Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 13 – Se fossi una rockstar

Posted by sdrammaturgo su 1 dicembre 2007

La rivista Agricoltura Mancata mi chiede di ripercorrere le tappe che mi hanno portato al successo nel campo della musica e degli infissi in alluminio. Lo faccio volentieri per due motivi: primo, perché è una bella occasione per immergermi in piacevoli ricordi; secondo, perché mi preme smentire le malelingue secondo cui arrotonderei spalando merda di vacche in allevamenti clandestini. Questa è una grande falsità: sono pecore.
Ma cominciamo dall’inizio, altrimenti devo pagare i diritti a Quentin Tarantino.
La mia passione per il canto risale all’infanzia: bambino prodigio, come Mozart compose la sua prima sonata a quattro anni, così io intonai a cinque il mio primo Nel blu dipinto di blu sotto la doccia. E non si era mai visto fino ad allora un bambino di cinque anni fare la doccia senza tappetino anti-scivolo. Mia madre rimase sbigottita nell’udire i miei acuti portentosi e notando come fossi riuscito a conservare l’equilibrio nonostante avessi cagato nella doccia.
Crescendo cominciai ad interessarmi alla musica d’autore, poiché quella autogenerantesi non mi aveva mai fatto impazzire.
Poi un giorno scoprii il rock. Devo tutto al mio barbiere. Già, fu lui a spalancarmi quest’orizzonte nuovo ed inebriante, allorché mi illuminò dicendomi: “’Sti rockettari s’ingroppano le mejo fiche”. Decisi che quella sarebbe stata la mia strada, anche perché sulla Salaria ormai me le ero fatte tutte e ci avevo speso tutti i miei risparmi.
Mi prodigai dunque subito a formare il mio gruppo. Misi annunci in tutti i cessi degli autogrill della zona ed il primo componente che trovai fu il batterista. Nando Sparagnozzi, qualche precedente penale per boccata sciacquadenti, era l’ideale per il sound duro che avevo in mente di realizzare con la mia band. Era un tipo così violento che al posto della vaselina usava la segatura. Picchiava le percussioni come se fossero state degli sfigati in discoteca. Prima di ogni pezzo fissava il rullante e gli diceva: “Che c’hai qualche problema?”.
Fu la volta quindi del bassista, Ciro Cirò. Quando venne a fare il provino, sembrò piuttosto stralunato nel momento in cui si vide mettere in mano il basso. Si guardò intorno smarrito, non sapeva proprio cosa fare con lo strumento. La cosa mi spiazzò non poco, ma poi compresi: era un tassista che aveva letto male l’annuncio. L’intesa tra noi però apparve subito così buona che non potei non prenderlo a bordo. E poi un autista esperto e navigato mi sarebbe tornato utile in tournée.
Ma l’incontro che mi cambiò la vita fu quello con lui, l’uomo che si sarebbe presto rivelato il mio complemento creativo perfetto, il mio lato oscuro, il cerchione della mia vita pneumatica: Bruce Jenkins, detto Gigetto, o viceversa.
Gigetto era un ragazzo povero. Molto povero. Poverissimo. Proveniva da una famiglia così povera da non potersi permettere la formula eufemistica “non abbiente”. Faticava ad arrivare alla fine del mese, un po’ per le malattie dovute alla malnutrizione, un po’ a causa dei sicari che gli stavano alle calcagna a titolo di allenamento, un po’ perché, non avendo potuto studiare a causa della sua indigenza, non sapeva contare neanche fino a ventotto. Eppure era un chitarrista molto dotato, talentuoso ed originale. Però ai suoi assoli mancava sempre qualcosa: la chitarra.
Fece qualche sacrificio (umano. E per sfizio) ed infine riuscì a comprarsi una Fender di trecentonovemilasettecentosessantaquattresima mano – appartenuta al lustrascarpe del bisnipote della sguattera dello spazzacamino di un ragioniere vissuto al tempo di Enrico VIII – vendendo il suo corpo. La presenza della chitarra si rivelò piuttosto inutile in assenza di un corpo con il quale suonarla, ma dopo aver recuperato il corpo di Bruce (facemmo un affare con il compratore: noi ci prendevamo il corpo ed a lui restava l’anima. Lo fregammo ben benino, quel tale Mefistofele o come diavolo si chiamava), tutto si risolse per il meglio.
