Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 7 – La mela

Posted by sdrammaturgo su 29 aprile 2008

L’immobilismo ha un sapore neutro ma dolciastro, gradevole senza particolari impennate di gusto, di una delicatezza che scorre via in fretta senza lasciare traccia.
Già, perché in fondo l’adeguamento passivo alla tradizione può non essere così male. Sopportabile, financo piacevole, che smorza piano piano ogni entusiasmo e lascia che ci si adagi in una condizione di torpore abitudinario, di inerzia servile senza slanci ma senza traumi, senza il peso fragile della libertà e della responsabilità.
La descrizione di un simile sapore corrisponde perfettamente a quello della mela.
La mela, il più sopravvalutato degli alimenti, il più inutile dei frutti, il pomo con cui la Natura è stata più avara ma che dalla Storia ha ricevuto di più. Un successo millenario dunque immeritato su cui nessuno ha mai riflettuto abbastanza. Ma questa rubrica è nata apposta per far luce sugli aspetti apparentemente più insignificanti e trascurati della quotidianità, con l’obiettivo di sviscerarne la nascosta e sottile portata simbolica etico-politica; quindi un’analisi del carattere sociale della mela e della sua rilevanza culturale costituisce una tappa imprescindibile nella ricerca del Male annidato negli anfratti della vita di tutti i giorni.
E la mela rappresenta la faccia meno rumorosa e proprio per questo più temibile del Male: la sua capacità di insinuarsi strisciando e venire accolto assumendo un aspetto familiare ed innocuo, persino buono, zuccherando il veleno. Perciò la mela si configura come il Male stesso. La mela è il Male, e nella sua forma più subdola. Non è un caso se in latino il termine malus significa sia male che mela.
Fin da piccolo mi sono sempre interrogato sul motivo per cui la mela non manchi mai in alcuna abitazione. E pensare che quando tornavo a casa affamato e chiedevo: “Cosa c’è da mangiare”, al sentirmi rispondere: “Le mele” mi veniva automatico replicare fra me e me: “Ah, ok, allora non c’è niente”. Sì, perché la mela è il cibo che mangi quando proprio non c’è nient’altro, è niente, l’ultima spiaggia della nutrizione, che addenti quando l’istinto di autoconservazione te lo impone. Se il frigorifero langue ed il tuo bisogno di sostentamento scalpita, ti butti sui sottaceti; se sono finiti pure quelli, ripieghi mestamente sulla mela. Ebbene sì, la mela viene persino dopo i sottoceti.
Eppure, in ogni cesta di ogni cucina la mela la fa da padrone, è presenza costante in ogni lista della spesa, è l’ospite fisso che non riesci ad evitare, è l’Alba Parietti del settore ortofrutticolo.
Perché? Perché la mela è la fruttificazione della sottomissione alla tradizione, della schiavitù alla routine soverchiante. Il rapporto dell’essere umano con la mela è l’immagine precisa della sua tendenza ad abbassare la testa e subire per pigrizia, mancanza di volontà, ottusa convenienza pavida.
Frutto preferito da mamme e nonne, la mela incarna quella morigeratezza dei costumi – espansa addirittura sino ai territori della gastronomia nella sua opera di conquista della totalità del vissuto – che è l’imperativo categorico dello schiavo provetto. La mela è sobria, austera e l’individuo deve essere educato alla continenza, gli deve essere imposta la moderazione affinché diventi un corpo docile succube del potere. Il sapore né pessimo né delizioso della mela, né esaltante né avvilente, trasmette alle papille quella medietas, quella mediocrità, quell’equilibrio abulico ed apatico appropriati ad uno stato di obbedienza senza pretese.
La mela è misura di tutte le cose.
La mela si mangia “perché fa bene”, perché “una mela al giorno toglie il medico di torno”, senza indagare veramente sui suoi benefici e sulle sue qualità, “perché è così”, perché “è sempre stato così” e si è sempre fatto così.
Alla fine di una parca cena, dopo un modesto cucchiaio di minestra e prima di filare a dormire – con estrema umiltà, onde non sollecitare troppo le possibili corde peccaminose e viziose del nostro animo, ché l’indomani si deve andare a lavorare – si mangia una mela, senza troppa gioia né fastidio, senza vera voglia ma neanche sincera refrattarietà, così, come un gesto automatico di un robot avvezzo ai rituali quotidiani devitalizzanti della tradizione.
In anni ed anni di intensa lotta convintamente antimelista, ho sviluppato una prova oggettiva con cui incalzare i sostenitori della mela, che fa cadere inesorabilmente i tipici argomenti dello sciagurato melista (“suvvia, la mela è buona! A me piace!”) e non lascia spazio ad obiezioni di fronte al suo carattere di inconfutabile certezza: lo scontro diretto. Per dimostrare l’insulsaggine della mela è sufficiente infatti metterla a paragone con qualsiasi altro frutto: “Ah, dici che ami la mela? Ok, allora se ti dico di scegliere tra mela e pesca, quale dei due frutti preferisci? Oppure, mela o albicocca? Mela od anguria? Mela o prugna? Mela o ciliegia? Mela o fragole?” e così via. Da quando ho ingegnato e strutturato questo insuperabile nonché infallibile test, la mela ne è uscita sempre inevitabilmente sconfitta. Di fronte a tale strumento maieutico, ogni sprovveduto difensore della pochezza meliana si è visto puntualmente costretto a riconoscere l’assoluta inferiorità della mela, ammettendo che la sua melofilia non era supportata da altre basi oltre quella della consuetudine alimentare tramandata di padre in figlio.
Un mondo più razionale, passionale e saporito è possibile: diciamo tutti insieme il nostro secco e fermo no alla mela, affinché possiamo finalmente vivere e non semplicemente – e brutalmente – esistere.

