Beati i poveri, perché moriranno prima

Non servono politologi laureati

Posted by sdrammaturgo su 14 ottobre 2008

L’uomo del baretto ha ragione. L’uomo del baretto ha sempre avuto ragione. Cosa ci dice infatti l’usitata lamentela “è tutto un magna magna” se non che il potere è corruttore e chi lo detiene baderà ai propri interessi, forte dei vantaggi che il potere procura? Non esiste un potere buono: il potere è costitutivamente marcio, giacché chi brama il potere farà di tutto per conservarlo ed ampliarlo una volta raggiunto. Il principe gode a spese dei sudditi.
Il qualunquismo da baretto ha quindi un fondo (ed anche una superficie) di verità, la stessa verità – a ben vedere – di Rousseau, di Marx e di Foucault, solo ad uno stato più grezzo e seminale.
Il problema dell’avventore del baretto risiede però nel fatto che egli, quel potere, finisce per cementificarlo, incapace di compiere il salto verso la coscienza della liberazione. Altresì: si lamenta che tutti i potenti rubano, ma puntualmente finisce per votare il più ladro di tutti.
Il potere ha a che fare con il controllo ed all’uomo del baretto non dispiace essere controllato. Non ha voglia di stare a pensare a quali scelte potrebbe compiere, alle possibilità di vita che gli si parano davanti. Preferisce fare ciò che gli viene ordinato, immolando alla comodità della schiavitù i perigli dell’indipendenza consapevole. All’uomo del baretto il fascismo non è mai dispiaciuto.
Ma l’uomo del baretto, dall’alto della sua conoscenza vera della fatica dell’esistenza osservata dal basso, sa offrire chiavi di lettura della realtà che nessun politologo saprebbe sintetizzare meglio. L’uomo del baretto è quello che si alza tutte le mattine per spaccarsi la schiena a lavoro, quindi certe cose lo sa come funzionano. L’esperienza lo rende acuto, più di quanto egli sappia di esserlo.
Penso a mio nonno. Mio nonno ha fatto la terza elementare. Legge a fatica, scrive a malapena. Ha fatto il contadino, il cuoco, il custode. Non è di sinistra, ed a ben vedere neppure di destra. Forse crede in dio, ma non si pone granché il problema. Praticamente, non ha coscienza politica e filosofica di certi temi. Vive la sua piccola quotidianità di persona umile con nessun interrogativo sul mondo e la società e tanto gli basta. E’, insomma, tutt’altro che una mente speculativa. Ma nessuno come lui ha saputo spiegare meglio i meccanismi del potere e la questione della divisione in classi sociali.
In occasione delle ultime elezioni disse: “Mica posso vota’ Berluscone. Quello è mijardario e io nun c’ho ‘na lira. Tu l’hae visto mae ‘n signore che aiuta a ‘n poaretto?”.
Serve aggiungere altro?

Ma la frase più illuminante che io abbia mai sentito la formulò mia bisnonna.
Io ho la fortuna di poter vedere in prima persona e toccare con mano il salto generazionale favorito dal progresso economico. La storia italiana recente riassunta nella mia famiglia: una bisnonna totalmente analfabeta, che firma con la X, non è mai andata a scuola ed ha iniziato a fare la bracciante a cinque anni, ed il pronipote studente universitario. E’ una bellissima cosa che insegnerebbe a chiunque ad avere la chiara misura del corso degli eventi, dello sviluppo sociale, delle radici, del benessere e della povertà.
Grazie a mia bisnonna ho capito nitidamente come il nodo fondamentale del malessere umano risieda nella differenza di possibilità economiche. Altresì: la prima piaga, a cui seguono tutte le altre, è la separazione in chi possiede e gestisce la ricchezza e chi annaspa nella miseria.
Chi è costretto a vivere del proprio sudore e deve pensare ogni giorno a mangiare, sarà sempre alieno dai temi pur rilevantissimi della libertà, dell’autodeterminazione, della propria posizione nel consorzio umano. Per dirla più semplicemente: se non è scontato che ogni giorno potrai nutrirti, non hai tempo di pensare alla tua condizione particolare in relazione al mondo in cui vivi ed alla condizione umana in generale.
Mio bisnonno, il marito di mia bisnonna, era leggermente più istruito ed era uno dei pochi in paese a professarsi comunista. Non era facile essere iscritti al sindacato in una comunità dominata dai democristiani. Tant’è che perse più volte il lavoro ed i suoi figli dovettero andare a scuola altrove poiché non venivano accettati neppure negli istituti pubblici, governati com’erano dai cattolici.
Una volta chiesi a mia bisnonna se durante il fascismo avessero avuto maggiori problemi. Serbo ancora nella memoria quasi con commozione la sua risposta: “Nonna, mi sa che durante il fascismo per voi non dev’essere stato affatto facile, eh?” “Mah, io zappavo prima de Mussolini, ho zappato co’ Mussolini e ho continuato a zappa’ pure dopo Mussolini”.
Capito?

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