Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for dicembre 2007

“Diario simulato” 14 – Bar Poets Society

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2007

Ci sono momenti nella vita di un uomo che restano indelebilmente impressi nella carne: una cinghiata sui reni, una chiodata del dodici, uno sganassone dato da un energumeno con le emorroidi; periodi impossibili da dimenticare – come quella volta che rimasi chiuso per sette giorni in una cella frigorifera con cinque ottuagenarie ninfomani.
E nella mia memoria resterà per sempre vivo il ricordo degli anni nella Bar Poets Society, almeno fino a quando l’Alzheimer non mi avrà dato il colpo di grazia.
Erano quelli tempi di grandi fermenti culturali. O comunque tali mi apparivano da dentro all’autofficina.
L’Esistenzialismo era al tramonto, il Gruppo ’63 aveva perso la sua spinta propulsiva, a mio nonno non tirava più da un pezzo.
Si respirava aria di catastrofe, specie quando il Loffio ne sganciava una delle sue.
A noi giovani di bombabili speranze risultava chiara la necessità di una rifondazione del pensiero speculativo, di una radicale rivoluzione artistico-filosofica. Tanto non si batteva un chiodo.
E’ dunque in questa temperie culturale che si colloca la nascita della Bar Poets Society.
Noi esponenti del nucleo originario cominciammo a frequentarci al Café de François, meglio noto come Baretto de Cecco. Ci riunivamo ogni giorno per discutere di filologia, metafisica, retorica, stilistica, fregna. L’altare del nostro cenacolo era il tavolo grande intarsiato vicino al finestrone, attraverso cui il nostro sguardo poteva indugiare sulla frenesia del mondo moderno che brulicava all’esterno e sui culi delle passanti.
Nei primi tempi il nostro mentore fu niente poco di meno che il sommo poeta uzbeko Tepiass Encorpo, spentosi qualche mese fa. Inizialmente lo si vedeva di rado tra i tavoli del Café, ma cominciò a venire quotidianamente dopo che fu assunto.
Benché presto si andarono formando due distinte ed inconciliabili correnti di pensiero in seguito ad una frattura insanabile apertasi tra una parte di noi e lui ed i suoi più stretti seguaci sulla questione se nell’amatriciana ci stia meglio la pancetta od il guanciale, io – come tutti gli altri – devo moltissimo ai suoi insegnamenti. E’ dalle sue massime che ho appreso l’alto valore dell’ottimismo (“Tutto passa, anche il 37 barrato”), imparando al contempo a covare un costruttivo e salvifico dubbio metodico (“Non dobbiamo temere la morte. Io comunque mi gratto le palle”).
E’ sulla scorta dell’attenzione che Encorpo prestava alle vite dei grandi della letteratura, spiandoli con il binocolo, che Guarrasio Flanagan Callaghan Giuseppetti – uno dei fondatori della Bar Poets Society – redasse il discusso testo biografico che andava ad indagare sull’intimità di Gabriele D’Annunzio, con un interesse profondo ed accurato per i momenti massimamente privati e sulla fisiologia del poeta come specchio della sua burrascosa esistenza. Titolo dell’opera: “Il Vate sul Water”.
Alla classicità ed all’epos omerico erano invece rivolti gli studi di Edoardo De Burris De Falcettis De Is, le cui ricerche erano volte a dimostrare come l’Odissea non sia in fondo che un puttan-tour ad ostacoli.
Carlo De Bellis, il sociologo ed antropologo del movimento, fu tanto brillante quanto sfortunato. Rampollo di un’antica famiglia nobile decaduta, si sentì sempre in uno stato di minorità rispetto ad Edoardo, essendo rimasto con un solo De in seguito alla perdita delle fortune avite. Riuscì con fatica a comprarsi un appartamento al piano terra in centro, ma, quando gli si fulminò una lampadina, gli saccheggiarono la casa. Dopo questo evento prese ad occuparsi dei fenomeni di isteria collettiva letti attraverso la legge delle reazioni a catena ed il suo lavoro culminò nel testo: “Se una farfalla batte le sue ali in Asia, a mio nonno si ingolfa il trattore a Piacenza ed i rumeni gli svuotano la cascina”.
Maturando via via una crescente misantropia, lasciò in eredità il testo fondamentale del pensiero contemporaneo: “Come utilizzare la blasfemia per scoraggiare i tuoi vicini dall’invitarti a giocare a scala quaranta”, prima di morire di colera giovane. Giovane lui: il colera era piuttosto maturo.
Ma il nome più illustre della Bar Poets Society resta senz’altro Cencio Sguappa, nonostante il nome.
Per lui non servono presentazioni, tanto nessuno lo conosce ed a nessuno frega niente.
Cencio si rivelò fin da subito lo scrittore più talentuoso tra noi, il più ispirato, il più colto. Ed aveva pure il pollice verde.
Vero artista della parola, scolpì versi memorabili quali: “La tua bocca è come il Mar Tirreno: maleodorante e piena di alghe”, contenuto nella sua opera prima “Utero a metano”.
Il suo fu un esordio folgorante, a cui seguì la pubblicazione della raccolta “Poesie erotiche ad una ragazza non consenziente”, che andrà a costituire la famosa “Trilogia del Cefalo in Amore” insieme ai successivi “Se non puzzo, perché mi trombi in apnea?” e “Va bene che ti sei innamorata del mio cervello, ma devi per forza trascurare così il mio cazzo?”.
Il suo libro più struggente rimane però il romanzo autobiografico che narra gli affanni della sua vecchiaia, “Le Cronache dell’Ernia”.
E’ stato bello vivere in prima persona quella gloriosa stagione. Grazie alla Bar Poest Society ho avuto la possibilità di conoscere alcuni tra i personaggi più importanti del Novecento: Gabriel Garcia Marquez, Claude Lévi-Strauss, Ingeborg Bachmann, Nicola Berti.
E ricordo bene il mio incontro con Borges. Si accomodò e mi disse: “All’aeroporto, per favore”.
Non mi fece tenere il resto: un po’ la storia della mia vita.

