Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for aprile 2008

“Pedanteria politicizzata” 7 – La mela

Posted by sdrammaturgo su 29 aprile 2008

L’immobilismo ha un sapore neutro ma dolciastro, gradevole senza particolari impennate di gusto, di una delicatezza che scorre via in fretta senza lasciare traccia.
Già, perché in fondo l’adeguamento passivo alla tradizione può non essere così male. Sopportabile, financo piacevole, che smorza piano piano ogni entusiasmo e lascia che ci si adagi in una condizione di torpore abitudinario, di inerzia servile senza slanci ma senza traumi, senza il peso fragile della libertà e della responsabilità.
La descrizione di un simile sapore corrisponde perfettamente a quello della mela.
La mela, il più sopravvalutato degli alimenti, il più inutile dei frutti, il pomo con cui la Natura è stata più avara ma che dalla Storia ha ricevuto di più. Un successo millenario dunque immeritato su cui nessuno ha mai riflettuto abbastanza. Ma questa rubrica è nata apposta per far luce sugli aspetti apparentemente più insignificanti e trascurati della quotidianità, con l’obiettivo di sviscerarne la nascosta e sottile portata simbolica etico-politica; quindi un’analisi del carattere sociale della mela e della sua rilevanza culturale costituisce una tappa imprescindibile nella ricerca del Male annidato negli anfratti della vita di tutti i giorni.
E la mela rappresenta la faccia meno rumorosa e proprio per questo più temibile del Male: la sua capacità di insinuarsi strisciando e venire accolto assumendo un aspetto familiare ed innocuo, persino buono, zuccherando il veleno. Perciò la mela si configura come il Male stesso. La mela è il Male, e nella sua forma più subdola. Non è un caso se in latino il termine malus significa sia male che mela.
Fin da piccolo mi sono sempre interrogato sul motivo per cui la mela non manchi mai in alcuna abitazione. E pensare che quando tornavo a casa affamato e chiedevo: “Cosa c’è da mangiare”, al sentirmi rispondere: “Le mele” mi veniva automatico replicare fra me e me: “Ah, ok, allora non c’è niente”. Sì, perché la mela è il cibo che mangi quando proprio non c’è nient’altro, è niente, l’ultima spiaggia della nutrizione, che addenti quando l’istinto di autoconservazione te lo impone. Se il frigorifero langue ed il tuo bisogno di sostentamento scalpita, ti butti sui sottaceti; se sono finiti pure quelli, ripieghi mestamente sulla mela. Ebbene sì, la mela viene persino dopo i sottoceti.
Eppure, in ogni cesta di ogni cucina la mela la fa da padrone, è presenza costante in ogni lista della spesa, è l’ospite fisso che non riesci ad evitare, è l’Alba Parietti del settore ortofrutticolo.
Perché? Perché la mela è la fruttificazione della sottomissione alla tradizione, della schiavitù alla routine soverchiante. Il rapporto dell’essere umano con la mela è l’immagine precisa della sua tendenza ad abbassare la testa e subire per pigrizia, mancanza di volontà, ottusa convenienza pavida.
Frutto preferito da mamme e nonne, la mela incarna quella morigeratezza dei costumi – espansa addirittura sino ai territori della gastronomia nella sua opera di conquista della totalità del vissuto – che è l’imperativo categorico dello schiavo provetto. La mela è sobria, austera e l’individuo deve essere educato alla continenza, gli deve essere imposta la moderazione affinché diventi un corpo docile succube del potere. Il sapore né pessimo né delizioso della mela, né esaltante né avvilente, trasmette alle papille quella medietas, quella mediocrità, quell’equilibrio abulico ed apatico appropriati ad uno stato di obbedienza senza pretese.
La mela è misura di tutte le cose.
La mela si mangia “perché fa bene”, perché “una mela al giorno toglie il medico di torno”, senza indagare veramente sui suoi benefici e sulle sue qualità, “perché è così”, perché “è sempre stato così” e si è sempre fatto così.
Alla fine di una parca cena, dopo un modesto cucchiaio di minestra e prima di filare a dormire – con estrema umiltà, onde non sollecitare troppo le possibili corde peccaminose e viziose del nostro animo, ché l’indomani si deve andare a lavorare – si mangia una mela, senza troppa gioia né fastidio, senza vera voglia ma neanche sincera refrattarietà, così, come un gesto automatico di un robot avvezzo ai rituali quotidiani devitalizzanti della tradizione.
In anni ed anni di intensa lotta convintamente antimelista, ho sviluppato una prova oggettiva con cui incalzare i sostenitori della mela, che fa cadere inesorabilmente i tipici argomenti dello sciagurato melista (“suvvia, la mela è buona! A me piace!”) e non lascia spazio ad obiezioni di fronte al suo carattere di inconfutabile certezza: lo scontro diretto. Per dimostrare l’insulsaggine della mela è sufficiente infatti metterla a paragone con qualsiasi altro frutto: “Ah, dici che ami la mela? Ok, allora se ti dico di scegliere tra mela e pesca, quale dei due frutti preferisci? Oppure, mela o albicocca? Mela od anguria? Mela o prugna? Mela o ciliegia? Mela o fragole?” e così via. Da quando ho ingegnato e strutturato questo insuperabile nonché infallibile test, la mela ne è uscita sempre inevitabilmente sconfitta. Di fronte a tale strumento maieutico, ogni sprovveduto difensore della pochezza meliana si è visto puntualmente costretto a riconoscere l’assoluta inferiorità della mela, ammettendo che la sua melofilia non era supportata da altre basi oltre quella della consuetudine alimentare tramandata di padre in figlio.
Un mondo più razionale, passionale e saporito è possibile: diciamo tutti insieme il nostro secco e fermo no alla mela, affinché possiamo finalmente vivere e non semplicemente – e brutalmente – esistere.

