Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 6 – Ridere di dio

Posted by sdrammaturgo su 1 gennaio 2008

C’è una frase in particolare dell’esimio Tricheco che mi ha sempre fatto riflettere: “Quando si disprezza un qualcosa ad un livello tanto profondo e radicale, non lo si riesce bene né ad attaccare, perché sarebbe dargli importanza; né ad ignorare, perché sarebbe non far nulla per combatterlo; né a parlarne, perché non si trovano le parole adatte ad esprimere un sentimento tanto forte. L’unica soluzione rimane deriderlo” (cit.). In questa massima è condensata tutta l’anima dell’arte comica.
E costantemente mi rimbomba in testa il motto anarchico per eccellenza, il più potente, il più conturbante: “Sarà una risata che vi seppellirà”.
Già, una risata…La risata.
Nulla è più inviso al potere della risata. Il potere esige che lo si prenda sul serio. Si deve intimorire se si vuole controllare. E la risata dissipa ogni paura.
Il comico scardina ogni meccanismo gerarchico. Ne corrode gli ingranaggi per poi mandarli in frantumi.
Di fronte ai sistemi di automazione dell’individuo, il comico non si spaventa. Le divise minacciose degli eserciti, gli abiti talari carichi di tremori ancestrali, la nuova robotizzazione aziendale dell’essere umano nell’era della tecnica, con tutti quegli sciocchi riti borghesi, l’uniforme giacca e cravatta, l’imperativo della produttività, le strategie di incentivazione dell’impiegato, non scuotono nel comico le corde del terrore. Il comico guarda tutto con sguardo sprezzante e quasi compassionevole e compie il più rivoluzionario dei gesti: li deride.
La dimensione del comico è l’orizzontalità: egli vive e si muove tra pari, innalza le bassezze del corporale, del dimenticato, del rimosso al livello del suo sguardo cristallino e trascina per i piedi gli dei schiantandoli sulla nuda terra dove egli stesso cammina, sputa e si meraviglia del bello e del brutto che lo circondano.
Il comico osserva i suoi simili e li costringe a riconoscere quanto poco siano cambiati – o quanto siano degenerati – da quando altro non erano che scimmie un po’ sbilenche. Ed al contempo egli sviscera quella che è l’essenza più pura e nobile dell’essere umano: la consapevolezza di sé e del proprio mondo.
Il comico è l’alfiere dell’equilibrio: radicalizza la pochezza umana glorificandone la logica, la luce del pensiero razionale. E viceversa.
Non c’è potere che tenga alla bufera di libertà innescata dalla parola del comico. Il passo dell’oca od il dio padre che crea, giudica e non si dà pace per le minuzie che non lo dovrebbero tangere appaiono così grotteschi, così stupidi, se rischiarati dalla lucidità dell’ironia. Non fanno più paura a nessuno e di conseguenza perdono tutta la loro forza. Chi sarebbe disposto ad ascoltare un gerarca che cammina come un anatide gracchiante o riverire un vecchio con la barba bianca che ha meno gusto nel vestire di Babbo Natale e porta in testa un cappello senza dubbio più scomodo?
Il comico si stupisce per la complessità delle false convinzioni umane e con altrettanta sorpresa nota quanto sia facile in realtà semplificarne la loro apparenza, tanto elementare è loro struttura.
Bibbia e Corano sono in fondo riducibili ad una diarrea quando il bagno è chiuso a chiave.
Il comico ci dice: “Ehi, guardiamoci bene: siamo davvero ridicoli”. E dio, poi, è il più ridicolo di tutti.

 

Quale comico avrei potuto portare come sommo esempio di risata dissacrante se non il più grande? Sì, mi sto via via convincendo sempre più che Massimo Troisi sia il maggior autore comico che il Novecento – complessivamente secolo ingrato – abbia voluto regalarci per farsi perdonare almeno in parte.
La mia venerazione nei confronti di Massimo Troisi mi stava quasi quasi spingendo a dedicare all’inarrivabile levatura del suo genio un’intera rubrica a parte, ma ho frenato per tempo i miei impeti di fanatismo adolescenziale. Però temo che di questo passo “Perle” finirà per diventare uno spazio dominato esclusivamente dalla sua figura.
Intanto, come già fatto in precedenza, di lui metto due
perle invece che una – tiè, alla faccia di tutti gli altri. Perché se riesci a ribaltare il trono di dio con un sorriso timido ed una pacatezza poetica a tratti commovente, senza alzare la voce, ma solo sussurrando con acume gentile quanto tagliente, devi essere ricordato nei secoli dei secoli fino al giorno in cui il meteorite verrà a salvarci.

 

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