Il gruppo era dunque completo. Non mancava che il nome. Avevamo bisogno di un nome breve ma potente, di forte impatto ma nel quale molta gente avesse potuto riconoscersi, semplice ma che rappresentasse qualcosa di grande, una meta ideale, un luogo dello spirito eppure familiare, commerciale ma di rottura, accattivante e noto al tempo stesso. Optammo allora per F.I.G.A.
Come ogni gruppo rock agli esordi che si rispetti, muovemmo i nostri primi passi provando in una cantina e, tra un’intossicazione di metanolo e qualche screzio con gli imbottigliatori, iniziammo a farci conoscere in giro. Fu il responsabile della vendemmia a proporci il primo tour della nostra carriera. Si adoperò con tutto se stesso pur di vederci fuori dal posto adibito alle barrique.
Partecipammo così ai maggiori eventi rock della frazione, presenziando inoltre alla Sagra della Patata Scondita di Corchiano nonché alla gara di minimoto sponsorizzata dal Bar Pelandroni.
Fu allora che ci venne offerto il primo vero contratto, ma rifiutammo: quel posto da netturbini a tempo determinato non faceva per noi. Ma la seconda occasione per sfondare non tardò a venire: uscimmo di strada con il nostro furgone e buttammo giù l’ingresso dell’abitazione di quello che scoprimmo essere il vicino di casa di un produttore a cui il confinante stava parecchio sul cazzo, il quale (il produttore, non il cazzo) volle ricompensarci lanciando il nostro primo disco. Prima contro il vicino, così, tanto per infierire, poi nel mondo della musica.
Il nostro primo singolo, Baby, quanto vuoi?, risultò subito il più venduto nelle campagne della periferia di Isernia ed il più trasmesso da Radio Mario Rossi tra le 4.05 e le 4.09.
Ottenemmo subito recensioni lusinghiere: “Ricordatevi le loro facce, perché le ritroverete dietro al bancone di un autogrill” (Lavoro facile); “La musica ed i testi dei F.I.G.A. ci danno una grande lezione di vita, rammentandoci che non tutto è meglio di un calcio nelle palle” (Pentagramma piatto).
Dell’album che seguì, ispirato a Jack Kerouac, On the road by an Apecross, ormai pietra miliare dei recinti di sassi per pascoli appenninici, la stampa specializzata parlò in lungo e in largo (ma mai di traverso. Mi interrogo tuttora sul perché): “Il miglior album degli ultimi cinque giorni” (L’ottimista sordo); “Un disco che permette di rivalutare il martello pneumatico degli operai che ti lavorano sotto casa” (Essere una rockstar senza farlo pesare agli altri).
La mia voce fece subito il giro del mondo, passando per i sentieri montani.
La rivista Forbes mi definì “uno degli uomini più sexy di Via Sgarruppi 34”; Beccacce che passione invece “un nuovo efficacissimo richiamo per le anatre”.
Dopo il duetto con la lapide di Pavarotti, ricordo con particolare commozione la mia collaborazione con Bob Dylan: lui suonava la chitarra, io gli verniciavo lo steccato.
Ben presto ebbi la conferma che il mio barbiere parlava con cognizione di causa: la fama ci procurò ragazze a non finire e la fame fece il resto.
Con le ragazze ero sempre stato un po’ impacciato. Ricordo ancora quando, dopo una festa, una ragazza che mi piaceva molto si offrì di darmi un passaggio; salii sulla sua macchina, lei mise un cd nell’autoradio e partì una canzone che adoravo. Così le dissi: “Ehi, abbiamo una cosa in comune: anch’io ho un’autoradio”.
Ma una volta famoso non era più necessario ingegnare sottili strategie di seduzione: erano le donne a volere che saltassi loro addosso, al fine di montare un processo per stupro e spillarmi qualche soldo.
Poi c’erano le immancabili groupie. A noi spettavano quelle che avanzavano ai Righeira. Con una di loro vissi la più importante ed intensa storia d’amore della mia vita. Era una ragazza dark, di quelle donne forti, decise, ma estremamente problematiche. Fare sesso con lei era come scopare con Giovanna D’Arco. Dopo il rogo. Scoprii che la nuova frontiera della autolesioni erano le bruciature, che ormai avevano surclassato i sorpassatissimi tagli.
Il resto è storia nota: l’alcool, la droga, gli eccessi, la perdizione. Questo almeno per quanto riguarda i Led Zeppelin. Per noi la calce, la molazza, la cazzuola.
Voglio chiudere lanciando un appello ai giovani che coltivano il sogno di vivere di musica: se trovate una sciarpa di lana bianca con i bordi neri, è la mia.

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