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Letteratezza

Posted by sdrammaturgo su 24 aprile 2008

Lettera a un bambino mai nato

Non ti sei perso niente.

*

Le affinità elettive

“Ah bbona, t’arisulto?”
“Dipende…Che me proponi?”
“C’ho ‘na siusta pressoché equina”
“Maddai? Io ho sempre avuto un debole per gli uomini con il membro ingombrante!”
“Sono commosso. Ingoi?”
“Oh sì, lo berrei pure in lattina, guarda!”
“Sei la donna per me”
“Ti amo”

*

Una vita violenta

“Ciao Tomma’, come stai?”
“Regolare, incazzato nero”
“Che hai fatto oggi?”
“Mah, niente di particolare, ho pestato tutti come al solito”

*

Ultime lettere di Jacopo Ortis

Caro Lorenzo, spiacente, ma ho finito i francobolli.

*

Opinioni di un clown

Sia chiaro fin dall’incipit: io non seguo la chiesa, ma credo in dio a modo mio. Mi serve credere in un essere superiore che è cristallizzazione dell’armonia universale; mi è utile soprattutto in questi giorni di elezioni amministrative, e si sa, al comune uno vota più la persona che il partito. Tanto alla fine destra e sinistra non vuol dire niente, l’importante è avere la testa sulle spalle e portare rispetto agli anziani. Ciò che conta davvero è l’amore, che è un sentimento irrazionale, quindi poco importa che io sia anarchico e vegano e lei fascista e macellara. Non ho certo i paraocchi per queste cose. Nelle questioni sentimentali conta ben altro: contano i piccoli momenti della quotidianità, i piccoli gesti che ti fanno capire che non dovrai farti le pippe almeno stasera, l’odore del pane appena sfornato, perché ci sta bene sempre. E poi lei mi piace perché dice sempre quello che pensa. E poco importa se pensa solo cazzate.

*

Finale di partita

Crotone – Ascoli 2 a 2.

*


Alla ricerca del tempo perduto

Do’ cazzo l’ho messo ‘st’orologio de mmerda?!


*


Cent’anni di solitudine

Mi sarei quasi rotto le palle.

*


Memorie dal sottosuolo

“Gi’, ha’ finito co’ ‘ste tubature?”
“Quasi, quasi”
“Daje, ‘namo, che mica potemo sta’ tutto ‘l giorno ne ‘sto tombino, pe’ du’ sòrdi che ce danno”
“Mica se sa quanto cacano questi. ‘Ste fogne sempre intasate, so'”
“Sta’ attento, ché c’hai ‘na sorca che te ciancica li stivali”
“Eh, magara fosse ‘na sorca come dico io che me ciancicasse quarch’antra cosa”
“Hehe, daje che quest’anno ritornamo a Cuba. T’aricordi quanto avemo scopato tre anni fa?”
“E come nu’ me ricordo…Capirai, du’ euro a bocchino. Qui manco co’ le slave tumefatte”
“Qui pe’ du’ euro te piji al massimo ‘na nigeriana co’ la diarrea e te lavora solo de mano”
“Invece lì è ‘n artra cosa…Ma te ricordi a quella moretta come je spigneva mar culo?”
“Ah, e quella ce l’aveva come la conca do’ ce lavava li panni la mi’ pòra ma’”
“Comunque ‘l mejo scosciacapretto lo faceva quell’altra, cosa, come se chiamava…”
“Dolore, Doloresse, ‘na cosa del genere”
“Altro che dolore: quella come m’alzavo la mattina, era ‘no scantarone”
“J’emo dato giù, avoja si j’emo dato giù”
“Nun ce pensamo, va’. Daje, svotamo ‘sto filtro che è pieno de piscio e poi annamo a casa”
“Passame la pinza”
“Eh, come je l’appinzavo ma ‘ste cubane…”
“Daje, nun esse malinconico”

*

I dolori del giovane Werther

Guglielmo, amico mio, sono settimane ormai che la sciatica non mi dà tregua. Potrei sopportare virilmente, è vero, invece di lamentarmi come una donzella di Toscana, ma ti prego di essere clemente con la mia femminea mollezza, poiché ci si è messa anche la solita gastrite. Oh, soffro così tanto, Guglielmo mio! Certo, avere l’ernia al disco non aiuta la mia tendinite, ma speravo almeno in questi mesi di evitare il mal di gola. E invece niente: il fato si è accanito su questo povero cuore che deve certo aver peccato di tracotanza, quando si è illuso di poter sconfiggere le emorroidi che il potente Iddio aveva voluto mandarmi in sorte. Non è tanto l’ardore dello spirto che mi affligge, quindi, quanto il bruciore delle chiappe. Ci sono giorni in cui il mio patimento si fa sì acuto che quasi bramerei di porre fine ai miei tormenti con il più estremo dei gesti. Ma poi mi rammento che devo ancora saldare il conto con il dentista – sai, per quel molare che mai mi ha dato tregua in tutta la mia sciagurata vita – e così arresto la mano, lasso e straziato dai sempiterni reumatismi. Ti saluto e ti abbraccio, sodale adorato, almeno idealmente, cosicché tu non abbia a temere ch’io ti attacchi codesta tosse che mai non accenna a dipartire.

