Beati i poveri, perché moriranno prima

Il grigiore dei terroristi e la pavidità degli umoristi

Posted by sdrammaturgo su 25 luglio 2008

Credo che ogni passione vera viva di rabbia e di amarezza. Affiora dalla rabbia, come un gigante che emerge da una palude, e scivola e galleggia nell’amarezza. Poiché non c’è sentimento più rabbioso dell’amore, né slancio più dolce dell’odio.
Amore ed odio godono e patiscono d’un’interdipendenza necessaria. L’amore senza odio è un’emozione di plastica. L’odio senz’amore è un livore infantile. Perché non ci può essere amore sincero per qualcosa senza l’odio puro per qualcos’altro. E solo chi sa odiare con tutto se stesso è in grado di amare con trasporto.
Io odio. Odio così tanto da faticare spesso ad addormentarmi la notte, tanto mi pesano alcuni pensieri. Odio è una parola troppo piccola per contenere tutto il disprezzo che covo dentro per le cose che combatto e detesto. E questo perché so provare un amore sconfinato, perché so stupirmi e meravigliarmi, perché basta un niente per farmi rimanere a bocca aperta, perché so scovare la bellezza, sono capace di penetrarne l’essenza che sempre mi sfugge e sempre inseguo.
Ad esempio, amo così tanto gli animali che non posso non odiare chi fa loro del male o chi contribuisce al loro massacro; amo così tanto lo splendore della natura che non posso non odiare chi la stupra; amo così tanto l’armonia tra gli uomini che non posso non odiare chi la guasta suonando note cacofoniche e stridenti.
Se io non disprezzassi ciò che è nemico di quel che amo, il mio amore sarebbe ben misero, insulso.
Il mio fervore politico si nutre d’ira, un’ira continua, che non dà tregua. Non mi sento mai in pace e forse non lo sono mai stato in vita mia. Patisco troppo le storture del mondo e dell’esistenza, così tanto da non sentirmi mai tranquillo, mai a mio agio.
Mi capita di passeggiare per le vie della città, in mezzo alla folla, assillato da un unico pensiero: spazzare via tutto, tutto e tutti. Demolire, distruggere, radere al suolo.
E mi capita di sorprendermi spesso a fare i conti con un pensiero pesante, ora schivandolo, ora accogliendolo e quasi coccolandolo: vivo con profondo senso di colpa e malcelata vergogna il fatto di non essere un terrorista.
Al di là dell’utilità più o meno dubbia che possa avere il gesto politico estremo, senza entrare dunque nel merito della spinosa questione, l’ardore che mi blandisce e tormenta mi fa provare un’incontenibile desiderio di eliminazione: cancellare i nemici della giustizia, della pace, dell’etica, dell’uguaglianza.
I ricchi epuloni dei governi o dei consigli d’amministrazione delle multinazionali, che a cuor leggero decidono della vita e della morte dei poveri e di noi tutti; la squallida e disarmante grettezza dei razzisti, degli omofobi, degli educati e dei moderati; l’ottusità dei credenti e dei religiosi; la stupidità degli schiavi e la disumanità dei padroni; ecco, di fronte a tutto questo, vorrei solo sparare, far saltare in aria, abbattere, poiché non c’è speranza e la speranza fa vivere nel passato illudendo che si tratti di uno sguardo sul futuro. Mentre bisogna agire nel presente, ora, subito.
Ma se un terrorista non lo sono e probabilmente non lo sarò mai è per via di due condanne salvifiche che da sempre mi gravano addosso: la condanna della pavidità e la condanna del senso dell’umorismo.
Ci vuole un coraggio che non ho per imbracciare un fucile od innescare il tritolo. Mea culpa, mia viltà. Ma ci vuole anche un’esagerata capacità di prendersi sul serio.
Guardando le interviste ai brigatisti mi hanno sempre colpito due aspetti particolari: la loro somma convinzione ed il loro sconcertante grigiore. Non sorridono mai, sono cupi. Hanno dimenticato la gioia corrosiva del Comico. Sono individui tragici, solo tragici, completamente tragici. E per la loro convinzione li ho sempre esecrati (forse aveva ragione Fratello Mitra: “borghesi che giocano alla guerra”. E non si può combattere il potere se poi ci si appropria del massimo del potere che è quello di arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli altri), ma anche, al contempo, segretamente, in fondo, ammirati.
Io credo nella forza sovversiva della satira. Sparo battute perché non so sparare pallottole. E non sparo pallottole perché so sparare battute. Ogni mia singola parola umoristica è densa di odio, colma di disprezzo, traboccante d’ira. Eppure suona conciliante grazie al suo valore catartico.
C’è chi nasce terrorista e c’è chi nasce umorista. Ed in ogni umorista freme e trema un animo da terrorista.
Io sono un satiro che sa ridere e non sa sparare.
Mi piace pensare che molta gente debba la vita alla mia vigliaccheria ed alle mie cazzate.

3 Risposte to “Il grigiore dei terroristi e la pavidità degli umoristi”

  1. ettore said

    davvero notevole

  2. Lusingato :-)

  3. Volpina said

    Semplicemente…non ci sono parole.

    … è stupendo.

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