Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for marzo 2008

Penetrare l’informazione

Posted by sdrammaturgo su 23 marzo 2008

– Stati Uniti d’America. Dopo le dimissioni di Eliot Spitzer, il governatore dello Stato di New York coinvolto in un giro di prostituzione, il suo posto è stato preso da David Paterson, non vedente dalla nascita. “Un politico capace ed un uomo di comprovata moralità” ha dichiarato il portavoce del Partito Democratico. “Inoltre la sua successione alla carica dimostra l’attenzione di noi democratici alla causa delle pari opportunità. E poi avevamo bisogno di uno che non si distraesse di sicuro con la figa”.
Per la cronaca, questa è la ragazza al centro dello scandalo. I politologi hanno individuato il vero motivo delle aspre contestazioni contro Spitzer: l’invidia.

Rimaniamo negli States. Una proposta arriva da una frangia dei repubblicani per ovviare all’emergenza delle stragi nelle scuole: consentire ad ogni studente di dotarsi di un’arma per difendersi da eventuali assalti di maniaci omicidi. Non si risolverà il problema, ma almeno le sparatorie saranno più appassionanti e dall’esito più incerto.
Uno dei promotori dell’iniziativa ha dichiarato: “Ci siamo ispirati all’opera di un grande pensatore della nostra era: Sergio Leone”.

– Storia. Forse non tutti sanno che Niccolò Paganini rivelò il senso della vita. E’ un vero peccato che in quel momento si trovasse da solo.

– Tempo libero. In caduta libera il numero di giovani che si intrattengono giocando al Monopoli. I prezzi sono diventati proibitivi da quando Caltagirone ha messo le mani su Parco della Vittoria.

– Carovita. Prosegue incontrollabilmente l’ascesa del prezzo del petrolio. Per ovviare al problema dell’elevato costo del carburante, ormai inavvicinabile ed in costante aumento, una squadra di scienziati ha trovato un combustibile più economico della benzina: lo champagne.

– Libri. Pubblicato il manuale di seduzione di Stephen Whitewool, Amore, vieni a montare. Ve ne forniamo un estratto: “Momento chiave per fare colpo su una donna è quello della presentazione. Al fine di offrire subito una buona impressione e spianare la strada verso una sicura conquista, è bene dunque non esordire con queste battute: ‘Piacere di conoscerti. Quanto pesi? Uh, pensavo di più, per una con i tuoi annetti'”.

– Cina. Proseguono le violenze contro i tibetani, percossi a colpi di cane.

– Politica italiana. Trovato l’accordo sulla questione Alitalia: sarà ceduta ad Air France, ma i disservizi resteranno invariati.

Milleseicento lavoratori perderanno la propria fonte di sostentamento economico, ma poco male: potranno sempre andare in Cina e sfogarsi sui tibetani.

– Vacanze. Si prospetta una Pasqua particolarmente piovosa: Cristo è stato visto risorgere con l’impermeabile.

Restando in tema pasquale: un agnellino smarrito è stato ritrovato grazie al programma Chi l’ha visto?. Ha maledetto l’intera redazione.

– Stasera lo Speciale Cultura sarà dedicato a Tina Lagostena Bassi, l’avvocatessa simbolo del movimento femminista italiano che si batté per prima contro la dilagante ed impunita violenza sulle donne e, eletta nelle file di Forza Italia, prese importantissimi provvedimenti contro lo stupro. Titolo della puntata Se Tina Lagostena Bassi si è candidata con Forza Italia, cosa posso aspettarmi da mi’ zia?.

Non perdetevi a seguire la diretta della Via Crucis del papa al Colosseo: un ottantenne trasporta un pezzo di legno di un certo peso per un paio d’ore. Avvincente.

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Panegirico della bestemmia – Blasfemia è libertà

