Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 17 – L’irresistibile discesa di Artura Ua

Posted by sdrammaturgo su 20 maggio 2008

Eccomi qua, seduta a questa scricchiolante scrivania intenta a tracciare (io, non la scrivania) il bilancio della mia vita, immersa in una tremolante penombra rischiarata solo dalla fioca luce di una candela. E non già per ottenere un’atmosfera romanzesca, ma perché non ho pagato le ultime due bollette.
Mentre il sipario sta per chiudersi sul palcoscenico della mia esistenza e gli spettatori vanno a chiedere indietro i soldi del biglietto, ripenso ai miei anni andati e mi commuovo piena d’orgoglio mettendoli a paragone con quelli di Michele Cucuzza.
Ma procediamo per gradi.
Giovane ed ambiziosa, lavoravo nel mondo dello spettacolo, ma il mio sogno era diventare operatrice di call center per prendere ordinazioni in un fast food.
Era sempre stato quello l’obiettivo che coccolavo fin dalla mia difficile infanzia. Già, da piccola non me la passavo bene. Non voglio dire che ero povera, ma Edmondo De Amicis mi pedinava e prendeva appunti su un taccuino.
Costantemente alla ricerca di un lavoro che mi permettesse di non rubare il miglio ai piccioni, partecipai ad un provino e venni selezionata come protagonista nel videoclip di Labbro leporino, il singolo che lanciò l’astro nascente del pop Ootcho e ne sancì la definitiva consacrazione nell’universo degli imbianchini. Lo struggente ritornello segnò generazioni su generazioni di innamorati: “Ma hai il labbro leporino/non va bene per un pompino”.
Rimbalzavo da un’occupazione all’altra, senza smettere mai di inseguire il mio obiettivo. Sentire l’ebbrezza della scrivania, assaporare l’adrenalina delle ferie non pagate, respirare l’emozione del turno di notte: era questo tutto ciò che volevo.
Ero disposta a tutto pur di raggiungere i miei scopi e capii ben presto qual era la strada più agevole – e forse l’unica praticabile – per realizzare i miei propositi: offrire il mio corpo per ottenere favori che mi spianassero il cammino e la carriera. Si sa, il mondo dei call center che prendono ordinazioni per i fast food è arduo e ricco di insidie, pieno di pizzaioli senza scrupoli; la concorrenza è tanta, e, se si vuole andare avanti, bisogna sapere accettare i compromessi e sporcarsi un po’.
Cominciò quindi la lunga trafila di uomini di potere attraverso i quali speravo di poter giungere all’agognata meta.
Il primo fu Dandolo, buttafuori sensibile. Avevo saputo che conosceva uno che una volta era passato davanti ad un ristorante e mi sembrò un ottimo aggancio. Mi piacque inizialmente la sua tenerezza e successivamente la sua capacità di comprendere quando ero stremata dagli sganassoni. Grosso e villoso, era però un egoista. Pensava solo a se stesso. Gli dissi: “Prova a metterti nei miei panni, ogni tanto!” “Lo faccio spesso” mi rispose “Ci ballo Like a virgin davanti allo specchio”. Lo lasciai.
Poi conobbi un gran bastardo. Una volta ci fu una discussione lunghissima in cui gli feci una gran predica: “Josh, così non va. Mi trascuri, non sei abbastanza presente, Josh. Lo capisci che ho bisogno di te, Josh?”. Tutto quello che seppe rispondermi fu: “Ma perché cazzo mi chiami Josh?”. Armandino era un vero stronzo.
Fu quindi la volta di Ermengardo. Lo vidi ad un evento mondano organizzato dalla norcineria Cacalloro e mi colpì subito quella sua abilità di grattarsi le palle sottocoscia. Inizialmente lo abbordai per arrivare al signor Cacalloro in persona, ma finii presto per innamorarmi di lui, della sua indole poetica. Mi disse parole che nessuno mi aveva mai detto: transustanziazione, stafilococco, anadiplosi.
Di fronte al cielo stellato mi sussurrò: “Guarda l’immensità dell’universo…A volte mi sento così piccolo…Cosa siamo, noi, in confronto a Michael Jordan?”.
Sulla scia de L’odore dell’India di Pasolini, aveva anche scritto un libro: La puzza dell’Abruzzo.
Fu una relazione dolce ed intensa, ma qualcosa non funzionava. Il suo pene, ad esempio. Il nostro rapporto si interruppe bruscamente quando Ermengardo morì fulminato.
Cercai allora conforto in Oristano. Non so perché mi piacesse e cosa trovassi in lui. Di lui sapevo poco o nulla. Sapevo solo che Konrad Lorenz aveva scritto un libro sul suo pene. Fu la mia storia più appagante. Ma per nulla pagante, visto che sperperava tutti i suoi soldi a pittolo, così cambiai aria.
Frequentai per diverso tempo un pianista. Suonava come piano bar in diverse trattorie e poteva mettermi in contatto con vari gestori di call center che prendono ordinazioni per fast food, quindi lo reputai un buon partito. Era bellissimo farlo con lui sul suo pianoforte. Poi lo lasciai per un muratore, con cui lo facevo spesso sulla molazza.
Stavo collezionando uomini su uomini, ma ancora non ero riuscita ad ottenere alcunché, a parte la candida. Nonostante non mi fossi ancora persa d’animo, i periodi di sconforto non mancavano. Fu proprio in uno dei momenti più neri che incontrai Erasmo. Erasmo faceva il lavavetri sui grattacieli. Mi aggrappai a lui, alla sua solidità, mentre stavo precipitando dal settantacinquesimo piano. Fu il destino a salvarmi, ma soprattutto le sue braghe.
La nostra fu una frequentazione burrascosa. Avevamo stili di vita differenti: lui amava le feste e le macchine sportive, io avevo la lebbra. Talvolta risultava però persino conveniente: se prima di un appuntamento mi spuntava un brufolo sul naso, mi toglievo il naso.
Erasmo era tuttavia una persona piacevole, sebbene il confronto con la lebbra lo facilitasse.
Ad ogni modo, tra noi non durò molto. Io avevo bisogno di sentirmi amata, di avvertire il calore di sentimenti forti ed impavidi, mentre lui era freddo, distaccato, quasi disinteressato a me.
E poi, una sera, all’improvviso, quella telefonata inaspettata: le parole piene di passione, i “ti amo” sussurrati tra lacrime e sospiri, le promesse di eternità, la voce rotta dalla commozione, la mia mano che tremava nel reggere la cornetta. Peccato solo per il “mi scusi, ho sbagliato numero”.
Erasmo passò, la lebbra passò. Devo ammettere che talvolta la lebbra mi manca.
Entrai in una spirale di disperazione, in un’ellisse di afflizione, in un trapezio isoscele di struggimento. Cominciai a temere di non farcela, vedevo i miei sogni allontanarsi sempre più inesorabilmente. Alla soglia della maturità, non avevo ancora ottenuto ciò che volevo con tutte le mie forze e con quelle di uno schiavo che utilizzavo appositamente. In un simile stato d’animo, di certo non mi fece bene legarmi a Goffredo. Nel frangente in cui avrei avuto maggiore bisogno di ottimismo e di essere incoraggiata, incappai nel più grande pessimista che mi sia mai capitato di incrociare.
Ogni volta che cercavo di farmi ritirare su da una condizione di prostrazione, lui mi affossava ulteriormente. “Io sogno un mondo migliore, Goffredo!” “Sognare un mondo migliore va bene, se intendi trasferirti su Urano”.
E non è facile gustarsi un pranzo quando uno ti dice: “Butta giù la pasta, prima che sia troppo tardi”.
Finché un giorno decisi di riprendere in mano la mia vita e lo piantai. Suppongo sia ancora intrappolato in quell’orto.
Alla fine…ebbene sì, alla fine ce la feci. Passò un altro po’ di tempo, mi diedi da fare sotto numerosi fornelli e venni scritturata come operatrice in un call center che prende ordinazioni per un fast food.
Ricordo ancora con commozione la mia prima telefonata: “Pronto, sono Ugo Picozzi, ho già ordinato altre volte da voi. Vorrei una diavola ed una marinara per le otto. Mi raccomando, la marinara con poco aglio, ché è per mia moglie ed ha i giorni contati. Cerchiamo almeno di farla morire profumata”.
Perché vi ho narrato la mia storia? Perché la mia esperienza dimostra che se hai un sogno e ci credi veramente, puoi farcela. E dalle mie vicende si impara anche un’altra grande lezione: Ugo Picozzi ha un enorme rispetto per i becchini.