*

I viaggi di Gulliver

Mah, a me Sharm el-Sheikh nun m’è saputo niente de che. A parte ‘l fatto che se magna male, ma poi la gente se veste come le statuette del presepio.

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Sopruso padronale, altrimenti detto Mercato

Posted by sdrammaturgo su 18 aprile 2008

Da cinque anni vivo in un appartamento a Roma nei pressi della Stazione Termini, in condivisione con altri ragazzi. L’affitto complessivo della casa è di 920 euro al mese. A me è sempre sembrato uno sproposito – nonostante il mondo che mi circonda voglia convincermi che in virtù della zona è un prezzo normale – ma sono sempre riuscito a sostenere la mia quota, con un po’ d’aiuto di nonni e genitori e lavori part-time che mi consentissero anche di portare avanti gli studi universitari.
A giugno i coinquilini se ne andranno e fino all’altro ieri ero certo che io sarei rimasto e li avrei rimpiazzati con due conoscenti. Invece dovrò lasciare anch’io la mia stanza. Perché?
Il proprietario dell’abitazione, o meglio il padrone (adeguiamoci alla terminologia di un sistema ingiusto fondato sul possesso e lo sfruttamento), mi ha comunicato che alzerà l’affitto a 1400 euro. Di colpo, un aumento di 480 euro al mese e ripeto QUATTROCENTOTTANTA euro. Non me lo posso permettere, né io né le ragazze che erano interessate alla stanza che si sarebbe liberata, dunque dovremo cercare un’altra sistemazione, nella vana speranza di trovare qualcosa che sia alla portata delle nostre esigue finanze in una selva di prezzi da strozzinaggio che crescono senza controllo.
Un’ira funesta degna di Achille con una pruriginosa escrescenza cutanea mi è spuntata allorché mi sono anche visto preso in giro: “Sa, abbiamo sentito in giro ed abbiamo deciso di adeguarci. E poi con questi prezzi, con quest’euro, le tasse, non possiamo fare diversamente”. Insomma, una speculazione padronale compiuta sulla vita e sui bisogni delle persone fatta passare per una scelta obbligata.
“Sa, io non volevo stuprare quella ragazza, ma ho visto che in giro la tendenza comune era quella, e così mi è toccato stuprarla”.
Avrei preferito un sincero: “Tu sei un poveraccio, io voglio fare più soldi visto che alla gente una casa serve per forza ed io ho in mano un prodotto necessario che posso gestire secondo il mio arbitrio come meglio mi conviene, dunque o mi dai di più o poco importa se te ne vai sotto un ponte. Anzi, compro anche il ponte e ti sfratto pure da lì”.
Signor Volpe (è il nome del padrone): so che lei ha diverse proprietà ed una fabbrica. Le auguro tutto il male possibile, ma, ovviamente, qualora scoppiasse un incendio in qualcuno dei suoi stabili e lei ci si trovasse coinvolto, mi dispiacerebbe se morisse in tempi troppo brevi e senza un’agonia sufficientemente dolorosa.
Ciò che più mi indigna però è lo spirito di rassegnazione che si respira persino tra chi è vittima di un simile meccanismo di profonda ingiustizia. Invece di riconoscere in chi si trova nella mia stessa condizione di classe una rabbia pari alla mia, riscontro un ottuso giustificazionismo da schiavo con la sindrome di Stoccolma: “E che ci vuoi fare, d’altronde è il mercato che va così: domanda ed offerta”. Il Mercato. Ma che cazzo significa? Che cazzo è ‘sto mercato de mmerda?
Quando si parla di mercato, sembra quasi che ci si riferisca ad un’entità autonoma e divina che aleggia, decide ed ordina ed alla quale bisogna sottomettersi ed obbedire ciecamente.
Una buco di 50 metri quadrati viene venduto a 550000 euro? Eh beh, ma è vicino a Termini, il mercato lo richiede. Seguendo questo ragionamento, immagino che la fogna che passa sotto la Stazione Termini debba costare come minimo 800000 euro, piscio incluso, doppi ratti.
Una stanza singola viene affittata a 500 euro quando lo stipendio base è di 800 e ti restano 300 per nutrirti, vestirti, spostarti, pagare le bollette, curarti, nella speranza che non ti si fulmini nessuna lampadina? Ma è il mercato, cosa ci possiamo fare?
Ora, il mercato è composto dai singoli individui e dai loro scambi in qualità di soggetti economici. Ergo, essendo in questo caso una somma di delinquenti, questa figura mitologica del mercato deve essere contestata senza soggiacerne. Accettare tutto in nome del mercato, a meno che non si abbia un tornaconto personale (cioè, a meno che non si appartenga al ceto ricco dominante), è da servi idioti che baciano il mantello di chi li frusta.
In fondo, perché condannare Giovanni Brusca se ha ordinato di sciogliere un bambino nell’acido? Era il mercato che lo richiedeva: io faccio affari; se un pentito parla, mi rovina la piazza; dunque, devo pensare ai miei interessi finanziari e correre ai ripari, facendogli squagliare il figlio.
Accogliere passivamente le soverchierie dei padroni che decidono i prezzi a proprio piacimento per ingrassarsi sulla pelle dei più deboli è da imbecilli. Chi ha stabilito che questo mercato debba essere legge assoluta ed indiscutibile? Se vogliono farvi credere che il mercato sia dio, non dimenticate mai due cose: sono gli uomini ad inventare gli dei; gli dei possono essere bestemmiati e detronizzati.

