Beati i poveri, perché moriranno prima

Perché sono così

Posted by sdrammaturgo su 5 ottobre 2008

I funerali sono eventi spassosissimi. Sul serio: se uno riesce a mantenere la giusta lucidità ed il giusto distacco critico-analitico, rompendo il tabù della morte e del lutto, può godere degli innumerevoli eventi comici che solo ad un rito funebre si susseguono con tanta frequenza ed abbondanza. Davvero, credo che in nessun’altra occasione come per delle esequie la comicità del quotidiano emerga con una simile congerie di eventi divertenti. Se si presta attenzione, è un vero tripudio di situazioni esilaranti. Anzi, spesso tutto l’intero apparato è straordinariamente, lugubremente, comico.
Si sa, il Comico in presenza della morte trova il suo terreno ideale.
Ricordo ad esempio quando morì mia nonna materna. Nella camera ardente, tutti i vecchietti del vicinato erano schierati come fossero un coro della commedia antica e facevano a gara a chi proferiva la frase più definitiva, pessimistica, rassegnata.
*
“E pure la Maria se n’è ita”
“D’altronde, prima o poi tocca a tutti”
“Eh, quello è poco ma sicuro”
“Sìsì, nun c’è niente da fa’: quanno chiama, tocca a risponne”
“Semo nati pe’ tribola’ e poi alla fine va’, chiuse ma ‘na bara e ‘nzeppate ma ‘n fornetto”
“Vedrai che pure a noi ce manca poco”
“Niente de più facile che la prossima so’ io”
“Seh, quanto voe scommette che fo prima io?”
“Tu?! E tu va’ le stae bene! Io invece so’ ‘na poaretta! So’ tutta ‘n dolore!”
“Va’ pure la Maria: pareva che stava tanto bene, e invece ‘na botta secca e ejela lì”
*
Peraltro, quando ti muore un parente, è quanto mai arduo superare agilmente il tortuoso percorso ad ostacoli delle condoglianze. Appena compari sulla soglia dell’obitorio, vieni assaltato da una mandria di conoscenti famelici di commiserazioni. Sembra che non vedano l’ora di aggredirti con la loro solidarietà. Secondo me, gli anziani aspettano con impazienza che stiri qualcuno: è un’occasione imperdibile per asfissiare il prossimo con una socievolezza leopardiana.
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“Visto la nonna quanto ha fatto presto?”
“Fatte forza, co’”
“Poarino…Proprio prima de mori’, la tu’ pora nonna ha fatto ‘l nome tuo. O no…? Me sa de no. Me sa che chiamava ‘l tu cugino. Ma comunque te voleva bene tanto”
“Bene o nun bene, va’ mo’ do’ è”
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E come si replica a questo bombardamento di sconsolate consolazioni? Si resta disarmati e frastornati, fino a pensare: “Ah no’, ma nun potevi mori’ mentre ero all’estero?”.
Io però ho studiato una risposta infallibile e risolutiva che permette di cavarsela con una certa scioltezza: di fronte allo scroscio di pacche sulle spalle, allargo le braccia e dico: “E ch’ha da fa’”.
“E ch’ha’ da fa’”: la formula perfetta per ogni occasione mortuaria, dal lutto singolo alla strage.
“E che devi fare, è così che va”. Impossibile ribattere: dice tutto senza dire niente. Sono un mago.
*
Un altro gustosissimo ricordo legato ad un lutto famigliare è quando morì mio nonno materno (oh, a mi’ madre je dice male). Dovetti accompagnare mia madre a scegliere la bara e, giunti all’agenzia di pompe funebri, assistetti al dialogo umoristico più geniale della storia della satira.
*
MAMMA Oh, dammela bona la bara, sa’, che ‘l mi’ babbo era muratore, era fissato co’ la roba resistente. Capirai, si lo metti in una bara fatta male, capace che s’ari alza su e ce mena a tutti.
BECCHINO Resistente? Viene qua, ché te fo vede ‘na cassa spettacolare. Toh, guarda che spettacolo.
MAMMA L’umidità la regge bene?
BECCHINO Te dico solo que’: ‘na cassa uguale l’ho venduta a quella che j’è morto ‘l fijo ‘n par d’anni fa in un incidente. C’ha’ presente, no? Ecco, l’altra settimana l’hanno dovuto cambia’ de posto al cimitero e l’hanno ritirato su da la tomba. Quanno la su’ mamma ha visto quant’era asciutta la bara, m’è venuta a ringrazia’.
*
Ma il culmine è stato raggiunto quando un mio zio si impiccò che era ancora giovane. Tutti lo avevano sempre visto come una persona allegra e spensierata, quindi quel gesto sconvolse la famiglia. Ognuno cercava di interrogarsi disperatamente sul perché lo avesse fatto e nessuno riusciva a darsi una spiegazione.
Nessuno tranne mio nonno paterno – no, lui è ancora vivo, a quanto ne so (perlomeno, mentre sto scrivendo, non mi è arrivata alcuna telefonata a comunicarmi la sua improvvisa dipartita).
Mio zio faceva il pastore – pecoraio, per la precisione – e mio nonno ipotizzò, con aria di tragica certezza, la motivazione senza dubbio più pirotecnica: “Vedi, il fatto è che la puzza de pecora nun va via mai. Avoja a lavatte, avoja a insaponatte, avoja a strofina’: la puzza de pecora nun c’è verso che te la levi. Poarino, que’ a la fine era giovine, doveva pure anna’ a donne, ma mica poteva puzza’ sempre de pecora: a la fine nun je l’ha fatta più e s’è ammazzato”.
Ecco, quando cresci con un nonno che ritrova la causa di un suicidio nell’incapacità del morituro di sopportare oltre la propria stessa puzza di pecora, affermando praticamente che lo sciagurato sia morto di puzza, come speri di diventare?
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Appendice – Quando sei così, sono cazzi

