumere come esca da safari. Ha conosciuto alcune parti di cadavere di una collega sbranata da un leone ed ora sono fidanzati. Hanno avuto due aborti, sono molto felici.
La mia vita, invece, nonostante io remi contro, continua ad andare avanti.
Lui mi manca. Faccio di tutto per distrarmi: sono diventata un arbitro di calcio, ma quei cori di vaffanculo allo stadio non mi bastano; neppure ricevere sòle da cartomanti su Rete Oro mi appaga più.
Ora, mi lascio cullare dai rutti di questi camionisti mentre mi stuprano in gruppo all’Autogrill.
Quanto all’amore, aspetto che il mio Romeo si arrampichi da un momento all’altro sul mio balcone, ma abito al piano terra.

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Campagna F.E.O. – Parte III

Posted by sdrammaturgo su 12 settembre 2007

Nelle sue prime opere cinematografiche, Woody Allen (o meglio, il suo personaggio), intellettuale brillante ma bruttino, si sentiva insidiato nei suoi rapporti con le donne da dei belloni magari un po’ stupidi, da uomini di successo insensibili ma potenti, da aitanti seduttori senza cultura ma dotati di enorme sex appeal. Mi chiedo come reagirebbe oggi Woody Allen di fronte al dilagante successo in campo sentimentale di uomini di poco migliori di lui quanto ad aspetto fisico ed in più del tutto privi della sua arguzia, per giunta anche senza particolari doti amatorie od elementi di fascinazione. Sì, sto parlando dell’inspiegabile febbre, che sembra quasi – tristemente – inarrestabile, dell’omino.
Già: per quanto possa suonare assurdo, ogni donna – o giù di lì – che io conosca ha intrapreso almeno una relazione a medio o lungo termine con un appartenente a tale immonda categoria. Ero rimasto al bello&dannato, ed invece mi ritrovo il ragioniere nel ruolo dell’uomo ambito dal gentil sesso.
Una volta piaceva Dylan McKay. Poi ho accettato l’idea che venisse sostituito da Brandon Walsh nell’immaginario erotico-emotivo-affettivo delle ragazze. Ma mai avrei sospettato che a surclassare entrambi sarebbe stato Jim Walsh. Ciò rappresenta per me e per tutti gli altri promotori dell’iniziativa un mistero insondabile.
L’omino è l’alfiere della medietas: non è solo mediocre, bensì vuole essere mediocre; l’omino non è mai troppo brutto né troppo bello; è l’orgoglio della nonna ed il cocco di mamma; malato di calcio, segue la Formula Uno, partecipa a tornei di briscola e tresette, trascorre ore davanti alla Play Station; è del tutto privo di interessi; istruito ma non colto; parlerebbe per ore con lo zio; è attaccato alla famiglia; non osa mai, non ardisce mai, in alcun campo, dalla cucina al taglio di capelli all’abbigliamento; è il bravo ragazzetto, la bravissima persona; costitutivamente moderato, non si sbilancia mai, non ha passioni travolgenti, evita qualsiasi cosa potrebbe scuotere il suo equilibrio di certezze fortificate dalla tradizione piccolo borghese. Insomma, l’impiegatuccio, l’ingegnerello, il maritino, il compagno di classe che studia, strappa il sette, è benvoluto dai professori per la sua docilità ed ambisce solo al famoso “posto fisso, lavoro sicuro”, ad una bella macchina, non eccessivamente appariscente, ad una moglie, dei figli, il pranzo la domenica con i parenti, la passeggiata al lago la domenica pomeriggio e Controcampo la sera.
Ebbene sì, costui, a quanto pare, è diventato il più desiderabile degli individui. Non un uomo, non un omaccione: un omino. L’omino. L’omino.
Sarà perché trasmette sicurezza (per forza! Quale colpo di testa può fare, uno che teme persino di deludere il biscugino?!), sarà perché in genere è un accanito ed attento corteggiatore (ce credo: egli sa bene che quando gli si spalanca la possibilità di una botta di culo, non si ripresenterà una seconda occasione), resta il fatto che non si spiega questa mania per chi fatica ad indossare una maglietta che potrebbe urtare la suscettibilità degli avventori del baretto.
Lancio dunque un nuovo appello – che va ad inserirsi nella Campagna F.E.O. – a tutte le lettrici del mio blog, visto che il Comican non ha dato i frutti sperati: donne dall’intelletto sviluppato, lasciate l’omino al suo corrispettivo femminile, la donnetta. E’ lei che si merita, e non altre.
Piuttosto che l’uomo comune, senza qualità, senza arte né parte, sono meglio perfino il bruto, il bifolco, il tronista, il lampadato muscoloso, il picchiatore da discoteca, il cubista, il calciatore. Certo, il carino, intelligente, intrigante e creativo sarebbe auspicabile, il massimo, ma mi sta bene anche il figone un po’ tamarro, se ciò comporta la rinuncia a chi ha il quoziente intellettivo di un ultrà senza averne la prestanza, lo spessore, l’ampiezza di orizzonti o, in sintesi, le palle.
Meglio uno che vi attizzi senza dover partecipare insieme a lui al Cenone di Natale che uno con cui dovete partecipare al Cenone di Natale senza che vi attizzi.