 

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Brevi dal tondo

Posted by sdrammaturgo su 14 aprile 2008

– Olimpiadi. Atleta si prepara tutta una vita per la maratona, ma quella mattina non gli suona la sveglia.

– Fame nel mondo. Il rincaro dei cereali mette in ginocchio il Terzo Mondo. Si rischia una crisi di fame e povertà epocale. La Chiesa cattolica prevede un boom di vocazioni.

– Cinema. Esce nelle sale Amore, bugie e calcetto. Un film che vi terrà incollati alla poltrona, a meno che non venga qualcuno a svegliarvi.

In lavorazione il nuovo film con Patrick Swayze: Patrick Swayze muore, ma il suo fantasma torna sulla terra per insegnare a ballare ad una ragazza insicura.

– Letteratura. Dopo l’esperimento dell’Iliade, Baricco traduce l’Eneide. E prende 4.

Variantistica. Ritrovato il manoscritto originale di Traversando la maremma toscana di Giosuè Carducci, che nella prima stesura recita: “Traversando la maremma toscana/si pestano vieppiù merde”.

– Apocalisse. La fine del mondo, prevista per il 2012, verrà spostata per una diatriba sui diritti televisivi. Sarà sponsorizzata dalla Coca-Cola Company.

– Cosmetici. Stilista lancia sul mercato un profumo speciale per persone particolarmente maleodoranti. Si chiamerà Cif Multiuso.

– Show business. Serata d’onore al Billionaire per Flavio Briatore. E’ stata una bella occasione per l’imprenditore icona della mondanità per ripercorrere le tappe della propria vita: la figa, la figa, la formula uno, la figa.

– Televisione. Nuova fiction per la Rai: un prete giovanile e fuori dagli schemi aiuta un carabiniere eroico e senza macchia a salvare una ragazza da un amplesso soddisfacente, fino a che interviene Beppe Fiorello che sacrifica la propria vita senza motivo.

Peccato per il finale neorealista cambiato in fase di produzione: il carabiniere porta la ragazza a Bolzaneto e la stupra mentre il prete lo deride per i suoi gusti sessuali accarezzando un chierichetto, fino a che interviene Beppe Fiorello che sacrifica la propria vita per liberare l’umanità dalla sua presenza.

– Arte. Dopo il ritrovamento di documenti eccezionali, è stato appurato che in realtà Michelangelo di fronte al suo Mosè non esclamò: “Deh, perché non parli?!”, bensì: “Giove suino, i’ mi die’ una sonora martellata sul dito!”.

– Cronaca. Adolescente tenta il suicidio. E ci riesce.

– Avventura. Giovane del Centro Italia parte per un giro del mondo a bordo di una vettura Fiat, ma la macchina gli si ferma a Velletri.

– Stati Uniti d’America. Si è scaricato all’età di ottantaquattro anni il celebre attore Charlton Heston.

Al leader della National Rifle Association sono state tributate solenni esequie con tutti gli onori e le sue spoglie sono state salutate dai tradizionali colpi di fucile. Sparati da uno studente sui propri compagni di classe.

– Strade. E’ allarme investimenti: a causa della scarsa segnaletica e delle cattive condizioni di visibilità, ogni giorno centinaia di anziani, nell’attraversare, rischiano di venire messi sotto dalle auto in corsa. Ma purtroppo il più delle volte si salvano.

– Statistiche. Secondo un recente sondaggio, il 75% degli italiani ama riunirsi periodicamente con i parenti. Il restante 25 tromba.

– Ricerca medica. Scoperto un nuovo tipo di irritazione cutanea a forma di gruppo musicale. Ecco alcune immagini.

– Cedo la linea a Calogera Seppialamenti che ci presenterà il nuovo gioco della nostra rete. Allora, Calogera, dicci, di cosa si tratta?

PRESENTATRICE Salve a tutti. La nostra è una trasmissione rivoluzionaria, originale ed innovativa. Pensate: chiameremo un numero telefonico estratto a sorte dagli elenchi di tutta Italia, chiederemo all’ignaro cittadino quale sia il suo mito assoluto ed a sorpresa manderemo a casa sua una squadra di truccatori, esperti del look e financo chirurghi plastici che lo trasformeranno nel suo personaggio preferito, rendendolo uguale, identico!

GIORNALISTA Ma è fantastico! Un’idea geniale, straordinaria!

PRESENTATRICE Grazie, carissimo, speriamo di fare moltissimi ascolti. Anzi, per ringraziare la redazione del TG che ci ha offerto ampio spazio, faremo la prima telefonata subito, qui, in diretta. Dunque, via con la prima telefonata!

Driiin driiin

PRESENTATRICE Benissimo, squilla

CITTADINO Pronto?

PRESENTATRICE Ciao, sei in diretta in televisione. Se accendi la TV puoi vederci. Devi rispondere solo ad una piccola domanda: chi è il tuo mito assoluto, il personaggio che stimi ed ammiri di più?

CITTADINO Stephen Hawking.

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Una sofferta testimonianza insulsa di vita vissuta mio malgrado

Posted by sdrammaturgo su 9 aprile 2008

Sottotitolo: perché guardi la pagliuzza nel mio occhio e non ti accorgi che ti stanno rubando la macchina?