 

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Non esiste uno smacchiatore per la coscienza

Posted by sdrammaturgo su 24 dicembre 2007

Ricordati sempre che

Macellaio

Lui è l’esecutore materiale

Francesco Amadori

Lui è il mandante interno

Carnivori

Ma TU sei il mandante esterno

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Il Dispensatore di Verità

Posted by sdrammaturgo su 22 dicembre 2007

Il S.U.V. è un test di intelligenza: se lo compri, sei stupido.

Se ti reputi intelligente e credi in dio, ti sbagli su una delle due cose.

Ogni volta che un magistrato arriva a toccare i politici, subito le lobby dei poteri forti cercano di screditarlo, tacciandolo di protagonismo, scorrettezza e quant’altro. E’ storia nota, una storia che si ripete sempre uguale: Terranova, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino, Palermo, Borrelli, Colombo, Boccassini, eccetera eccetera eccetera. Dunque se ancora cadi nella trappola ordita dalla casta, o sei un coglione o sei in malafede.

De Magistris e la Forleo sono due animi nobili. Mastella e D’Alema due metastasi di un cancro civile.

Quando vengono pubblicate delle intercettazioni telefoniche in cui emergono fatti gravissimi riguardanti un potente, se ti scandalizza la presunta violazione della privacy invece del contenuto delle conversazioni, fai schifo e devi perire.

L’inconveniente della pecora è che in assenza di specchio ti perdi le espressioni del viso. Sovente però l’assenza di specchio ti evita di sapere la tremenda verità.

Se sei fidanzata con un ignobile pezzo di merda che ti sottomette e magari ti picchia pure e continui a starci insieme invece di lasciarlo e denunciarlo “perché io lo amo”, meriti ogni singolo sganassone che ti arriverà dal bruto che ti sei scelta come compagno per la vita. L’amore non è una giustificazione e l’amore verso una persona brutale non è mai comprensibile né accettabile, tantomeno giustificabile. Ninetta Bagarella non è un buon esempio da seguire.
Le suffragette e le coraggiose esponenti del movimento femminista non si sono fatte sparare addosso dall’esercito affinché tu potessi fare la serva vessata di un bifolco. Se non ti importa della tua dignità, pensa almeno alle donne che hanno dato la vita per la parità dei diritti, per l’indipendenza e per la liberazione sessuale. E vergognati un po’, anche.

Se non hai ancora capito la differenza tra Partito Democratico e Forza Italia, sappi che siamo almeno in due.

Sopra il ponte di Baracca c’è Mimì che fa la cacca e sotto un barbone che si prende gli stronzi addosso.

Non si sono mai visti trentatré trentini che entrano a Trento tutti e trentatré trotterellando.

