Beati i poveri, perché moriranno prima

Io, favoreggiatore di democrazia

Posted by sdrammaturgo su 6 dicembre 2008

Di Tommaso Nicola Di Fonzo (uno dei miei migliori amici, N.d.R.)
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La differenza fondamentale fra il sistema dittatoriale e quello democratico può essere desunta dal diverso ruolo rivestito dalla legge al loro interno: mentre in un regime totalitario essa è lo strumento attraverso il quale il singolo detentore del potere manifesta lo stesso e cura i propri interessi, in una democrazia, essa serve, o dovrebbe servire, a regolamentare la convivenza dei cittadini, del popolo “sovrano”, facendo sì che i diritti e la libertà di ognuno vengano rispettati.

Dopo aver fatto questa premessa per rendere chiaro cosa significa vivere in una democrazia, io, Tommaso Nicola Di Fonzo, cosiddetto “esperto informatico”, ho deciso di rendere pubblica la mia vicenda attraverso la presente lettera.

Il 16 gennaio 2008 mi sono visto, reo di aver inserito, col consenso degli interessati, annunci a sfondo erotico in un sito internet (www.universoescort.com), uno come ce ne sono tanti, accusato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, in seguito a mesi di indagine da parte della polizia postale di Viterbo, in un operazione denominata grandiosamente Red Lights Web e che ha portato al mio arresto.

Dopo circa quattro mesi di pedinamenti ed intercettazioni, la polizia è piombata in casa mia verso le 7 di mattina a notificarmi lo stato di arresto, sequestrandomi computer e altro materiale informatico, cellulare, e condurmi in questura dove il mio sito è stato oscurato. Un trattamento da vero malvivente, quindi, quello riservatomi: dopo il blitz mattutino sono stato costretto agli arresti domiciliari per ben 24 giorni, dei quali i primi 9 trascorsi a razionare il cibo, in una sorta di isolamento dato che vivo da solo  – come se la mia pericolosità pubblica fosse estremamente elevata, nonostante fossi incensurato –  prima dell’intervento del tribunale del riesame di Roma, che , in seguito alle richieste del mio legale  (ovviamente d’ufficio), mi ha accordato tre ore di libertà giornaliere per consentirmi di comprare da mangiare.
Trascorsi i tempi dovuti, in attesa di processo, sono potuto tornare in libertà, non senza però l’obbligo di firma in caserma, ogni giorno fino alla fine del mese di Maggio.

Una delle prove a mio carico sembra essere una mia risposta data al telefono ad una agente di P.G. simulatasi inserzionista, alla cui domanda su un possibile guadagno risposi, come da atto, “…la mia parte è solo praticamente di mettere l’annuncio, perché faccio pubblicità e basta…“; bene, questa risposta sarebbe ritenuta “falsamente neutra”.
Sì, avete capito bene: non un fatto, ma un pregiudizio come capo d’accusa, quasi una dichiarazione di malafede nei miei confronti. Perché, se affermando e ammettendo di commettere un qualcosa sono punibile e, al contrario, non facendolo,  mi si può comunque accusare di mentire, sulla base di un’idea che appare piuttosto preconcetta, significa che, in quanto accusato,  non ho via d’uscita, e questo è inammissibile in uno stato considerato democratico e basato quindi sul diritto.

Secondo gli atti e secondo quanto affermato nel corso di una conferenza stampa in questura, l’imputato, cioè io, per contattare nuovi inserzionisti si serviva di annunci presenti su quotidiani e riviste; gli annunci, insomma, che leggiamo da sempre sulle varie testate d’informazione o su quelle apposite, e sulle quali nessuno sembrava aver mai espresso lamentele o portato avanti indagini.
Il perché lo stesso annuncio di un “accompagnatore” sulla carta stampata appaia accettato e legale e sul web sia “favoreggiamento” rimane un mistero. Se sono le foto di nudo a fare la differenza – pornografia è, per definizione, tutto ciò che sia ritenuto osceno secondo il comune senso del pudore – allora ritengo che si dovrebbero oscurare milioni di siti, così come anche i calendari delle veline, ovviamente, e personalmente allargherei, per logica, l’”accusa” al nudo “artistico” ( e è un organo genitale ad offendere la morale, non dovrebbe bastare un bianco e nero ed una firma illustre per renderlo accettabile). Deve comunque essere dimostrato che, al momento dei contatti pubblicitari, fossi a conoscenza delle reali attività dei miei clienti, dei quali non facevo che pubblicare foto, con il loro consenso, e testi di annunci secondo le loro richieste; una probabilità non è un fatto, e l’unico fatto è che sul sito incriminato, era scritto chiaramente, nel regolamento, che annunci riguardanti sesso mercenario non sarebbero stati accettati e pubblicati.