Voglio fare una denuncia di alto contenuto sociale. Devo farla. Gli abusi al di G8 di Genova, vi starete chiedendo? Torture sugli animali? Fame nel mondo? Guerra in Iraq? Siete completamente fuori strada. Di più, molto di più: telefonia mobile. E va be’, mica posso sempre occuparmi di massimi sistemi. Ah, perché, quando mai mi ci sono occupato, dite voi? Beh, a parte che quella volta in cui ho raccontato la mia torbida storia di sesso bollente con una sordocieca, la portata filosofica dell’argomento era di notevole rilevanza. Ma comunque, non è importante come abbia fatto ad abbordare la sordocieca: ciò che conta è che non ho dovuto pagarle la cena. Aveva pure un’allergia alimentare. Ma sto andando fuori tema.
Dunque, molti di voi, eccettuati i lettori, si staranno interrogando sul motivo per cui un rispettabile venticinquenne (la relazione con la sordocieca mi rende rispettabilissimo senz’appello!) senta l’esigenza di dissipare la sua reputazione di intellettuale impegnato, faticosamente costruita con abili menzogne, dedicando un articolo ad una questione tanto faceta. Rispondo volentieri a questa domanda che nessuno mi ha posto: primo, perché devo cercare di distrarmi dal dolore lacerante che la sordocieca ha suscitato in me lasciandomi; secondo, perché è dalle inezie della quotidianità che si capisce meglio il nonsenso dell’intera esistenza. E poi che cazzo, avrò pure il diritto di scrivere un post inutile, no? Ok, ok, “particolarmente inutile”. Uff, e va bene, preciso: più inutile degli altri. Inoltre la vicenda che mi accingo a raccontare mi ha scosso fin nel profondo dell’animo
Allora, i fatti sono questi: giovedì sera mi si rompe il caricabatteria del cellulare. “Ohibò, mi si è rotto il caricabatteria del cellulare”, esclamo, dicendo proprio “ohibò”. L’indomani mattina mi reco bel bello al più vicino centro Euronics (mi pagano per fare il loro nome. Sì, sono un finto sinistroide venduto figlio di papà pieno di soldi che in Italia ovunque è andato ha sempre mangiato bene); dopo un rapido esame dei prezzi dei caricabatteria, mi rendo conto che quindici euro per un adattatore con un filo sono un po’ eccessivi. Quindi mi volto e, meraviglia delle meraviglie, scorgo sul bancone un fantastico cellulare di ultima generazione: non fa le foto, non ha giochi, non ha il cavo per il computer, non ha un cazzo, ma costa 29.99 euro. “E’ il prodotto che fa per me”, mi dico subito. Motorola Motofone F3, tecnologia ClearVision, ultrasottile, massima durabilità, serve per telefonare. “Tanto vale comprare un nuovo cellulare per quindici euro in più”, rifletto con estremo acume lungimirante. Procedo all’acquisto, guardato come un pezzente dalla commessa. Ti guardano sempre male quando compri l’oggetto meno costoso, specie dopo che hai chiesto se per caso ce ne sia uno che costi ancora meno.
Una volta a casa, arriva il grande momento: l’inaugurazione. Trepidante ed emozionato come un’adolescente che sta per essere stuprata da Riccardo Scamarcio, ma non l’attore, bensì l’omonimo perito agrario, mi accingo a comporre il primo sms. E qui mi blocco quasi subito: non trovo le lettere accentate. Spingo qualsiasi tasto, digito ogni combinazione possibile, mi lancio disperatamente sul libretto delle istruzioni, ma non risolvo l’arcano. E va bene, niente lettere accentate, per ora. Ci penserò dopo. Proseguo con la scrittura del messaggio. Occacchio, non trovo nemmeno il punto. E nemmeno il punto e virgola. E nemmeno i due punti. E nemmeno l’apostrofo, né le parentesi, l’underscore, il punto esclamativo, la barra e qualsiasi altro segno di interpunzione (qualora prima della conclusione di questa frase fossero stati inventati degli altri). Posso disporre solo di trattino, virgola, punto interrogativo e chiocciola. “Come cazzo si aggiunge ‘sta merda de punteggiatura, mannaggia al santissimo sacramento sull’altaraccio”, sussurro con garbo.
Con l’autostima che subisce atti di bullismo da un tafano (“nemmeno so mettere la punteggiatura su uno stupido cellulare!”), contatto per email l’assistenza della Motorola, affinché mi illuminino su quale formula magica debba recitare in sanscrito per sbloccare certe funzioni. Illustro il problema pieno di vergogna, immaginandomi una strafiga italo-svedese (non so perché me la immaginassi italo-svedese, ma me la immaginavo così) responsabile del servizio clienti alle prese con la mia lettera a ridere di me con tutte le sue amiche modelle che a turno fanno a gara su quale di loro sia quella che provi il minore desiderio di venire a letto con un inetto mio pari.
Due giorni dopo giunge la pronta risposta: “Ci dispiace, il modello a cui fa riferimento non prevede i caratteri a cui lei è interessato”.
Capite?! No, non so se vi è chiara l’assurdità che fa bagnare le mutande ad Albert Camus: quel cellulare è un modello speciale progettato APPOSITAMENTE senza punteggiatura ed accenti!
“I caratteri a cui lei è interessato”. Eh già, sa, ho questa passione particolare per il punto e virgola, sono un collezionista.
Ho avuto la dimostrazione inconfutabile che il meccanismo produttivo capitalistico sia una stronzata mahabaratesca: un ingegnere pagato profumatamente per progettare nuovi sistemi di comunicazione propone un cellulare senza punteggiatura e la proposta viene accolta e lanciata sul mercato come una mirabile innovazione.
Nella mia mente mi figuro uno di quei lunghissimi tavoli ellittici di legno pregiato che si vedono sui film americani in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo che procura orgasmi a Bin Laden con intorno (intorno al tavolo, non intorno a Bin Laden) tutte le alte sfere della Motorola, il consiglio supremo incravattato al completo, per una riunione di lavoro. Si alza in piedi uno: “Mi è balenata un’idea brillante. Aprite bene le orecchie: un cellulare SENZA PUNTEGGIATURA”. “Geniale!” “Straordinario” “Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!”. Coro di approvazione, tutti si alzano in piedi, standing ovation, applausi scroscianti, pacche sulla spalla e strette di mano al vulcanico inventore, milioni di dollari che piovono dal cielo. “Complimenti, lei avrà quella promozione, Giuffolotti!”. Me lo immagino con questo cognome, perché uno che inventa un cellulare senza punteggiatura può chiamarsi solo Giuffolotti.
La disavventura però mi ha riempito di ottimismo, perciò ho deciso di propormi alla Motorola come addetto al settore creativo. Ho già pronte tre idee sbalorditive da presentare: un cellulare senza schermo, un cellulare senza chiamate e, per finire, udite udite, un cellulare senza cellulare.
Pregusto già il successo, la carriera luminosa nell’alta finanza, la scalata fino alle più alte cariche di potere, le orge naziste diffuse su internet, Mike Tyson che mi intenta un processo tarocco per molestie sessuali per rifarsi dei tanti subiti, viene pure creduto e lo vince.
Lunedì torno all’Euronics. “Vorrei cambiare questo cellulare con un altro” “Non si è trovato bene?” “No, sa, è che ho la fissa per l’accento acuto”. Vedo un altro telefono piuttosto economico, 34.90. Lo prendo.
E così ho pagato 4.91 euro la punteggiatura.