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La differenza di classe e di estrazione sociale pesa parecchio nei rapporti uomo-donna. In altre parole: se provieni da famiglia popolare, scordati di rimorchiare una ragazza bella, ricca e di “famiglia illuminata”.
Se è bella e ricca, ce la puoi anche fare (contando in larga parte sull’intervento di Padre Pio). Se è bella e di famiglia illuminata, ancora pure pure. Se è ricca e di famiglia illuminata ma è un cesso, che te lo dico a fare.
Ma se è una passera stratosferica benestante e può contare pure su un’educazione libertaria fornitale da genitori colti, moderni, progressisti, un po’ bohemien, allora lascia perdere: sei in presenza di una figa elevato alla terza e non è roba per uno dalle umili origini campagnole come te. E non importa come tu sia ora (certo, se sei basso e pelato, te le cerchi), quale stile di vita tu abbia, quale sia il tuo spessore intellettuale, culturale e politico ed il tuo livello di piglio-contro-il-sistema-cè: il passato e le radici ti terranno sempre lontano da lei.
Lì devi essere molto molto maledetto. Ma come fai ad essere dannato e maudit se tua nonna ti sfotteva quando non riuscivi a distinguere la cicoria dalla mentuccia nell’orto dell’Armida? “Soffro, mi drogo e mi sono tatuato perché non riuscivo ad individuare la cicoria”? Non regge.
Prendiamo una cosa a caso: gli aneddoti sull’infanzia e sull’adolescenza. Lei ti racconta di quando a tredici anni è andata in Egitto con il padre archeologo per fare degli scavi a Giza ed ha dormito nel deserto protetta da una scorta armata, perché la madre era medico volontario in un’organizzazione umanitaria nel mirino dei terroristi islamici. Tu al massimo puoi raccontarle di quando a tredici anni andavi a cerase co’ Filiè. Non è cosa.
Ed anche i traumi infantili sono completamente diversi: “Sai, da piccola mio padre scappò in Russia perché era un perseguitato politico e lì si fece un’altra famiglia. Mia madre, che è psicoterapeuta, cercò di tenermelo nascosto, ma fu un duro colpo anche per lei e cadde in depressione. Quando infine scoprii tutto, dovetti andare a stare in Sudafrica da mia nonna ed ebbi problemi di ambientamento che incisero molto sulla mia crescita e sulla mia maturazione” “Ma pensa…A me invece una volta il Tubbista mi diede una boccata sciacquadenti perché avevo fatto troppo lo sveltone con il flipper al bar di Pila”
Il problema non è la morte: è la nascita. Quella te la porti dietro per tutta la vita.*

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Post scriptum – Saggezza a manciate
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Meglio una brutta verità che una bella bugia, a meno che la bella bugia non sia: “Tranquillo, la tua fidanzata non l’ha data ad un militare”.

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6 Risposte to “Perché sono così”

  1. bello, e stavolta la narrazione corre via leggera (oh, le altre volte non è che fosse piombo, ma ora va particolrmente).
    Cià

  2. l’unica cosa che non mi è chiara è come è possibile che il post sia stato pubblicato domenica 8 ottobre quando oggi è il 6 e l’8 sarà mercoledì.

    Ho il tuo stesso approccio ai funerali: da oggi non son più solo. In fondo, non è una risata che deve seppellirci?

    Fantastico il dialogo tra tua mamma e il barista (quello delle bare).

  3. openspace said

    Bello notare anche le variazioni nei termini utuilizzati per commentare la morte di qualcuno.
    Se il defunto è più grande di diversi anni, si dice che “era vecchio”; se il dipartito aveva meno anni o un’età molto prossima a quella di chi commenta, si dice che “certo, era grande”.

  4. Vincenzo: stilisticamente grazie!

    Luca: da quando ho aperto questo blog, le date sono sempre state tutte impazzite. Ho contattato il forum di supporto, ma ancora non mi hanno aiutato a risolvere.
    A parte ciò: uniti per la dissacrazione del lutto!

    Vito: hahahahahahaha, quanto è vero, quanto è vero :-D

  5. […] Riportiamo questa parte di un recentissimo post (8 ottobre 2008) tratto dal blog https://sdrammaturgo.wordpress.com […]

  6. Valerio said

    secondo me gli dispiaceva x la nonna…

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