Beati i poveri, perché moriranno prima

Superiorità sgradita

Posted by sdrammaturgo su 23 febbraio 2008

Misero è il destino dell’uomo se la vittima invidia ed imita il carnefice.
In India una tigre ha fatto irruzione in un villaggio, mettendone in subbuglio gli abitanti. Comprensibile la paura, comprensibili i tentativi di mettere in fuga un animale potenzialmente molto pericoloso. Ma le bastonate, l’isteria collettiva spinta fino al tentativo di linciaggio non trovano scuse, se non nella crudeltà dell’essere umano che non ha eguali in natura.
Non era la tigre la belva feroce.
Quello che più mi ha disturbato e sconvolto nelle immagini di un’intera comunità che scatena la sua furia insensata contro un animale notevolmente più spaventato di ogni singolo inseguitore è stato pensare che la violenza cieca del più forte sul più debole imperversava presso una porzione di una popolazione che ha sperimentato la vessazione coloniale, la frusta del padrone, l’esercizio cruento del potere.
Persone che hanno toccato con mano lo sfoggio di forza bruta del conquistatore stavano emulando il loro aguzzino; invece di far tesoro dei loro traumi e dei loro incubi reali e permanenti e rinunciare alla prevaricazione gratuita memori delle sofferenze patite, riproducevano la dialettica della sopraffazione subita su di un essere vivente considerato inferiore e funesto, nonché alla portata della loro capacità di soperchieria.
Vero è che probabilmente anche la sensibilità, come ogni altra cosa, è un fatto culturale ed in quanto tale va appresa ed affinata. Ma se neppure la diretta esperienza di dolore degli ultimi dimostra di essere in grado di insegnare il valore del rispetto per l’altro, in particolar modo per il più debole, non resta che una disperazione senza scampo.
Mi viene in mente l’epistola di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato nel campo di sterminio nazista di Dachau: “Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature. Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze”.
Cerco di immedesimarmi in chi ha subito sulla propria pelle la funesta perversione della Shoà ed è stato costretto ad assistere alla prosecuzione dell’olocausto esercitato su altri esseri, così diversi nella conformazione psicofisica, ma così simili nella capacità di provare dolore e nella volontà di vivere. Quanto devono essere stati insopportabili i tormenti di quel sopravvissuto al delirio ariano nel constatare che tutto ciò che egli ha patito è stato vano e non è servito di lezione.
Miliardi di animali torturati ed uccisi ogni anno. Miliardi. Il più mite dei carnivori non sa di essere un genocida.
E’ questa la tremenda solitudine dell’animalista (e per animalista intendo il vegetaliano, giacché chi mangia animali semplicemente non è un animalista. Altrimenti sarebbe come dire che un militare può essere anche pacifista o che non è un pedofilo chi abusa solo di bambini africani e filippini, ma non di europei ed americani).
Noi animalisti non possiamo non riconoscere di aver compiuto un passo ulteriore rispetto alla maggioranza degli individui. In questo è inevitabile non considerarci eticamente superiori alla media umana, laddove per superiorità etica si intende una sensibilità per il rispetto della vita altrui più sviluppata, un più acuto senso dell’orrore per la prepotenza su chi è indifeso.
Però di questa superiorità non ci beiamo. Anzi: la guardiamo con commiserazione, la portiamo sulle spalle come un fardello di cui faremmo volentieri a meno. E questo per un motivo elementare: il nostro unico sogno è quello di essere raggiunti da tutti gli altri nelle nostre conquiste morali. L’unica cosa che vorremmo davvero sarebbe poterci ritenere eticamente alla pari, perfettamente eguali di fronte ad ogni altro uomo quanto ad assenza di desiderio di sottomissione degli animali.
Non c’è alcun guadagno infatti nel ritenersi migliori in questo campo. Non è come sentirsi più bravi, più belli, più potenti, più intelligenti. Guardare alla propria superiorità antispecista equivale solo a prendere atto con il massimo sconforto delle atrocità commesse sugli animali senza un barlume di speranza e senza poter lenire la frustrazione contando su una larga condivisione di intenti.
L’amarezza che l’animalista prova di fronte ai mattatoi, agli allevamenti, alle pellicce, è intensificata in confronto a quella che si avverte pensando alle guerre o alle devastazioni ambientali dal fatto che sono pochi, troppo pochi, tremendamente pochi ad aver capito quanto immonda è la violenza su qualsiasi altro essere senziente.
Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”.
Il mondo animale è la palestra in cui l’uomo affina le tecniche del sopruso.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ci ha mostrato come il carcere sia il luogo in cui si perfezionano i metodi di controllo vigenti nella totalità del consorzio umano. L’allevamento, allo stesso modo, è il gradino precedente: è sugli animali che l’essere umano impara e migliora l’arte ignobile dell’assoggettamento dell’altro.
A tal proposito afferma sempre Kupfer-Koberwitz: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri”.
L’animalista ripudia la logica dell’angheria ed in questa evoluzione vede gli altri che restano indietro. Ma cosa se ne fa di questo primato? Esorta chi è rimasto indietro a raggiungerlo, si prodiga affinché tutti gli esseri umani corrano alla sua stessa velocità, poiché da questo dipende la salvezza di chi divide con noi questo grande sasso chiamato pianeta Terra.
Noi non vogliamo essere migliori, non vogliamo più sentirci tali. Non ce ne facciamo alcunché, non ci piace affatto.
Tra gli innumerevoli sgradevoli ritornelli dei carnivori atti a sminuire e gettare fango su vegani e vegetariani per scongiurare il senso di colpa e non rinunciare ai piaceri del palato, uno dei più frequenti è: “Li odio perché si sentono superiori”. Ebbene, noi non aspettiamo altro di venire sorpassati.

