Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for luglio 2008

L’altalena

Posted by sdrammaturgo su 31 luglio 2008

La vita è un balocco.
Nel film I picari di Mario Monicelli – liberamente tratto dal Lazarillo de Tormes, libro del 1554 il cui anonimo autore spagnolo è considerato il fondatore del romanzo moderno – il personaggio di Guzman de Alfarache, interpretato da Giancarlo Giannini, ripete in continuazione questa secca e misteriosa massima, tanto che Enrico Montesano nei panni dello sventurato quanto estroso Lazarillo non si dà pace e manifesta un fastidio crescente di fronte all’enigma apparentemente insensato del saggio e buffo tormentone.
Ho sempre ritenuto che neppure gli autori della pellicola – i grandi Age, Scarpelli e Monicelli – avessero bene in mente il significato del breve aforisma quando gli balenò in mente per caratterizzare il personaggio e sono sicuro che essi stessi si interrogarono a lungo sul senso della loro trovata. Probabilmente uno di loro ebbe l’idea e gli piacque subito il suono dell’espressione, senza comprenderla fino in fondo, coinvolgendo successivamente nel fertile dubbio i compagni d’arte. Suonava a meraviglia, portava con sé un’aura ed un’aria sommamente curiose, quindi tanto bastò per inserirla nella sceneggiatura.
Ma sono sempre stato convinto anche del fatto che i tre giganti della commedia avvertissero istintivamente che c’era qualcosa di più in quelle cinque parole, un contenuto di verità che stava davanti ai loro occhi e che eppure costantemente se ne fuggiva.
Perché chi ha dimestichezza con il Comico, ha familiarità con il Vero.
Quella formula racchiudeva un segreto, parlava con estrema semplicità schiudendo una verità elementare, celata però dall’abisso ermetico che ciò ch’è palese sempre spalanca di fronte alla mente di chi indaga con dovizia e minuzia.
Il senso profondo di quella massima mi si è rivelato all’improvviso, come un’intuizione inaspettata, qualche sera fa, mentre andavo sull’altalena.
Sì, sono sempre stato un grande appassionato dell’altalena, un fanatico, quasi un maniaco. Quand’ero bambino, non resistevo dal lanciarmi su ogni altalena che scorgevo. L’altalena era per me un richiamo magnetico, troppo ghiotto. Mi fiondavo sul sedile, serravo le mani intorno alle catene e cominciavo a darmi spinte decise. Chiudevo gli occhi, prendevo a poco a poco velocità e mi dimenticavo di tutto il resto.
Oggi che sono un uomo, non è cambiato alcunché. Magari i sedili mi vanno più stretti, prendo velocità più in fretta, le altezze raggiunte non mi sembrano più così vertiginose; ma la gioia fanciullesca per quella sensazione di dondolante libertà è rimasta immutata.
L’altalena rappresenta per me tuttora un’attrazione irresistibile ed irrinunciabile.
Qualche sera fa, dicevo, mi trovavo in un parchetto insieme ad alcuni amici. All’interno di un recinto, accanto a bassi scivoli spericolati e cubici percorsi avventurosi per piccoli temerari, la visione di un’altalena si è imposta alla mia attenzione, catturandomi ed assorbendomi completamente. Mi sono isolato dagli altri e d’un tratto mi sono ritrovato a percorrere il sentiero dell’infanzia. E’ bellissimo riscoprirsi bambino quando si ha la consapevolezza di un adulto.
Poco lontano, un gruppo di ragazzi mi guardava con la faccia di chi ha appena visto un venticinquenne pelato sfoderare un sorriso ebete mentre va sull’altalena.
E’ stato lì che ho capito. La vita è un balocco. E l’ho capito mentre non ero più niente, non ero più questa persona in relazione con quelle persone e con questo mondo: ero solo un corpo che si beava dell’aria, che nell’aria si librava, ghermito con leggerezza dalla frescura d’una notte estiva.
Andavo avanti e indietro, sospeso in un vuoto d’incanto, ed ero solo notte e nulla. Ed ero finalmente io, indipendentemente da tutto. Ero il buio che mi circondava. Perciò mi sentivo esplodere di luce. A volte basta così poco… Quando sei sull’altalena, non sei né sole né ombra. E’ per questo che stai bene.
I crucci e gli affanni, d’un tratto, mi sono sembrati ben misera cosa.
E’ stato a quel punto che ho pensato al potere. Al potere, sì, sintesi e sommità suprema di tutto ciò ch’è annoso e serioso e noioso e faticoso. E vano.
In quel momento ho riso del potere più di quanto ne abbia mai riso in vita mia, come mai ne avevo riso prima.
Ho provato ad immaginare i potenti della terra dondolare su un’altalena sgangherata e cigolante e mi sono detto che Bush, ad esempio, non saprebbe godere del dondolio. Si vergognerebbe, non potrebbe farlo, ché il potere è fatto di contegno e deve offrire di sé un’immagine austera, rispettabile, temuta.
I volti convinti sopra le grottesche giacche rigide strozzate dalla cravatta mi son sembrati facce di goffi burattini, automi di legno mal sgrezzato, robot senz’anelito vitale.
La vita è un balocco. Quant’è dunque stupido chi si prende così sul serio.
“Chilometri di secondi/per conseguire la morte esatta”, scrisse Paul Eluard. Andando sull’altalena ho compreso anche questi due versi. Si imparano tante cose, andando sull’altalena.
L’ansia produttiva, il fare-fare-fare, l’imporsi per contare, il competere per sentirsi in pace: un’irta scalata costellata di sangue e sudore per raggiungere la vetta; ed in cima, guardando in basso, ci si accorge che non ci si è mossi di un passo. Poi, sulla superficie liscia e sdrucciolevole dei ghiacci perenni, si scivola ancor più in giù di dove si è partiti.
Tanto impegno per arrivare al gelo eterno.
Mentre andavo sull’altalena e mi sentivo così bene ed era tutto così bello, ho pensato che il potere è una cosa tediosa e grigia. E le cose tediose e grigie piacciono solo alle anime brutte.
E’ questa la verità dei picari: la vita come un’altalena.
Io al potere preferisco l’altalena.