Forse tutti sanno che in Italia prostituirsi è legale, suppongo di sì; forse non tutti però sanno che in Italia il favoreggiamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione. Così come non tutti sanno che per favoreggiamento si intende il favorire qualcuno, in qualsiasi modo, nel prostituirsi, cioè il consentirgli di svolgere la sua attività in un dato momento attraverso un favore, come, ad esempio, anche il semplice andare a fargli la spesa.
Non tutti sanno che in Italia, quindi, il favorire un “non reato” è illegale.
Inoltre, in Italia, lo sfruttamento della prostituzione è punibile con una pena che va dai due ai sei anni di reclusione, la stessa applicata nei casi di favoreggiamento, che tradotto significa che affittare una stanza ad una prostituta o badare al suo bambino e schiavizzarla, penalmente parlando, sono la stessa cosa.
Come può essere considerata reato l’attività che sia atta a favorirne un’altra considerata non reato? Ecco, di questo assurdo paradosso giuridico, sono stato vittima in prima persona.

Giustamente e per mia fortuna,  la mia cerchia di amici si è mostrata del tutto comprensiva e solidale sin da subito, ritenendomi vittima di una palese ingiustizia, perché, anche ammesso che io avessi saputo con certezza matematica che gli uomini e le donne fossero effettivamente dei mercenari, secondo la logica ed il buon senso, non può sussistere reato, essendo il sesso mercenario non classificato né come reato, né come professione, ed essendo quindi il reato di “favoreggiamento di qualcosa di legale” un perfetto assurdo, una ipocrita contraddizione che non può che esprimere chiaramente la volontà di far prevalere la morale sull’etica e sulla legalità. Tutto questo senza contare i papponi che liberamente fanno affari sul corpo di povere ragazze ridotte in schiavitù, i quali, se arrestati, non rischierebbero una pena maggiore della mia.

Tuttavia, lungi dal cercare consensi e volermi autoassolvere, ci tengo a sollevare le seguenti questioni: a cosa serve la legislatura, che dovrebbe essere quantomeno sensata e coerente, se a dettare legge è comunque ancora la morale? Perché la chiamiamo democrazia se si tratta in realtà di una criptodittatura o di una teocrazia anche poco velata?
Vale la pena interrogarsi, prima di tutto, sul significato della stessa parola “legge”, giacché qualcuno potrebbe facilmente obiettare che “se è legge un motivo ci sarà e bisogna rispettarla”; bene, cosa dovrebbe rappresentare la legge, concetto relativo ed umano,  se non l’espressione della giustizia, concetto assoluto? Una norma comportamentale dovrebbe essere legge in quanto giusta, e non, viceversa, giusta in quanto legge; ma purtroppo, si commette troppo spesso l’errore di identificare la legalità con la giustizia, concetti che non viaggiano certo su binari paralleli.

A tutti coloro i quali non fossero del tutto convinti di ciò, vorrei far notare che, parlando sempre di paesi democratici, tipo gli USA, “la più grande democrazia del mondo”, possiamo individuare atrocità legislative risalenti solo a 50 anni fa, tipo la discriminazione e la segregazione razziale, un qualcosa che oggi è unanimemente condannato ma che, prima che la regola venisse in qualche modo infranta, quasi tutti consideravano “normale”, o giusta, in quanto legge.
E gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli: dalla vivisezione, legale pressoché ovunque ancora oggi, al “delitto passionale”, l’attenuante concessa fino a pochi decenni fa agli uomini colpevoli di omicidio ai danni di una donna, qui, nel nostro paese. Per i più, tristemente, è tutto normale, finché è la legge a garantirlo e a coprirlo, ma non può e non deve essere così, non in un sistema politico che dica di fondarsi sul diritto e non sul potere.
E’ facile, però, individuare l’aberrazione nel passato, in un tempo superato sul quale la Storia si sia già espressa, e quindi distante; più arduo è farlo sul periodo storico in cui si vive, perché significherebbe schierarsi contro il sistema attuale e la cultura dominante, e un po’, in fondo, contro noi stessi.

E’ chiaro, tuttavia, che se le cose cambiano, e se le civiltà si evolvono in meglio è perché le leggi sbagliate vengono infrante e si modificano, è perché si agisce sul presente e non sul passato.

Di certo oggi anche chi non se ne rende conto, beneficia di diritti conquistati attraverso l’illegalità, perché “non bisogna chiedere un cambiamento, ma essere il cambiamento”.
C’è chi ha rischiato in prima persona per dimostrare l’ingiustizia di una legge, e c’è anche chi ha pagato, più o meno duramente.
Nel 1846 il filosofo Henry David Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte (e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui). Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio “Disobbedienza Civile”.

Questo il senso di questo mio piccolo ma deciso J’accuse.