Posted by sdrammaturgo su 19 marzo 2008

“Per carità, io sono ateo e di certo non ho in simpatia la chiesa, ma la bestemmia proprio non la tollero, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede”.
Questa frase perseguita da sempre ogni antiteista attivo, tanto da essere diventata una sorta di mantra da democrazia da asporto, un motto di civiltà a misura di supermercato, ammantato di verità, equità, giustizia, saggezza. Altresì, un luogo comune.
Il termine rispetto è notoriamente già di per sé quantomai delicato e labile; sovente, poi, viene confuso pericolosamente con una fattuale disparità di trattamento tra posizioni equivalenti nella loro legittimità benché opposte nelle concezioni.
La bestemmia cade appieno nel secondo caso (laddove per bestemmia intendo la blasfemia nel senso più lato possibile, dalla semplice imprecazione al raffinato attacco colto contro il divino).
L’equivoco parte probabilmente dal pregiudizio nei confronti del sentimento dell’odio. Lungi dall’essere considerato normale o financo sano e nobile, l’imperativo assolutista della moderazione impone che l’odio venga caricato soltanto di connotazioni negative. L’odio è il negativo per eccellenza ed in virtù di ciò va respinto in ogni caso. Dunque esprimere amore è sempre cosa buona e giusta, mentre esprimere odio disdicevole ed inopportuno.
Eppure dovrebbe essere evidente come non ci possa essere amore sincero e sentito per qualsiasi cosa senza una profonda controparte di odio consapevole. Qualche esempio facile facile: non ci può essere amore per la pace senza odio viscerale per la guerra. L’alternativa sarebbe: “Amo la pace, desidero la pace, ma siccome non odio la guerra, se proprio volete bombardare, abbiate almeno l’accortezza di farlo pacatamente. Massimo rispetto, comunque”. E via dicendo: non ci può essere amore per la solidarietà senza odio per il menefreghismo; non ci può essere amore per la natura senza odio per chi inquina, etc.
L’odio si configura allora come il moto d’animo cardinale in un individuo socialmente costruttivo.
L’atto di stabilire una volta per tutte quali valori siano consentiti e quali ripudiati porta un solo nome: totalitarismo.
Sotto il fascismo, chi manifestava il proprio amore per Mussolini era nel giusto e benvoluto; chi al contrario mostrava il proprio odio, a qualunque livello, subiva pesanti punizioni.
Il meccanismo è il medesimo di quello che si riproduce nella diffusa repulsione nei confronti della bestemmia.
Perché mai l’espressione d’amore per dio (tramite preghiera o quant’altro) viene accettata e la manifestazione di odio (attraverso la bestemmia) scandalizza ed indigna?
“Beh, in quel caso si offende qualcosa di molto importante per tantissime persone”. E non si pensa mai al fatto che la preghiera offende allo stesso modo un ateo, o perlomeno offende chi come me si sente ferito dalla sospensione del giudizio critico e dalla superstiziosa credulità che trasforma il pensiero magico e la mitologia in sapere certo ed assodato con il risultato di conseguenti crimini ed abusi di cui la storia è pregna.
“Ma se tu bestemmi dio, per un credente è come se ingiuriassi una persona a lui cara”. Ma se un credente nelle sue preghiere afferma l’esistenza di un capellone vergine palestinese che cammina sull’acqua, tramuta una materia in un’altra e guarisce i malati con la sola imposizione delle mani, per me è come se ingiuriasse, che so, Bertrand Russell od altri grandi ed infangasse la memoria di quelle persone che hanno dato la vita per la ricerca e per me hanno l’identico valore affettivo e di “autorità” che può avere dio per un religioso.
“Non è precisamente la stessa cosa. Che fastidio ti dà se uno prega e tesse le lodi della divinità?”. Mi dà molto fastidio se qualcuno inneggia all’abbrutimento ed all’inebetimento. Ma potrei rigirare la domanda: “Che fastidio dà ad un religioso se io bestemmio e denigro Cristo o chi per lui? In fondo non faccio che enunciare la mia opionione discordante e non posso farci alcunché se la mia opinione comporta un assalto verbale diretto dai toni anche volgari”.
Dunque il presunto rispetto che verrebbe violato dal bestemmiatore si rivela piuttosto a senso unico: io devo consentire ad un religioso di esternare la natura del proprio credo, mentre il religioso può permettersi di riprendermi qualora io esterni la natura del mio. E per me, antiteista, la blasfemia è uno degli aspetti principali del mio sistema di pensiero.
Ricapitolando: se io bestemmio, manco di rispetto al credo di un fedele; ma se a me viene impedito di bestemmiare, si manca di rispetto al mio credo ateo antiteista che si esplicita anche per mezzo della blasfemia; se io dico: “Sia maledetto iddio”, un religioso si sente offeso; ma se un religioso dice: “Sia benedetto iddio” mi sento offeso io. Ostacolare il mio atto di bestemmiare è sicché una mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di quello in cui credo io. Allora come la mettiamo?
“Ma se credi non devi bestemmiare proprio perché credi e se non credi non ha senso che tu bestemmi. Dunque perché bestemmi?”. Tralasciando l’acutissima risposta: “Pe’ datte fastidio” che lessi su una vignetta tempo fa, rispondo: l’ateo antiteista blasfemo non bestemmia tanto dio, quanto l’idea di dio in quanto cristallizzazione di aberrazioni della ragione quali schiavitù, sottomissione, dogma, fede cieca nell’indimostrabile, sonno narcolettico indotto ed autoindotto dello spirito analitico, obbedienza priva di riflessione indipendente, impulso congenito alla sopraffazione.
Certo, con l’odio da solo non ci si fa alcunché. Va elaborato alla luce di una piena coscienza oppure non è che vuoto livore senza obiettivo. La bestemmia da sola, insomma, serve a poco, altrimenti un avventore a caso di un baretto a caso della Tuscia potrebbe essere reputato un campione della filosofia d’opposizione contro l’ultraterreno. Però, la bestemmia, al suo stato più basso e basilare, è l’equivalente del primario impulso di disprezzo nei confronti di un’autorità dispotica ed illogica, il grido istintuale del popolano stanco delle angherie del sovrano.
La scusa della maleducazione, della sconvenienza, dell’indecenza del turpiloquio, non è che una trappola con cui il pensiero dominante ed i suoi sostenitori tentano – riuscendoci – di ingannare i loro avversari dissidenti rendendoli censori di loro stessi.
Io rivendico quindi il mio diritto ad odiare, a dare sfogo all’essenza delle mie convinzioni fondate sul disprezzo verso la dittatura del sovrannaturale, esattamente come lascio che qualcun altro levi a dio il proprio canto d’amore, caposaldo del proprio essere.

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Oί σαεττόνες

Posted by sdrammaturgo su 11 marzo 2008

(Titolo latinizzato: De saettonibus)

*

Sottotitolo: analisi della geografia politica e degli usi e costumi del mio borgo natio come specchio della Grecia Antica.

Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Questa non è una di quelle.
Ho già avuto modo altre volte di perdermi in trasognate narrazioni di vita vissuta mio malgrado nel mio amaro paese d’origine (ad esempio qui, qui e qui). Mi accorgo però che sono sempre state memorie redatte più sul trasporto della commozione che con il piglio lucido dello storico rigoroso. Ho reputato dunque che fosse giunto il momento per una trattazione scientifica che associasse la professionalità all’emozione dei ricordi.
L’idea per il presente saggio mi è venuta in mente mentre rimembravo i gloriosi tempi delle grandi risse tra frazioni ed ho realizzato con stupore quanto simile fosse la situazione della mia terra natale a quella dell’Antica Grecia.
Avete mai provato ad immaginare una Grecia senza Atene? Insomma, un’Ellade senza speculazione filosofica, senza razionalità politica, senza poesia e letteratura, senza scienze avanzate. Togliendo alla Grecia le altezze del pensiero, rimarrebbero le sbornie, le guerre e gli squartamenti di buoi. Ecco, avete ottenuto Montefiascone.
Nell’epoca dell’Europa unita, in cui un finlandese dovrebbe sentirsi a casa sua anche in Portogallo, laddove il Vecchio Continente ed il mondo intero si avviano ad un crescente cosmopolitismo favorito dalle grandi migrazioni, sul colle falisco è ancora possibile sentirsi a disagio con il proprio vicino di orto.
A Montefiascone vige infatti una sorta di federalismo ancestrale ed immanente, un campanilismo atipico ed originale che si espleta non già e non solo in una rivalità astiosa con i paesi limitrofi, ma genera financo un nazionalismo tutto interno tra frazione e frazione e sovente pure tra sottofrazione e sottofrazione, tra via e via, tra strada e strada.
Ah, quante volte ho sentito pronunciare da qualche abitante di Tartarola: “Tsk, che t’aspetti da quello lì? Capirai, quello è del Poggio delle Croci: tutta gentaccia”. Ed il Poggio delle Croci comincia appena superata una curva di Via Tartarola.
Ma procediamo per gradi.
Come la Grecia Antica, dunque, il territorio montefiasconese è suddiviso in regioni ben distinte in cui sono rintracciabili sfumature di tradizioni e caratteristiche sociali leggermente differenti di zona in zona.
Il cittadino falisco è noto nel circondario viterbese come saettone, appellativo che indica la figura distintiva del contadino chiuso e diffidente, dedito esclusivamente ai propri affari e disinteressato agli eventi della comunità, per nulla ospitale, orgoglioso della propria ignoranza e sveltone, ovvero smargiasso, tracotante, ergo facile alla ύβρις, peccato al tempo stesso punito e mal visto eppure peculiare dell’animo del montefiasconese medio. C’è un brevissimo dialogo che riassume al meglio lo spirito ottuso e tronfio del bifolco nostrano: due tra i maggiori saettoni stanno conversando; uno fa all’altro, il buzzurro più mastodontico: “Ambrogi’, hai sentito? Dice che nel 2017 cadrà un meteorite che distruggerà tutto il mondo” “Sa’ che cazzo m’ancula ma mi: io so’ muratore, costruiscio un muro de cimento e me c’ariparo sotto”.
Preoccupato solo del proprio campicello, il saettone vede di cattivo occhio già il dirimpettaio, che percepisce come estraneo ai propri affari, dunque da evitare, temere e combattere.
Ne consegue un’inevitabile frammentazione della comunità.
Tenendo presente la penisola ellenica come termine di paragone, è possibile quindi tracciare un profilo delle varie aree montefiasconesi scorgendovi più di una somiglianza con le diverse regioni greche.