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7 Risposte to ““Diario simulato” 17 – L’irresistibile discesa di Artura Ua”

  1. Eppure sai che qualche progresso lo noto nella tua scrittura?
    In alcune prove precedenti portavi fino allo sfinimento il meccanismo della doppia realtà, qui ivece lo ammorbidisci e la lettura risulta più gradevole.
    Bene.

  2. Cavolo, e pensare che credevo che questo fosse il peggiore dei diari simulati! :-D

  3. Non è il peggiore, è il meno estremo.
    Poi siccome tu sei convinto che io sia moderato (ma quando mai!), puoi fare una bella interpretazione psicologica del mio gradimento rispetto a questo post.

  4. Ecco, allora tutto torna :-D
    No, ma alla fine penso che tu sia più moderato rispetto a me (d’altronde tu ti definisci socialista, io anarco-comunista), ma naturalmente non moderato in senso assoluto, ci mancherebbe.

  5. Già già. L’ultima serie di “Happy days”, quella dove sono tutti grandi, Richie si sposa e Fonzie diventa professore al Liceo, fa veramente schifo. Sembra il PD, ci riconosco Fioroni, la Bindi e Fassino.

  6. visir said

    Giusto per dare un’opinione (tra l’altro non richiesta), penso che questo racconto è iniziato molto bene, ma ha meno spunti surreali dei precedenti che ho commentato.
    La battuta dell’orto è troppo prevedibile ed andrebbe tolta, ma è solo un scivolone rispetto al contesto ove traspare disperazione ed infine anche un poco di poesia.
    Avrei gradito nel finale una sorpresa, un evento inaspettato che sconvolge le prospettive, chessò la ragazza che avvelena tutti i clienti perchè messa in mobilità oppure costretta suo malgrado a lasciare il lavoro nel call center adorato per il poco dignitoso lavoro di velina o testimonial di una casa di moda.
    Insomma una cosa del genere che spiazza in un crescendo di tragedia.
    Comunque l’ho letto volentieri e scorre molto bene.

  7. Ho notato che questo è stato il racconto che ha diviso di più.

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