Un processo, il mio, che è costruito su un paradosso lampante e che sembra dunque rifarsi direttamente a quello kafkiano,  con la differenza che io, diversamente dall’imputato del celebre romanzo so per quale reato sono processato, ma ignoro, o non comprendo su che base esso venga considerato tale. Se le leggi hanno un senso e quindi un motivo d’esistere, esso dovrebbe consistere nel regolamentare la vita sociale difendendo la libertà di ogni cittadino, con i suoi diritti; invece in questa situazione, paradossalmente, sono io, l’accusato, l’unica vittima e l’unico ad aver subito un danno, come in precedenza fatto presente.
E’ come se, essendo legale vendere le patate, venisse arrestato chi promuovesse la loro vendita al mercato. Ma le patate non sono “sesso”, non sono quindi “il male”.
Volendo, invece, identificare un “male” in un’analogia, potremmo fare l’esempio dei venditori di armi: essendo inequivocabilmente esse produttrici di morte, ed essendo l’omicidio un reato punibile per legge, a differenza del sesso, per logica, non andrebbe forse ritenuta grave favoreggiamento la loro messa in commercio? Non mi risulta però esistano norme legali in merito.
Del resto, se la mia libertà è definita dai limiti della legge ed entro questi ci si può muovere, significa che è mio diritto fare tutto ciò che la stessa legge considera legalmente fattibile; ora, partendo da questo presupposto, come posso io prostituirmi o contattare prostitute (attività legali) se questi atti, nelle loro diramazioni pratiche, costituiscono illegalità? non è forse un finto diritto, questo? come pure lo stesso esempio potrebbe essere fatto con la droga: se drogarsi è legale, significa che è per forza di cose anche un diritto, in quanto mia libertà, e perché allora impedire lo spaccio, dato che il rifornirmi della droga necessaria ad espletare un mio diritto è anch’esso un diritto che dovrebbe essermi garantito? Su quest’ultimo esempio, tuttavia, si potrebbe obiettare che le sostanze stupefacenti siano dannose per la salute e che la loro assunzione può anche arrecare danni a terzi, ma per quale motivo disincentivare la prostituzione volontaria e senza sfruttamento dato che essa non causa danni fisici o psicologici a nessuno, se non per accontentare la morale religiosa che troppo spesso ha la meglio sulla laicità formale di questo paese?

Un altro aspetto che mi preme far presente è senz’altro il vero e proprio linciaggio mediatico, attuato ai miei danni dalla stampa locale, durante i giorni della mia detenzione: la mia foto sbattuta in prima pagina e toni diffamatori che alludevano palesemente, ma furbamente, alla mia attività di pubblicitario online come a quella di uno sfruttatore di povere ragazze versanti in cattive condizioni economiche, di un traviatore di giovani menti di studenti e studentesse; una sorta di “protettore” con introiti di decine di migliaia di euro al mese, un depravato che avrebbe pubblicato “pornografia” in rete “facilmente visibile anche da bambini”.
Il tutto mettendomi in bocca frasi mai pronunciate come “vuoi allargare il tuo giro d’affari ed aumentare i tuoi introiti? ci penso io!”, ripreso anche da un noto settimanale a tiratura nazionale.
Tutte affermazioni, queste, chiaramente tendenziose, atte a creare un “mostro” per far notizia e colpire l’immaginario collettivo, ma attente a mettere la pulce nell’orecchio dei lettori senza però dire nulla di “netto” e quindi di concretamente passibile di denuncia, esempio:” non è escluso che tra gli inserzionisti vi fossero anche giovani studenti vittime di ristrettezze economiche che quindi avrebbero potuto accettare la proposta del D.F. di entrare in affari sul suo sito”. Vere e proprie invenzioni con l’intento di mettermi in cattiva luce senza diffamarmi. Una forma di  giornalismo del tutto scorretta.
Questa strategia, atta a far leva sulla morale comune, comporta ovviamente ai miei danni una forma di emarginazione sociale da parte della comunità che genera forti ripercussioni sia a livello di contatti umani che professionali, compromettendo le mie possibilità lavorative e remunerative, e gettandomi di fatto in una situazione di vero disagio, anche economico, dunque.

Come già accennato, per quanto mi riguarda, sarei anche pronto a subire una condanna, purché si riesca a dimostrarmi la natura del reato da me commesso, o, in alternativa, purché si ammetta che il cittadino, l’essere umano, in questo paese, non gode di piena libertà, ma è suo malgrado vittima di un totalitarismo bello e buono, che fa sì che si debba pagare non già per aver attentato alla libertà altrui, ma per aver esercitato la sua, laddove essa non sia compatibile con la “morale di stato”.

In conclusione, il sesso si può fare, ma è meglio non parlarne; la prostituzione è consentita, ma guai ad avere contatti diretti con codesti “intoccabili” esseri umani, i quali devono rimanere in una sorta di limbo, ghettizzati non ufficialmente, affinché la rispettabilità di tanti perbenisti venga salvaguardata.

(Si invita alla massima diffusione)


2 Risposte to “Io, favoreggiatore di democrazia”

  1. linguadigatto said

    ho scoperto il tuo blog ieri e me lo sono letto quasi tutto. stima e solidarietà al tuo amico per sta faccenda del cazzo!

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