Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 14 – Bar Poets Society

Posted by sdrammaturgo su 26 dicembre 2007

Ci sono momenti nella vita di un uomo che restano indelebilmente impressi nella carne: una cinghiata sui reni, una chiodata del dodici, uno sganassone dato da un energumeno con le emorroidi; periodi impossibili da dimenticare – come quella volta che rimasi chiuso per sette giorni in una cella frigorifera con cinque ottuagenarie ninfomani.
E nella mia memoria resterà per sempre vivo il ricordo degli anni nella Bar Poets Society, almeno fino a quando l’Alzheimer non mi avrà dato il colpo di grazia.
Erano quelli tempi di grandi fermenti culturali. O comunque tali mi apparivano da dentro all’autofficina.
L’Esistenzialismo era al tramonto, il Gruppo ’63 aveva perso la sua spinta propulsiva, a mio nonno non tirava più da un pezzo.
Si respirava aria di catastrofe, specie quando il Loffio ne sganciava una delle sue.
A noi giovani di bombabili speranze risultava chiara la necessità di una rifondazione del pensiero speculativo, di una radicale rivoluzione artistico-filosofica. Tanto non si batteva un chiodo.
E’ dunque in questa temperie culturale che si colloca la nascita della Bar Poets Society.
Noi esponenti del nucleo originario cominciammo a frequentarci al Café de François, meglio noto come Baretto de Cecco. Ci riunivamo ogni giorno per discutere di filologia, metafisica, retorica, stilistica, fregna. L’altare del nostro cenacolo era il tavolo grande intarsiato vicino al finestrone, attraverso cui il nostro sguardo poteva indugiare sulla frenesia del mondo moderno che brulicava all’esterno e sui culi delle passanti.
Nei primi tempi il nostro mentore fu niente poco di meno che il sommo poeta uzbeko Tepiass Encorpo, spentosi qualche mese fa. Inizialmente lo si vedeva di rado tra i tavoli del Café, ma cominciò a venire quotidianamente dopo che fu assunto.
Benché presto si andarono formando due distinte ed inconciliabili correnti di pensiero in seguito ad una frattura insanabile apertasi tra una parte di noi e lui ed i suoi più stretti seguaci sulla questione se nell’amatriciana ci stia meglio la pancetta od il guanciale, io – come tutti gli altri – devo moltissimo ai suoi insegnamenti. E’ dalle sue massime che ho appreso l’alto valore dell’ottimismo (“Tutto passa, anche il 37 barrato”), imparando al contempo a covare un costruttivo e salvifico dubbio metodico (“Non dobbiamo temere la morte. Io comunque mi gratto le palle”).
E’ sulla scorta dell’attenzione che Encorpo prestava alle vite dei grandi della letteratura, spiandoli con il binocolo, che Guarrasio Flanagan Callaghan Giuseppetti – uno dei fondatori della Bar Poets Society – redasse il discusso testo biografico che andava ad indagare sull’intimità di Gabriele D’Annunzio, con un interesse profondo ed accurato per i momenti massimamente privati e sulla fisiologia del poeta come specchio della sua burrascosa esistenza. Titolo dell’opera: “Il Vate sul Water”.
Alla classicità ed all’epos omerico erano invece rivolti gli studi di Edoardo De Burris De Falcettis De Is, le cui ricerche erano volte a dimostrare come l’Odissea non sia in fondo che un puttan-tour ad ostacoli.
Carlo De Bellis, il sociologo ed antropologo del movimento, fu tanto brillante quanto sfortunato. Rampollo di un’antica famiglia nobile decaduta, si sentì sempre in uno stato di minorità rispetto ad Edoardo, essendo rimasto con un solo De in seguito alla perdita delle fortune avite. Riuscì con fatica a comprarsi un appartamento al piano terra in centro, ma, quando gli si fulminò una lampadina, gli saccheggiarono la casa. Dopo questo evento prese ad occuparsi dei fenomeni di isteria collettiva letti attraverso la legge delle reazioni a catena ed il suo lavoro culminò nel testo: “Se una farfalla batte le sue ali in Asia, a mio nonno si ingolfa il trattore a Piacenza ed i rumeni gli svuotano la cascina”.
Maturando via via una crescente misantropia, lasciò in eredità il testo fondamentale del pensiero contemporaneo: “Come utilizzare la blasfemia per scoraggiare i tuoi vicini dall’invitarti a giocare a scala quaranta”, prima di morire di colera giovane. Giovane lui: il colera era piuttosto maturo.
Ma il nome più illustre della Bar Poets Society resta senz’altro Cencio Sguappa, nonostante il nome.
Per lui non servono presentazioni, tanto nessuno lo conosce ed a nessuno frega niente.
Cencio si rivelò fin da subito lo scrittore più talentuoso tra noi, il più ispirato, il più colto. Ed aveva pure il pollice verde.
Vero artista della parola, scolpì versi memorabili quali: “La tua bocca è come il Mar Tirreno: maleodorante e piena di alghe”, contenuto nella sua opera prima “Utero a metano”.
Il suo fu un esordio folgorante, a cui seguì la pubblicazione della raccolta “Poesie erotiche ad una ragazza non consenziente”, che andrà a costituire la famosa “Trilogia del Cefalo in Amore” insieme ai successivi “Se non puzzo, perché mi trombi in apnea?” e “Va bene che ti sei innamorata del mio cervello, ma devi per forza trascurare così il mio cazzo?”.
Il suo libro più struggente rimane però il romanzo autobiografico che narra gli affanni della sua vecchiaia, “Le Cronache dell’Ernia”.
E’ stato bello vivere in prima persona quella gloriosa stagione. Grazie alla Bar Poest Society ho avuto la possibilità di conoscere alcuni tra i personaggi più importanti del Novecento: Gabriel Garcia Marquez, Claude Lévi-Strauss, Ingeborg Bachmann, Nicola Berti.
E ricordo bene il mio incontro con Borges. Si accomodò e mi disse: “All’aeroporto, per favore”.
Non mi fece tenere il resto: un po’ la storia della mia vita.

 

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