Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for maggio 2008

Il vegetalismo è roba da femminucce?

Posted by sdrammaturgo su 29 maggio 2008

Mac Danzig__________Michele Cucuzza

Mac Danzig, campione di lotta, vegano____________Michele Cucuzza, cojone generico, carnivoro

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Mangiare cinghiale non ti trasforma in Rambo.

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Post Scriptum

Peraltro, se utilizzi l’appellativo femminuccia et similia, il tuo ridicolo maschilismo ti qualifica per ciò che sei e se la tua virilità si misura in base al consumo di salsicce, se la tua mascolinità è strettamente legata alla cottura della bistecca, se ti senti più uomo di fronte ad un’amatriciana…beh, devi rivedere un attimo la tua virilità.

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L’Apocalisse della Bellezza

Posted by sdrammaturgo su 25 maggio 2008

Guardate bene quello che sta succedendo in Campania. Prestate attenzione all’aria fetida, agli animali che muoiono per strada, alle persone che si ammalano di tumore, ai cumuli di spazzatura che sommergono il verde, al cibo trasformato in veleno, alla terra che affonda nel liquame. Guardatelo bene, perché è quello che accadrà al mondo intero. E’ il destino che attende tutti noi.
Perché accadrà, accadrà. Oh, se accadrà.
Giorgio Bocca ha detto che “Napoli siamo noi”, che Napoli è l’Italia al quadrato. Ha ragione. Io dico che l’Italia è il mondo al quadrato. Ho ragione anch’io. L’essere umano è fondamentalmente lo stesso dovunque ed in qualsiasi era. Cambiano i suoi metodi, ma non muta la sua essenza guasta.
Dove tutto è elevato a potenza, amplificato, estremizzato, le cose, semplicemente, succedono prima e rimbombano più fragorosamente. Basterà aspettare, avere un po’ di pazienza (e ne basterà davvero poca, pochissima, di pazienza), per assistere agli stessi sfaceli ovunque.
Guardate bene Napoli, imprimetevi bene nella mente le prime immagini del mondo che va in rovina e ricordatevene.
Ogni sisma deve avere un epicentro da cui il terremoto si innesca e si propaga. Ogni epidemia deve avere un focolaio da cui si irraggia ed espande.
I processi di distruzione iniziano sempre da un punto, anche piccolo – ché da qualche parte bisogna pure cominciare. E poi, piano piano, o velocemente, il perimetro si dilata: la peste contagia via via un numero sempre maggiore di villaggi, la piena del fiume travolge aree sempre più di distanti.
Noi abbiamo avuto la tremenda fortuna di assistere alla caduta del primo argine. Ora non resta che ammirare le nostre vergognose e grottesche facce nelle acque dell’esondazione.
Vista dall’alto, l’esplosione di una bomba deve apparire come un puntino che subito si gonfia e sale, diventa un grosso cono che ti viene incontro e, prima che tu te ne renda conto, te ne ritrovi avvolto. Quando l’hai sganciata, non avevi badato al fatto che sopra al tuo aereo c’era il soffitto.
Sarebbe affascinante la questione per cui è dal minuscolo che si arriva al macroscopico, se non fosse la più terribile ed inesorabile delle verità.
Guardate bene la Campania felix divenuta triste, ampliatene l’orizzonte fino a comprendere con gli occhi della vostra immaginazione i confini dell’intero pianeta e, dopo aver compiuto questa facile quanto frastornante proiezione, tornate con la mente alle pareti della vostra casa, così modesta ed insignificante in confronto a ciò che avete visto con il pensiero. Riflettete quindi su quante volte avete lasciato l’acqua scorrere mentre vi stavate lavando i denti, quante volte avete lasciato la luce accesa senza che nessuno fosse nella stanza, quante volte avete trascurato la raccolta differenziata “perché tanto va be’, sarà mica tutto lì il problema?”.
Ognuno danneggia il prossimo e l’ambiente secondo le proprie possibilità. Chi possiede mezzi ingenti, grandi industrie e macchinari per miliardi, può permettersi di radere al suolo le foreste. Chi non ha che una bottiglietta ed uno spazzolino, si limita a fare la sua parte sprecando un paio di litri d’acqua e sporcando almeno un minimo la strada.
Guardate Napoli e le case e gli alberi ricoperti dall’immondizia e siate fieri del parvo contributo personale che state dando affinché presto o tardi – ma più presto che tardi – un pianeta rigoglioso si tramuti in una landa desolata popolata da rifiuti.
Se c’è una cosa che è imperdonabile è la mancanza di sensibilità per la bellezza. Lo sprezzo per la propria salute, il disinteresse per la qualità della vita, l’egoismo che se ne infischia dell’esistenza altrui e dell’altrui dolore, sono cose certo inconcepibili nella loro idiozia. Ma la trascuratezza per la bellezza, l’incapacità di meravigliarsi, il deterioramento dello splendore, l’ottundimento dell’incanto, la totale assenza di piacere di fronte allo spettacolo del mondo e della natura, quello è qualcosa di più, qualcosa che va oltre; più che deprecabile, più che disgustoso, più che miserabile. E’ osceno.
Quando l’aria sarà diventata completamente marcia e la consunzione del mondo inghiottirà anche il mio corpo nella postrema putrescenza, la mia ira per ciò che andrò perdendo sarà ripagata dal sudicio show dell’agonia di chi ha cementificato i boschi fruscianti, ucciso potenti animali dall’elegante corsa per farne rozzi orpelli da volgari salotti cupi, annerito le distese azzurre del mare immenso e gorgogliante, reso grigio e vuoto un cielo popoloso e fresco.
Quando avrò sputato l’ultima saliva gialla e vedrò l’ombra di una squallida morte farsi largo tra le discariche e l’asfalto, riderò pieno di bile per la sofferenza di chi commise il crimine più atroce: uccidere lo stupore. Misera consolazione.