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Italian Hostel

Posted by sdrammaturgo su 28 luglio 2008

A Bolzaneto, quarantacinque uomini dello Stato, al riparo in una caserma (“Tutto questo palazzo è una grande tomba”, cit.), hanno torturato per ore ed ore decine di ragazzi e ragazze.
La sentenza ha assolto trenta carnefici e ne ha condannati solo quindici, peraltro con pene minime.
La cosa curiosa è il risarcimento: i ministeri degli Interni e della Giustizia dovranno versare quindici milioni di euro totali per i danni morali e materiali subiti dalle vittime.
Praticamente è come se gli aguzzini avessero pagato per poter torturare a piacere ed in piena impunita libertà.
Questo mi ricorda qualcosa.
Nel film Hostel di Eli Roth, dei ricconi sborsano grosse cifre di denaro per torturare ed uccidere ragazzi e ragazze appositamente rapiti e segregati nel chiuso di un enorme stabilimento isolato.
Nella realtà democratica italiana si è fatto addirittura un passo avanti rispetto alla finzione cinematografica: ci pensa lo Stato a pagare per permettere anche agli uomini del suo braccio armato – i quali non possono contare su grandi disponibilità finanziarie, ché lo stipendio di un poliziotto o di un carabiniere non è poi un granché – di divertirsi con spassose e ricreative torture.
Immaginate il vantaggio: è sufficiente arruolarsi e qualcun altro paga al tuo posto affinché tu possa godere delle attrazioni dell’Italian Hostel.
Il solito assistenzialismo del Belpaese.