Partendo dall’esterno, ci sono gli Zepponami, suddivisi in agglomerati che portano il nome delle principali famiglie residenti (i Cevoli, gli Stefanoni, etc.). Terra che più di ogni altra ha sempre rivendicato la propria indipendenza dal resto del paese, costituisce un organismo territoriale estraneo e duro, un sistema in sé concluso più di ogni altro all’interno dell’intero comune, abitato da genti selvatiche che si sono costruite una loro urbanità e si sono date leggi ispirate agli antichi ardori guerrieri. Ecco, gli Zepponami sono la Tracia.
Il dotto inquietologo Prof. Fulvio Tricheco rammenta un aneddoto che sintetizza al meglio il carattere del popolo zepponamese. Da piccolo, il Tricheco soleva andare a giocare a casa di Eugenio, figlio del medico della frazione; un simile prodotto della buona borghesia non poteva che essere considerato un elemento alieno in un contesto di brutali agricoltori. Eppure, un giorno, il bimbo Eugenio propose a Fulvio di andare a giocare in parrocchia: “Vieni con me, lì siamo tutti amici!”. Nel momento in cui Eugenio si avvicinò agli altri ragazzini, un grido si levò da uno di loro: “Rega’, c’è ‘l fijo der dottore: pelamo ‘l porco!”.
Difficile è l’integrazione in una stirpe indomita.

Il suddetto Fulvio Tricheco nacque e crebbe invece a Le Coste, terra che può essere accostata alla Tessaglia: rustica e sanguigna, ma tutto sommato pacifica e dotata di una sua creatività.
E’ sempre Fulvio a raccontare come i suoi compagni erano soliti disegnare a scuola trattori a cingoli al posto di astronavi; avevano trattori a pedali invece delle classiche macchinette; sognavano di diventare abili piloti di trattori; ambivano ad andare sul trattore con i propri padri.
Le Coste sono ripartite in ulteriori zone: il Poggio della Frusta, il Salto dell’Asino e per finire il misterioso Cunicchio, che sprofonda verso il lago ed è noto per la presenza di numerose fattucchiere, per udire gli oracoli delle quali arrivano persone da ogni angolo del paese.
Basti un solo famigerato esempio per render chiaro il vasto potere delle streghe costarole. Un giorno una ragazza andò a domandare lumi sul futuro ad una di esse: “Sono in crisi con il mio ragazzo. Secondo lei ci lasceremo?” “Potrebbe essa, ma potrebbe pure nun essa”.

Ai confini estremi di Montefiascone ci sono i Poggeri, delimitati dai Fiordini e dalla Commenda. Sono regioni abitate da genti legate alla campagna, per nulla avvezze alla mondanità paesana. E’ un popolo semplice e laborioso, i cui fanciulli giocano ad arare i campi con la propria bicicletta, simulando l’opera del vomere con veementi sgommate al grido: “Va’ come smorghino!”. Poggeri, Fiordini e Commenda rappresentano l’Epiro.
Anche durante i tipici giochi dei bambini, in cui costoro interpretano personaggi simulando vita di famiglia, l’animo puro e rurale degli individui del luogo emerge costantemente: “Io faccio il padre” “Io faccio la madre” “Io faccio il figlio” “Io faccio il cinghiale”.
E’ interessante vedere come il bestiame venga reputato alla stregua di un elemento del focolare.

Quasi al di fuori del perimetro comunale sono situate Le Guardie, landa pressoché desolata in cui i giovani falisci si recano per mettere alla prova il proprio ardimento schiacciando con la macchina i molti conigli che ivi vivono liberi. L’abbattimento di un buon numero di capi è motivo di vanto allorché ci si reca sull’acropoli – la piazza al centro – a bearsi delle proprie gesta, mentre si gira in tondo con la costosa automobile nuova fiammante a rendere la totalità della cittadinanza edotta sui gusti musicali del guidatore.
Per inciso: una visita alla piazza di Montefiascone è caldamente consigliata ai detrattori delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Udendo i grugniti gutturali ed assistendo alle pose scimmiesche dei più rudi tra i saettoni, risulta impossibile infatti dubitare di un passato belluino del genere umano. Le maniere ferine che permangono e ristagnano nei primitivi falisci, i loro tratti somatici disarmonici ed australopitecheggianti, rendono la scena un vero e proprio studio di Cesare Lombroso a cielo aperto.