Le città dei palazzoni, della speculazione edilizia, delle colate di catrame, non sono soltanto malsane: sono innanzitutto brutte.

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“La vita può essere meglio di così” 13

Posted by sdrammaturgo su 24 maggio 2008

Daniela Moretti Training

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“Diario simulato” 17 – L’irresistibile discesa di Artura Ua

Posted by sdrammaturgo su 20 maggio 2008

Eccomi qua, seduta a questa scricchiolante scrivania intenta a tracciare (io, non la scrivania) il bilancio della mia vita, immersa in una tremolante penombra rischiarata solo dalla fioca luce di una candela. E non già per ottenere un’atmosfera romanzesca, ma perché non ho pagato le ultime due bollette.
Mentre il sipario sta per chiudersi sul palcoscenico della mia esistenza e gli spettatori vanno a chiedere indietro i soldi del biglietto, ripenso ai miei anni andati e mi commuovo piena d’orgoglio mettendoli a paragone con quelli di Michele Cucuzza.
Ma procediamo per gradi.
Giovane ed ambiziosa, lavoravo nel mondo dello spettacolo, ma il mio sogno era diventare operatrice di call center per prendere ordinazioni in un fast food.
Era sempre stato quello l’obiettivo che coccolavo fin dalla mia difficile infanzia. Già, da piccola non me la passavo bene. Non voglio dire che ero povera, ma Edmondo De Amicis mi pedinava e prendeva appunti su un taccuino.
Costantemente alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di non rubare il miglio ai piccioni, partecipai ad un provino e venni selezionata come protagonista nel videoclip di Labbro leporino, il singolo che lanciò l’astro nascente del pop Ootcho e ne sancì la definitiva consacrazione nell’universo degli imbianchini. Lo struggente ritornello segnò generazioni su generazioni di innamorati: “Ma hai il labbro leporino/non va bene per un pompino”.
Rimbalzavo da un’occupazione all’altra, senza smettere mai di inseguire il mio obiettivo. Sentire l’ebbrezza della scrivania, assaporare l’adrenalina delle ferie non pagate, respirare l’emozione del turno di notte: era questo tutto ciò che volevo.
Ero disposta a tutto pur di raggiungere i miei scopi e capii ben presto qual era la strada più agevole – e forse l’unica praticabile – per realizzare i miei propositi: offrire il mio corpo per ottenere favori che mi spianassero il cammino e la carriera. Si sa, il mondo dei call center che prendono ordinazioni per i fast food è arduo e ricco di insidie, pieno di pizzaioli senza scrupoli; la concorrenza è tanta, e, se si vuole andare avanti, bisogna sapere accettare i compromessi e sporcarsi un po’.
Cominciò quindi la lunga trafila di uomini di potere attraverso i quali speravo di poter giungere all’agognata meta.
Il primo fu Dandolo, buttafuori sensibile. Avevo saputo che conosceva uno che una volta era passato davanti ad un ristorante e mi sembrò un ottimo aggancio. Mi piacque inizialmente la sua tenerezza e successivamente la sua capacità di comprendere quando ero stremata dagli sganassoni. Grosso e villoso, era però un egoista. Pensava solo a se stesso. Gli dissi: “Prova a metterti nei miei panni, ogni tanto!” “Lo faccio spesso” mi rispose “Ci ballo Like a virgin davanti allo specchio”. Lo lasciai.
Poi conobbi un gran bastardo. Una volta ci fu una discussione lunghissima in cui gli feci una gran predica: “Josh, così non va. Mi trascuri, non sei abbastanza presente, Josh. Lo capisci che ho bisogno di te, Josh?”. Tutto quello che seppe rispondermi fu: “Ma perché cazzo mi chiami Josh?”. Armandino era un vero stronzo.
Fu quindi la volta di Ermengardo. Lo vidi ad un evento mondano organizzato dalla norcineria Cacalloro e mi colpì subito quella sua abilità di grattarsi le palle sottocoscia. Inizialmente lo abbordai per arrivare al signor Cacalloro in persona, ma finii presto per innamorarmi di lui, della sua indole poetica. Mi disse parole che nessuno mi aveva mai detto: transustanziazione, stafilococco, anadiplosi.
Di fronte al cielo stellato mi sussurrò: “Guarda l’immensità dell’universo…A volte mi sento così piccolo…Cosa siamo, noi, in confronto a Michael Jordan?”.
