Beati i poveri, perché moriranno prima

“Della maraviglia” 8 – Sintetizzare, palesare, demolire

Posted by sdrammaturgo su 29 febbraio 2008

In un periodo di rinnovati e vigorosi assalti alla scienza ed alla civiltà da parte del pensiero magico, ciò che è più frustrante è dovere spendere argomentazioni contro chi meriterebbe silenzio od al massimo derisione.
I toni nostalgici su quanto erano meglio i vecchi tempi sono sempre ridicoli, inesatti e fuori luogo; eppure è impossibile non rimpiangere i giorni in cui i grandi artisti ed intellettuali venivano interpellati costantemente sui media di massa. Gli scrittori sono ormai scomparsi da televisione e giornali ed è una ferita che menoma la cultura di un’intera società, giacché è proprio dei sommi pensatori riuscire a condensare questioni della massima rilevanza in poche parole dirette e disarmanti.
Non ci saranno più i giganti della stazza di Calvino, Pavese, Moravia e Pasolini, una volta presenze frequenti nelle radio o nei programmi Rai, ma penso a quanto sarebbe opportuno e benefico per la comunità tutta far ascoltare al pubblico quel che Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Sebastiano Vassalli, Antonio Tabucchi (giusto per citare alcuni tra i nomi eccellenti del sapere umanistico italiano contemporaneo) avrebbero da dire in materia di aborto, eutanasia, liberazione sessuale, parità di diritti, eccetera, eccetera, eccetera.
Le menti notevoli ci sono ancora. Magari non immense come in passato, ma pur sempre sbalorditive nella loro profondità speculativa. Ricordo ad esempio il piccolo terremoto che provocarono le dichiarazioni di Mario Luzi contro la situazione socio-politica dell’Italia berlusconiana alla vigilia della sua nomina a senatore a vita. Perché ogni affermazione di un grande intellettuale non può che essere sconvolgente nella sua illuminante radicalità.
Ma ci siamo disabituati alle posizioni nette ed alla potenza sismica del linguaggio quando è portatore di idee nuove o – meglio ancora – quando ci fa notare quello che abbiamo sempre avuto sotto agli occhi ma a cui non abbiamo mai badato, costringendoci a prestare attenzione alle storture del reale e della nostra quotidianità, mostrandoci che in fondo la giustizia e la verità sono sempre semplici, o comunque meno complesse di quanto crediamo e di quanto qualcuno vorrebbe farci credere.
Però, sia per colpa di un pubblico sempre meno esigente, sia per colpa degli editori che si sono piegati alle logiche perverse ed imbarbarenti del mercato, l’Arte, la Letteratura e la Cultura con le iniziali maiuscole sono state soppiantate dall’imperativo del consumo; ecco allora che gli scrittori sono via via andati scomparendo dai mezzi di comunicazione, sostituiti da insulsi autorucoli semianalfabeti spacciati per esponenti dell’intellighenzia. Così, è sempre più facile trovare in qualche talk show o sulle colonne di un quotidiano le opinioni di romanzieri che ignorano metrica e figure retoriche, non si pongono il problema della ricerca e del dialogo con la tradizione, leggono Bukowsky e Fante senza aver mai neppure sfogliato Petrarca e Tasso. Insomma, inventori di storie ma non produttori di letteratura, ergo di conoscenza.
E un popolo senza cultura, a cui non vengono offerti spunti di cogitazione, a cui non vengono palesati dalla voce dei cervelli di alto valore gli errori di cui si macchia od in cui è facile cadere, è un popolo condannato a non ragionare e subire perciò qualsiasi forma di dittatura, da quella politica del potere a quella sovrannaturale della religione, insieme cause e conseguenze della prima e peggiore delle dittature: la dittatura dell’imbecillità.