La capra sopra la panca è decisamente più fortunata della capra sotto la panca.

Il capitalismo è la riproposizione della legge della giungla – ovvero la legge del più forte – con l’aggiunta della tecnica. La preda, invece di essere divorata, viene assunta.

Quando sono privo di ispirazione, mi produco in post astiosi.

Le battute sulle canne non fanno ridere.

Lavorare fa schifo.

Se mandi tuo figlio a catechismo, non lamentarti se torna a casa con qualche nozione di troppo sul coito anale.

Dato un gruppo di ragazze, la più brutta sarà anche inevitabilmente la più stupida (cit.).

Il Consiglio Superiore della Magistratura è una masnada di farabutti politicamente manovrati tra cui talvolta spunta qualche grande uomo.

Andreotti e Berlusconi sono colpevoli di ogni capo d’imputazione a loro ascritto.

I fascisti hanno delle grane irrisolte con la propria virilità.

Se ancora credi che una decina di musulmani invasati abbiano preso possesso di tre aerei dirottandoli non visti e precipitando sui punti più sorvegliati al mondo senza aiuti governativi, o sei un ragazzino, o sei cretino, o hai un interesse personale nel berti certe cazzate.

Chi parla di dietrologia o teoria del complotto non fa che gettare subdolamente fango su quella che è al contrario una realtà palese, cristallina, quantomai nitida. Un esempio su tutti: non c’è bisogno di parlare di complotto a proposito delle stragi negli Anni di Piombo, giacché è fin troppo facile capire come la strategia della tensione tornasse comoda agli incroci ed agli intrecci che si erano creati tra poteri politici ed economici. C’è tutt’altro che dietrologia nella comprensione dei modi con cui la classe dominante si prodiga per conservare ed espandere il proprio potere.

Jessica Alba sarebbe considerata una fica spaziale anche su un altro pianeta.

Le pellicce, al di là di questioni etiche ed animaliste, sono veramente brutte.

Se questo scritto ha urtato la tua suscettibilità, hai la coda di paglia.

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Le centouno cose più ridicole concepibili

Posted by sdrammaturgo su 18 dicembre 2007

101 – Un rospo con un groppo in gola che deve ingoiare amaro

 

100 – Un monco che fa l’autostop con l’alluce

 

99 – Il musical

98 – La Libreria dell’Automobile

 

97 – Una monografia sulle betoniere

 

96 – Tiberio Timperi e Fabrizio Frizzi che cantano “E la vita l’è bela” di Cochi e Renato

 

95 – Tozzi canta Masini

 

94 – Masini canta Tozzi

 

93 – Manuela Villa canta Masini e Tozzi

 

92 – Una sirena con la raucedine

 

91 – La Sirenetta ingroppata da Giancarlo Magalli, che non riesce a trovare il buco

 

90 – Giancarlo Magalli che tenta di ingroppare la statua della Sirenetta di Copenaghen

 

89 – Una favola di Hans Christian Andersen su Giancarlo Magalli

 

88 – Giancarlo Magalli

 

87 – Un camorrista con la erre moscia

 

86 – Il Discobolo con la Diarrea

 

85 – Un ingegnere mascherato da Robocop che balla la salsa

 

84 – Un ingegnere

 

83 – Un sessantanove tra due gobbi

 

82 – Tullio De Mauro rimproverato dal mio barbiere per aver sbagliato un congiuntivo

 

81 – Justin Timberlake che canta in playback un’aria di Puccini

 

80 – Un rave di non vedenti

 

79 – Un pipparolo con un letto a due piazze

 

78 – Un pompino con il torcicollo

 

77 – Un porno con attori impotenti

 

76 – Il remake di “Zabriskie Point” girato da Carlo Vanzina

 

75 – Dichiarare una scoreggia e poi fallirla

 

74 – Un microdotato che tenta di fare l’elicottero sotto la doccia

 

73 – Una suora baffuta spogliarellista

 

72 – Un balbuziente appassionato di scioglilingua

 

71 – Un barbone con la puzza sotto il naso

 

70 – Calarsi le braghe per essere licenziato

 

69 – Una ninfomane monogama

 

68 – Un banchiere sensibile

 

67 – Mettersi le dita nel naso mentre lei ti sta baciando

 

66 – Un malato di Alzheimer che si dimentica di avere anche il Parkinson e si rovescia sempre il caffè addosso