Sulla scia de L’odore dell’India di Pasolini, aveva anche scritto un libro: La puzza dell’Abruzzo.
Fu una relazione dolce ed intensa, ma qualcosa non funzionava. Il suo pene, ad esempio. Il nostro rapporto si interruppe bruscamente quando Ermengardo morì fulminato.
Cercai allora conforto in Oristano. Non so perché mi piacesse e cosa trovassi in lui. Di lui sapevo poco o nulla. Sapevo solo che Konrad Lorenz aveva scritto un libro sul suo pene. Fu la mia storia più appagante. Ma per nulla pagante, visto che sperperava tutti i suoi soldi a pittolo, così cambiai aria.
Frequentai per diverso tempo un pianista. Suonava come piano bar in diverse trattorie e poteva mettermi in contatto con vari gestori di call center che prendono ordinazioni per fast food, quindi lo reputai un buon partito. Era bellissimo farlo con lui sul suo pianoforte. Poi lo lasciai per un muratore, con cui lo facevo spesso sulla molazza.
Stavo collezionando uomini su uomini, ma ancora non ero riuscita ad ottenere alcunché, a parte la candida. Nonostante non mi fossi ancora persa d’animo, i periodi di sconforto non mancavano. Fu proprio in uno dei momenti più neri che incontrai Erasmo. Erasmo faceva il lavavetri sui grattacieli. Mi aggrappai a lui, alla sua solidità, mentre stavo precipitando dal settantacinquesimo piano. Fu il destino a salvarmi, ma soprattutto le sue braghe.
La nostra fu una frequentazione burrascosa. Avevamo stili di vita differenti: lui amava le feste e le macchine sportive, io avevo la lebbra. Talvolta risultava però persino conveniente: se prima di un appuntamento mi spuntava un brufolo sul naso, mi toglievo il naso.
Erasmo era tuttavia una persona piacevole, sebbene il confronto con la lebbra lo facilitasse.
Ad ogni modo, tra noi non durò molto. Io avevo bisogno di sentirmi amata, di avvertire il calore di sentimenti forti ed impavidi, mentre lui era freddo, distaccato, quasi disinteressato a me.
E poi, una sera, all’improvviso, quella telefonata inaspettata: le parole piene di passione, i “ti amo” sussurrati tra lacrime e sospiri, le promesse di eternità, la voce rotta dalla commozione, la mia mano che tremava nel reggere la cornetta. Peccato solo per il “mi scusi, ho sbagliato numero”.
Erasmo passò, la lebbra passò. Devo ammettere che talvolta la lebbra mi manca.
Entrai in una spirale di disperazione, in un’ellisse di afflizione, in un trapezio isoscele di struggimento. Cominciai a temere di non farcela, vedevo i miei sogni allontanarsi sempre più inesorabilmente. Alla soglia della maturità, non avevo ancora ottenuto ciò che volevo con tutte le mie forze e con quelle di uno schiavo che utilizzavo appositamente. In un simile stato d’animo, di certo non mi fece bene legarmi a Goffredo. Nel frangente in cui avrei avuto maggiore bisogno di ottimismo e di essere incoraggiata, incappai nel più grande pessimista che mi sia mai capitato di incrociare.
Ogni volta che cercavo di farmi ritirare su da una condizione di prostrazione, lui mi affossava ulteriormente. “Io sogno un mondo migliore, Goffredo!” “Sognare un mondo migliore va bene, se intendi trasferirti su Urano”.
E non è facile gustarsi un pranzo quando uno ti dice: “Butta giù la pasta, prima che sia troppo tardi”.
Finché un giorno decisi di riprendere in mano la mia vita e lo piantai. Suppongo sia ancora intrappolato in quell’orto.
Alla fine…ebbene sì, alla fine ce la feci. Passò un altro po’ di tempo, mi diedi da fare sotto numerosi fornelli e venni scritturata come operatrice in un call center che prende ordinazioni per un fast food.
Ricordo ancora con commozione la mia prima telefonata: “Pronto, sono Ugo Picozzi, ho già ordinato altre volte da voi. Vorrei una diavola ed una marinara per le otto. Mi raccomando, la marinara con poco aglio, ché è per mia moglie ed ha i giorni contati. Cerchiamo almeno di farla morire profumata”.
Perché vi ho narrato la mia storia? Perché la mia esperienza dimostra che se hai un sogno e ci credi veramente, puoi farcela. E dalle mie vicende si impara anche un’altra grande lezione: Ugo Picozzi ha un enorme rispetto per i becchini.