Passando rapidamente in rassegna le altre frazioni che portano il nome di Cipollone, Madonnella, Le Grazie, Le Cannelle, Capobianco, Le Primie (rispettivamente Macedonia, Etolia, Acaia, Beozia, Calcedonia, Epidauro) visto il loro trascurabile interesse e tralasciando le altre innumerevoli sottozone di cui si compone Montefiascone, posso finalmente arrivare ad illustrare e descrivere la mia frazione di provenienza.
Se Fulvio è nato e cresciuto in Tessaglia, io ho avuto la nobile sorte di nascere e crescere nientepopodimeno che a Sparta.
Sì, Le Mosse stanno a Montefiascone come la Laconia sta alla Grecia.
Senza ombra di dubbio il più inclemente territorio del panorama falisco, Le Mosse hanno da sempre sfornato gli uomini più coriacei, gretti e bellicosi del paese.
Un ecosistema a parte, quello de Le Mosse. E’ compreso tra Tartarola (lembo di confine con il paese, è lì che si trova la mia casa) e la Mentuccia (impervio luogo di pascoli e boschi), si estende fino a Vallalta (pianura di aperta campagna) ed ha il proprio cuore pulsante ne Le Mosse propriamente dette e nel Carpine.
E’ soprattutto dal Carpine che proviene lo zoccolo duro della genia guerriera mossarola.
Sprezzante del destino che aveva voluto darmi una speranza di salvezza facendomi nascere sulla frontiera, fin da piccolo volli lo stesso farmi inghiottire dai furori che sentivo spirare dalle spartane Mosse, senza badare troppo alle sagge parole disincantate di Fritz il benzinaro, vero e proprio Tiresia agreste costantemente assiso a prendere il fresco davanti casa. Ogni volta in cui mi recavo a trovare i miei nonni che abitavano nel bel mezzo de Le Mosse, egli mi diceva: “Che stai a fa’ qua pe’ ‘sti zozze Mosse?”.
Perché a Le Mosse non si va e da Le Mosse non si parte. A Le Mosse si sta, qualora il fato ed il sangue abbiano deciso di porvi i natali.
C’è chi da Le Mosse non è mai uscito in tutta la propria vita: la mattina il lavoro nei campi, dopodiché al bar di Carmelo o di Pila; la spesa si fa da Toto, i capelli si tagliano da Oreste o da Mauro e se ti fai male ci pensa il sor Duilio a metterti a posto le ossa, come si conviene ad un vero uomo, altro che i vezzosi ospedali adatti giusto ai modi effeminati di quelli del centro privi di spina dorsale!
E di certo non ci sono motivi per andare a Le Mosse.
Se i ragazzini de Le Coste disegnavano trattori e quelli dei Poggeri giocavano ad arare i campi, i bambini de Le Mosse non disegnavano e non giocavano per niente. Niente e a niente.
L’αγογή cominciava presto per il piccolo mossarolo. Io ho avuto la fortuna di ricevere il battesimo del fuoco da una generazione di eroi. Quasi tutti loro hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della rozzezza falisca.
C’era Michele S., un concentrato di pura cattiveria allo stato brado. Quando, vedendolo passare, le vecchine gli chiedevano bonarie e materne: “Dove va questo bel giovinotto?”, Michele rispondeva prontamente e puntualmente: “A fanculo. Fatte le cazze tue, puttana” (importante nota grammaticale: nel dialetto montefiasconese non esiste il maschile plurale. Tutti i sostantivi maschili, al plurale vengono flessi al femminile. Esempio: il maschio diventa le maschie. Per approfondimenti, cliccare qui). Michele S. era uno specialista della tortura, sia su animali che su esseri umani. La pratica che preferiva era appendere i gatti sui balconi ai fili che si usano per stendere i panni. Era escluso che potesse avere torto: chi è avvezzo ed esperto nella prevaricazione, non può che prevalere in ogni caso ed in ogni dibattimento. Come quella volta in cui stava fumando sul terrazzo di casa sua; la cenere cadde in testa ad un’elegante anziana signora che stava passando lì sotto, la quale alzò lo sguardo e con garbò disse: “Ohibo” “Ma vaffanculo”, fu la pronta reazione.
Daniele R., sempliciotto scampato per miracolo dall’essere scartato sulla rupe Tarpea, subì quotidianamente per un anno intero gli abusi di Michele S.: ogni mattina, alla fermata dello scuolabus, appena Daniele sopraggiungeva, Michele esclamava: “Qua, mo’ mettemo le marce” e successivamente lo afferrava per i capelli muovendo la sua testa come se avesse tra le mani la manopola del cambio di un’autovettura. L’operazione durava dai dieci ai quindici minuti filati, fino a che il pulmino non compariva salvifico a dar respiro al malcapitato.

Inoltre a Michele S. si deve l’invenzione della risposta definitiva, quella che mette a tacere qualsiasi critica: a chiunque osasse rilevare qualcosa di ridicolo o sbagliato nella sua persona, egli ribatteva: “Io me lo posso permettere”. “Ma che pantaloni brutti che hai!” “Io me lo posso permettere”. “Perché ti sei pettinato in modo così insulso?” “Io me lo posso permettere”. “Haha, t’hanno bocciato!” “Io me lo posso permettere”. Io me lo posso permettere: disarmante, non lascia scampo a repliche e contrattacchi.