9 Risposte to ““Pedanteria politicizzata” 7 – La mela”

  1. alessia said

    Io ti amo!!Voglio la tessera degli antimelisti. Sono d’accordo con te, da sempre, ma non mi è mai riuscito di spiegare il perché le mele mi facessero così afa.
    Grazie!!!

  2. Mi autocito: “Lei mi illude. Continui, la prego”.
    Noto con piacere che ho permesso a tanti antimelisti di uscire finalmente allo scoperto, ho dato una voce alla “rabbia giovane” (per dirla con Terrence Malick) di chi da sempre prova nei confronti della mela un odio istintivo, il medesimo che si prova verso una convenzione soffocante. Non lasciamoci tarpare le ali dal dispotismo della banalità piccolo borghese! Scegliamo frutti più libertari, oh compagna!

  3. Perché non hai chiesto “mela o kiwi”?

  4. Straperde anche in quel caso.

  5. Qui bluffi, perché il kiwi è l’inutilità fatta frutto.
    Piace solo perchè è verde.
    Poi a me piace un tipo di mela settimbrina, profumatissima e saporita, e poco conosciuta.
    Quella la preferisco alle albicocche, mentre sulle mele che spacciano abitualmente sulle nostre tavole hai ragione tu, non sono un gran che.

  6. Ma il kiwi, con quella sua impertinente asperità, trova il suo acidulo perché!

  7. Tu non ce l’hai con le mele, ma con la “melità”, che odora di medicrità e compromesso.
    Io non ce l’ho col kiwi, ma con la “kiwità”, che puzza di inutilità mascherata da moda.

  8. Giusta osservazione sulla melità, ma io la kiwità l’ho sempre associata allo spirito semplice ma battagliero del popolo.

  9. Io vedo anche un’altra melità, quella da sileno di alcibiade.
    Poco appariscente, utilizzata come tappabuchi in mancanza di meglio, più che combattuta va liberata, la mela.
    E scoprire la vela melità, l’oltremela.

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