 

65 – Essere menati dal can per l’aia

 

64 – Aristofane che scrive la sceneggiatura di “Natale in Attica”

 

63 – Il piccolo Tommaso che dà una badilata a Bruno Vespa

 

62 – Gasparri ministro

 

61 – Gasparri

 

60 – Il torneo di calcetto tra gli dei dell’Olimpo

 

59 – Barare a Forza Quattro

 

58 – Il Festival del Cinema di Frosinone

 

57 – Frosinone

 

56 – Un tappo pelato panzone narcisista

 

55 – Una lettera d’amore scritta ad un analfabeta

 

54 – Una lettera d’amore scritta ad un ingegnere

 

53 – Un ragioniere fiero del proprio lavoro

 

52 – Un muto logorroico

 

51 – Don Bosco con una chiazza sospetta sulla patta

 

50 – George W. Bush che scrive sul diario segreto

 

49 – Dick Cheney che legge di nascosto il diario segreto di Bush

 

48 – Alessandro Magno che perde a Risiko

 

47 – Un elenco delle cento cose più ridicole concepibili

 

46 – Il Dottor Spock che sfotte uno con le orecchie a sventola

 

45 – Il bue e l’asinello con l’alito cattivo

 

44 – Far mettere il burqa ad un pezzo di fica

 

43 – Il raffreddore ai tempi del colera

 

42 – Avere il colera e non battere un chiodo

 

41 – La Befana indagata per falso in bilancio

 

40 – Un sodomita con le emorroidi

 

39 – Giuliano Ferrara in tutù

 

38 – Rosy Bindi favorevole all’eugenetica

 

37 – Mara Carfagna deputato

 

36 – Andreotti innocente

 

35 – Putin con la coscienza pulita

 

34 – Lo Stato di Israele che si impegna per la pace

 

33 – Un imprenditore sinceramente convinto di pagare gli operai con un salario adeguato

 

32 – Romano Prodi vestito da Zorro

 

31 – Hugh Hefner annoiato e insoddisfatto

 

30 – Gigi D’Agostino che fa una serata al Centro Anziani

 

29 – Mia nonna che balla la break dance

 

28 – Io che ballo la break dance

 

27 – Un gallo dormiglione

 

26 – I re magi che chiedono informazioni

 

25 – La psicanalisi freudiana applicata ad una mucca pazza

 

24 – Shiva che tocca otto culi contemporaneamente

 

23 – Un autista dell’ATAC in smoking che fa il baciamano e parla francese

 

22 – Una cubista che suona il triangolo

 

21 – Un ottuagenario che dopo aver parlato con un roveto ardente decide che bisogna alzarsi presto la domenica mattina per andare a Messa ed è vietato farsi le pippe

 

20 – Chi si alza presto la domenica mattina per andare a Messa e considera peccato farsi le pippe perché glielo ha detto un ottuagenario che sostiene di aver parlato con un roveto ardente

 

19 – Un roveto ardente che dice cazzate

 

18 – Gli Inti Illimani che si fanno quattro risate

 

17 – L’elettorato di Veltroni

 

16 – Veltroni

 

15 – Saddam Hussein vestito da Babbo Natale

 

14 – Babbo Natale leader di Baath

 

13 – Una pecora a pecora

 

12 – S.Giuseppe che scopre la Madonna a letto con lo Spirito Santo

 

11 – Lo Spirito Santo che scopre la Madonna a letto con l’idraulico

 

10 – Madre Teresa di Calcutta su Pornotube

 

9 – I puffi che giocano a pallacanestro nelle stimmate di Padre Pio

 

8 – Padre Pio

 

7 – Un capellone palestinese vergine che cammina sulle acque

 

6 – La Madonna con i guanti da portiere che si tuffa a parare il proiettile di Ali Agca

 

5 – Un vecchietto vestito di bianco che ti dice di non trombare perché così facendo, dopo morto, potrai diventare un satellite che gira intorno al dominatore dell’universo

 

4 – Dare ascolto a quel vecchietto

 

3 – Uno che crede in dio

 

2 – La religione

 

1 – Un culturista con la cuffia

 

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“Diario simulato” 13 – Se fossi una rockstar