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Il grigiore dei terroristi e la pavidità degli umoristi

Posted by sdrammaturgo su 25 luglio 2008

Credo che ogni passione vera viva di rabbia e di amarezza. Affiora dalla rabbia, come un gigante che emerge da una palude, e scivola e galleggia nell’amarezza. Poiché non c’è sentimento più rabbioso dell’amore, né slancio più dolce dell’odio.
Amore ed odio godono e patiscono d’un’interdipendenza necessaria. L’amore senza odio è un’emozione di plastica. L’odio senz’amore è un livore infantile. Perché non ci può essere amore sincero per qualcosa senza l’odio puro per qualcos’altro. E solo chi sa odiare con tutto se stesso è in grado di amare con trasporto.
Io odio. Odio così tanto da faticare spesso ad addormentarmi la notte, tanto mi pesano alcuni pensieri. Odio è una parola troppo piccola per contenere tutto il disprezzo che covo dentro per le cose che combatto e detesto. E questo perché so provare un amore sconfinato, perché so stupirmi e meravigliarmi, perché basta un niente per farmi rimanere a bocca aperta, perché so scovare la bellezza, sono capace di penetrarne l’essenza che sempre mi sfugge e sempre inseguo.
Ad esempio, amo così tanto gli animali che non posso non odiare chi fa loro del male o chi contribuisce al loro massacro; amo così tanto lo splendore della natura che non posso non odiare chi la stupra; amo così tanto l’armonia tra gli uomini che non posso non odiare chi la guasta suonando note cacofoniche e stridenti.
Se io non disprezzassi ciò che è nemico di quel che amo, il mio amore sarebbe ben misero, insulso.
Il mio fervore politico si nutre d’ira, un’ira continua, che non dà tregua. Non mi sento mai in pace e forse non lo sono mai stato in vita mia. Patisco troppo le storture del mondo e dell’esistenza, così tanto da non sentirmi mai tranquillo, mai a mio agio.
Mi capita di passeggiare per le vie della città, in mezzo alla folla, assillato da un unico pensiero: spazzare via tutto, tutto e tutti. Demolire, distruggere, radere al suolo.
E mi capita di sorprendermi spesso a fare i conti con un pensiero pesante, ora schivandolo, ora accogliendolo e quasi coccolandolo: vivo con profondo senso di colpa e malcelata vergogna il fatto di non essere un terrorista.
Al di là dell’utilità più o meno dubbia che possa avere il gesto politico estremo, senza entrare dunque nel merito della spinosa questione, l’ardore che mi blandisce e tormenta mi fa provare un’incontenibile desiderio di eliminazione: cancellare i nemici della giustizia, della pace, dell’etica, dell’uguaglianza.
I ricchi epuloni dei governi o dei consigli d’amministrazione delle multinazionali, che a cuor leggero decidono della vita e della morte dei poveri e di noi tutti; la squallida e disarmante grettezza dei razzisti, degli omofobi, degli educati e dei moderati; l’ottusità dei credenti e dei religiosi; la stupidità degli schiavi e la disumanità dei padroni; ecco, di fronte a tutto questo, vorrei solo sparare, far saltare in aria, abbattere, poiché non c’è speranza e la speranza fa vivere nel passato illudendo che si tratti di uno sguardo sul futuro. Mentre bisogna agire nel presente, ora, subito.
Ma se un terrorista non lo sono e probabilmente non lo sarò mai è per via di due condanne salvifiche che da sempre mi gravano addosso: la condanna della pavidità e la condanna del senso dell’umorismo.
Ci vuole un coraggio che non ho per imbracciare un fucile od innescare il tritolo. Mea culpa, mia viltà. Ma ci vuole anche un’esagerata capacità di prendersi sul serio.
Guardando le interviste ai brigatisti mi hanno sempre colpito due aspetti particolari: la loro somma convinzione ed il loro sconcertante grigiore. Non sorridono mai, sono cupi. Hanno dimenticato la gioia corrosiva del Comico. Sono individui tragici, solo tragici, completamente tragici. E per la loro convinzione li ho sempre esecrati (forse aveva ragione Fratello Mitra: “borghesi che giocano alla guerra”. E non si può combattere il potere se poi ci si appropria del massimo del potere che è quello di arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli altri), ma anche, al contempo, segretamente, in fondo, ammirati.
Io credo nella forza sovversiva della satira. Sparo battute perché non so sparare pallottole. E non sparo pallottole perché so sparare battute. Ogni mia singola parola umoristica è densa di odio, colma di disprezzo, traboccante d’ira. Eppure suona conciliante grazie al suo valore catartico.
C’è chi nasce terrorista e c’è chi nasce umorista. Ed in ogni umorista freme e trema un animo da terrorista.
Io sono un satiro che sa ridere e non sa sparare.
Mi piace pensare che molta gente debba la vita alla mia vigliaccheria ed alle mie cazzate.