Inseparabile spalla di Michele S. era Federico D., un baro nato. Briscola, Monopoli, Hero Quest, Hotel: qualunque fosse il gioco, lui rubava ed ingannava con una maestria inimitabile. Un truffatore così talentuoso che, pur essendo semi analfabeta, quando si doveva imbrogliare mostrava un eloquio ammaliatore ed impeccabile.
Loro pari nelle gerarchie militari erano Federico B. e Michele C. Il secondo aveva fama di imbattibile picchiatore. Solo Marco S. gli era pari nell’arte dello sganassone. Temuto e rispettato, il suo era uno spirito impavido e spavaldo. Giocando una volta a calcio contro una squadra di Viterbo (peggio che forestieri!), ebbe uno screzio con un avversario. Uno dei compagni lo mise in guardia: “Attento, Miche’, questo lo conosco ed è cintura nera di karate!” “Embè?” rispose imperturbabile il prode Stelio delle vigne “Io c’ho ‘n pezzolo mal motorino”.
Altra coppia di inseparabili erano Daniele B. e Stefano. Il secondo in particolare era un perculatore di insolito ingegno. A lui si devono molti dei soprannomi affibbiati ai ragazzi de Le Mosse e mai più dimenticati. Uno su tutti, il Pollo, altresì Luca, che dal volo dalla rupe Tarpea non si riprese mai più. Non ho mai visto in tutta la mia vita subire tanti atti di bullismo campagnolo da una persona sola. Uno su tutti, il più frequente, la stira: non faceva in tempo a comparire in pubblico che veniva subito aggredito in gruppo e spogliato completamente. Dimostrò comunque un’ostinazione ammirevole nel non recludersi in casa e partecipare anzi assiduamente ai giochi collettivi. Di questo le alte sfere gli resero merito ed infatti dopo una dozzina d’anni smisero di angustiarlo.
Eredi dello schernitore provetto furono Pierluigi e Gabriele, che furono gli elementi a me più vicini, insieme a Fiore, colosso forzuto la cui nota distintiva era quella di imitare il rumore delle sgassate quando correva giocando a pallone. Piegava la testa da un lato e strillava: “Viiim viiiiiiiim!”, facendosi forza nel segno della Tipo sbassata del fratello. Ciò che gli dei avevano dato alle sue braccia, avevano tolto all’estro. Una volta in cui mi trovavo con lui e Giorgio (figlio dell’avvocato, ergo rampollo della nobiltà mossarola, invisa alla classe dei soldati), proposi di giocare ai poliziotti. Tutto entusiasta, Giorgio intervenne: “Ok, io mi chiamerò Frank Johnson!”, io incalzai: “Ed io mi chiamerò Alex Parker!” e Fiore: “Io mi chiamo Peppe”. Ci passò la voglia.
Retrovie di fanteria erano Salvatore e Marco detto il Cignale. Salvatore veniva sovente messo in castigo, specie quando non finiva il numero di cannelloni che la madre aveva stabilito dovesse ingurgitare. Un vero genitore mossarolo è sempre assente dalla vita del proprio figlio, tranne quando si tratta di insegnargli con severità che un vero spartano non deve tirarsi mai indietro di fronte alle abbuffate, giacché il cibo in quantità è la fonte di energia del guerriero audace nonché prova di virilità da cui non ci si può esimere.
Il Cignale è invece l’emblema del cattivo rapporto del falisco con il progresso: quando il padre comprò un frullatore, l’unica cosa che Marco considerò utile ed opportuno fare con quella diavoleria tecnologica fu infilarci il braccio. Dovettero mettergli decine se non centinaia di punti di sutura. Diede però prova di massimo coraggio. Puah, inutile aggeggio della frivola modernità, lezioso orpello da borghesuccio! Un mossarolo degno di codesto nome si rifiuta di spremerci dentro frutta come farebbe una donnicciola! Ci sono le nude mani per quello! Molto meglio misurarci il vigore delle proprie membra, sicuramente atto meritevole di stima.
Tra le massime autorità c’era Riccardo detto Vitino, in quanto figlio dell’elettricista chiamato Cacciavite. Fu uno dei miei principali mentori e correttori. Un giorno, siccome lui si stava vantando di aver pomiciato con vieppiù cessi da fare spavento e tessendo l’apologia delle donne brutte, io ebbi l’ardire di professarmi discorde e mostrare un’imperdonabile mollezza di gusti estetici: “A me però piacciono solo le ragazze belle. Non so, con una brutta non ci andrei”. Giustamente, venni subito esposto al pubblico ludibrio: “Stuuupido! Sentitelo tutti! Ha detto che le brutte non gli piacciono!” “Hahahahahahaha”, ci fu uno scroscio di risa da parte di tutti gli astanti. “Hahaha, gli piacciono solo le belle al signorino, hahahahaha” “Le brutte te le devi scopa’ tutte, hai capito? Stuuupido!” “Buffone, dio porchise, buffone!” (a Montefiascone neppure le bestemmie – usate come intercalari – vengono pronunciate correttamente: dio porco diventa dio porchise, dio maiale dio maleale, dio impestato dio ‘mpeshtato, e via storpiando).
Non fu l’unica volta in cui venni redarguito. Accadde anche sullo scuolabus, nel periodo della terza media. “L’anno prossimo che scuola prendi?”, mi chiese Francesco T. il Bello, ammirato per la propria bravura a calcio, per la potenza di tiro, per il rutto spaccafinestre e così appellato per distinguerlo dal coetaneo Francesco T. il Brutto. “Il liceo classico”, risposi. Subito fu un coro di ingiurie: “Cojone! Stupido! Il classico, pija ‘sto salame! Chissà che cazzo ce fai. Ragioneria hai da pija’, così poi c’hai ‘n pezzo de carta su le mano! Scialacotto!” (appunto lessicale: scialacotto è il tipico insulto montefiasconese. Significa “uccello lesso e senza ali”).
Salendo nelle alte cariche, si faceva la conoscenza di Renzo de le Pince, ergo Pincetto, detto anche Schillaci. Era il più grande di noi, ma anche oggi che avrà trent’anni suonati ne dimostra a malapena quindici ed intellettualmente sette. Magrissimo, povero, vittima di un padre padrone, era al limite del ritardo mentale. Ma gli volevo bene, era un animo docile, simpatico ed ero nelle sue grazie (sarà perché era più balbuziente di me). A lui devo il soprannome di Fontolan, come il calciatore dell’Inter, che mi accompagnò fino alla fine dell’adolescenza.
Suoi sodali erano Memo e Simone detto la Sorca. Proprio Memo aveva conferito tale nomignolo all’amico: un giorno, al baretto, voltandosi verso il compagno, lo apostrofò: “Ammazza quanto sei brutto. Fai schifo. Me pari ‘n sorce. Anzi, ‘na sorca”. Oh, Memo ed il suo perenne caschetto con la riga in mezzo…Spaccone congenito, si ricorda un suo memorabile ingresso in sala giochi con indosso solo una camicia a maniche corte completamente sbottonata sul petto nudo mentre fuori c’era la neve proferendo gagliardo: “Dio sbudellato, che cazzo de callo che fa di fora”.
Vero guru era Luca detto il Tubbista. La sua parola era legge. Se al flipper lui diceva fuelle invece di fuel, qualora tu osavi pronunciare la corretta dizione inglese, eri tu l’ignorante senza appello, perché “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Se Fiore sosteneva che tra due uomini che fanno sesso “solo chi pija è frocio: quell’antro è normale” e tu gli facevi notare la falsità della sua osservazione portando come argomentazione il parere dei maggiori sessuologi, venivi sbugiardato ed umiliato, perché glielo aveva detto il Tubbista e “le saprà di più ‘l Tubbista?”. Il Tubbista era il sapere incarnato.