Posted by sdrammaturgo su 1 dicembre 2007

La rivista Agricoltura Mancata mi chiede di ripercorrere le tappe che mi hanno portato al successo nel campo della musica e degli infissi in alluminio. Lo faccio volentieri per due motivi: primo, perché è una bella occasione per immergermi in piacevoli ricordi; secondo, perché mi preme smentire le malelingue secondo cui arrotonderei spalando merda di vacche in allevamenti clandestini. Questa è una grande falsità: sono pecore.
Ma cominciamo dall’inizio, altrimenti devo pagare i diritti a Quentin Tarantino.
La mia passione per il canto risale all’infanzia: bambino prodigio, come Mozart compose la sua prima sonata a quattro anni, così io intonai a cinque il mio primo Nel blu dipinto di blu sotto la doccia. E non si era mai visto fino ad allora un bambino di cinque anni fare la doccia senza tappetino anti-scivolo. Mia madre rimase sbigottita nell’udire i miei acuti portentosi e notando come fossi riuscito a conservare l’equilibrio nonostante avessi cagato nella doccia.
Crescendo cominciai ad interessarmi alla musica d’autore, poiché quella autogenerantesi non mi aveva mai fatto impazzire.
Poi un giorno scoprii il rock. Devo tutto al mio barbiere. Già, fu lui a spalancarmi quest’orizzonte nuovo ed inebriante, allorché mi illuminò dicendomi: “’Sti rockettari s’ingroppano le mejo fiche”. Decisi che quella sarebbe stata la mia strada, anche perché sulla Salaria ormai me le ero fatte tutte e ci avevo speso tutti i miei risparmi.
Mi prodigai dunque subito a formare il mio gruppo. Misi annunci in tutti i cessi degli autogrill della zona ed il primo componente che trovai fu il batterista. Nando Sparagnozzi, qualche precedente penale per boccata sciacquadenti, era l’ideale per il sound duro che avevo in mente di realizzare con la mia band. Era un tipo così violento che al posto della vaselina usava la segatura. Picchiava le percussioni come se fossero state degli sfigati in discoteca. Prima di ogni pezzo fissava il rullante e gli diceva: “Che c’hai qualche problema?”.
Fu la volta quindi del bassista, Ciro Cirò. Quando venne a fare il provino, sembrò piuttosto stralunato nel momento in cui si vide mettere in mano il basso. Si guardò intorno smarrito, non sapeva proprio cosa fare con lo strumento. La cosa mi spiazzò non poco, ma poi compresi: era un tassista che aveva letto male l’annuncio. L’intesa tra noi però apparve subito così buona che non potei non prenderlo a bordo. E poi un autista esperto e navigato mi sarebbe tornato utile in tournée.
Ma l’incontro che mi cambiò la vita fu quello con lui, l’uomo che si sarebbe presto rivelato il mio complemento creativo perfetto, il mio lato oscuro, il cerchione della mia vita pneumatica: Bruce Jenkins, detto Gigetto, o viceversa.
Gigetto era un ragazzo povero. Molto povero. Poverissimo. Proveniva da una famiglia così povera da non potersi permettere la formula eufemistica “non abbiente”. Faticava ad arrivare alla fine del mese, un po’ per le malattie dovute alla malnutrizione, un po’ a causa dei sicari che gli stavano alle calcagna a titolo di allenamento, un po’ perché, non avendo potuto studiare a causa della sua indigenza, non sapeva contare neanche fino a ventotto. Eppure era un chitarrista molto dotato, talentuoso ed originale. Però ai suoi assoli mancava sempre qualcosa: la chitarra.
Fece qualche sacrificio (umano. E per sfizio) ed infine riuscì a comprarsi una Fender di trecentonovemilasettecentosessantaquattresima mano – appartenuta al lustrascarpe del bisnipote della sguattera dello spazzacamino di un ragioniere vissuto al tempo di Enrico VIII – vendendo il suo corpo. La presenza della chitarra si rivelò piuttosto inutile in assenza di un corpo con il quale suonarla, ma dopo aver recuperato il corpo di Bruce (facemmo un affare con il compratore: noi ci prendevamo il corpo ed a lui restava l’anima. Lo fregammo ben benino, quel tale Mefistofele o come diavolo si chiamava), tutto si risolse per il meglio.
Il gruppo era dunque completo. Non mancava che il nome. Avevamo bisogno di un nome breve ma potente, di forte impatto ma nel quale molta gente avesse potuto riconoscersi, semplice ma che rappresentasse qualcosa di grande, una meta ideale, un luogo dello spirito eppure familiare, commerciale ma di rottura, accattivante e noto al tempo stesso. Optammo allora per F.I.G.A.