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Date a Cencio quel ch’è di Cencio

Posted by sdrammaturgo su 23 luglio 2008

Sottotitolo: “Impressioni di settembre? Me so’ fatto ‘n culo così, so’ finito, e ma ‘sto stronzo l’ulìe j’hanno fatto un diciannove” “Un diciannove?! Bono! Je pijasse ‘n corpo” “Bono sì, mannaggia al santissimo sacramento sull’artaraccio”

*

A chi è cresciuto davvero in campagna, le idealizzazioni idilliache ed arcadizzanti della vita agreste fanno sempre uno strano effetto, suonando pressoché assurde e financo risibili nella loro quasi forzata ingenuità.
Perché ecco, le cose nei campi vanno un po’ diversamente rispetto a come credono taluni artisti urbani.
Sopra tutte le opere d’ispirazione georgica e bucolica, Impressioni di settembre della PFM mi fa ogni volta stocere il naso e mi lascia interdetto. Poesia, sogno, pace, fantasia, romanticismo? Puah, poveri illusi: ben altro si muove lontano dalle città, dalle accademie metropolitane e dai centri di irradiazione culturale.
Ho reputato dunque opportuno nonché doveroso ristabilire la verità dei fatti attraverso una traduzione ritmica della più coverizzata e fallace tra le canzoni italiane.
Cliccate qui e divertitevi con il primo esempio al mondo di karaoke iperrealista strapaesano.

*

Impressioni di settembre

*

Mogol – Pagani – Mussida

*

Quante gocce di rugiada intorno a me

cerco il sole ma non c’è.

Dorme ancora la campagna forse no

è sveglia

mi guarda

non so.

Già l’odore della terra

odor di grano

sale adagio verso me

e la vita nel mio petto batte piano

respiro la nebbia

penso a te.

Quanto verde tutto intorno

e ancor più in là

sembra quasi un mare d’erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

è già fuggito.

Respiro

la nebbia

penso a te.

No cosa sono adesso non lo so

sono un uomo

un uomo in cerca di se stesso.

No cosa sono adesso non lo so

sono solo

solo il suono del mio passo.

E intanto il sole

tra la nebbia filtra già.

Il giorno

come sempre

sarà.

Le vere impressioni di settembre

*

Il Bescio – Gige Cazzo – Memmere de la zi’ Peppa

*

Le bestemmie del fattore sul trattore

cerco Uccio ma non c’è.

Il ramato l’hae passato? Forse no

ti l’ìo ditto

si ‘n te sbrighe

te le do.

Già l’odore dello stabbio

odor de mmerda

de le vacche de Filiè.

Le galline l’hae guernate, dio scannato?

La sbobba pe’ ‘l porco

la do a te.

La maese tutto intorno

e ancor più in là

come cazzo fo a zappalla?

E Arduino je dà ancora a smorghina’

il pasquale si s’ingolfa so dolori.

Un somaro sciottolato là pe’ ‘l prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

m’ha puntato.

Scappo

si me chiappa

me ce dà.

No ‘sta filagna me sta a fa’ smadonna’

nun se lega

lo spago fonfo de Batore.

No si le cunije le sgozze adesso che ce fo?

Jò ma l’orto

cava ‘n po’ de peparone.