Ma il Mito, il Sommo, l’Assoluto, il Meraviglioso era lui: Emiliano detto Egans. Non aveva preso neppure la terza media per fare il manovale, aveva il Fifty modificato che andava più forte di tutti ed aveva il cazzo di venticinque centimetri: mi pare sufficiente per essere ritenuto l’Inarrivabile. Sì, Egans era Leonida. Compariva raramente, come si conviene ad una leggenda. Da vero duro qual era, sul motorino dava gas tirando direttamente la corda dell’acceleratore che aveva staccato dalla manopola del manubrio. Sul suo prodigioso cazzo si narravano storie su storie, tra cui spiccava il celeberrimo faccia a faccia con una prostituta, la quale, nel vedere il suo mostruoso arnese, avrebbe affermato: “Que’ lo vai a mette nel culo a la tu’ mamma”. Esisteva tutto un filone di epica sottofrazionale su Egans, tanto da poterci redigere un’Egansiade. Egli era il re.
Luogo eletto dell’addestramento era il campetto. Ci sono tanti campetti a Montefiascone, ma quello de Le Mosse è IL Campetto. Il prete dell’oratorio, in preda alla disperazione, ci aveva affisso il cartello “vietato bestemmiare”. Su quel cartello non è mai mancata della saliva colante.
Era da lì che partivano le mode linguistiche per insulti ed offese pirotecniche di vario genere che contagiavano poi l’intero paese ed era lì che venivano inventate le più innovative e letali tecniche di lotta, sopruso ed angheria.
Resta negli annali ad esempio la crocifissione di un ragazzo colpevole di essere figlio di un professore: venne legato alla croce del tetto della chiesa ed esposto alle intemperie per diverse ore.
Furono poi brevettate molteplici metodologie di attacco: il frontino di potenza, il cotozzo a mano piena (quando ci si tagliava i capelli, si aveva paura di farsi vedere in giro, tanto era temuta l’inesorabile tradizione dello schiaffo del capello), la boccata sciacquadenti, il battesimo delle scarpe (se ti presentavi con un nuovo paio di scarpe, ti venivano pestati i piedi da tutti gli altri), il disonore (gesto puramente simbolico: se te ne stavi seduto assorto e distratto, qualcuno poteva balzarti addosso strofinandoti la nuca con il culo ed in quel momento eri disonorato), fino al terrificante ghetto, che consisteva nello sputarsi sull’indice ed il medio uniti per poi lanciare lo scatarro con le mani addosso al proprio bersaglio. Essendo stato sempre parossisticamente schifiltoso, quando fu in voga il ghetto non uscii per mesi.
Non ti potevi permettere un solo momento di disattenzione: una boccata sciacquadenti od un sputacchio erano sempre in agguato per ricordarti che la vita è una sequela di dolori a cui un vero guerriero, un vero spartano, deve saper sempre far fronte con caparbietà ed avvedutezza.
Tutta la gioventù montefiasconese prendeva spunto dalle pratiche vessatorie nate al campetto e le riproduceva tentando di eguagliare i colossi della prepotenza.
Da Le Mosse si dettava anche il trend per gli insulti. Un esempio su tutti: cominciò ad avvicinarsi al cruento mondo del campetto il piccolo Mirko detto Bacarozzo; Mirko era un ragazzino estremamente cicciotto e chiacchierone; un giorno, durante una partitella, non la smetteva più di gridare: “Passatemi la palla! Dai! Passatela anche a me! Dai dai! Passa! Passatemela!”; al che, l’olimpico Tubbista, estenuato dalla loquacità del pargolo, lo mise a tacere da par suo: “Zitto, grasso”. Ebbene, da quella volta grasso divenne un insulto tout court in tutto il paese, utilizzato come sinonimo di stupido, idiota, deficiente fastidioso. Non era inconsueto sentire dire da qualcuno: “Sei proprio grasso” ad uno smilzo.
Le regole erano ferree e stabilite una volta per tutte dal consiglio degli anziani. Guai a mostrare qualcosa di nuovo che non avesse ricevuto l’approvazione del senato o che non fosse stato richiesto. La libera iniziativa era severamente punita. Se ti presentavi, che so, con un adesivo sulla tua bicicletta, immediatamente i saettoni capi mossaroli cominciavano ad esaminarlo e squadrarti: “E questo dove l’hai preso? Perché lo hai messo? Chi te l’ha dato il permesso?”. Sicché, la bici veniva inevitabilmente smontata pezzo per pezzo e nella peggiore delle ipotesi scagliata nel dirupo dei castagneti.
Le punizioni le potevano battere solo i più grandi e nella fattispecie Francesco T. o Vitino. Guai ad avanzare assurde pretese di protagonismo. Mirko il Bacarozzo ebbe modo di scoprire ben presto cosa comportava la superbia. Nel corso di una partita, venne commesso un fallo e fu concessa la punizione (arbitri erano gli stessi giocatori più grandi. La sanzione delle scorrettezze era affidata alla loro magnanimità. Potendo dunque rifiutarsi di permettere il calcio piazzato, ogni loro decisione contraria era da intendersi come un gesto di misericordia imperiale da accogliere con la migliore reverenza. Al contrario, se tu non li sfioravi ma loro decidevano che era rigore, rigore doveva essere). “Batto io!” urlò il solito garrulo Mirko. “No, batte Vitino e basta”, sentenziò il Tubbista. “Dai, voglio battere io!” “Nun roppe le cojone, le punizioni le batto io”, aggiunse Riccardo. “Ma io voglio battere!”. Ingenuo. Aveva insistito troppo, rivelando un’inaudita mancanza di rispetto per la rara pazienza dei superiori. “Va bene” disse quindi con calma gelida Vitino “Adesso batti tu, ma si nun segni te corcamo” “Uh, allora non batto più” “No, adesso batti e si nun segni te corcamo”. Mai potrò dimenticare il sudore freddo, l’ansia spasmodica impressa sul volto di Mirko mentre prendeva la rincorsa e l’espressione di terrore che gli contrasse il viso allorché vide il pallone infrangersi impietosamente sulla barriera. Venne fatto sistemare in un angolo del campo, addossato al muro come un condannato di fronte al plotone d’esecuzione, e bombardato di pallonate.
La pallonata era lo strumento di assalto più utilizzato, a dimostrazione di come tutto nelle mani del soldato montefiasconese possa diventare un’arma.
Venne usata diverse volte per difendere il territorio e scacciare gli invasori. C’era un bambino, Riccardo, che da Roma ogni estate veniva a passare le vacanze a Montefiascone ed aveva la casa proprio a ridosso del campetto de Le Mosse. Se Viterbo era la Colchide, per noi Roma era Troia. Evidentemente si era reso conto assai presto, osservandoci ben protetto da dietro la recinzione, che quello non doveva essere un ambiente granché cordiale nei confronti degli sconosciuti. Così se ne teneva alla larga. Il padre però insisteva continuamente: “Dai, su, va’ a giocare con i bambini!”. Riccardo il romano naturalmente esitava ed evitava volentieri, finché un pomeriggio, incalzato dal genitore, ruppe gli indugi e varcò con aria guardinga e sommessa il cancello del campetto. Stavamo disputando una partita tutti vocianti, ma improvvisamente piombò un silenzio funereo. Tutti si voltarono a guardare lo straniero, finché un urlo squarciò il mutismo: “Qua, adesso tiramo le pallonate addosso a lui!”. Veloce fu la fuga del poveretto. Non tornò mai più.

