Beati i poveri, perché moriranno prima

Bifolchi ad Alta Velocità

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2007

Tempo fa pubblicai questo scritto. Molti rimasero sbigottiti, molti altri increduli di fronte allo struggente amarcord della mia prima giovinezza trascorsa nella provincia rurale della Tuscia.
Lo so, sono ben cosciente del fatto che per chi sia cresciuto negli agi della città risulti difficile comprendere certe dinamiche socio-esistenziali caratteristiche dei territori ai margini della civiltà.
Nelle selvagge lande dell’Alto Lazio, la vita è una sfida continua alla capacità di sopravvivenza dell’uomo. Si vive all’estremo, tutto viene spinto al massimo; si sta sempre sul crinale dell’abisso, sul filo dello sganassone.

Ricordo bene la mia infanzia e la mia adolescenza: misere creature eravamo noialtri che ci ritraevamo vigliaccamente dalla quotidiana battaglia per la supremazia nella mandria di ominidi ruspanti preferendo la squallida comodità dei libri e del rock al perfezionamento della forza bruta e dell’abilità motociclistica.
Già, la rispettabilità andava guadagnata sul campo, e per campo intendo risse e motorini.
I veri eroi erano coloro i quali potevano vantare un vasto curriculum di pestaggi con esito trionfale ed ineguagliabili conoscenze, competenze e capacità in ambito motoristico.
A loro spettava il ruolo di Guardiani del Senso Comune, per conservare il quale punivano severamente il peccato di ubris: fare lo sveltone costava caro, molto caro. Bastava un adesivo troppo sgargiante sulla bicicletta che non incontrasse il favore della Commissione dei Bulli per poter dire addio al proprio tanto amato mezzo di trasporto.
C’erano ferree regole non scritte e per qualsiasi cosa serviva il tacito consenso dall’alto.
E chi eri tu, con quel misero motorino dalle prestazioni scadenti, con quei modi da signorino, con quel fisico gracile, per opporti ai giganti delle due ruote, ai re del destro in bocca, agli dei del carburatore e della capocciata?!

Sì, bisogna essere adatti alle condizioni di vita estrema del paese.
Tutto avviene in un lampo e per cavalcare un fulmine bisogna essere svelti come una saetta: bisogna essere un Saettone.
E’ quando Dylan McKay ed Albano Carrisi entrano nell’Homo di Neanderthal e tutti e tre vanno alla Sagra della Ventresca che nasce il Saettone.
Per lui la boccata sciacquadenti è un credo, la modifica al motorino uno stile di vita, la piega in curva una metafora del proprio essere, Malossi e Polini i veri marchi del Potere.
Se la vita è un brivido che vola ed è tutto un equilibrio sopra la follia, se I’m blue da ba dee da ba die, se la fica è fica e non è ortica, il Saettone salta in sella al suo Booster con marmitta rigorosamente a corto e via, sfreccia verso orizzonti di gloria, verso autostrade per l’inferno, verso nuovi campi da zappare, nuovi fagioli con spuntature del maiale da divorare.
Egli si nutre di rapidità così come si ciba di porchetta; egli non teme rivali, giacché non conosce il significato della parola rivale; se egli sente parlare di rivalità, pesta chi ha proferito quel termine, perché potrebbe essere un lemma offensivo e non si sa mai.
Il vento è suo fratello, la strada sua sorella, Gigi il Carrozziere suo zio.
Ogni sua impennata è una tempesta che malmena i secoli e le ere; ogni cuo ceffone è appunto un ceffone che gonfia di legnate uno sventurato che ha osato guardare male.

Ed io, come potevo competere io con questa forza della natura, con questo corsaro dei tornanti, con questo terrorista della grammatica?!
Se non ci fossimo incontrati io e lui in quella Guantamano campagnola chiamata Liceo Classico “Leonardo da Vinci” di Montefiascone, saremmo stati entrambi due ragazzi molto soli, poiché mentre noi, poveri, vili, miserabili inetti, sognavamo Che Guevara e Kurt Cobain, il Saettone si abbatteva come un uragano sul Tempo e sullo Spazio, li dominava a suon di sgassate e sganassoni, imponeva il proprio possente Io sulla Storia e sulla Natura.

Ma le parole non bastano a rendere l’idea del titanico splendore del Saettone: servono le immagini.
Ecco, mentre io e lui strimpellavamo “Polly” su una chitarra scordata, il Saettone faceva questo

 

A te appartiene l’eternità, o Bifolco ad Alta Velocità!

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Una Risposta to “Bifolchi ad Alta Velocità”

  1. […] narrazioni di vita vissuta mio malgrado nel mio amaro paese d’origine (ad esempio qui, qui e qui). Mi accorgo però che sono sempre state memorie redatte più sul trasporto della commozione che […]

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