Un cucchiaro

de minestra e vo a dormi’.

Ma domani

vo a mignotte

a monta’.

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“Diario simulato” 18 – Se fossi un pessimista cronico

Posted by sdrammaturgo su 15 luglio 2008

Sottotitolo: ehi, ma io SONO un pessimista cronico!

*

Avvertenza: diario meno simulato degli altri, ma non eccessivamente. Liberamente tratto dall’inevitabile sconforto di un intelligente di fronte al tragicomico spettacolo dell’umanità.

*

La vita è bella, quando non si nasce.
Io ce l’ho messa tutta, ma niente. Quand’ero uno spermatozoo, sono finito nell’ovulo solo perché sono inciampato.
Appena uscito dal ventre di mia madre non piangevo. Ero troppo amareggiato. Così il medico mi ha schiaffeggiato. E’ stato in quell’occasione che ho imparato che quando stai male c’è sempre qualcuno pronto a dartici sopra il resto.
Nonostante tutto, in qualche modo sono cresciuto. Poco, s’intende. Ed eccomi qua, il giorno del mio compleanno. Ho ricevuto un mucchio di auguri. Ho ringraziato tutti. Mi sento piuttosto sorpreso: pensavo di morire più giovane. Infatti sono un po’ deluso.
Per festeggiare, mi sono dichiarato alla ragazza che amo in gran segreto da tanto tempo. Le ho telefonato e le ho detto: “Visto che hai sopportato la tubercolosi, perché non ti metti con me?”. Ma ha detto di no. Ha detto di aver bisogno di un uomo più vivo, più gioviale, più entusiasta della vita. “Ma io lo sono!”, ho controbattuto. “Ultimamente ho preso persino a guardare a sinistra prima di attraversare la strada e giuro che presto inizierò a controllare anche a destra”. Ma non c’è stato verso. Lei vuole adrenalina, imprevedibilità, follia, ha detto. Mentre io considero un evento mondano tutto ciò che accade fuori dalla porta del mio cesso, ha detto. Eppure tutti mi hanno sempre detto che ho la stessa energia trascinante di Gino Paoli, solo con minore grinta.
Va be’, poteva andare peggio. Potevo andare in coma e risvegliarmi a Carramba che fortuna.
L’unico guaio è che il testosterone comincia a darmi noia. Non dico che non scopo mai, ma oggi quando ho aperto il cassetto del comodino e ci ho visto dentro i preservativi sono scoppiato a ridere. Non so da quanto siano lì, ma ricordo di averli ottenuti tramite baratto. Credo siano fatti di budello di lepre.
Giusto ieri però mi sono state dedicate delle parole bellissime. “Tu sei erotismo. Quando parli, per le cose che dici e per come le dici, sei erotismo”, mi ha detto una ragazza che la dà ad un altro.
Ma d’altronde, come diceva il poeta, “la fica, se uno non ce l’ha, non se la può dare”.
Ho pure la tosse. Vivere nuoce gravemente alla salute.
E’ vero, la vita è un gioco. L’importante è ritirarsi.
Che poi, che senso ha vivere senza poter venire in faccia ad Alicia Keys?
Per fortuna c’è la musica a tirarmi su il morale. La settimana scorsa sono andato al concerto dei Radiohead. Ero tra la folla sul prato. E’ stata una bellissima nuca. Mi chiedo sempre dove sia il Direttorio quando serve. Inoltre è valsa davvero la pena spendere cento euro per sentir cantare in coro diecimila dilettanti.
La vita è un gran trambusto. Ah, quante soddisfazioni, se fossi nato paralitico.
Bah, esistere è davvero assurdo. Assurdo come avere un boy scout tra le mani e risparmiargli la vita.
Ad esempio, il mio sogno più grande è sempre stato quello di scrivere una commedia che tenesse testa a Morte di un commesso viaggiatore e domani attacco il lavoro all’ufficio postale. Da qualche parte ho letto che a Guantamano ne hanno riprodotto uno. Ci fanno mettere in fila i detenuti, li sballottolano da uno sportello all’altro e quando arrivano alle raccomandate confessano tutto.
Chissà, magari un giorno diventerò famoso. Di sicuro sarò già morto da un pezzo. Non è una vera ingiustizia che le opere postume, che sono sempre le migliori, non fruttino passera?
Sono certo che Raymond Radiguet avrebbe preferito di gran lunga essere un pastore analfabeta che si fosse inchiappettato le capre fino a novant’anni.
Che fatica, la vita. Il mito di Sisifo è veritiero, sebbene non tenga conto dei semafori.
Come se non bastasse, altre beghe sono arrivate con il trasloco. Nella nuova casa ho dovuto combattere contro gli scarafaggi. Enormi. Non voglio fare il solito esagerato che quando una cosa capita a lui è sempre apocalittica ed interstellare, ma uno si è presentato come Gregor Samsa.
Mi sono dovuto alleare con le locuste.
Dopo la battaglia ero davvero stremato. Mi sono coricato sul letto, ma nella stanza c’erano due zanzare. Così me ne sono andato per non disturbare.
Mi sono addormentato sul divano, ho fatto un sogno erotico, ma ho fatto cilecca. E’ proprio vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Un grande insegnamento rimbomba nella mia anima cassintegrata: “Beati i poveri, perché moriranno prima”.
Forse che forse, dovrei essere sulla buona strada.

