Beati i poveri, perché moriranno prima

Carteggio d’amore e d’avventura

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2008

Cadice, il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Amore mio,

stella che mi illumina il mattino, sole che riscalda le mie notti in seguito ad un incredibile fenomeno di rovesciamento astronomico, foro che torna utile quando nessun chiodo è dato da conficcare pur bramando malleabili superfici, sono adunque giunto al porto e mi accingo a salpare l’indomani, allorché l’alba avrà sorpreso i maschi e corpulenti marinai che approfittano dell’oscurità costiera per far del lor didietro attracco di solerti brigantini.
La ciurma è completata, solida e robusta. Miei uomini di fiducia sono: il cuoco Ramòn Ramirez Carbòn, che nutrirà di vigore le nostre membra con le sue pietanze saporite e sostanziose, il cui gusto corroborante è noto financo negli approdi del Nuovo Mondo (sebbene, secondo alcuni, i piatti di Carbòn risulterebbero ancor più gradevoli, s’egli non solesse lavarsi le mani con la sua stessa urina); Alejandro Belgioioso De La Serna, vedetta morigerata, che al posto di “cazzate la randa” esclama con rossore “augellate la gomena”; ed infine lo scrivano Pedro Aranzàbal, omuncolo di brutto aspetto e di cattivo odore, insignificante nella figura e d’intelletto non brillante, facile inoltre alla mestizia e alla malinconia, oltremodo irritante nella sua penosa mediocrità – come per esempio adesso: non capisco proprio perché mi stia guardando affranto e rattristato mentre gli sto dettando questa lettera.
Avevo chiesto poi un mozzo di bordo, ma mi hanno dato un giovinotto senza un braccio.
Per lenir la noia della traversata e recar sollazzo all’equipaggio, ho chiamato a bordo tre fenomeni da baraccone: un ciccione che arriva a toccarsi le orecchie con la lingua, uno che si infila palline nel culo e poi le spara dal ponte in bocca ai delfini, uno che crede in dio.
Tutto è pronto, moglie mia, per consegnarmi alla storia, alla leggenda. Le gesta del tuo nobile marito saranno ricordate dai posteri per secoli e secoli ancora ed il nome del capitano e timoniere Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, esploratore, gentiluomo e coltivatore diretto, rimbomberà in ogni angolo dei sette mari e verrà impresso sopra ogni cesso delle cambuse.
L’impresa che mi appresto a compiere è seconda solo a quella di quel fiero genovese, il quale, contro tutto e contro tutti, dimostrò che in India si può arrivare anche passando da Occidente: basta solo scavalcare le Americhe, oltrepassare il Giappone, attraversare la Cina, scalare l’Himalaya e ci sei.
Scarsa fiducia ripongono gli inetti ed i miserabili nel mio titanico progetto. Ma essi sono destinati all’oblio dei tempi o al massimo a sposarsi uno scorfano possidente di un orto coltivato a rape. Invece io so, io so che le mappe del cartografo valdostano Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta dicono il vero e non possono mentire, benché le previsioni di quel montano genio godano di ben parca stima nell’ambiente incipriato dei parrucconi del cannocchiale, e solo perché quando egli disegnò la pianta del suo monolocale omise di riportare qualche stanza!
Ah, schioccante sarà lo schiaffo per gli increduli, dopo che per primo avrò posato il piede sulle terre sconosciute di un continente ignoto dove scarpa umana giammai lasciò impronta e puzzo.
Una volta arrivati in quei luoghi misteriosi sarà assai dura muoverci e orientarci, ma la Compagnia mi ha assicurato che troverò una guida sul posto.
Or ti saluto e ti bacio, consorte, e mi accingo agli ultimi preparativi prima della partenza.
Sei sempre nel mio cuore e talvolta nei miei testicoli.

Tuo,

Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn

P.S. Oggi è il primo aprile. Hai già ricevuto il pesce che ho fatto lasciare per te?

 



Siviglia, qualche giorno dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

Quando torni, ricordati di passare a prendere un fustino di detersivo per il bucato in lavatrice. Per la lavatrice, mi raccomando, non fare come l’altra volta che mi hai portato quello per il lavaggio a mano.

P.S. Appena sei uscito di casa, ho preso puntualmente il pesce.

 

 

 

 

 

 

Mare aperto, qualche settimana dopo il primo aprile del 1700, anno più, anno meno

 

 

Tesoro mio,

la tua lettera aveva un che di anacronistico. D’altronde siamo sempre stati una coppia piuttosto metanarrativa.
Questi ultimi giorni sono stati munifici di traversie: prima siamo incappati in una colonia di sirene, ma per fortuna avevano la raucedine (beate influenze mitologiche primaverili); quindi la vedetta morigerata non ci ha avvertito di un pericolo a poppa poiché si vergognava a dire poppa e non ha trovato sinonimi non disdicevoli, così non siamo riusciti ad evitare la collisione con un banco di coralli. Fortunatamente avevo fatto fare il tagliando al vascello prima di lasciare Cadice e Guido il Meccanico aveva rattoppato la scocca rinforzandola con laureati in filosofia che hanno un contratto da assi a tempo determinato.
Tra poco entreremo in acque che si dicono infestate dai pirati. Se ci capiterà di scontrarci con loro, proporrò una constatazione amichevole.

