Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 6 – Le feste comandate

Posted by sdrammaturgo su 2 aprile 2008

Prosegue l’indagine alla scoperta dei tanti aspetti del male annidato nella nostra quotidianità e di cui non ci accorgiamo, pur esso standoci sempre sotto agli occhi, per via della spessa coltre di abitudine che lo maschera e lo protegge.

 

Piaga che funesta il vivere civile, le feste comandate rappresentano la faccia trascurata eppure essenziale del complesso di assoggettamento dell’essere umano esercitato dall’oligarchia semi-consapevole e financo semi-vittima delle proprie strutture di governo. Mi riferisco in particolar modo alle feste laiche, quelle recepite dalla popolazione come occasione di pura distrazione scevra anche di aspetti di spiritualità di cui sono pregne la domenica dello zombi altrimenti detta Pasqua oppure la ricorrenza del frutto di relazione extraconiugale puzzolente di somaro e bue meglio nota come Natale.
Pasquetta, Ferragosto, Capodanno et similia costituiscono una iattura nonché un inganno che grava sugli ignari lavoratori, i quali anzi attendono con ebete trepidazione ed accettano con ingenua soddisfazione tali feste che invece altro non sono se non strumenti che concorrono al progetto già realizzato di asservimento globale.
Deve essere ben chiaro che la divisione netta tra lavoro e ricreazione è propria di un’ottica schiavistica. Perché lavorare fa schifo (si tenga presente che qui si intende l’accezione secondo cui “lavoro è quando non ti piace”, cit.), il lavoro debilita l’uomo ed al massimo nobilita il datore (cit.). Lavorare, insomma, stanca. Come dice Carmelo Bene, non può esistere affrancamento sul lavoro, ma solo affrancamento dal lavoro. Per questo mi è sempre stato caro il motto “lavorare tutti, lavorare meno”: in una società giusta ed equa, retta dal buonsenso e dall’intelligenza, il lavoro sarebbe la semplice fonte di sostentamento comune, per cui sarebbe sufficiente un impegno minimo da parte di tutti per il bene collettivo; ma un’economia basata sulla proprietà privata e sulla prevaricazione fa sì che i molti debbano prodigarsi per l’arricchimento dei pochi e la classe dominante stessa si lasci inghiottire dal delirio del potere, perdendo di vista quello che dovrebbe essere l’unico scopo di una comunità e di ogni suo singolo componente, cioè il benessere. E non ci può essere benessere laddove c’è sete insaziabile di dominio, né per chi ambisce a comandare (ammorbato com’è dall’ansia di prevalere sugli altri), tantomeno – e a maggior ragione – per chi è vittima di sfruttamento inumano e disumanizzante e deve rinunciare di fatto alla propria vita ed alla propria dignità prestando le braccia a stupidi obiettivi di incremento del profitto.
Non può considerarsi una vita degna di essere vissuta quella scandita dall’orologio della produzione ed in cui si lavora un terzo della propria esistenza, l’altro terzo si dorme e l’ultimo terzo si è spossati (cit.).
Questo meccanismo perverso non serve altro che a spersonalizzare l’individuo ed automatizzarlo.
Il mantra del diritto al lavoro è una trappola ed andrebbe sostituito con la formula diritto alla sussistenza (cit.). Bisogna fare attenzione alle parole. Se non è che puoi lavorare, bensì devi lavorare, significa che sei uno schiavo (cit.).

Il potere mette dunque in conto di controllare il lavoro; quando arriva però a mettere le mani anche sull’ozio e sul piacere, la sua vittoria è totale ed il suo dominio assoluto.
Non a caso le religioni puntano ad esercitare la loro influenza dittatoriale principalmente sulla sfera sessuale, ovvero la più intima, sana e squisitamente edonista dell’essere umano. Il sistema padronale per eccellenza – ovvero quello di matrice metafisico-mitologico-sovrannaturale – sa bene che attaccare ed impossessarsi della possibilità della gioia e del godimento, proibendoli, demonizzandoli e svuotandoli in tal modo di ogni bellezza, equivale a conquistare l’anima stessa dell’uomo, rendendolo castigatore di se stesso e riuscendo ad intervenire laddove l’occhio del sorvegliante non potrebbe mai arrivare. Manovrare ed amministrare il piacere, annullandolo, significa smorzare nell’individuo qualsiasi anelito alla felicità; altresì, trasformare una mente pensante in un perfetto robot obbediente.
E’ incredibile come alla quasi totalità delle persone venga simultaneamente voglia di scampagnata a a Pasquetta e non, che so, il diciotto maggio; come tutti provino un incontrollabile desiderio di falò a Ferragosto invece che il ventidue luglio; come ognuno senta il bisogno di riunirsi con gli amici per un cenone il trentuno dicembre piuttosto che il sette febbraio.
Le occasioni di trastullo sono dunque, paradossalmente, imposte dall’alto, allo stesso preciso modo di come viene imposta l’attività. Tant’è che vengono chiamate giustappunto feste comandate, vale a dire ordinate, ingiunte. Se badassimo maggiormente alla terminologia, ci accorgeremmo che la verità è già tutta palesata ed esplicitata nel linguaggio (esempio: proprietà privata. Privare significa togliere, lasciare senza, rendere sprovvisto).