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Un condannato a morte che non fuggirà

Posted by sdrammaturgo su 9 luglio 2008

Ogni animale è un capolavoro.
Ci stavo pensando in questi giorni, essendo andato a far visita ai miei genitori nel mio paese d’origine. No, non lo stavo pensando a proposito dei miei genitori: loro sono al massimo un film di serie B od un romanzetto del Reader’s Digest (“oooh, che cattivo, intacca la sacralità delle figure paterna e materna!”). L’ho pensato guardando un maiale rinchiuso in un porcile nelle campagne presso la casa dei miei nonni.
Mi sono soffermato ad osservare quel buffo quadrupede, assurto nel linguaggio comune a paradigma di ogni nefandezza: “sei un porco”, “sudi come un porco”, “sei sudicio come un maiale”, “porca miseria”, “dio maiale” (come se tra i due termini, l’insulto fosse “maiale”), “è un maniaco, un vero porco”, e via dicendo.
Insomma, l’uomo scomoda il maiale ogniqualvolta debba rilevare un atteggiamento che sia massimamente viscido e sgraziato.
Ed invece quel maiale grugnente e maleodorante che si muoveva goffamente in quell’angusto stabbiolo pieno di merda mi è sembrato una vera meraviglia. Ed è una sensazione indescrivibile notare come anche quello che viene considerato tra i più brutti degli animali possa apparire ad uno sguardo attento una fonte di incomparabile stupore ed emozione.
I suoi occhi attenti e vivi, il suo corpo massiccio che ispira un’austera rustica potenza, la sua possanza primigenia e popolana, mi hanno mostrato quel maiale in una luce del tutto inedita: forse per la prima volta in vita mia ho compreso la sua nobiltà rurale, una sorta di aristocrazia naturale celata dal letame ed al contempo esaltata da esso.
La bellezza sa annidarsi ovunque; basta saperla scovare.
Peraltro, forse non tutti sanno che un maiale adulto ha le medesime capacità intellettive di un bambino di tre anni. Praticamente in Italia potrebbe fare il ministro delle comunicazioni.
Un pensiero però mi è subito precipitato addosso spezzando quello strano incanto: mi è balenato brutalmente infatti che entro pochi mesi quel maiale sarebbe stato ucciso.
E’ usanza antica nei paesini della Tuscia scannare il maiale a dicembre, in genere l’otto, in occasione della festa della Madonna. Pressappoco un tributo pagano mescolato a tradizioni contadine e cattolicesimo popolare. L’uccisione del porco diviene una specie di macabra festa: si invitano amici e parenti per cena e via, grasse risate in compagnia mentre si consumano le spuntature della bestia sgozzata e si cuociono i fagioli nel lardo e nel sangue ancora caldo.
Ho quindi provato una rabbia indicibile nel guardare quel condannato a morte certa agonizzare inconsapevolmente nella sua prigione lercia. Quel maiale era un capolavoro della natura ed in capo a pochi mesi la sua vita volenterosa e desiderosa di esistere sarebbe stata stroncata per il sollazzo di un pugno di miserabili esseri umani vogliosi di passare una serata di vile spensieratezza e squallida buona tavola.
“Gino, passame ‘sta sarsiccia!” “Bbone ‘ste braciole, Mari'” “Haha, ma te ricordi quella volta che semo annati a rimorichia’ le tedesche a Montalto?” “Hahahahahahaha” “Ma ‘nsomma l’Inter ch’ha fatto?” “Bellissimo quel film” “Ma il libro è meglio” “Prendo un altro po’ di coppa” “Domani ci vieni alla mostra?” “Ma che ce freeegaaa ma che c’impooortaaa” “Un brindisi!” “Sotto col cotechino!”.
Ho pensato allora che quando un capolavoro viene sacrificato per far gozzovigliare uno o più imbecilli che hanno bisogno di quattro spiedini per sentirsi vivi, mi vergogno di appartenere a questa specie infame.
Poiché non c’è speranza per chi la bellezza la ammazza, la divora, la digerisce, la caca, la dimentica.