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Ma pensa…

Posted by sdrammaturgo su 16 maggio 2008

“Il problema di Napoli sono i rom che tolgono il lavoro agli onesti camorristi”

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Controllori controllati, o della pericolosità di tuo zio

Posted by sdrammaturgo su 12 maggio 2008

Sottotitolo: il mondo si divide in due categorie: chi ha una dignità e chi fa il controllore.

Come espresso più volte in molti altri scritti, sono sempre stato convinto che i grandi problemi del mondo siano ravvisabili già a partire dalle piccole vicende della quotidianità, che fungono da miniatura esemplificativa di temi ben più vasti.
La mia condanna è un’accresciuta percezione delle cose che mi porta a scorgere continuamente mali enormi in ogni facezia in cui mi capita di incappare, risalendo subito, con un’occhiata ed un rapido volo pindarico, dal minuscolo all’enorme. I guai di nascere pessimista cronico con una spiccata sensibilità associata ad un furore politico ai limiti del parossismo. Risultato: un incessante rodimento di fegato senza la speranza nell’esaurimento delle viscere. Una sorta di supplizio di Prometeo riveduto e corretto a misura di studente spiantato, insomma.
Come se non bastasse, in inezie ad alto tasso di amplificabilità mi ci imbatto costantemente. Quando la sfiga si aggiunge a tutto il resto, cosa può un iracondo particolarmente portato alla rassegnazione?
L’ultima parva ma di riflesso macroscopica disavventura occorsami è fresca di giornata. Scenario: il treno. Già, sono reduce recente da uno scontro con il mio nemico naturale: Trenitalia, nella persona di tal Granito Michele, controllore.
La storia è questa: prendo il treno da Montefiascone per tornare a Roma; ad Attigliano dovrei prendere la coincidenza, ma il convoglio su cui viaggio è in ritardo e la perdo; devo quindi arrivare fino ad Orte e vedere se ce n’è un’altra; il mio biglietto è valido per i regionali, ma per il primo regionale per Roma dovrei aspettare due ore in stazione; vedo che c’è un intercity entro venti minuti e decido di salire su quello; peraltro tarda di quindici minuti anche l’intercity; onde evitare noie, neppure mi siedo e decido di fare il viaggio in piedi tra uno scompartimento e l’altro; arriva il controllore.

CONTROLLORE “Biglietto prego”

INTELLIGENTE “Ecco a lei. So che non è valido per l’intercity, ma purtroppo non è colpa mia: avrei dovuto prendere il regionale, ma a causa di un ritardo l’ho perso ed ho dovuto ripiegare su questo”

CONTROLLORE “Ora però deve pagare il supplemento”

INTELLIGENTE “Ma scusi, non posso mica pagare io per un disservizio vostro che mi ha danneggiato”

CONTROLLORE “Eh, lo so, ma è il regolamento”

INTELLIGENTE “Sì, ma se i treni fossero stati puntuali, io avrei viaggiato in regola”

CONTROLLORE “Purtroppo la coincidenza che lei ha perso non è ufficiale, quindi non può valere”

INTELLIGENTE “Sì, vero, ma siccome ci sono pochissimi collegamenti tra quella zona e Roma, è pratica abituale e favorita dallo stesso personale ferroviario considerare quella coincidenza al pari delle altre”

CONTROLLORE “Capisco, ma tra l’arrivo ad Attigliano del treno da Montefiascone e la partenza del treno da Attigliano a Roma Termini intercorrono solo tre minuti, mentre per essere coincidenza ufficiale ne servono cinque. Se fosse stata coincidenza ufficiale, il suo biglietto sarebbe stato valido anche su questo treno, poiché in quel caso sarebbe scattato il rimborso. In questo caso però la legge mi dice…”

INTELLIGENTE “Certo, c’è la legge, ma poi c’è anche il buonsenso. Lei dunque riconosce che io ho ragione, ma ha deciso lo stesso di applicare un regolamento assurdo ed iniquo quando invece potrebbe lasciar perdere”

CONTROLLORE “Ma questo è il mio lavoro”

INTELLIGENTE “Qualcuno sta forse sorvegliando il suo operato?”

CONTROLLORE “No, ma devo comportarmi per forza così. E’ sufficiente che lei mi paghi il supplemento”

INTELLIGENTE “Fosse anche un solo euro di più, non ho alcuna intenzione di pagare”

CONTROLLORE “Allora mi tocca farle la multa”

INTELLIGENTE “Bene, vedrò di contestarla domani stesso, rendendo noto all’azienda che non intendo assolutamente pagare neanche un centesimo per qualcosa che dipende da un disservizio dell’azienda medesima e di cui sono stato vittima”

CONTROLLORE “Prenda la multa, mi dispiace”

INTELLIGENTE “Arrivederci”