Creare le condizioni affinché ciascuno si prodighi a divertirsi a tutti i costi in giorni prestabiliti comporta inoltre un incremento di spese inutili che mai sarebbero state affrontate in altra data, ergo un ulteriore aumento di guadagni. Viene consumato l’inutile per tradizione, passivamente, senza una scelta ponderata, senza che nessuno si fermi a chiedersi: “Ho realmente voglia di un mattone di cioccolato scadente farcito con canditi di simil-plastica?”. Ed intanto gli apparati capitalistici gongolano, in barba agli immondi ed ingenti sprechi che derivano necessariamente da acquisti meccanici non supportati da sincero desiderio.
Privare l’evasione della spontaneità di cui abbisogna implica astutamente per di più che il cittadino assuma uno sguardo disincantato sul sollazzo e sullo svago.
Per esempio, da piccoli i genitori ci permettevano a Pasquetta di fare ciò che ci era proibito gli altri giorni: stare un’intera giornata fuori con gli amici, lontano dalla sorveglianza degli adulti, poter fare come ci pareva, autoamministrarci. Perché per le feste si faceva un’eccezione alla regola della sottomissione ai dettami della società gerarchicamente organizzata. Così non ci sembrava vero, cominciavamo ad organizzarci settimane prima ed arrivavamo al fatidico giorno elettrizzati ed euforici. Tanto era il nostro entusiasmo che non vedevamo l’ora di dare inizio alla giornata di libertà, sicché ci accordavamo per vederci presto, “alle dieci in punto”, “anzi no, alle nove, così abbiamo più tempo”, “allora meglio alle otto e mezza”, “a questo punto facciamo le otto!”. Alle sette di mattina eravamo tutti nel luogo in cui avevamo riversato le nostre smisurate aspettative. Enorme era la delusione allorché, dopo la prima mezzoretta di schiacciasette, ci accorgevamo che, in fondo, quella tanto agognata Pasquetta non era poi questa specialità; la noia ci piombava addosso inesorabilmente e ci rendevamo conto di quanto sarebbe stato meglio poter vivere ogni giorno senza schemi rigidi obbligatori piuttosto che riversare ogni sogno di libertà e diletto in una sola giornata, i cui confini angusti non erano certo idonei a concentrare tutti i nostri naturali ardori.
Disilludere artatamente e coattamente sul piacere – o comunque incanalarlo secondo disegni predeterminati – instilla quindi il germe dell’apatia o, nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, offre un magro contentino ammantato dall’illusione che sia il massimo concepibile e per questo da tenere in gran conto; entrambe le cose non servono altro che a rendere gli animi ed i corpi più docili per essere utilizzati come forza lavoro.
Fiaccare gli spiriti per potere poi servirsi meglio delle membra: le tecniche del potere sono tremendamente semplici nella loro raffinata efficacia e perfetta funzionalità.

Il divertimento deve essere sì slancio istintuale, impulso vitale, senza il bisogno di dovere stare troppo a rifletterci sopra, onde non inaridirlo e di conseguenza snaturarlo, ma giammai deve appunto diventare automatismo, la qual cosa è il contrario esatto dello svago spensierato che rigenera.
L’imperativo del divertimento esclude la genuina volontà del divertimento.
Suddividere il tempo in lavoro e riposo dal lavoro si configura pertanto come una pratica alienante ed un esercizio di rigoroso controllo strategico.
Si contesterà portando l’obiezione per cui gli appuntamenti festivi fissi appartengono dalla notte dei tempi al consorzio umano; ma infatti la storia umana è la storia del potere e di come esso è stato via via imposto e subito, ora accolto con servile gaudio, talvolta – raramente – combattuto con inevitabile scacco.
Capisco bene che l’ipotesi di godere del fascino di boschi intasati al suono delle pallonate dei bambini della famiglia di ventiquattro membri vicina di picnic eserciti un’attrattiva irrinunciabile, quasi quanto lo stare in fila quattro ore sull’autostrada sotto al sole per poter bearsi di dieci minuti di fuochi d’artificio o l’esultare con amici e parenti per la spassosa esplosione di un raudo; tuttavia, sarebbe sempre utile ricordarsi che esistono delle valide alternative: una fra tutte, prendere a calci in culo il capufficio, impiccarlo con la sua orrenda cravatta, dopodiché correre ad occupare una fabbrica a scelta e dedicarsi infine a vivere come spetta di diritto a qualunque terrestre nato libero.

 

 

 

Avvertenza

 

Il presente pamphlet perde completamente di credibilità alla luce del fatto che l’autore, per ben due anni consecutivi, in occasione della più stupida e commerciale delle feste – Halloween – si è mascherato da idiota ed è andato ad illudersi di spassarsela in locali trendy-rock.

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3 Risposte to ““Pedanteria politicizzata” 6 – Le feste comandate”

  1. Ines said

    Alla mattina, uragani con molti morti e diversi feriti: l’estate sta finendo.

  2. ormai per me il divertimento è ascoltare le vecchie sigle dei cavalieri del re.

  3. Ines: è un periodo di particolare affezione per il nonsense, noto.

    Vincenzo: quello è il massimo del divertimento possibile per l’essere umano, dopo i tappeti elastici.

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