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“Diario simulato” 16 – Telecronaca di un amore

Posted by sdrammaturgo su 5 aprile 2008

Ricordo ancora quando vidi Elettra per la prima volta: era così bella ed elegante, discinta, e si muoveva languida tra le tende scosse dalla brezza mattutina. Io me ne stavo lì, inebriato e come inebetito, immobile, distante, con il mio binocolo. Fu amore a prima vista. Ma non me la diede manco per sbaglio, così ripiegai su Cinzia.
Cinzia era un tipo piuttosto giovanile. Almeno per gli standard della Prima Rivoluzione Industriale. Non dico che fosse brutta, ma ogni volta che usciva di casa aveva quattro o cinque gabbiani che le svolazzavano intorno.
Ad ogni modo, la sua appartenenza alla famiglia dei mammiferi risultava facilmente riconoscibile dopo una breve analisi che non richiedeva esagerati sforzi d’indagine scientifica.
Era una donna molto formosa. O meglio, piuttosto in carne. Ma diciamo pure una cicciona che sarebbe stata una grande attrazione in un circo diretto da Tod Browning. Però aveva una spiccatissima sensibilità, un cuore d’oro proporzionato alla sua stazza. “Sono piena d’amore” – mi disse un giorno – “Ah, allora non è grasso”, risposi sollevato.
Aveva la vitalità di Giuseppe Mazzini nel biennio 1997/1998. Eppure a letto era estremamente passionale, vogliosa fino all’eccesso, ed aveva un mucchio di strane perversioni. Spesso era davvero troppo anche per me, così una volta dovetti mettere in chiaro alcune cose: “Non voglio criticare i tuoi gusti erotici, la pioggia dorata piace anche a me, la trovo una variante interessante e fantasiosa, ma non capisco perché tu debba lanciarti tra le gambe dei barboni che pisciano agli angoli della strada”.
Andammo subito a convivere, vuoi perché provavamo fortissimi sentimenti l’uno per l’altro e la profonda convinzione dettata dal nostro amore non ci faceva affatto temere e dubitare un solo istante di compiere un passo affrettato, vuoi perché mi avevano sfrattato.
In casa teneva un cane, un alano di grosse dimensioni. Dormiva in camera sua e quando facevamo sesso mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché l’alano ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage, lo investii con il motorino. E con la moto. E con l’apetto. E con la macchina. E con il furgone. E con un blindato militare che avevo noleggiato a prezzo vantaggioso. Così, purtroppo, morì.
Cinzia prese allora un pastore maremmano. Si chiamava Bastiano Fora, aveva un piccolo casale nelle campagne di Montalto di Castro e sembrò entusiasta di trasferirsi da noi.
Si dimostrò un integerrimo guardiano dell’abitazione: la sua puzza scoraggiava i ladri e teneva lontane le piattole. O quantomeno quelle nemiche delle sue.
Non era una spiacevole compagnia, ma quando facevo sesso con Cinzia mi sentivo un po’ a disagio, non tanto perché ci fissava in continuazione con sguardo prostrato, quanto perché cercava sempre di ingropparmi. Finché un brutto giorno, mentre uscivo dal garage con il motorino, gli sparai.
Quel periodo con il pastore Bastiano mi arricchì molto, specie sotto il profilo immunitario: la sua vicinanza tonificò a tal punto i miei anticorpi che non avrei preso l’AIDS neppure se avessi sodomizzato Freddie Mercury da morto. E adesso posso anche confermare prove alla mano.
La nostra bella storia fatta di passeggiate romantiche al chiaro di luna, viaggi in paesi esotici, concerti, teatro, il tutto mentre lei restava a casa a girare la zuppa, si interruppe bruscamente quando soppressi il nostro figlioletto. Ho sempre reputato che si debba rivalutare l’infanticidio: da piccoli sono tutti carini e da grandi diventano dei bifolchi. Voglio dire, ti prendi il meglio della vita di un essere umano e, fermandolo in tempo, eviti all’umanità un peggioramento. Ma tant’è, lei non accettò mai il fatto che non l’avessi aspettata per partecipare e mi lasciò.
Di quella relazione conservo tuttavia ottimi ricordi: il nostro primo orgasmo simultaneo, ottenuto in due stanze e con due partner differenti; la gita in barca durante la quale Cinzia venne arpionata da un peschereccio giapponese; il reportage che il National Geographic venne a raccogliere nella nostra camera da letto. Inoltre la nostra relazione affettiva finì sulla British Review of Science, subito dopo un articolo sull’accoppiamento dei ratti ed appena prima di una ricerca sulla mungitura dei transessuali idrocefali.
Ah, l’amour, l’amour. Cosa saremmo noi tutti senza l’amore? Perché l’amore è un vento leggero, è un bacio rubato, è un incrocio di sguardi. Tutti concentrati sul pacco.