Ebbene, questa è stata la mia infanzia, questa la mia adolescenza. Tra quei barbari prossimi miei, io così diverso, mi sentii accolto e tollerato, ma giammai davvero accettato. Ero una presenza tacita e superflua, però sopportata, percepito come altro rispetto a loro, incomprensibile, figlio di un’altra lingua e frutto di un altro pianeta, con le mie letture, i miei successi scolastici, le mie passioni per mitologia e cartoni animati, la mia scarsa propensione alle botte, nonostante fossi fiorito accanto a loro. Apprezzarono la mia umiltà e la mia volontà di imparare le asperrime norme della campagna e mi dimenticarono in fretta quando mi allontanai.

Mi ero ripromesso di essere il più scientifico possibile, ma non ce l’ho fatta: anche stavolta il cuore ha preso il sopravvento sulla fredda ragione. Perché in fondo di quei rustici villici maneschi sono debitore: è anche grazie a loro se rinunciai ai miei propositi di farmi prete e la smisi di andarmene in giro con il libretto intitolato Signore, insegnaci a pregare. Molti di loro furono chierichetti insieme a me, ma esempi come quello di Michele S. che da dietro l’altare si impugnava le palle e le scuoteva con fare provocatorio nei confronti dei fedeli mi furono di grande aiuto con il senno di poi.

Questo è ciò che è stato, questo è ciò che è: immune alla corsa dello sviluppo, la collina immagine dell’Ellade svetta ancora imperiosa sulle valli verdi circostanti e, porgendo l’orecchio nelle sere placide al calar del sole, è ancora possibile udire il cieco cantore Dandolino, novello Omero, che levando gli occhi al cielo e battendo il fiero pugno sul portone della fraschetta impreca virilmente contro il santissimo sacramento.

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Nius Nius Nius

Posted by sdrammaturgo su 6 marzo 2008

– Dopo “Avanti popolo, alla riscossa” e “Lavorare tutti, lavorare meno”, un nuovo motto per la classe operaia: “Ave, Caesar, morituri te salutant”.

– Secondo studi recenti, in virtù della teoria dei sei gradi di separazione, quando si vorrà inveire contro i parlamentari, sarà sufficiente insultare la propria nonna.

– Ampia pagina dedicata oggi al cinema con la nuova rubrica Rotocalco di quello disturbato dal rumore dei pop corn sgranocchiati dal vicino di poltrona peraltro scomoda dopo aver pagato sette euro per un film ed aver ammirato per tutto il tempo la nuca del giocatore di pallacanestro seduto davanti.

Discreto successo nelle sale cinematografiche per Il mattino ha l’oro in bocca, avvincente film che racconta la vita della spalla di Fiorello, il DJ Stefano Baldini. Grande attesa però per l’uscita, prevista per il prossimo mese, della pellicola sulla biografia dello zio di Erasmo il pizzicarolo: le elementari superate senza grossi problemi, le scuole medie senza infamia e senza lode, il posto di lavoro sicuro con stipendio fisso e le giornate trascorse in famiglia tra pranzi domenicali con i parenti e pomeriggi al baretto. Imperdibile.

Nei circuiti d’essai sta riscuotendo un buon successo il film su Raffaello Sanzio: la sua ricerca dell’armonia delle forme, l’imperativo castiglionesco della sprezzatura, la delicatezza della pittura, ma anche le sue scorrerie erotiche e la vita sessuale disordinata. Titolo dell’opera: Puttini e puttane.

Fa discutere in tutto il mondo il cartone animato “Persepolis” di Marjane Satrapi, giocosa quanto impegnata opera sulla lotta per l’emancipazione delle donne in Iran. Ma il vero film di rottura e d’assalto sul riscatto femminista delle donne nei paesi islamici resta l’imminente “Eviro l’emiro”.

Quasi finita la lavorazione del quarto capitolo della saga di Indiana Jones. Vent’anni dopo L’ultima crociata, il sessantaseienne Harrison Ford torna a vestire i panni dell’archeologo avventuriero in Indiana Jones ed il catetere otturato, dove lo vedremo alle prese con combattimenti mozzafiato per la conquista del telecomando e vertiginosi giri di liscio nella casa di riposo.

Si mormora di una scena di sesso particolarmente bollente: i due attori si avvinghiano con foga mentre Indiana Jones davanti allo schermo non riesce ad ottenere un’erezione soddisfacente per masturbarsi.

Sono state concluse da poco le riprese di quello che si preannuncia il porno più perverso immaginabile: Le pazienti coprofaghe del reparto geriatria.

E’ già disponibile in tutte le edicole il corso in DVD patrocinato dal Ministero dei Trasporti Guida pratica per parcheggiare correttamente. Vincenzo Mollica lo ha visto per noi: “Un appassionante kolossal di raro genio”.

– Dramma della prostituzione: ieri sera ho fatto un giro sulla Salaria, ma Rosita la venezuelana non c’era.

– Ricerca medica. Dopo anni di studi ed esperimenti su animali costati milioni di dollari, uno scienziato australiano ha trovato la cura per l’obesità: mangiare di meno.

– Tensioni in Sud America: alto rischio di guerra tra Colombia da un lato ed Ecuador e Venezuela dall’altro dopo che il Governo di Bogotà ha fatto uccidere uno dei leader della Farc – in buoni rapporti con Quito e Caracas – oltre confine danneggiando i negoziati per la liberazione di Ingrid Betancourt.

Appello dell’ONU a Naomi Campbell per incrementare il numero di pompe a Chavez.

Peraltro, la relazione tra Naomi Campbell e Hugo Chavez resta un mistero. Chissà cosa spingerà una top model a stare insieme al presidente del paese maggior esportatore di cocaina.

– Politica. Pier Ferdinando Casini candida nel Lazio la principessa Alessandra Borghese. Deluso l’altro aspirante al ruolo di capolista: Cesare Borgia.

Stasera non perdetevi lo Speciale Elezioni. Tanti gli ospiti in studio: il segretario della Democrazia Cristiana per le Autonomie Gianfranco Rotondi, che chiarirà quali saranno la sua posizione ed il suo ruolo all’interno del Popolo della Libertà e ci racconterà, in una parentesi colloquiale, come concilia il proprio impegno istituzionale con la sua grande passione: frustare minorenni legate ed imbavagliate; Giulio Tremonti, il quale illustrerà le difficoltà che si presenteranno al prossimo Ministro dell’Economia per via del buco lasciato dal Governo Prodi, che lo aveva ereditato dal Governo Berlusconi, che lo aveva ricevuto dal Governo Amato, che aveva dovuto tappare le falle provocate da Tarquinio Prisco; il vice segretario del Partito Democratico, di cui possiamo vedere una fotografia

Vice segretario del Partito Democratico

Vi lascio alla visione del remake di Ladri di biciclette, diretto da Michael Bay ed interpretato da Steven Seagal. Interessante la rivisitazione: Steven Seagal, nei panni del protagonista, riesce a trovare chi gli ha rubato la bicicletta e lo pesta a sangue.

