Beati i poveri, perché moriranno prima

“Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo

Posted by sdrammaturgo su 25 agosto 2008

Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un’aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d’avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E’ giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all’Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell’avventura.
Era un bel po’ di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d’archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d’alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l’attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com’era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
“Ciao Montana”
“Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata” (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
“Ho qualcosa di grosso per le mani”
“Anche tua nonna”
“Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?”
“Chi, quello mezzo frocio?”
“Mi ha contattato l’altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò”
“Ommioddio!”
“Già”
“Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle”
“Si tratta di un’operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!”

L’occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L’indomani partimmo alla volta dell’Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell’archeologia hobbistica.
Era stato l’ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l’uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: “Questa cosa dovrebbe stare in un museo!” “Ma questa è mia madre”.
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
“Seguitemi”, ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
“Una bella gatta da pelare”, mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
“C’è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare…”
“Stai pensando a quello che sto pensando io?”, chiese Nicolyn.
“Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche”
“Ti riferisci dunque a…a…lui!”
“Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza”
“Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto”
“Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo”
“Bene, conto su di lei, professor Smith”, intervenne Sir Buzzin. “Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy”.
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d’altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
“Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l’ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell’oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno”.
Decisi di metterla subito alla prova: “Che ore sono?” “Le cinque meno un quarto” “Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?” “No”. Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d’amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant’anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell’animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l’antichità, il rigore nelle indagini, l’ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal “non ci pensare” a “la vita va avanti” ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: “Non ci pensare, la vita va avanti”, rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l’ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l’unico che avrebbe saputo svelarmi dov’era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l’aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all’orecchio: “Non ci pensare, la vita va avanti”.
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: “Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?” “Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza… Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni” “Ci penserò”, conclusi, e me ne andai.

“Nicolyn, ora dovrò proseguire quest’avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù”
“Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti”
“Salutami tua nonna. Ed il vitello”
“Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai”
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell’Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell’Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell’Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l’unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant’anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all’ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
“O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell’odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!”
“Ti facevo più alto”
“Ma allora lei ci vede!”
“No, ma un simile cazzone dev’essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità”
“Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov’è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi”
“Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l’Enigma degli Antenati.
Narra infatti l’Arcano Oracolo: ‘Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell’alba, sul limitar della Vita ch’è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra’.
Sii forte, ragazzo”
“Lo sarò”.

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell’accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell’altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E’ consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall’insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c’era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l’aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche “daje daje daje”, spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: “Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto”.
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell’Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell’Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d’un’altra razza: son tombarolo.

4 Risposte to ““Diario simulato” 19 – Montana Smith, tombarolo”

  1. Gradevole, mi piace.

  2. Apprezzo che apprezzi, Vic.

  3. visir said

    Lo trovo divertentissimo e surreale. Complimenti per l’humor, ho riso e ririso.

  4. Grazie assai!

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