Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 5 – Il “Lei”

Posted by sdrammaturgo su 30 ottobre 2007

Il Male non solo lo ingurgitiamo, lo respiriamo, lo indossiamo, lo calpestiamo: addirittura lo pronunciamo. Dire il Male è una pratica più diffusa di quanto pensiamo. Anzi, inevitabile e quotidiana. Ogni giorno noi proferiamo il suono del Male, ne scriviamo le lettere specchio della sua essenza, lo ripetiamo continuamente e costantemente. Ne abbiamo talmente interiorizzato l’uso da non accorgerci più della sua presenza fissa nelle nostre bocche. E nella sua forma linguistico-verbale il Male si presenta sotto le temibili spoglie del “Lei”.
Sì, il “Lei”, la formula di cortesia della terza persona femminile singolare, uno dei picchi massimi, insuperati ed insuperabili del terrificante formalismo borghese, che nel “Lei” si rivela in tutta la sua potente, possente e veemente assurdità.
“Alle persone più grandi od agli sconosciuti va dato del “Lei”, se no non sta bene” “Sì, ma perché?” “Eh, se no è maleducazione” “Ok, ma perché?” “E’ una mancanza di rispetto” “Va bene, ma perché?”. E’ sempre la domanda “perché” la chiave per penetrare i misteri del Ridicolo e palesarne l’idiozia. Ciò che viene fatto senza motivi validi, è ben vacua e misera cosa.
Ricordo quando al liceo mi dissero che venire a scuola in pantaloncini corti era una grave mancanza di rispetto nei confronti dei compagni e dei professori. Da quella volta mi sono sempre interrogato su cosa avessero di offensivo le mie ginocchia. Probabilmente la mia fronte è una gran bastarda, ma io non lo so. Era giugno, era caldissimo. La logica mi aveva suggerito di vestirmi leggero per non patire le vampe inclementi dell’estate che si era imposta con un sole micidiale. Compresi presto che non è la ragione a guidare la vita sociale dell’essere umano e a farti fare bella figura. Quell’esperienza mi segnò nel profondo. Iniziò un periodo di intense riflessioni sui concetti di rispetto per il prossimo, buonsenso ed etichetta, antipatia dei miei gomiti. Pian piano cominciai a collegare, imparai ad individuare relazioni tra comportamenti, a racchiudere nello stesso insieme atteggiamenti di natura solo in apparenza differenti, ma invero del tutto affini, se non perfettamente identici. Dalla sconvenienza attribuita ai miei calzoni corti passai alla regola dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante e da lì arrivai alla Lex Legum, alla Formalitas Formalitatium, alla Cazzata Cazzatarum: il “Lei”.
Analizzando approfonditamente la questione del “Lei”, ottenni le risposte che cercavo sul divario conflittuale tra raziocinio e protocollo. Il primo termine ne usciva pesantemente sconfitto. Mi apparve subito chiaro che nulla di logico poteva esserci nell’etichetta. Si trattava dunque di operare una scelta cruciale: optare per le buone maniere o per l’intelligenza.
Già, non c’è scampo: poiché dove sta la logica nel “Lei”?
In questa pratica di buona creanza è contenuta tutta la stupidità del formalismo borghese.
Il formalismo non è solo sciocco, ma anche dannoso e diseducativo. Esso non fa infatti che creare confusione su cosa significhi realmente “mancare di rispetto” ed insegna non già il rispetto sincero per il prossimo, bensì un suo squallido ed insensato surrogato chiamato bon ton.
Dove sta la mancanza di rispetto nel comunicare con il proprio interlocutore con la seconda persona singolare?! Anche perché: se parliamo io e te, io sono prima persona singolare (giacché sono da solo e parlo a nome mio) e tu seconda; bene: qualcuno può spiegarmi dove cazzo se trova ‘sta ricazzo de terza persona?! Io parlo con te e mi riferisco linguisticamente e grammaticalmente ad un altro! Anzi, ad un’altra, dal momento che ci vuole pure rigorosamente il femminile! Ecco: il galateo pretende non soltanto che ci si rivolga ad una seconda persona come se ci fosse una fantomatica terza alle sue spalle, ma perfino che questo spettro sia donna!
“Guardi, va bene darmi dello stronzo, ma trattarmi da seconda persona e per giunta maschile proprio no!”
“Scusami, tu per caso…” “Ma come si permette?!” “Vada a fare in culo” “Oh, così va meglio”.
Vogliamo accettare il fatto che ci siano convenzioni stabilite da chissà chi che ci ammorbano l’esistenza, infarciscono la comunicazione e lo scambio umano di sovrastrutture insane ed irrazionali, rendono più complessa la convivenza, consegnano alle buone maniere ciò che tolgono al benessere ed alla naturalezza spensierata delle relazioni? Bene, allora da oggi in poi pretendo che mi si dia dell’“Io”. Perché che è questa maleducazione di darmi della terza persona?! E poi chiamare in causa terzi, proprio non sta bene! E’ da gran maleducati. Da oggi in poi esigo che mi si dica: “Prego, mi accomodo. Gradisco qualcosa da bere?”. Sì, molto meglio un umile “Io”, che denota garbo, modestia, riflessività ed ha anche un sentore di piacevole sottomissione che non guasta mai.
Personalmente, ogniqualvolta mi sento rivolgere un disarmante “Lei”, non riesco a fare a meno di chiedermi: “Lei chi?” e mi viene di guardarmi dietro ed intorno. Peraltro, incalzare il proprio urbanissimo interlocutore con la domanda: “Lei chi?” è un ottimo test per smascherare l’imbecille pochezza di tal costume: “Non è che lei…” “Lei chi?” “Lei lei” “Lei io?” “Sì, lei lei” “Ah, allora lei un’altra?” “Hem…”. La laconicità assicurata del malcapitato sarà un segnale chiaro della bestialità costituita dal “Lei” e getterà l’altrui persona in uno sconfortante ma costruttivo dubbio che la costringerà anche solo per un attimo ad interrogarsi sulle sue radicate inutili certezze.
Sarà una domanda che vi seppellirà.

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