 

Campagna F.E.O.

Favorisci l’estinzione dell’omino

 

Pensa in grande, pensa in piccolo, ma non pensare in medio.

Di’ NO a lui

Luca Sandri Luca Sandri

er approfondimenti: Campagna F.E.O. – Parte I; Campagna F.E.O – Parte II.

 

 

P.S. (a cura del Professor Fulvio Tricheco) Non sai cosa sia un omino e non hai la benché minima voglia di leggere e comprendere questo post? Non c’è problema: ecco per te un semplice e pratico test per scoprire se il tuo lui appartiene o no alla categoria degli omini, o se ne presenta solo qualche sintomo.

– gioca al fantacalcio?

– partecipa a tornei di playstation con gli amici?

– ti trascura per la partita di calcetto con la squadra della frazione?

– non vede l’ora di andare a pranzo da sua madre?

– guarda di cattivo occhio la cucina etnica?

– guarda il Gran Premio?

– frequenta Ingegneria?

– frequenta Economia e Commercio?

– è pettinato nella stessa maniera da più di 8 anni?

– ignora chi sia Beckett?

– la domenica pomeriggio predilige le partite in tv?

– ascolta “tutta la musica”?

– il suo genere cinematografico preferito è il fantasy o l’action movie?

– ha svolto il servizio militare?

– compra riviste di videogames?

– va al Motor Show?

Se ti sei risposta “sì” ad almeno 10 domande su 16, complimenti: stai con un perfetto esemplare di omino. Tuttavia puoi ancora salvarti, e quindi evitare di trasformarti in Pina Fantozzi prima di aver compiuto i 30 anni. Come? E’ facilissimo: dirigiti immediatamente verso la più vicina abitazione dove si stia consumando un’orgia interrazziale, partecipa energicamente facendoti riprendere ed invia il filmato al tuo miserabile fidanzato omino. In un batter d’occhio non solo ti sarai liberata di lui, ma avrai finalmente avuto un’esperienza davvero avvincente, il cui stimolo ti potrà consentire di inizare una nuova entusiasmante vita lontana da inutili bravi ragazzetti.

 

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L’importanza di non chiamarsi Ernesto

Posted by sdrammaturgo su 11 settembre 2007

I nomi…si sottovaluta sempre l’importanza dei nomi. Anche se non ce ne rendiamo conto, a loro è affidata la buona riuscita di una frase ad effetto, specie le struggenti parole d’amore; da loro dipende l’intera gamma di emozioni legate ad un’espressione romantica, tanto da arrivare a risultare più importanti del pensiero espresso stesso, il quale può crollare in un baratro di ridicolo e grottesco se accompagnato da un nome del destinatario non all’altezza della nobiltà dei sentimenti. I diminutivi, poi, sono la tomba della poesia. Non ci credete? Basterà qualche esempio.

“Ti amo da impazzire, Uccio!”