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“Pedanteria politicizzata” 6 – Le feste comandate

Posted by sdrammaturgo su 2 aprile 2008

Prosegue l’indagine alla scoperta dei tanti aspetti del male annidato nella nostra quotidianità e di cui non ci accorgiamo, pur esso standoci sempre sotto agli occhi, per via della spessa coltre di abitudine che lo maschera e lo protegge.

 

Piaga che funesta il vivere civile, le feste comandate rappresentano la faccia trascurata eppure essenziale del complesso di assoggettamento dell’essere umano esercitato dall’oligarchia semi-consapevole e financo semi-vittima delle proprie strutture di governo. Mi riferisco in particolar modo alle feste laiche, quelle recepite dalla popolazione come occasione di pura distrazione scevra anche di aspetti di spiritualità di cui sono pregne la domenica dello zombi altrimenti detta Pasqua oppure la ricorrenza del frutto di relazione extraconiugale puzzolente di somaro e bue meglio nota come Natale.
Pasquetta, Ferragosto, Capodanno et similia costituiscono una iattura nonché un inganno che grava sugli ignari lavoratori, i quali anzi attendono con ebete trepidazione ed accettano con ingenua soddisfazione tali feste che invece altro non sono se non strumenti che concorrono al progetto già realizzato di asservimento globale.
Deve essere ben chiaro che la divisione netta tra lavoro e ricreazione è propria di un’ottica schiavistica. Perché lavorare fa schifo (si tenga presente che qui si intende l’accezione secondo cui “lavoro è quando non ti piace”, cit.), il lavoro debilita l’uomo ed al massimo nobilita il datore (cit.). Lavorare, insomma, stanca. Come dice Carmelo Bene, non può esistere affrancamento sul lavoro, ma solo affrancamento dal lavoro. Per questo mi è sempre stato caro il motto “lavorare tutti, lavorare meno”: in una società giusta ed equa, retta dal buonsenso e dall’intelligenza, il lavoro sarebbe la semplice fonte di sostentamento comune, per cui sarebbe sufficiente un impegno minimo da parte di tutti per il bene collettivo; ma un’economia basata sulla proprietà privata e sulla prevaricazione fa sì che i molti debbano prodigarsi per l’arricchimento dei pochi e la classe dominante stessa si lasci inghiottire dal delirio del potere, perdendo di vista quello che dovrebbe essere l’unico scopo di una comunità e di ogni suo singolo componente, cioè il benessere. E non ci può essere benessere laddove c’è sete insaziabile di dominio, né per chi ambisce a comandare (ammorbato com’è dall’ansia di prevalere sugli altri), tantomeno – e a maggior ragione – per chi è vittima di sfruttamento inumano e disumanizzante e deve rinunciare di fatto alla propria vita ed alla propria dignità prestando le braccia a stupidi obiettivi di incremento del profitto.
Non può considerarsi una vita degna di essere vissuta quella scandita dall’orologio della produzione ed in cui si lavora un terzo della propria esistenza, l’altro terzo si dorme e l’ultimo terzo si è spossati (cit.).
Questo meccanismo perverso non serve altro che a spersonalizzare l’individuo ed automatizzarlo.
Il mantra del diritto al lavoro è una trappola ed andrebbe sostituito con la formula diritto alla sussistenza (cit.). Bisogna fare attenzione alle parole. Se non è che puoi lavorare, bensì devi lavorare, significa che sei uno schiavo (cit.).

Il potere mette dunque in conto di controllare il lavoro; quando arriva però a mettere le mani anche sull’ozio e sul piacere, la sua vittoria è totale ed il suo dominio assoluto.
Non a caso le religioni puntano ad esercitare la loro influenza dittatoriale principalmente sulla sfera sessuale, ovvero la più intima, sana e squisitamente edonista dell’essere umano. Il sistema padronale per eccellenza – ovvero quello di matrice metafisico-mitologico-sovrannaturale – sa bene che attaccare ed impossessarsi della possibilità della gioia e del godimento, proibendoli, demonizzandoli e svuotandoli in tal modo di ogni bellezza, equivale a conquistare l’anima stessa dell’uomo, rendendolo castigatore di se stesso e riuscendo ad intervenire laddove l’occhio del sorvegliante non potrebbe mai arrivare. Manovrare ed amministrare il piacere, annullandolo, significa smorzare nell’individuo qualsiasi anelito alla felicità; altresì, trasformare una mente pensante in un perfetto robot obbediente.
E’ incredibile come alla quasi totalità delle persone venga simultaneamente voglia di scampagnata a a Pasquetta e non, che so, il diciotto maggio; come tutti provino un incontrollabile desiderio di falò a Ferragosto invece che il ventidue luglio; come ognuno senta il bisogno di riunirsi con gli amici per un cenone il trentuno dicembre piuttosto che il sette febbraio.
Le occasioni di trastullo sono dunque, paradossalmente, imposte dall’alto, allo stesso preciso modo di come viene imposta l’attività. Tant’è che vengono chiamate giustappunto feste comandate, vale a dire ordinate, ingiunte. Se badassimo maggiormente alla terminologia, ci accorgeremmo che la verità è già tutta palesata ed esplicitata nel linguaggio (esempio: proprietà privata. Privare significa togliere, lasciare senza, rendere sprovvisto).

