Beati i poveri, perché moriranno prima

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“Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo

Posted by sdrammaturgo su 25 agosto 2008

Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un’aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d’avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E’ giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all’Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell’avventura.
Era un bel po’ di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d’archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d’alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l’attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com’era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
“Ciao Montana”
“Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata” (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
“Ho qualcosa di grosso per le mani”
“Anche tua nonna”
“Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?”
“Chi, quello mezzo frocio?”
“Mi ha contattato l’altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò”
“Ommioddio!”
“Già”
“Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle”
“Si tratta di un’operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!”

L’occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L’indomani partimmo alla volta dell’Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell’archeologia hobbistica.
Era stato l’ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l’uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: “Questa cosa dovrebbe stare in un museo!” “Ma questa è mia madre”.
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
“Seguitemi”, ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
“Una bella gatta da pelare”, mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
“C’è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare…”
“Stai pensando a quello che sto pensando io?”, chiese Nicolyn.
“Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche”
“Ti riferisci dunque a…a…lui!”
“Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza”
“Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto”
“Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo”
“Bene, conto su di lei, professor Smith”, intervenne Sir Buzzin. “Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy”.
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d’altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
“Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l’ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell’oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno”.
Decisi di metterla subito alla prova: “Che ore sono?” “Le cinque meno un quarto” “Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?” “No”. Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d’amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant’anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell’animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l’antichità, il rigore nelle indagini, l’ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal “non ci pensare” a “la vita va avanti” ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: “Non ci pensare, la vita va avanti”, rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l’ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l’unico che avrebbe saputo svelarmi dov’era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l’aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all’orecchio: “Non ci pensare, la vita va avanti”.
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: “Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?” “Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza… Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni” “Ci penserò”, conclusi, e me ne andai.

“Nicolyn, ora dovrò proseguire quest’avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù”
“Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti”
“Salutami tua nonna. Ed il vitello”
“Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai”
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell’Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell’Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell’Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l’unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant’anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all’ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
“O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell’odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!”
“Ti facevo più alto”
“Ma allora lei ci vede!”
“No, ma un simile cazzone dev’essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità”
“Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov’è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi”
“Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l’Enigma degli Antenati.
Narra infatti l’Arcano Oracolo: ‘Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell’alba, sul limitar della Vita ch’è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra’.
Sii forte, ragazzo”
“Lo sarò”.

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell’accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell’altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E’ consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall’insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c’era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l’aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche “daje daje daje”, spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: “Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto”.
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell’Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell’Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d’un’altra razza: son tombarolo.