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“Della maraviglia” 9 – L’artista è un miracolo della natura

Posted by sdrammaturgo su 7 luglio 2008

Torno su Massimo Troisi. Perché non posso farne a meno. Perché è necessario. Perché mi serve, perché ci serve. Perché di Massimo Troisi abbiamo bisogno.
La civiltà non può fare a meno della parola degli artisti, poiché essi sanno guardare in profondità, sanno guardare oltre, sanno guardare l’oltre, e ci insegnano ad osservare ciò che sta sotto ai nostri occhi ma che non siamo capaci di vedere. Il grande artista sa donare la vista ai ciechi. E noi, noi saremmo tutti dei miopi e dei presbiti al buio senza l’opera del genio che ci facesse da lente.
Ho sempre reputato che la vera immensità di Troisi traspaia soprattutto nelle interviste. Quando parla a ruota libera, Troisi mostra tutta la sua levatura umoristica, politica, culturale, umana. Egli è un capolavoro incarnato. Ed i capolavori ci rendono migliori.
Lina Wertmuller, in questa bella raccolta di dichiarazioni prestigiose, dà una splendida definizione di Massimo Troisi: egli è insieme Pulcinella e Pierrot, ovvero la dissacrazione sanguigna e la malinconia poetica. In questo, egli diviene l’artista per eccellenza: in lui, per lui, attraverso di lui, rumoreggiano e sospirano infatti entrambe le anime del creatore, ovvero il Comico, ch’è ragione e solare follia, ed il Tragico, che è disperazione e lunare nobiltà.
Sul finale della seconda parte del medesimo collage d’interviste, Marco Messeri cita Cosimo de’ Medici: “L’artista è un miracolo della natura, non è un asino vetturino”.
Ed i miracoli sono artefici e forieri di stupore.

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L’ira di un vegano godereccio

Posted by sdrammaturgo su 5 luglio 2008

E’ giunta l’ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c’entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta – o meglio, adempie al dovere – vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l’umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall’uccisione di altri animali non umani.
Ma c’è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c’entrano un cazzo.
Cosa c’è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
“Ecco, dicendo ‘buonissima’ ti sei risposto da solo: lo strutto nell’impasto rende la pizza decisamente più buona”. ‘N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient’altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e – eresia delle eresie – acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po’ di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l’abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di’ no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell’inutilità del male.

P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.

N.B. L’autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli – altrimenti e più correttamente detti cazzate – dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell’indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.

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