Ora, dov’è la questione di carattere generale e ben più grave desumibile da quella che risulterebbe altrimenti una trascurabile sciocchezzuola? Il controllore Granito Michele (è bene fare i nomi dei vili) si è comportato da perfetto schiavo che sospende il proprio giudizio per attenersi ciecamente a quello che gli hanno detto di fare. In questa occasione, infatti, egli avrebbe potuto benissimo affidarsi al proprio criterio, ed invece, pur comprendendo che a rigor di logica non ero io ad essere in torto, non è riuscito a far altro che attenersi ad un copione prestabilito, impostogli ed autoimpostosi, applicando pedissequamente un regolamento che egli stesso reputa sciocco e tralasciando il quale non sarebbe incappato in alcun tipo di guaio.
Quel controllore non era un mostro, non era un arrogante presuntuoso fanatico: era un ragazzo gentile ed educato, che mi è sembrato persino sinceramente rammaricato per il fatto di dovermi muovere una sanzione; era però così intrappolato nel suo ruolo da non riuscire ad immaginare una soluzione diversa, una via alternativa e personale rispetto a quella prevista dalla veste appiccicatagli addosso ed accettata passivamente senza porsi dubbi.
Ecco, guardando quel controllore incapace di utilizzare la propria facoltà di discernimento, io ho visto tutte le aberrazioni del genere umano. Ho visto i totalitarismi, ho visto gli stupri di gruppo, ho visto Auschwitz. Esagerato? Forse. Ma forse no. Mi spiego. In fondo, la sottomissione e l’adeguamento sono i presupposti per ogni infamia. Quel semplice controllore, un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, obbediva a quanto gli era stato detto, anche quando poteva e magari voleva fare diversamente senza tema di effetti collaterali. Ebbene, è grazie a persone come quella che i dittatori trovano terreno fertile e campo agevole; è grazie a chi non si pone domande ma si limita ad eseguire che vengono perpetrati i più efferati abusi.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto quel tale se fosse nato in un’altra epoca, avesse trovato lavoro come sentinella su una torretta di un lager e, invece di riflettere in maniera indipendente e secondo senno, si fosse limitato ad eseguire gli ordini.
Non c’è peggiore aguzzino di un servo. Hitler è niente senza i kapò. In ogni situazione limite di crudeltà, sono sempre in pochi quelli veramente coscienti di ciò che succede, alcuni dei quali guidano la sopraffazione a loro vantaggio, mentre gli altri la combattono. I più, soggiacciono al determinato stato di potere in cui hanno in sorte di ritrovarsi.
Tra quelli che sono soliti chinare il capo e conformarsi esistono ovviamente vari gradi di violenza ed aggressività. La personalità ed il carattere contano, non tutti possono essere egualmente feroci. Ci sarà così chi materialmente spargerà il sangue, chi sarà addetto a sistemare gli elenchi dei deportati nei fascicoli e chi si limiterà ad occultare e negare.
Ma gli ultimi non sono meno colpevoli e meno pericolosi dei primi: i loro rapporti sono di interdipendenza. Non può esistere alcun carnefice senza un comune cittadino che gli cucia o gli lavi i vestiti. Non c’è differenza tra un boia ed il suo sarto.
Ecco, io in quel mite controllore ligio al dovere, incapace senz’altro di fare del male e nuocere fisicamente ad alcuno, non ho visto altro che un potenziale collaborazionista di un regime, un complice di una possibile barbarie.
Il male è banale. I nemici ce li abbiamo intorno. Non hanno i denti aguzzi, non sono perversi o sadici, non sono genii del crimine. Sono i nostri zii, i nostri cugini, i nostri conoscenti. Sono quelli che fanno sempre e solo ciò che viene loro imposto, che si adattano, che smarriscono il loro Io nella massa informe.
Credo sia fondamentale imparare a badare di meno ad Hitler e concentrare una maggior attenzione sul cameriere che gli rassettava la camera.

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Contro controinformazione

Posted by sdrammaturgo su 8 maggio 2008

– A Bucarest le donne hanno organizzato una manifestazione per protestare contro la violenza domestica. Grande impegno da parte della polizia per portare la violenza anche all’aria aperta.

Sull’emergenza stupri, parole dure da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “La violenza sulle donne è inaccettabile”. Ancora più estrema la sua dichiarazione sulla crisi dei cereali: “Il cibo è importante per vivere”.

Alemanno ha invece varato il piano contro gli abusi sessuali: le stazioni sono troppo insicure e piene di stranieri, quindi si potrà essere stuprate solo sui vagoni e solo da italiani.

– Tragedia famigliare. Un anziano è morto fulminato mentre cercava di rianimare la moglie ottantenne con un defibrillatore. Stasera tutti a cena a casa mia.

– Esposta al pubblico la salma di Padre Pio. Un po’ deludente l’abbronzatura.

– Nuova apparizione della madonna, e stavolta il gruppo spalla non era male.

Anche in questa occasione ha messo in guardia gli astanti dal peccato ed ha detto di pregare per la salvezza degli uomini, prima di reclamare la padella antiaderente con i punti del supermercato.

– Secondo recenti ricerche scientifiche, è vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma grattarsi le palle lo gratifica di più.

– Cambiamo decisamente argomento: Marica, sei una troia.

– Cronaca giudiziaria. Un mafioso si è infuriato quando gli hanno dato del medico.

– Storia. Risolto equivoco millenario: Attila non era che un trebbiatore.

– Moda. Le sfilate parigine propongono una donna forte e sicura di sé che però non te la dà.

– Esce nelle sale l’attesissimo film d’avventura Sopravvivere con i lupi, ma poi morire per un’appendicite.

– Si è svolta ieri la finale di Missidaglia. Ripercorriamo i momenti salienti del concorso di bellezza.

PRESENTATORE Signore e signori, apriamo la busta con il verdetto. Dunque, la più figa è…la più figa è…la numero 72 Nora Baccagna!

Grida di giubilo e tripudio, amichevole cappottone alla vincitrice in lacrime

PRESENTATORE Allora, Nora, cosa si prova ad essere la più figa?

MISSIDAGLIA Sono commossa, ho sempre desiderato di essere la più figa. E’ veramente un sogno che si realizza, un’emozione unica. Una sensazione indescrivibile: la più figa, ancora non mi sembra vero, quasi non ci credo.

PRESENTATORE Eh già, effettivamente essere la più figa è una bella soddisfazione.

MISSIDAGLIA Ringrazio i miei genitori che mi hanno fatto così figa e tutti gli amici, i parenti ed i telespettatori che votandomi hanno contribuito a farmi essere la più figa di tutti.

PRESENTATORE Progetti per il futuro?

MISSIDAGLIA Beh, essere la più figa comporta delle responsabilità e molti impegni. Immagino che dovrò andare parecchio in giro a rappresentare la figa nel mondo e questo mi porterà via gran parte del tempo.

PRESENTATORE E’ stata dura essere così figa?

MISSIDAGLIA Di certo essere la più figa non è affatto facile. La concorrenza è dura, in giro c’è tanta figa, ma ho dimostrato che con dedizione e sacrificio e soprattutto credendoci fino in fondo si può arrivare ad essere davvero una gran figa. Anzi, ne approfitto per ringraziare i parrucchieri, i truccatori ed i personal trainer che mi hanno aiutato a diventare ancor più figa.