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Destino orbo

Posted by sdrammaturgo su 17 agosto 2008

Sottotitolo: La sorte ti insegue e ti tira giù i pantaloni

Sotto-sottotitolo: Cronaca di un’agonia burlona

E’ la notte tra il sedici ed il diciassette agosto, è sabato, domani sarà domenica (anzi, è già domenica, e si sente), dunque sei nel bel mezzo del tanto temuto ponte di Ferragosto.
Sei chiuso nella tua stanza seminterrata, con qualche sporadico spione che butta l’occhio quando passa davanti alla tua finestra. Nessuno resiste, così il pegno che devi pagare all’afa è mostrarti a chiunque abbrutito ed in mutande alla scrivania per non dover tappare le serrande.
Passi l’estate in città, per vari motivi: non hai il becco di un quattrino per andartene altrove, ma ti illudi che si tratta della tua mancanza d’entusiasmo che ti fa provare orrore per il concetto stesso di vacanza. “Non sono povero, è lo spleen”, ti convinci.
Dai tuoi, la tua autonomia finisce dopo appena due giorni. Cessata la flebile sopportazione, cominci a rivalutare parricidio e matricidio. Inoltre il punching-ball in piazza per la sagra paesana ti fa provare un’insana invidia per i malati terminali di sclerosi multipla, quindi no, non è il caso, meglio tornare a casa, nella metropoli incandescente e desolata.
Masturbarti davanti ad un porno con disabili sarebbe l’unico modo per dare una svolta a questa serata. E lo fai.
Poi, improvvisamente, ti si spalanca una voragine allo stomaco. Fame, incontenibile, insostenibile fame. In frigo non hai nulla, ché sei rientrato solo oggi dopo due giorni di rustico ritorno alle origini nella terra natale.
“Va be’, aspetto che apra il fornaio dietro casa”. Ma è mezzanotte ed il panificio apre alle due. Due ore: chi ce la fa a resistere ben due ore ad una simile fame? “Merda, domani è domenica: il forno resta chiuso”. Problema risolto. Ti balena l’idea che per risolvere la crisi alimentare nel Darfur sarebbe sufficiente un calendario di sole domeniche o, in alternativa, una pestilenza. Domani lo proporrai al comitato che assegna il Nobel per la Pace, decidi. Ma ora bisogna pensare a questioni ben più serie, tipo come raggiungere il kebabbaro di San Lorenzo senza fatica per fare incetta di felafel. Non hai la macchina, non hai il motorino, non hai la bici né il monopattino e non ci sono notturni comodi. Ti guardi i piedi e bestemmi.
“Un mezzo privato costa troppo e poi non voglio essere l’ennesimo cittadino che pompa CO2 nell’aria e bla bla bla”. “Non sono povero, sono ecologista”, ti dici.
Indossi al volo le prime cose che ti capitano in mano: calzoni da lavoro, maglietta verdona inguardabile che usi per stare in casa e scarpe da ginnastica con cui vai a correre. E via, verso la forzata marcia notturna.
Per le strade non c’è un’anima. Pure i barboni sono in villeggiatura e ridono di te mentre si fanno massaggiare la schiena dalle cinesi in spiaggia.
Due chilometri a fette attraverso una desertificazione urbana in cui i lumini del Verano sembrano luci stroboscopiche.
Arrivi sudato a destinazione e scopri l’imponderabile: il tuo kebabbaro di fiducia è chiuso. Chiuso, esattamente. Non ti aveva mai tradito: gli stakanovisti che lo gestiscono condiscono riso anche sotto un bombardamento, ma stanotte, questa stramaledetta notte del ponte di Ferragosto, hanno deciso che basta, ci si va a divertire alla faccia tua.
Subito un interrogativo ti attanaglia: “Ma dove cazzo deve andare in vacanza quel panzone occhialuto siriano? Se dicesi orizzonte la linea apparente che delimita il raggio visuale di un luogo, per lui dicesi orizzonte la linea apparente posta mezzo metro davanti al bancone”.
E te lo immagini spaparanzato su una spiaggia caraibica (che poi al massimo sarà Torvajanica, ma nei tuoi incubi vigili ha l’aspetto di Panama) attorniato da modelle in topless che friggono felafel per lui in riva al mare indossando magliette con impressa la tua faccia.
E sai già che quando riaprirà e tu tornerai inesorabilmente a nutrirti della tua droga, lui ti guarderà dall’alto in basso poiché saprà benissimo che in quella bollente e vuota notte tra il sedici ed il diciassette agosto, mentre lui si godeva il sole e la fica, tu avevi strisciato ad elemosinare un rotolo medio con patate piccanti, zucchine e cetrioli.
In cuor tuo ne sei cosciente, proprio come in cuor suo egli ne sarà cosciente e quando i vostri sguardi si incroceranno di nuovo, non avrai neppure la forza ed il coraggio di chiedere “poco piccante, per favore” e sarai costretto a mangiare ceci con la lava.
Intanto, sei grondante, malvestito, incazzato e sempre più affamato.
Con orrore, vieni a conoscenza del fatto che persino gli altri due kebabbari di ripiego sono chiusi. Mentre cerchi di non lasciarti traumatizzare dalle tue immagini mentali gremite di kebabbari che bisbocciano a Santo Domingo indossando una maglietta con la tua faccia, noti che in lontananza la rosticceria delle piene emergenze non delude mai.
Si tratta di una pizzeria al taglio malmessa e malfamata che più malmessa e malfamata non si può. Fatiscente, sporca, mal frequentata: ti specchi in una vetrina, osservi come sei conciato e capisci che fa perfettamente al caso tuo. E’ la rosticceria ideale per chi si aggira di notte come un disperato nel quartiere che ad agosto viene abbandonato pure dalle blatte.
Entri, ordini, prendi una bibita.
Adesso ti stai saziando, hai la quiete dentro e tutt’intorno a te. Ti senti quasi bene e sollevato.
E allora perché, perché, perché mentre stai curvo e scomposto con la bocca sporca di pizza al pomodoro a scolare una bottiglia da mezzo litro di chinotto, abbigliato come un profugo in un locale di infimo ordine, perché, perché cazzo proprio in quel momento devono entrare tre ragazze carinissime?
Speri quantomeno che non ti notino, ma è impossibile: ci sei solo tu, lassù in quell’angoletto, solo come un tubero in un tavolo da otto.
Ti guardano e sai benissimo che stanno pensando: “Poverino”.
Ti sbrighi a finire, ingozzandoti e pagando in fretta. “Non guardatemi, non guardatemi! Io non sono così, non sono così!” vorresti gridare, ma hai del prezzemolo in mezzo ai denti.
A passo svelto raggiungi la fermata del notturno, ma non passa mai, così capisci che è meglio rassegnarsi e proseguire a piedi.
Ed è proprio quando sei abbastanza lontano dalla fermata che vedi sfrecciare il 2 notturno, il dannato 2 notturno, il fottutissimo 2 notturno.
Altri due chilometri a scarpinare, stavolta con pizza e chinotto sullo stomaco.
Finalmente sei di nuovo a casa. La miscela esplosiva di carboidrati conditi ed agrume gasato si fa subito sentire: imperativo categorico, cacare, fortissimamente cacare.
Ti siedi sulla tazza ed il perno in plastica del sedile cede sotto le tue scoregge. Lo devi sostituire. Fortuna che hai il pezzo di ricambio nel ripostiglio: almeno una cacata comoda non ti sarà negata. Basta che trattieni ancora un po’. Resisti, ed il candore delle mutande ne risente.
Così ti ritrovi alle tre di notte a maneggiare con la tavoletta del cesso.
Alzi gli occhi al cielo ed esclami silenziosamente: “Dio, io non piaccio a te e tu non piaci a me, ma io non te l’ho mai fatto pesare”.
Impari alfine una grande verità: agosto è il mese più freddo dell’anno, specialmente in Antartide.