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4 Risposte to “Superiorità sgradita”

  1. “non ha eguali in natura”?
    Bum!
    Purtroppo ce li ha, la crudeltà non è solo umana, è un’eredità genetica legata alla paura e al bisogno di sicurezza. Quella umana ce l’abbiamo davanti ogni giorno, ma gli etologi ne avrebbero da raccontare sui comportamente delle altre speci. La crudeltà, l’aggressività, il panico (anche le religioni, Cladiù), sono strettamente legate alla nostra origine di mammiferi.
    Quando si discute di facoltà legate all’emisfero destro del cervello (quello dell’arte, ma anche quello della credulità, quelo dell’amore ma pure dell’odio cieco e della gelosia), è inutile distinguere buono e cattivo: è tutto mischiato. E’ l’emisfero sinistro, che alcuni primati della specie homo hanno sviluppato più di altri esseri (chissà perché poi), che permette di sottoporre ad esame le cazzate che fa il destro, e ci fa dire appunto (se non siamo distratti da conoscenze che si basano sulla paura) che sono cazzate. L’emisfero sinistro è quello che relativizza, che fa marameo agli assouti sciorinati dal lato destro. E’ possibile che altre specie avranno in futuro una mente pienamente razionale, e guarderanno con sufficientza a noi, loro stupidi e assurdi antenati. Magari ci metteranno negli zoo, e qualcuno di noi lotterà per nostra liberazione, chissà.
    L’animalismo viene dall’emisfero destro o sinistro del cervello?
    Io sono propenso a credere che sia una scelta razionale, pienamente razionale, e dubito del cosiddetto animalismo istintivo (sono cose che mi fanno sorridere, in realtà).
    Io non rinfaccio agli animalisti di sentirsi superiori, prima di tutto perché sono animalista anch’io, e francamente non mi sento un gran che, altro che superiore, e poi perché anche se così fosse non ci sarebbe nulla di strano. “Sentirsi superiori” in realtà non significa niente.
    Potrei scrivere altre cose, ma lo farò dopo che avrai parlato tu.

  2. Converrai con me che la crudeltà umana differisce radicalmente da quella di qualsiasi altro animale, dal momento che egli ha un intelletto maggiormente sviluppato che gli permette di compiere scelte etiche e nonostante ciò arriva ad uccidere per mero diletto.
    Naturalmente l’animalismo è una scelta razionale al 100%. La compassione forse è qualcosa di più istintivo, ma anch’essa è in fondo un fenomeno culturale, quindi razionale a sua volta.
    Chiaro, sentirsi superiori significa ben poco. Ho puntato però sulla vaghezza di questo termine perché ho pensato: “Allo stesso modo di come è assolutamento sano riconoscersi peggiori di altri in alcuni campi, così è altrettanto normale sentirsi migliori in altri ambiti”. Da qui ho poi cercato di spiegare in quale accezione ed in quale senso intendo la superiorità etica e come sia qualcosa da non confondere con la tronfia soddisfazione di sentirsi più bravi.

  3. La vedo un po’ diversamente, forse.
    Cerco di spiegarmi meglio: l’uomo ha l’intelletto (fra l’altro ce l’hanno anche i delfini, per esempio; l’uomo ha insieme corde vocali che permettono di emettere suoni articolati, e la corteccia celebrale più spessa. E’ come se fosse delfino più pappagallo, ed è da qui che nasce l’intelletto, il pensiero simbolico, e le varie tesi poco credibili su anima e cose così), ma quando è crudele non lo usa.
    Quello che tu chiami “essere crudele per diletto” io lo chiamo “essere crudele per paura”. Paura, insicurezza, terrore, irrazionalità, cose dell’emisfero destro, portano all’aggrssività. Qual’è la differenza con l’aggressività degli animali non umani? Secondo me è l’assenza, in questi ultimi, del linguaggio simbolico, che si rivela un ottimo strumento di raffinamento di crudeltà. Ma sempre crudeltà irrazionale resta.

  4. Certo, probabilmente la paura come specchio dell’autoconservazione è sempre alla base di ogni atto di violenza, ma resta il fatto che l’essere umano riesce a riconoscere questa paura in piena o parziale consapevolezza e nonostante ciò commette lo stesso soprusi ingiustificabili (penso alla caccia, massimo esempio di riprovevole massacro compiuto per divertimento). Dunque l’uomo si rivela l’animale più crudele proprio perché il linguaggio che lo differenzia dagli altri animali e gli permette di controllare molte delle pulsioni dell’emisfero destro viene traslato in strumento sofisticato di prevaricazione.

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