PRESENTATORE Qualche rimpianto?

MISSIDAGLIA Mi sarebbe piaciuto fare il ministro, ma quello spetta solo alla seconda classificata.

– Sport. Dopo il caso Pistorius, il comitato olimpico ha deciso di ammettere a Pechino 2008 gli atleti disabili con protesi alle gambe, purché dimostrino di saper ballare il tip-tap.

Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire lo Speciale Cultura, dedicato quest’oggi ad Henry Miller ed Anais Nin. Titolo della puntata Una pompa vale più di mille parole.
Ospite in studio, una prostituta muta.

Buona serata.

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Paradossi di Cojone

Posted by sdrammaturgo su 6 maggio 2008

La mafia è meglio della polizia

Dopo le violenze del G8 di Genova, il massacro della scuola Diaz e soprattutto le torture nella caserma di Bolzaneto – che rappresenta l’Auschwitz della Repubblica italiana, il crinale sull’abisso della democrazia, il punto cruciale dopo il quale nulla può più essere lo stesso e dal quale non ci può più essere ritorno se non se ne affronta e risolve il nero problema – non si è sentito un solo esponente delle forze dell’ordine denunciare e condannare gli abusi dei propri colleghi, ed anzi gli interi corpi di polizia e carabinieri si sono stretti a cerchio intorno agli aguzzini, secondo l’untuoso e squallido principio del senso di appartenenza, padre di ogni infamia. Un simile atteggiamento di spirito cameratesco ha un nome ben preciso: si chiama omertà. E l’omertà, è ben noto, sta alla base delle organizzazioni mafiose, è proprio della (in)cultura mafiosa, ne costituisce la linfa vitale, il fondamento essenziale, ne rappresenta la natura stessa.
Tuttavia, tra i mafiosi, non capita di rado che qualcuno trasgredisca la legge ferrea del silenzio e venga meno all’imperativo della meschina solidarietà volta a nascondere le colpe degli affiliati per salvaguardare interessi comuni.
Nessun pentito è invece pervenuto dalle file delle forze armate; nessuno sbirro ha deciso di collaborare con quella giustizia di cui ogni uomo in divisa dovrebbe invece essere foriero e depositario; nessun tutore della legge ha parlato prendendo le distanze ed opponendosi con decisione alle efferatezze compiute dai propri colleghi, a differenza dei diavoli del crimine, molti dei quali hanno contribuito a scardinare i loro stessi gruppi malavitosi d’origine. E chi copre, occulta o nega è complice di chi sevizia e pertanto non meno colpevole. Dunque, in questo caso, è possibile eccome generalizzare, visto che nessuno si è scagliato contro un simile meccanismo perverso: le forze armate sono un’associazione a delinquere che pratica regolarmente il sopruso e, in virtù della sua ben più ostinata tendenza all’omertà, risulta peggiore della mafia stessa.

Ne consegue che

Le forze dell’ordine tutelano il delinquente e colpiscono l’onesto

Nel pomeriggio di ieri i lavoratori migranti hanno manifestato lungo le strade di Roma per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. Tra camionette ed agenti in tenuta antisommossa, il dispiegamento di forze era davvero ingente. Numerosissimi uomini e mezzi impiegati per sorvegliare una delle manifestazioni più pacate mai viste, in cui i dimostranti sfilavano in fila indiana, lasciando la parola ad un solo rappresentante con il megafono. Mentre i poliziotti erano così impegnati a tenere sotto controllo cuochi, camerieri, fiorai e manovali, in una via parallela, nei pressi della Stazione Termini, ho visto un altro immigrato, ubriaco fradicio, infastidire ogni donna alla fermata del tram, sbottonandosi i pantaloni e mettendo le mani addosso a chiunque. Il cittadino medio massificato e dunque non pensante cosa coglie da due eventi in concomitanza come quelli? Da un parte vede tanti poliziotti che circondando numerosi immigrati che rumoreggiano e pensa: “Questi immigrati sono proprio una piaga”. Poi fa due passi ed incappa in un altro straniero di colore che molesta donne per strada: “Ecco, vedi? Avevo ragione! Sempre i soliti, bisognerebbe rispedirli a casa loro!”. Per evitare tutto ciò, sarebbe bastato mandare qualche uomo a pattugliare i quartieri invece di tenerne così tanti a fare da cane da guardia ad onesti cittadini, che poi altri non sono se non quelli che preparano la tua pizza, lavano la tua macchina, spazzano il tuo cortile.
D’altronde è tipico essere fermati la sera quando si esce con gli amici, venire perquisiti, subire battutine e sfoggi di nauseante quanto infantile autorità mentre in zone come le stazioni Termini, Tiburtina, Ostiense, di notte non si vede mai una macchina di polizia o carabinieri e le ragazze devono essere scortate anche solo per attraversare un piazzale.
Quindi, è evidente come le forze dell’ordine alimentino un clima di insicurezza, rivestendo il ruolo di ingranaggi in una sorta di semi-volontaria strategia della tensione aggiornata, riveduta e corretta.
Per la cronaca, ad importunare le ragazze alla fermata del tram c’era anche un italianissimo bulletto che assillava ognuna con degli insopportabili: “Ammazza quanto sei bella. Me lo fai ‘n soriso? Sei popo bbona, ahò. Vieni a letto co’ me, no?”. Però era vestito meglio dell’immigrato, era sobrio ed aveva i capelli a posto. Essere stuprata da uno così deve essere tutto un altro vivere.