Come ogni gruppo rock agli esordi che si rispetti, muovemmo i nostri primi passi provando in una cantina e, tra un’intossicazione di metanolo e qualche screzio con gli imbottigliatori, iniziammo a farci conoscere in giro. Fu il responsabile della vendemmia a proporci il primo tour della nostra carriera. Si adoperò con tutto se stesso pur di vederci fuori dal posto adibito alle barrique.
Partecipammo così ai maggiori eventi rock della frazione, presenziando inoltre alla Sagra della Patata Scondita di Corchiano nonché alla gara di minimoto sponsorizzata dal Bar Pelandroni.
Fu allora che ci venne offerto il primo vero contratto, ma rifiutammo: quel posto da netturbini a tempo determinato non faceva per noi. Ma la seconda occasione per sfondare non tardò a venire: uscimmo di strada con il nostro furgone e buttammo giù l’ingresso dell’abitazione di quello che scoprimmo essere il vicino di casa di un produttore a cui il confinante stava parecchio sul cazzo, il quale (il produttore, non il cazzo) volle ricompensarci lanciando il nostro primo disco. Prima contro il vicino, così, tanto per infierire, poi nel mondo della musica.
Il nostro primo singolo, Baby, quanto vuoi?, risultò subito il più venduto nelle campagne della periferia di Isernia ed il più trasmesso da Radio Mario Rossi tra le 4.05 e le 4.09.
Ottenemmo subito recensioni lusinghiere: “Ricordatevi le loro facce, perché le ritroverete dietro al bancone di un autogrill” (Lavoro facile); “La musica ed i testi dei F.I.G.A. ci danno una grande lezione di vita, rammentandoci che non tutto è meglio di un calcio nelle palle” (Pentagramma piatto).
Dell’album che seguì, ispirato a Jack Kerouac, On the road by an Apecross, ormai pietra miliare dei recinti di sassi per pascoli appenninici, la stampa specializzata parlò in lungo e in largo (ma mai di traverso. Mi interrogo tuttora sul perché): “Il miglior album degli ultimi cinque giorni” (L’ottimista sordo); “Un disco che permette di rivalutare il martello pneumatico degli operai che ti lavorano sotto casa” (Essere una rockstar senza farlo pesare agli altri).
La mia voce fece subito il giro del mondo, passando per i sentieri montani.
La rivista Forbes mi definì “uno degli uomini più sexy di Via Sgarruppi 34”; Beccacce che passione invece “un nuovo efficacissimo richiamo per le anatre”.
Dopo il duetto con la lapide di Pavarotti, ricordo con particolare commozione la mia collaborazione con Bob Dylan: lui suonava la chitarra, io gli verniciavo lo steccato.
Ben presto ebbi la conferma che il mio barbiere parlava con cognizione di causa: la fama ci procurò ragazze a non finire e la fame fece il resto.
Con le ragazze ero sempre stato un po’ impacciato. Ricordo ancora quando, dopo una festa, una ragazza che mi piaceva molto si offrì di darmi un passaggio; salii sulla sua macchina, lei mise un cd nell’autoradio e partì una canzone che adoravo. Così le dissi: “Ehi, abbiamo una cosa in comune: anch’io ho un’autoradio”.
Ma una volta famoso non era più necessario ingegnare sottili strategie di seduzione: erano le donne a volere che saltassi loro addosso, al fine di montare un processo per stupro e spillarmi qualche soldo.
Poi c’erano le immancabili groupie. A noi spettavano quelle che avanzavano ai Righeira. Con una di loro vissi la più importante ed intensa storia d’amore della mia vita. Era una ragazza dark, di quelle donne forti, decise, ma estremamente problematiche. Fare sesso con lei era come scopare con Giovanna D’Arco. Dopo il rogo. Scoprii che la nuova frontiera della autolesioni erano le bruciature, che ormai avevano surclassato i sorpassatissimi tagli.
Il resto è storia nota: l’alcool, la droga, gli eccessi, la perdizione. Questo almeno per quanto riguarda i Led Zeppelin. Per noi la calce, la molazza, la cazzuola.
Voglio chiudere lanciando un appello ai giovani che coltivano il sogno di vivere di musica: se trovate una sciarpa di lana bianca con i bordi neri, è la mia.

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