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Quotidiano bimestrale a-periodico

Posted by sdrammaturgo su 6 agosto 2008

– Esce il libro di Fausto Bertinotti Le ragioni di una sconfitta. Testo del libro: “Fausto Bertinotti”.

– Rapina in banca nel nuorese. Nulla hanno potuto i clienti per via del vetro divisorio.

– Piazza Navona. Animata risposta di Mara Carfagna alle dure accuse di Sabina Guzzanti. Ma non si è capita bene a causa della bocca piena.

– Pistorius non gareggerà alle Olimpiadi. Al carrozziere non sono arrivati i pezzi di ricambio.

Le sue ultime prestazioni peraltro sono state decisamente sottotono. L’atleta è apparso infatti un po’ arrugginito, nonostante lo Svitol.

– Sono allarmanti le ultime statistiche sulla fame nel mondo: ogni anno milioni di bambini muoiono per dare lavoro a quelli dell’UNICEF.

– In vetta alle classifiche Bianca, il nuovo singolo degli Happyhours, scritto dal frontman Manuele Pecorelle. Particolarmente accattivante il ritornello: “Tu sei troppo bianca per restare/inosservata tra le nigeriane”.

– Secondo recenti sondaggi, ai ricchi piace molto il capitalismo.

– Ricordate l’uomo che si lanciò dalle Torri Gemelle dopo l’attentato dell’undici settembre? Era solo un testimonial della Sector.

– Cinema. In lavorazione un kolossal di genere storico: nella Firenze del XIV secolo, un gruppo di mutilati di guerra si ribella alla ASL della repubblica toscana, ma la rivolta viene sedata con il sangue. Titolo dell’opera Il tumulto dei Cionchi.

– Fabio Fazio correrà alla maratona di New York. Sarà dura, a quattro zampe.

Ma adesso, linea alla pubblicità.

Test clinici dimostrano che fottere una bella fica è preferibile al subire un’aggressione, perdere il lavoro, ricevere una multa.
Vieni a mignotte al Bordello Bruschetta.
Bordello Bruschetta: perché è meglio meglio che peggio, no?

Bentornati in studio.

– Sensazionale ritrovamento nel mondo dell’arte: nei sotterranei del Vaticano è stata scoperta una seconda versione della Transverberazione di Santa Teresa che Gian Lorenzo Bernini realizzò subito dopo il complesso scultoreo di Santa Maria della Vittoria.

In questa variante, l’angelo viene addosso alla mistica.

Sembra che l’autore si ispirò ad uno dei passi meno noti dell’Autobiografia di Teresa d’Avila. Il brano in questione recita: “Allorché i’ pensava con maxima cura et intensitate alla gloria infinita del Padre Nostro, la vision del prepotente faggio del pur efebico mandriano mingente mi distrasse da le mie preghiere et cogitationi. Mentre la man molcea lo mio languore con autonoma rapidità in fra le gambe, lo mandriano avvicinossi che quasi mi parea un agnolo et incalzò: ‘Santa donna, tu ha’ da venir stasera in su la stalla di Paride pecoraro’, e presto ei mi propose energica ghenga banga. Indi il biondo aggiunse: ‘Li tuoi capei mi paion ben asciutti. Urge rimediar e io so come fare’. Fiotto torrenziale m’imbalsamò la cute”.

– Passiamo ad una notizia di interesse internazionale. Il papa ha iniziato quest’oggi il suo periodo di vacanza a Bressanone. Mio nonno invece è andato a Chianciano Terme. Ma vediamo il servizio.

INVIATO Allora, Sor Aristide, come si trova qui a Chianciano?

NONNO Bene, bene. La mi’ moje ha insistito tanto pe’ veni’ che a la fine m’è toccat’ a portaccela. Si era per me, e chi se movea da casa? Ma te dirò che mo’ so’ contento pure io: se magna bene e poi a me do’ me mettono sto.