Alla luce del coattello de mmerda, ne consegue che

In una strage di civili, non tutti sono vittime innocenti

Giorni fa ero sempre a Termini e sempre alla fermata dell’autobus. Già, è il luogo ideale per avere un nitido spaccato del mondo e sì, mi ci trovo spesso per forza di cose.
Vicino a me c’era un ragazzo piuttosto effeminato, sia nel look che nelle movenze. In quel momento sono passati lì di fronte tre controllori dell’ATAC dalle facce viscide, grottesche, lombrosiane, con i capelli impomatati e l’espressione di chi cammina a testa alta fiero della propria ignoranza e grettezza d’animo. Uno di loro indica ai compagni il ragazzo effeminato e gli sento dire: “Ahò, que’ è dichiarato”, suscitando l’ilarità degli altri. Subito mi è balenato in testa uno strano pensiero: “Se ci fosse un attentato qui, in questo istante, se una bomba ci spazzasse via tutti, l’indomani si parlerebbe di strage di civili, inermi cittadini innocenti. Ma persone come questa schifezza omofoba qua davanti, che con una sola battuta ed un solo sguardo ha rivelato tutto il proprio microscopico universo marcio, biecamente razzista, rozzo e senza umanità né sensibilità, possono essere considerate innocenti, anche se non hanno compiuto malefatte? In fondo ogni loro atto ed ogni loro parola è una malefatta, poiché tutto ciò che fanno o dicono è sordido e miserabile, e, in qualità di componenti della comunità, fanno la loro parte nel processo di abbrutimento collettivo. E quante persone così ci saranno, adesso, su questa stessa piazza? E quante ce ne saranno state nelle Torri Gemelle, alla Stazione di Bologna, sotto al bombardamento di Dresda? Quanti non-innocenti avranno ricevuto una lustrata al loro nome grazie al loro omicidio?”.
Non ci si riflette mai, ma anche le teste di cazzo possono diventare bersagli sommari di terrorismo o venire travolti da sciagure letali. Anche i semplici stronzi, la cui mediocrità aggressiva concorre alla violenza prevaricante su cui è basata una società lercia, muoiono.
Posto che non è giusto in alcun caso venire uccisi, credo che molta gente, anche se neppure lo sospettiamo, meriti talvolta di morire. O comunque, il pianeta non ne sentirebbe la mancanza. Ne gioverebbe.
Ecco, se quel controllore fosse saltato in aria, non lo avrei mai pianto.

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Merende traumatiche

Posted by sdrammaturgo su 2 maggio 2008

Sottotitolo: Carlo Lucarelli a Blu Notte la racconterebbe così.