“Sei tutta la mia vita, Cencio!”

“Senza di te la mia esistenza non ha più senso. Nel mio cuore non c’è spazio per nessun altro oltre te, Ciccio!”

“Ardo di passione quando mi tocchi con le tue mani forti, Meco!”

“Io ti salverò, Memo!”

“Fin dal primo momento in cui ti ho visto, ho pensato che ti avrei sposato e saresti stato per sempre mio. Sei l’uomo che ho sempre desiderato, Mimmo!”

“Quando ti guardo negli occhi, il mio cuore trepida al suono della tua voce, Gismondo!”

“Non ti dimenticherò mai, Cecco!”

“Ti prego, non lasciarmi, Gioacchino!”

“Resterò al tuo fianco fino all’ultimo respiro, Calogero!”

“Amami con tutta la tua anima, Raimondo!”

“Accanto a te mi sento una persona migliore. Mi completi, Peppe!”

“Mi piace addormentarmi sul tuo petto palpitante, Gianfilippo!”

“Oh, cosa sarei senza di te, Pippo?”

“Sei una persona splendida, Anacleto!”

“Ovunque andrai, io sarò al tuo fianco, Arduino!”

“Ogni volta che soffia il vento calmo della sera, mi sembra quasi di udire il tuo sospiro; ogni volta che un petalo mi sfiora le gote, mi sembra di sentire le tue labbra; sei il mio sonno e la mia veglia, Aristide”

“Ti sogno ogni notte, mio principe, mio Gusmano!”

N.B. Lo so, è tra i post più inutili della rete, ma dopo aver fatto il serio che si dà un tono con la precedente poesia corredata da tanto di introduzione, avvertivo veemente la necessità di tornare al più presto a buffonesche nobili ciarle, altrimenti dette cazzate.

N.M. Vero, sono del tutto assenti nomi e diminutivi femminili, ma giuro che non sono riuscito a trovarne uno solo che eguagliasse in ridicolaggine quelli maschili.

Post scriptum molto importante decisamente e volutamente fuori tema

Oggi è l’undici settembre. Di sicuro, su tutti i media, impazzeranno le commemorazioni per il semiautoattentato alle Torri Gemelle. Io, come l’anno scorso, sento il dovere di dare voce ai morti dimenticati, quelli dell’altro undici settembre, poiché la memoria deve essere uguale per tutti.

Ken Loach, cortometraggio dal film 11 settembre 2001

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“Disordine disciplinato” 16 – Mediterraneo

Posted by sdrammaturgo su 10 settembre 2007

Insondabile è il mistero del Mediterraneo. Sulle coste brulle o tra i pini a picco sulle acque dalla quiete turbolenta si respira un tempo diverso da quello geologico: sono le ere mitiche che scolpiscono le rocce ed imprimono il fluire degli istanti nella terra.
La sabbia e gli scogli, la salsedine e le onde, sembrano riposare lì da sempre, vivere di vita propria, abisso di enigmi per se stesso eppure posto alla mercé dell’umana indagine, ricerca destinata allo scorno ed alla beatitudine della fascinazione; è l’eternità che si riverbera negli anfratti marini, laddove non pare esserci traccia alcuna del freddo susseguirsi dei moti tettonici di erosione e mutamente fisico. Tutto ciò che c’è,
è.
Il Mediterraneo, abisso ed arcipelago, specchio del meriggio e culla del vespro, sfugge alla volontà analitica della Scienza. Esso appartiene ad una categoria altra. Il mare solcato da navi di evi remoti, i paesaggi ora irti ora dolceamari, spalancano uno scenario di duro incanto, impermeabile agli accidenti del tempo che scorre e però attraversato e segnato dalla mano dell’uomo.
Il Mediterraneo è il territorio del Mito, trasfigurato nell’intreccio di Storia e Natura: Natura primigenia che trasuda Storia e Storia illuminata dal contatto con la purezza della Natura.
I ricordi di battaglie, di pellegrinaggi, di fermenti, scoperte, conquiste, sono inghiottiti dalle profondità azzurre. Tutto è passato in uno sterminato presente.
Il sole che picchia, il vento che batte, oppure la notte inclemente, o ancora l’aurora silente: il Mediterraneo parla attraverso il tramestio del mutismo ancestrale. Come di fronte ad uno sconfinato altare di un dio che si annida nelle cose, religiosamente, e magicamente, si tace. Mormora lo Scirocco, oppure sussurra il Maestrale, brontolano i flutti esperti, magari gli arbusti friniscono: la voce del Mediterraneo ne rivela l’essenza, giammai intelligibile, chiara allo sguardo e buia al pensiero, sempre e per sempre ascosa nel tutto.
L’anima del Mediterraneo è una ciclicità petrosa.