Tante care cose.

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Antologia del Fosso Sponnini

Posted by sdrammaturgo su 2 marzo 2008

Il montarozzo

Dove sono Mario de le Filippelle
che chiama la dolce consorte
con ringhio gutturale: “Anna, dio cane!”
ed ella risponde amorevole: “Che cazzo voj?!”.
Tutti, tutti cotozzano sul montarozzo.

Dove sono l’Assuntina de Cotemme
che intasa la fila dal fornaro alle 8 di mattina,
la Santina che cuoce ventiquattro fettine panate
per i cinque pingui nipoti
e la Natalina che piscia da dritta nella catasta delle legna?
Tutte, tutte cotozzano sul montarozzo.

Dove sono Saponetta che tanti innocenti percosse,
l’Armida che puzza di vacca,
il vecchio Dano calzolaio che scacciò festanti fanciulli chiassosi
con doppietta ed acqua bollente?
Tutti, tutti cotozzano sul montarozzo.

 

*

Ciccio Turneri

Mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’erezione d’improvviso mi fuggì.

 

*

Giancarlo il Truffatore

Solevo frodare
energumeni iracondi.
Il mio epitaffio
fu il primo a venire redatto.

 

*

Uccio de la pora Rita

Vessai i conigli,
battei le pecore,
umiliai i maiali.
Un giorno mi puntò il somaro.
La mia tracotanza
defluì per lo sfintere.

 

*

Peppe il Passionale

Inseguii l’amore
per mari e per monti
fino a quando si stancò
e potei sodomizzarla.

 

*

Il suonatore Gianni

Accesi la motozappa
e inventai l’heavy metal.

 

*

Percy Bysshe Shelley

Mio padre, uomo di lettere,
volle nobilitare la mia memoria
imponendomi il nome
di un grande poeta.
Ma abitavo a Sacrofano.
Fui perculato a morte.

 

*

Fiore il Blasfemo

La mia era una vita senza grazia e senza fede.
Bestemmiavo dalla mattina alla sera,
maledicevo gli dei,
profanavo gli altari
lanciandoci capocce di porchetta.
Il mio spirito era arido,
tutto dedito alla materia ed alla brutalità,
attento solo ai bisogni del corpo
e distante dai sussulti del cuore.
Ma un giorno mi apparve la Madonna.
E me la feci.

 

*

Batore

Mi appassionai ai documentari sugli animali
mentre poltrivo in prigione.
Come c’ero finito?
Stanco della miseria e della fatica,
una notte mi intrufolai in una ricca fattoria
ed ivi sottrassi un trattore.
La fuga durante l’inseguimento
mi risultò poco agevole.

 

*

Settimio detto Fritz

C’è un prato al di là della piega del colle,
ove al lauro si intrecciano i platani.
Varcando il sentiero di terra
dolcemente cinto di arbusti,
lì, al limitare del verde prato fiorito,
c’è Meco che caca sotto al ceraso.
Sudavo alla vigna, governavo le galline,
spaccavo la legna, mungevo le capre.
E intanto Meco cacava sotto al ceraso.
Mentre la mia anima in pena
cerca un rifugio nell’Ade,
se tu, viandante, ti rechi
laggiù tra gli alberi e l’erba,
c’è ancora Meco che caca sotto al ceraso.

 

*

Meco

Tanto si favellò della mia accidia
coltivata dal furor dei miei intestini,
ma pochi – anzi, nessuno! – conosce quel ch’ebbi a patire:
sotto al ceraso c’era l’ortica.

 

*

Walterino il fungarolo

Inoltrandomi tra boschi impervi ed oscuri,
un dì alla macchia del Lamone
rinvenni un chilo e mezzo di cappellacci.
Quand’ebbi a raccontar la mia fortuna
alla bottega del buon barbiere Oreste
fui schernito da tutti gli avventori
perché dicevano che al Lamone
crescono solo prataioli e famigliola,
o al massimo – ad allargarsi – qualche porcino.
Così presi nomea di gran bugiardo,
di chi millanta imprese mai condotte.
Eppure in cuor mio io so
– quando si dilegua il giorno
ed il crepuscolo sopraggiunge con il suo silenzio –
io so – sarà stato per il dispiacere
o per il sughetto della sora Adele
che mette lo strutto pure sulle carote –
io so che i cappellacci della macchia dell’Amone
mi rimasero sullo stomaco sei giorni.

 

*

Neno Panza

Davanti alla bottega
del buon barbiere Oreste
trascorsi la mia vita
anche domenica e lunedì.
Quando un ragazzo ingenuo
ad Oreste domandò: “Ma Neno non è sposato?”,
il buon barbiere Oreste
rispose: “E chi lo pija?”.
Davanti alla bottega
del buon barbiere Oreste
la mia vita si esaurì
che era domenica o lunedì.
E comunque i capelli li andavo a tagliare da Mauro.

 

*

Don Agostino

Felice fu la mia la vita in parrocchia.
Durante le ore di catechismo
oppure nei giochi dell’oratorio
tra i cento chierichetti del seminario
e tanti e tanti pargoli
compresi cosa fosse una gang bang.

 

*

Filomena Dantini

Oh, quanto adorai il cinema!
In gioventù vidi centinaia di film
in compagnia del mio fidanzato Lole
perché solo nel buio della sala
potevo non vedere quant’era brutto.
Assistevo a cinque spettacoli di fila
perché mi vergognavo di farmici vedere in giro.
Ma l’amore vince su tutto
ed alla fine ci sposammo.
In vecchiaia divenne pure ubriacone.

 

*

Lole

Nel pieno della vendemmia
mi morì la mula.
Ma nun me poteva mori’ la moje?

 

*

Il giudice del paese

Ero alto un metro e mezzo
e c’avevo pure il cazzo piccolo.
Ma vaffanculo.

 

*

Nonno Cencino

Divenni anziano in un mondo di facili mode,
dove l’essere contava meno dell’apparenza
e l’aura vacua ancor più della superficie.
Eppure perché quando mi gettai nel fosso col Califfone
non venni considerato un figo maledetto con pulsioni autodistruttive?

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