Questa è una storia d’altri tempi. Certe storie siamo abituati a sentirle ambientate lontane nel tempo e nello spazio, in luoghi ed ere remoti. Una storia così incredibile e spaventosa non può accadere da queste parti. Non qui, non da noi. Ed invece questa storia è accaduta davvero e proprio a due passi da noi, nella campagne dell’Alto Lazio, tra le colline che svettano sul Lago di Bolsena, e soltanto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta.
Se questo fosse un film od un romanzo, la scena si aprirebbe con un bambino un po’ sudato – sta tornando a casa da un pomeriggio di gioco – che sta salendo le scale in pietra di una vecchia casa a ridosso dei castagneti. E’ stanco, forse, ma ha l’aria luminosa e vitale tipica dell’infanzia spensierata. Eppure, guardandolo più attentamente, si nota un velo di dubbio e timore sul suo viso, come se sospettasse – o meglio, sapesse già – quello che lo aspetta dentro quell’abitazione apparentemente tanto accogliente. Ma chi è quel bambino?
Come ogni film o romanzo che si rispetti, è bene presentare prima i personaggi. Quel bambino che sta salendo le scale si chiama Claudio. E’ un ragazzino sognatore che ama lasciar viaggiare la fantasia. Adora le favole e la mitologia, grande appassionato di cartoni animati, è nato e cresciuto nell’epoca della cultura televisiva, di Howard e il destino del mondo, delle pubblicità accattivanti dei giocattoli, ma soprattutto è nato e cresciuto nel pieno del grande boom delle merendine. Merendine. Mettiamole da parte senza dimenticarcele. Un ragazzino come tanti, a cui piace leggere, giocare, guardare la tv.
Ora però sta salendo quelle scale ed in cuor suo sa bene cosa lo attende all’interno. La casa in cui si sta recando è la casa della nonna. A Claudio piace molto stare dai propri nonni, perché, rispetto ai suoi genitori, abitano più vicino ai campi ed egli va pazzo per le arrampicate sugli alberi e le corse nella boscaglia. Eppure in quel momento non è completamente tranquillo e sereno. Perché?
Facciamo un passo indietro. Claudio, com’è solito fare, ha giocato tutto il pomeriggio con il suo amichetto Giorgio. Giorgio appartiene ad una famiglia ricca, diversa dalle altre famiglie di quella frazione rurale; padre avvocato e mamma dottoressa, coccolato e vezzeggiato dalla nonna e dalla zia, il compagno di giochi di Claudio nella sua casa ha praticamente tutto: Tartarughe Ninja, G.I. Joe, Combattini, Masters; ma soprattutto, merendine. Tante merendine. Di ogni genere. Quando Claudio passa davanti alla credenza, vede ogni ben di dio: tegolini, kinder delice, crostatine – e non già quelle con la marmellata, bensì quelle con il cioccolato – e specialmente lui, il sogno proibito, la merendina-chimera: il soldino. No, quelle meraviglie non sono solo in tv: quelle meraviglie esistono davvero e proprio ad un passo da lui.
Ma riprendiamo Claudio dove lo abbiamo lasciato, sulle scale della casa dei nonni. Dicevamo che Claudio sa cosa lo aspetta, perché è successo altre volte, perché succede sempre; ma il suo mondo libresco e catodico non gli ha ancora permesso di rinunciare alle sue speranze. Ed anche quel giorno, l’illusione che le cose possano andar meglio si scontra con la tacita rassegnazione che egli nasconde a se stesso. Claudio sa che lui e Giorgio non saranno mai compagni di merende.
Quando il piccolo Claudio apre la porta ed entra in cucina, lo spettacolo che si para di fronte ai suoi innocenti occhi di fanciullo è sconvolgente, raccapricciante: c’è la nonna, accanto alla stufa costantemente accesa, che lo attende con una mela in mano. Balbettando atterrito, Claudio sussurra scosso, quasi a voler grattare nel fondo della sua fiducia in frantumi: “Ho fame” “C’è la mela” “Ma la mela non mi va” “Allora nun c’hai fame”.
E poi, se possibile, la nonna fa ancora di peggio: estrae da un cassetto una grattugia, gratta la mela in un piattino e la porge al nipote. Sì, la mela grattata. Con ancora negli occhi le merendine affollate negli scaffali del suo amichetto, Claudio è costretto a mangiare la mela grattata.
In fondo quella non è neppure la cosa più terribile a cui è stato costretto ad assistere alla sua tenera età. Non di rado i suoi pomeriggi erano infatti già stati segnati dalla mela cotta.
Quelli sono gli anni del calippo, ma a lui tocca al massimo la banana. Vero è che si era bruciato tempo addietro la sua occasione: nello scolare il succo rimasto nel tubo del Calippo Fizz alla Coca Cola, se lo era rovesciato sulla camicia attirandosi le ire materne.
Mela cotta, mela grattata, banana. Sarebbero già sufficienti per far tremare dalla paura. Ma non è ancora finita.
A segnare i suoi pomeriggi di fanciullo c’è anche il pan bagnato con lo zucchero: una fetta di pane – non quello fresco, ma quello de casa, “perché dura di più ed è più buono”, almeno secondo nonni e genitori. Dunque dopo quattro giorni si può mangiare eccome, a meno che non serva come materiale edile. E poi il pane fresco è per viziati – una fetta di pane, dicevamo, umidificato con dell’acqua del rubinetto ed insaporito con un po’ di zucchero.
Quando Claudio chiede qualcosa di dolce, gli vengono date le fette biscottate accompagnate da del caffè d’orzo, o al massimo da un po’ di thè, rigorosamente non passato, perché “mica farai lo schizzinoso per un po’ di residuo sul fondo?!”. Claudio scola dunque quella tazza di thè con sedimentazioni etrusche che gli permettono di intuire il sapore dell’argilla.
E poi, il culmine della perversione: Claudio vede la nonna affettare il pane tra il gommoso ed il marmoreo e quindi afferrare un pomodoro. Pane e pomodoro: lungi dall’essere il massimo, ma poteva andare peggio, si dice il pargolo. Ingenuo. La nonna taglia a metà il pomodoro, ne prende una parte e la strofina sulla fetta di pane. Già, pomodoro strofinato sul pane. Non spezzettato sopra, non a bruschetta, non financo spremuto, bensì strofinato.
Estenuato da quella interminabile sequenza di orrore, Claudio implora nonni e genitori, i quali, per una volta, mostrano pietà e sembrano fare un passo indietro rispetto alle loro posizioni. Accantonano l’imperativo della merenda naturale e salutare e comprano al piccolo una merendina. Ma è il kinder brioss.
Dopo di quella, arriveranno anche l’uovo sbattuto, la macedonia, il sedano crudo, quando va bene le carote od i finocchi con il pinzimonio, quando va male la camomilla con i biscotti del discount.
Tali mostruosità durano ancora alcuni anni, poi si interrompono bruscamente. Indipendenza adolescenziale, storia finita, caso chiuso.
Ma che ne è stato del pan bagnato con lo zucchero o del pomodoro strofinato sul pane? Esistono ancora quelle merende ispirate alle novelle di Verga?
Misteri. Fitti misteri, che forse non troveranno mai una soluzione, ma che – da quando li abbiamo saputi – non potremo più toglierci dalla mente.
Queste cose accadono, sono accadute, e proprio a due passi da noi. Che accadano di nuovo o no, non possiamo saperlo. Forse sono state inghiottite per sempre dalle nebbie del tempo o forse, certi spettri, sono sempre pronti a riaffiorare, non appena distogliamo lo sguardo e lasciamo calare l’attenzione.
Ad ogni modo, una cosa, al termine di questo viaggio nella ferocia più inaudita ed impensabile, la abbiamo capita: i cavoli a merenda non sono poi così assurdi.

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