Mentre dunque la legge 194 è in pericolo e di eutanasia neppure si parla, Rete 4 domenica scorsa poteva dedicare nel pomeriggio uno speciale alla battaglia – sorella delle altre due – contro il divorzio condotta negli anni settanta dai talebani occidentali di Comunione e Liberazione. Una redazione presumibilmente gremita di divorziati che tesseva le lodi di quegli eroi che si sono spesi affinché una donna non potesse liberarsi del giogo opprimente di un maschio dominante e violento, in nome della coppia che deve andare avanti anche a costo della sofferenza insensata ed insopportabile dei singoli componenti.
Mi è sovvenuto allora quell’inarrivabile capolavoro qual è l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che avrebbe potuto altresì intitolarsi L’umanità in sintesi. Sono andato quindi a rileggere in particolare due degli epitaffi poetici contenuti nella raccolta, dedicati proprio alle tematiche del divorzio, dell’oscurantismo, dei danni generati dal moralismo di matrice cristiana.
Sono due dimostrazioni esemplari di come al grande poeta siano sufficienti due brevi componimenti per mettere a nudo le atrocità e le assurdità dell’esistenza ed i rischi che comporta l’idiozia, lasciando emergere, in virtù della sua straordinaria raffinatezza filosofica, il bene ed il male delle cose in tutta la loro sconcertante elementarità.
Per le citazioni, faccio riferimento alla traduzione di Fernanda Pivano nell’edizione Einaudi, Torino, del 1943, pagine 179 e 183. I testi in lingua originale sono invece consultabili qui e qui.

*

La signora Charles Bliss

Il reverendo Wiley mi consigliò di non divorziare,
per il bene dei bimbi,
e lo stesso consigliò a lui il giudice Somers,
così restammo insieme fino alla fine.
Ma due dei bimbi parteggiarono per lui
e due dei bimbi parteggiarono per me.
I due che diedero ragione a lui mi biasimarono
e i due che diedero ragione a me lo biasimarono,
e soffrirono ciascuno per uno di noi,
e tutti si tormentarono per avere osato giudicarci
e si torturarono l’anima perché non potevano stimare
lui e me allo stesso modo.
Ora, qualunque giardiniere sa che le piante cresciute in cantina
o sotto le pietre, sono stente, gialle e rattratte.
Nessuna madre lascerebbe succhiare al suo bimbo
latte malato dal suo seno.
Eppure i preti e i giudici consigliano di allevare la prole
dove non c’è sole ma soltanto crepuscolo,
non calore, ma soltanto umido e gelo –
i preti e i giudici!

*

Due pagine dopo, l’autore ci offre il punto di vista del sacerdote.

*

Il reverendo Lemuel Wiley

Predicai quattromila sermoni
e ressi quaranta revivals
battezzando i pentiti.
Ma nessuna delle cose che ho fatto
risplende più viva nel ricordo del mondo,
di nessuna mi pregio altrettanto:
ho salvato i Bliss dal divorzio
e tenuti immuni i figli da quella disgrazia
perché crescessero in ambiente morale,
felici essi stessi, e vanto del villaggio.

Mentre medito sulla tronfia ottusità di chi fieramente non si accorge di rovinare la vita delle altre persone, mi accorgo che per zittire un antiabortista, ogni antiabortista, basterebbe un poeta, sarebbe sufficiente un Edgar Lee Masters. E’ così poco, eppure è così tanto. E viceversa.

3 Risposte to ““Della maraviglia” 8 – Sintetizzare, palesare, demolire”

  1. openspace said

    mi chiedo solo quando inizieranno a sbraitare contro la parità tra i sessi sancita dalla Costituzione. Se Dio ci ha fatti diversi, come può l’uomo con le sue leggi ristabilire la parità?

  2. Sì, ma torquato tasso era un presuntuoso e un altezzoso.
    A me basterebbe che bukosky lo leggessero tutti.
    Sul, divorzio, io non ho ancora capito cosa sia il matrimonio. Tu dici a tutti che fai coppia con quella persona, bene. Serve per motivi di chiarezza, dopo tutto.
    Ma questo fatto del sacramento che vincola per sempre…
    Che rottura di scatoline.

  3. Vito: direbbe il saggio “Eh, lo ffanno, lo ffanno”.

    Vincenzo: capirai, con me sfondi una porta aperta :-D

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