Stilistica

Metro novenario. L’assenza di rima ed il periodare breve conferiscono al componimento un ritmo serrato, immagine “prosodica” di spazi irti e foriera di laconicità, che si snoda in una musicalità quasi liquida generante insieme contrasto ed armonia.
Frequenti allitterazioni “lucreziane”, ovvero atte ad evocare il fenomeno naturale suggerito dal verso.

Le onde contano i passi
che recano orme d’istanti
bevuti da spruzzi di sale.
Precipitano all’orizzonte
i dubbi e le esitazioni.
Laggiù l’orizzonte precipita.
L’aria squassata di quiete
snocciola in tenue respiro
il canto del Sempre e del Dopo.
S’involtola il vento e arroventa
le acque di brezza e burrasca.
Il Tempo s’avvampa in bonaccia.
Risale le coste scoscese
l’odore di alghe arenate.
Varchiamo il pertugio dell’Ora
e non c’abbandona e permane
l’aroma di nulla e pienezza,
quell’eco di sole e d’arcano.

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“La vita può essere meglio di così” 12

Posted by sdrammaturgo su 3 settembre 2007

O anche di così

Tifoseria cristiana

Ma soprattutto di così

Le Vibrazioni

Un appunto

Tralasciando Le Vibrazioni che si atteggiavano a rockettari dannati di fronte ad una folla di boy scout; tralasciando la fusione tra tifo da stadio e fede religiosa (i due massimi orrori concepibili che si uniscono); tralasciando la diretta su Rai Uno in cui si ostentava una gioia di vivere ebete mentre si demonizzavano il piacere e la libera ricerca; tralasciando insomma i particolari più macroscopici di queste Woodstock della barbarie, c’è un aspetto che – se possibile – mi turba maggiormente: nel Santuario di Loreto è conservata quella che dicono essere la Santa Casa di Nazareth, “dove, secondo la tradizione, la Vergine Maria nacque e visse e dove ricevette l’annuncio della nascita miracolosa di Gesù; secondo la tradizione cattolica, quando Nazareth, dove la Santa Casa si trovava, stava per essere conquistata nuovamente dai musulmani, che nel 1291 cacciarono via definitivamente i cristiani da Gerusalemme, un gruppo di angeli prese la Casa e la portò in volo fino a Loreto, transitando dapprima a Tersatto in Croazia e poi, essendo preda molto spesso di ladri oltre che di pellegrini, giunse nelle Marche arrivando a Loreto in più tappe (per questo motivo la Madonna di Loreto è venerata come Patrona degli aviatori) – ma “in realtà, alcuni studi e dei documenti ritrovati hanno confermato che il trasporto avvenne per mare su navi crociate”. E fin qui facciamo finta che vada tutto bene. Ora, però, il pensiero che anche un solo individuo tra i cinquecentomila capi di bestiame umano ammassati all’Agorà dei Giovani possa credere alla storia degli angioletti della SDA addetti al trasporto di materiali edili e che ci siano voluti studi e documenti per dimostrare che magari quei quattro sassi sono arrivati dalla Palestina nelle Marche in altra maniera, personalmente mi inquieta non poco – quasi quanto l’immagine qua sotto

Cristorante

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“Trova le differenze” 4

Posted by sdrammaturgo su 2 settembre 2007

Monsignor FisichellaBastardo Giallo

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