Creare le condizioni affinché ciascuno si prodighi a divertirsi a tutti i costi in giorni prestabiliti comporta inoltre un incremento di spese inutili che mai sarebbero state affrontate in altra data, ergo un ulteriore aumento di guadagni. Viene consumato l’inutile per tradizione, passivamente, senza una scelta ponderata, senza che nessuno si fermi a chiedersi: “Ho realmente voglia di un mattone di cioccolato scadente farcito con canditi di simil-plastica?”. Ed intanto gli apparati capitalistici gongolano, in barba agli immondi ed ingenti sprechi che derivano necessariamente da acquisti meccanici non supportati da sincero desiderio.
Privare l’evasione della spontaneità di cui abbisogna implica astutamente per di più che il cittadino assuma uno sguardo disincantato sul sollazzo e sullo svago.
Per esempio, da piccoli i genitori ci permettevano a Pasquetta di fare ciò che ci era proibito gli altri giorni: stare un’intera giornata fuori con gli amici, lontano dalla sorveglianza degli adulti, poter fare come ci pareva, autoamministrarci. Perché per le feste si faceva un’eccezione alla regola della sottomissione ai dettami della società gerarchicamente organizzata. Così non ci sembrava vero, cominciavamo ad organizzarci settimane prima ed arrivavamo al fatidico giorno elettrizzati ed euforici. Tanto era il nostro entusiasmo che non vedevamo l’ora di dare inizio alla giornata di libertà, sicché ci accordavamo per vederci presto, “alle dieci in punto”, “anzi no, alle nove, così abbiamo più tempo”, “allora meglio alle otto e mezza”, “a questo punto facciamo le otto!”. Alle sette di mattina eravamo tutti nel luogo in cui avevamo riversato le nostre smisurate aspettative. Enorme era la delusione allorché, dopo la prima mezzoretta di schiacciasette, ci accorgevamo che, in fondo, quella tanto agognata Pasquetta non era poi questa specialità; la noia ci piombava addosso inesorabilmente e ci rendevamo conto di quanto sarebbe stato meglio poter vivere ogni giorno senza schemi rigidi obbligatori piuttosto che riversare ogni sogno di libertà e diletto in una sola giornata, i cui confini angusti non erano certo idonei a concentrare tutti i nostri naturali ardori.
Disilludere artatamente e coattamente sul piacere – o comunque incanalarlo secondo disegni predeterminati – instilla quindi il germe dell’apatia o, nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, offre un magro contentino ammantato dall’illusione che sia il massimo concepibile e per questo da tenere in gran conto; entrambe le cose non servono altro che a rendere gli animi ed i corpi più docili per essere utilizzati come forza lavoro.
Fiaccare gli spiriti per potere poi servirsi meglio delle membra: le tecniche del potere sono tremendamente semplici nella loro raffinata efficacia e perfetta funzionalità.

Il divertimento deve essere sì slancio istintuale, impulso vitale, senza il bisogno di dovere stare troppo a rifletterci sopra, onde non inaridirlo e di conseguenza snaturarlo, ma giammai deve appunto diventare automatismo, la qual cosa è il contrario esatto dello svago spensierato che rigenera.
L’imperativo del divertimento esclude la genuina volontà del divertimento.
Suddividere il tempo in lavoro e riposo dal lavoro si configura pertanto come una pratica alienante ed un esercizio di rigoroso controllo strategico.
Si contesterà portando l’obiezione per cui gli appuntamenti festivi fissi appartengono dalla notte dei tempi al consorzio umano; ma infatti la storia umana è la storia del potere e di come esso è stato via via imposto e subito, ora accolto con servile gaudio, talvolta – raramente – combattuto con inevitabile scacco.
Capisco bene che l’ipotesi di godere del fascino di boschi intasati al suono delle pallonate dei bambini della famiglia di ventiquattro membri vicina di picnic eserciti un’attrattiva irrinunciabile, quasi quanto lo stare in fila quattro ore sull’autostrada sotto al sole per poter bearsi di dieci minuti di fuochi d’artificio o l’esultare con amici e parenti per la spassosa esplosione di un raudo; tuttavia, sarebbe sempre utile ricordarsi che esistono delle valide alternative: una fra tutte, prendere a calci in culo il capufficio, impiccarlo con la sua orrenda cravatta, dopodiché correre ad occupare una fabbrica a scelta e dedicarsi infine a vivere come spetta di diritto a qualunque terrestre nato libero.

 

 

 

Avvertenza

 

Il presente pamphlet perde completamente di credibilità alla luce del fatto che l’autore, per ben due anni consecutivi, in occasione della più stupida e commerciale delle feste – Halloween – si è mascherato da idiota ed è andato ad illudersi di spassarsela in locali trendy-rock.

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