In mezzo a nerboruti bifolchi avvezzi più alla sciabola che all’igiene intima, ti penso spesso, soprattutto a pecora.

 

 

 

 

 

 

Locale di spogliarello maschile, una notte qualsiasi del 1700, anno più, anno meno

 

 

Marito mio,

flagello della floridezza femminina, totano surgelato che annaspa negli oceani, griderei al mondo quanto mi manchi, se solo non avessi la bocca occupata.

 

 

 

 

 

 

Da qualche parte in qualche mare, presumibilmente qualche mese dopo il primo aprile del 1700,

anno più, anno meno

 

Mia trota salmonata,

non noti da parte mia un certo abuso dell’aggettivo indefinito “qualche”? La fatica del viaggio è sfibrante, ma il mio spirto indomito trova requie al sol pensiero di ciò che l’attende!
Le onde cullano la nave e sembrano sussurrarmi il tuo nome. Se porgo l’orecchio, mi par di udirle mormorare: “Amore, amore, amore”. Lo scrivano sostiene che il loro suono sia molto più simile a: “Cornuto, cornuto, cornuto”, ma proprio non riesco a spiegarmi questo scarto di ricezione uditiva, se non riconducendolo alla sua bassezza umana per nulla abituata al sublime.
Deh, come soffro, povera stella mia, sapendoti lontana leghe e leghe a penare per la lontananza del tuo prode sposo!

Ma presto sarò di ritorno, gioia mia, te lo prometto solennemente.

 

 

 

 

 

 

Gigolò Club di Granada, sempre 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio disorientato coniuge,

in effetti, da quando te ne sei andato, pene non manca. Mancano, pardon. Ma resisto. Eccome se resisto. La tua ultima lettera suonava quasi minacciosa, mio diletto. Non temere di star via troppo a lungo e prenditela pure comoda, valoroso finanziatore dei miei piaceri.

 

 

 

 

 

 

Pieno oceano, ho perso il conto, XVIII secolo (e non ve l’aspettavate)

 

Davanti a me, il mare. Dietro di me, il mare. Intorno a me, gli squali. Sopra di me, la ciurma.
Mentre davo prova di solerzia e gagliardia grattando via i fasolari dalle travi di prua con veementi fendenti di saponetta, un flutto beffardo mi ha catapultato nella bocca salina di Poseidone, il quale a quanto pare aveva messo a dieta i suoi fedeli pinnati predatori.
Oh, quale prova di affetto ed ammirazione stanno dando i miei uomini al loro capitano! Sicuri dell’abilità del loro condottiero, non osano scostar falange alcuna ad aiutarmi per non offendere il mio animo orgoglioso ed anzi si divertono e si sbellicano nel presagir la sorte che toccherà agli ingordi ittici dopo la gladiatoria tenzone. Persino la vedetta morigerata sembra aver abbandonato il suo solito fanciullesco pudore ed incita accaloratamente il proprio duce a guisa di preghiera fescennina, portando entrambe le mani sulla patta a mescolare gli attributi al mio indirizzo, probabilmente per accattivare in mio favore la potenza del sì caro dio Priapo.
Scamperò anche questa insidia? Darò prova di forza, questo è sicuro; certo è che la lotta mi verrebbe più agevole, se non avessi tutto questo peso nelle mutande.

Dettando in diretta questa testimonianza con la bocca piena d’acqua al mio fido scrivano, pure lui incendiato dall’evento, ti bacio, tentando di disincastrare lo stivale dagli incisivi del primo squalo.

 

 

 

 

 

 

Festa con trenino, naturalmente un po’ di tempo dopo, di nuovo 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio consorte in via d’estinzione,

spesso sono stata una compagna assente, lo ammetto; più di una volta, pur di non stare con te, avrei preferito la compagnia dei piranha ed assai frequentemente ti ho privato della mia presenza intrattenendomi con erculei filibustieri assoldati nelle regioni del Nilo. Ma non dubitare stavolta se ti dico che pagherei qualsiasi somma di dobloni pur di poter assistere alla scena. Lo giuro, credimi.

Augurando buon appetito alle dolci creature del mare, ti dico addio, bel pasto della mia vita.

