Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 11 – La tenera e sospirosa masochista

Posted by sdrammaturgo su 17 settembre 2007

Tempo fa conobbi un ragazzo. Stavo tornando dal mio solito giretto in auto alla disperata ricerca di sassi dal cavalcavia quando lo vidi in lontananza, tra la nebbia che io mi sforzavo di immaginare, poiché c’erano trentasei gradi all’ombra. Se ne stava lì, a piangere davanti ad una locandina dell’ultimo film di Leonardo Pieraccioni e compresi al volo che tutto quello che cercava era un’ustione solare. Me ne innamorai subito.
Mi accostai con la macchina, tamponandogli il femore, sicura di incontrare il suo favore. Lui gradì, mi guardò negli occhi e mi ci mise due dita dentro. La scintilla era scoccata. Quella della centralina, che facendo esplodere il serbatoio dell’automobile ci arrecò danni permanenti alla colonna vertebrale. La sera stessa andammo a festeggiare fingendoci omosessuali in una sezione di Forza Nuova.
Le giornate con lui trascorrevano avvolte in un’atmosfera magica. Avevo riscoperto il gusto di piantare chiodi martellandomi il dito, la gioia di mandare di traverso le noccioline, nonché la mia vecchia passione per il phon in bilico sulla vasca da bagno.
Facevamo sempre lunghe passeggiate sull’autostrada. Ci piaceva correre intorno al cratere dell’Etna, sventolare fogli da cento euro nei Quartieri Spagnoli, farci arrestare nei pressi di Bolzaneto.
Viaggiammo molto. Visitammo parecchi paesi a rischio tsunami e ricordo con particolare commozione quel favoloso fine settimana a Falluja.
Nel tempo libero, soffrivamo. Era stupendo: ogni giorno un nuovo infortunio, ogni sera un nuovo prurito dovuto a sempre più spassose infezioni; vivevamo in una costante sorpresa: non sapevamo mai quale spalla ci si sarebbe lussata, da quale orecchio avremmo perso l’udito, quale pitbull senza guinzaglio avremmo stuzzicato.
Io lo adoravo. Lo adoravo come si può adorare un ciccione che ti pesta il piede in autobus, come un ferro da stiro lanciato energicamente sulla tua fronte, come una zip che ti tira i peli pubici. Adoravo quella sua bocca con la quale si insultava e si diceva i morti; adoravo quei suoi alluci sempre così vicini agli spigoli del divano; adoravo quel suo principio di rachitismo che lo costringeva ad accartocciarsi ad ogni starnuto.
Neppure la febbre in sua compagnia era più la stessa cosa. Ogni lineetta si ammantava di un’aura luminosa ed il raffreddore veniva accolto dalle mie mucose con rinnovato entusiasmo.
Ed il sesso, poi…Divino. Impazzivo quando ci prendevamo le dita nella portiera; l’eccitazione saliva alle stelle non appena lo vedevo alle prese con quel frullino; la mia libidine assumeva le dimensioni ed il peso di Pavarotti da morto ogni volta che ci davamo calde dentate.
Ma un giorno tutto, improvvisamente, finì. Stavamo troppo bene insieme. Era ora di darci un taglio. Ci segammo l’ultimo pollice, poi ci dicemmo addio. Non coronammo mai il nostro sogno di tumore. Le mie ghiandole ne patirono, tornate com’erano ad un’oscena regolarità. E pensare che fino a poco prima mi bastava un frutto un po’ più maturo per avere in dono dal destino una struggente scarica di diarrea!
Gli altri non possono capire. Gli altri hanno il loro triste materasso senza acari, il loro miserabile impianto a metano senza perdite, la loro squallida assistenza sanitaria gratuita.
Noi…noi eravamo diversi. Noi siamo diversi. Avevamo i nostri sgambetti sui letti da fachiro, le nostre sciatiche, i nostri aerosol all’alito di barbone di Termini.
Ripenso alle sue mani tremanti per via di quell’adorabile parkinson indotto, alla sua aorta occlusa, al suo rene mal funzionante. Quando prendo la scossa con le lucette dell’albero di Natale mi sembra di sentire ancora la sua voce che implora quel luogotenente di Augusto Pinochet di non smettere mai.
Ho saputo che ora si è fatto assumere come esca da safari. Ha conosciuto alcune parti di cadavere di una collega sbranata da un leone ed ora sono fidanzati. Hanno avuto due aborti, sono molto felici.
La mia vita, invece, nonostante io remi contro, continua ad andare avanti.
Lui mi manca. Faccio di tutto per distrarmi: sono diventata un arbitro di calcio, ma quei cori di vaffanculo allo stadio non mi bastano; neppure ricevere sòle da cartomanti su Rete Oro mi appaga più.
Ora, mi lascio cullare dai rutti di questi camionisti mentre mi stuprano in gruppo all’Autogrill.
Quanto all’amore, aspetto che il mio Romeo si arrampichi da un momento all’altro sul mio balcone, ma abito al piano terra.

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2 Risposte to ““Diario simulato” 11 – La tenera e sospirosa masochista”

  1. Wonderfully well executed post

  2. Thankfully some bloggers can still write. Thank you for this blog post…

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