INVIATO Siete stati anche fortunati per quanto riguarda il clima…

NONNO De giorno è callo, ma sotto al pergolato se sopporta. La sera ogni tanto scenne ‘n’arietta che si nun t’aripari ‘l collo te frega subito, ma abbasta ‘n giacchetto su le spalle e ce se sta.

INVIATO Cosa offre Chianciano Terme a chi si vuole divertire la sera?

NONNO Che te dico, io de sera magno ‘n cucchiaro de minestra e vo a dormi’. Al massimo annamo co’ la moje a pija’ ‘n cremino al baretto qua all’inizio de la via, ma co’ ‘st’ossa dopo du’ passi tocca a mettese subito dentro al letto.

INVIATO D’altronde quest’anno la sciatica va molto nelle mete più cool dell’estate. Beh, nonno Aristide, un caro saluto ed un augurio di buon divertimento per il prosieguo della sua villeggiatura.

NONNO Eh, speramo d’arriva’ a la fine…Bonasera a tutti.

Bene, siamo in conclusione, ma non perdetevi a seguire lo Speciale Cultura, che stasera sarà dedicato a Santa Maria Goretti. Titolo della puntata Ma non era meglio darla senza tante storie?.
Ospiti in studio saranno Monsignor Lorenzo Chiarinelli, Antonio Socci e Jessica Rizzo, pornostar incolume (per il contraddittorio, coadiuvata da Don Gelmini).

Arrivederci e via con la sigla: “Daje de tacco, daje de punta, quant’è bbona la sora Assunta…”.

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Le rimembranze scomode, o del primo amore e delle ultime verità

Posted by sdrammaturgo su 3 agosto 2008

Sottotitolo: La verità, vi prego, sull’amore, risparmiatemela

Sotto-sottotitolo: Verranno a chiederti del nostro amore. Tu nega

Titolo sottomesso: Beauty is Truth, Truth Not

Titolo ultima ruota del carro: Il Vero è nemico del Poetico

*
Ah, il primo amore. Quanta gioia, quanto entusiasmo, quanto mistero. E quant’è bello se poi si rimane amici con la persona che per prima ha fatto breccia nei tuoi sentimenti, scoprendo insieme a te i segreti silenziosi dei palpiti, il trasporto tumultuoso della passione.
Può capitare così di ritrovarsi una calda sera d’agosto a ricordare i bei tempi andati, amanti ieri, fraterni amici oggi, e sorridere quasi commossi del primo reciproco ratto del cuore.
E la memoria corre, malinconicamente serena e paga, ad inseguir gl’istanti perduti che ancora ardono conservati nel petto. E si ride insieme, come allora, diversi da allora, ripercorrendo la rotta dei passati sguardi e tentennamenti ed abbandoni, ad intrecciar parole nuove e antiche ove un tempo si intrecciavan mani e lingue ed esitazioni.
E ci si lascia andare ad un felice rimembrar l’adolescenza, persi tra poesia bambina e calore adulto.

*

LEI Eri così carino a quindici anni…Mi piacevi davvero da impazzire. Ricordi il nostro primo bacio? La vacanza-studio, quell’albergo a Londra…Eri così timido e sensibile…Mi baciasti e scappasti via.

IO No, è che mi ero sborrato nelle mutande.

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Allegoria della mia vita

Posted by sdrammaturgo su 1 agosto 2008

Ieri sera, mentre stavo parcheggiando in salita la mia scassatissima Uno 45 quattro marce (no, ha vent’anni e passa, quindi non ha nemmeno la quinta), la macchina ha deciso di abbandonarmi spegnendosi irrimediabilmente quando ancora era per metà in mezzo alla strada.
In quel momento è passato un mio vicino di casa, due anni meno di me, altissimo, biondissimo, fighissimo, accompagnato dalla ragazza, trentenne, di una bellezza folgorante.
Offrendosi prontamente e gentilissimamente di darmi una mano, si è messo al volante della mia archeologica automobile per aiutarmi a toglierla quantomeno dalla corsia, mentre io la spingevo su per una pendenza degna della cima Coppi coadiuvato dal mio amico provvidenzialmente sopraggiunto nel frattempo.
Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo compassionevole della super passera, i cui occhi erano pieni d’orgoglio per il proprio munifico fidanzato dalla fluente chioma ed il sorriso cristallino, tanto prodigo da abbassarsi a soccorrere un calvo sudato e malvestito che non poteva permettersi neppure una vettura funzionante.
Mentre io, ringraziando doverosamente, chiudevo la portiera al mio trabiccolo, l’efebo altruista si allontanava con la propria donna fuoriserie.

Non sono io ad avere un gran senso dell’umorismo: è la mia esistenza ad averne in esubero.

*

Appendice – Gargarisma dell’estate

“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che gli venga in mente di tentare”.

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