 

 

 

 

 

 

Continente sconosciuto, calendario volato in acqua, 1700, anno più, anno meno

 

 

Mio ripieno di ostrica,

mia ostrica ripiena, mi sono eroicamente salvato! Quelle popolane emissioni gassose che in me tanto biasimavi ed al suon sulfureo d’olezzante profondità delle quali solevo invece io trastullarmi nella tinozza producendo gorgoglianti bolle con viril soddisfazione, si sono alfin rivelate utili e le tue supposizioni secondo cui avrebbero fatto fuggire anche i pescecani si sono dimostrate esatte.
Saggia è stata la mia scelta di volere come cuoco il glorioso Ramòn Ramirez Carbòn, famigerato per la sua frittura di fagioli al cacao cucinati con i broccoli al peperoncino.
E non son già qui finite le mirabili novelle! Avevo ragione, amor mio! Le carte di Adelmo Biscaglioni Mandaprugna di Crapacotta non difettavano di veridicità! Come un’armoniosa sinfonia ha risuonato alle mie orecchie il grido: “Terra, terra!” che la vedetta morigerata ha proferito a pieni polmoni stamattina. Unica nota stonata è stato il suo seguente urlo mentre precipitava dalla cima dell’albero maestro, ma la dissonanza non arricchisce forse uno spartito? Specialmente se prodotta dal lavoro d’orchestra di cera fresca, buccia di banana, gabbiano guercio che si schianta in faccia, marinaio poco accorto sofferente di vertigini.
Abbiamo perciò attraccato e ci siamo inoltrati in un territorio che si dice abitato da indigeni antropofagi. Però non abbiamo paura: non conosciamo il significato delle parole “indigeno” ed “antropofago”.
La regione appare oltremodo frastagliata e montuosa, densa di picchi rocciosi tra cui sprofondano abissi petrosi di cui non si vede la fine. Farci strada ci costa sicché sudore della fronte e diarrea degli intestini.
E’ un luogo così scosceso ed impervio che non c’è arrivata neanche la peste. Durante la scalata, i bacilli si sono detti: “Ah rega’, ma chi ce lo fa fa’?” e sono tornati indietro.
Mi sento insicuro come un chierichetto alla Conferenza Episcopale. Ma non mi arrenderò e conquisterò queste lande, soprattutto dopo aver fallito la presa della Kamchatka.

Sarai fiera di me!

P.S. Mi chiedevo: ma come fanno ad arrivarci le rispettive lettere, visto che prima ero in alto mare ed ora sono disperso in un continente sconosciuto?

 

 

 

 

 

 

Casa listata a lutto, non è così importante quando, basti sapere che si tratta del 1700, anno più,

anno meno

 

 

Sei dunque sopravvissuto agli squali. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

 

 

 

Boh, ‘700, stavolta con l’apostrofo

 

 

Mio bene,

è finita. Siamo stati catturati da una tribù spietata, i cui costumi barbari e cruenti hanno scosso la mia anima imperturbabile: vivono in capanne vicine l’una all’altra sulla sponda di un’insenatura ed i più baldi tra gli abitanti, preposti ad animare la comunità, coinvolgono tutti gli altri in danze di gruppo con macabro sorriso fisso in faccia e si accoppiano freneticamente con le più avvenenti tra le mogli altrui quando i mariti se ne vanno a gareggiar tra loro.
Lo scrivano mi dice che non tutto è perduto, che c’è ancora possibilità di salvezza dalla prigionia, ma gli faccio notare che gli sto dettando la lettera da dentro un pentolone mentre lui scrive adagiato in un’ampia casseruola.
Se è questa dunque la fine che spetta all’intrepido Julio Fernando Zubromawi Guaspazzòn detto Julio Fernando Zubromawi Guaspazzìn, il pianeta intero sappia che me ne andrò con sommo onore ed a tal regal proposito incido sulla carta un giuramento: non renderò la vita facile al prezzemolo.
Così sia scritto, così sia cotto.
Addio, Deborah Samantha Jessica Moana. Percepisco da qui i tuoi influssi che mi accompagnano verso l’estremo soffritto e mi sembra di sentire la tua mano sulla testa, anche se non mi spiego questa sensazione di pressione verso il basso.

So che saprai cavartela da sola, ma se un giorno avvertirai il morso della solitudine con insopportabile intensità, va’ in cucina e guarda un piatto di minestra: io sarò lì con te.

 

 

 

 

 

 

Rito dionisiaco, un bel giorno del 1700, anno più, anno meno

 

 

Oh capitone,

mio capitone, sono senza parole: hai saputo rendermi felice.
D’altro canto, come si dice: oggi a te, domani a me. Ma ciò che conta è che oggi a te.
E mentre il vino scorre a fiumi, secondo solo alla quantità di verghe, penso a te che ti accingi a bollire tra esotiche spezie in un trionfo di sapori celestiali e la mia mente si fa più leggera, seguendo il corpo sollevato da muscolosi cavalieri ben forniti.
Io credo in te: so che saprai diventare una zuppa che non teme rivali.

Con il viso bagnato e non di lacrime, intono un requiem di fragorosi rutti.

 

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