Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 7 – L’anima di un popolo in una canzone

Posted by sdrammaturgo su 14 febbraio 2008

La mia canzone preferita è La Llorona.
In genere la domanda: “Qual è la tua canzone preferita” genera dubbi, incertezze, riflessioni. Spiazza, non si sa mai quale scegliere ed in fondo è anche sciocco nonché impossibile eleggere una canzone fra tutte, così come un film tra tutti od un libro tra tutti.
Invece io non dubito mai, neppure per un istante. Mi viene d’istinto, è una sicurezza che ho ben impressa chissà dove nei miei pensieri.
La Llorona è un canto popolare messicano. Ne esistono innumerevoli versioni ed io amo alla follia in particolare quella di Chavela Vargas.
La scoprii qualche anno fa nel film Frida di Julie Taymor e rimasi incantato. Quella passione che trasudava tra le righe profonde del viso segnato dagli anni di quella cantante dall’aria austera e materna, quella voce tremante e decisa, quelle note forti e malinconiche.
“Chavela non è una cantante messicana. Chavela è il Messico”, ebbe modo di dire Salma Hayek, protagonista del film.
Chavela era il Messico che cantava il Messico. Ed il Messico era La Llorona. Il Messico incarnato che dava voce al suono ed alle parole del Messico.
Quella della llorona – “la donna che piange” – è un’antica leggenda centroamericana, della quale è possibile rintracciare tantissime diverse variazioni di paese in paese.
La storia è questa: una volta in un villaggio messicano in cui viveva una bellissima fanciulla arrivò un hidalgo spagnolo. La ragazza si innamorò perdutamente, ma il nobiluomo, dopo averle dato due figli, la abbandonò per tornare in patria e sposare una donna di pari rango. La ragazza impazzì dal dolore ed annegò i suoi bambini nel fiume. Da quel giorno vaga ogni notte disperandosi tra le lacrime alla ricerca dei corpi dei suoi figli e la sua anima non avrà mai pace.
Si sa, nei miti arcaici è condensato tutto il sapere dell’uomo. Cosa sono in fondo tutta la filosofia, la psicologia e la scienza occidentali moderne se non un tentativo di interpretare la mitologia greca? Cos’altro si può aggiungere a ciò che è già contenuto nelle storie di Edipo, Dafne, Fedra?
E come ogni grande mito, quello della llorona accoglie molteplici chiavi di lettura.
Similmente al mito di Medea, esso ci spalanca gli abissi della mente e dell’esistenza umana, il mistero della maternità, il trauma delle origini, la violenza della natura e del caso.
La donna che piange, nella quale confluisce la figura del demone azteco Chiuacoatl, dea della guerra e delle nascite (cit.), assume la valenza simbolica della terra e del tempo che tutto generano e tutto distruggono. Il ventre materno come luce di vita e buio di estinzione.
La llorona è anche però immagine dell’eterno femminino, quella femme fatale irresistibile nella sua bellezza che ci fa conoscere le atrocità dell’esistenza; diviene quindi specchio del desiderio mai pago e mai domo, dell’amore che fa penare, che pure nella sua purezza (la llorona è vestita di bianco) è anche sempre dolore.
Ma in questa leggenda, in questa canzone, c’è ancora qualcos’altro: c’è la storia di un popolo martoriato dalle conquiste coloniali, dalle invasioni che ne hanno stuprato l’anima. L’aristocratico spagnolo arriva, corrompe l’anima della ragazza, ne abusa, le succhia lo spirito e poi la getta via. Fa insomma ciò che i conquistador di ieri e di oggi, sotto diverse bandiere ma con la stessa inumana brutalità, hanno fatto e continuano a fare con le nazioni dell’America Centrale.
Ne La Llorona c’è tutto questo: la disperazione, l’ironia, la sete di riscatto, la rassegnazione, l’ardore, la rabbia, la nostalgia di un popolo violentato, in cui troppo spesso guerre e rivoluzioni hanno visto figli e fratelli gli uni contro gli altri.
Tra le rughe delle guance di Chavela Vargas, nelle sue mani strette con delicatezza, nei versi che ora scivolano, ora vengono trattenuti, ora zampillano, ora esondano dalle sue labbra, è possibile percorrere il Messico: le sue vallate, i suoi promontori, le foreste rigogliose e misteriose, i deserti arsi dal sole, le rovine di antiche civiltà scomparse la cui eredità di fuoco è ancora riconoscibile nei visi delle generazioni odierne.
La Llorona è un pianto contenuto ed un sorriso mesto, uno sguardo struggente ed un cammino fiero; è un popolo intero ed al contempo è tutti i popoli feriti e sanguinanti, spossati ma non in ginocchio; è un’oscillazione tra la desistenza e la resistenza, una ricerca con gli occhi gonfi e la testa alta di una qualche salvezza, uno scroscio di lacrime ed un grido deciso.
E’ la mia canzone preferita.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: