Beati i poveri, perché moriranno prima

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“Pedanteria politicizzata” 8 – L’automobile

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2009

L’automobile è indubbiamente ed indiscutibilmente l’oggetto più brutto mai realizzato dall’essere umano.
Se la bellezza stimola il pensiero, la bruttezza lo ottunde. Di fronte ad un’opera bella l’intelletto si esalta, spalancando le porte del senso critico e dell’immaginazione. La bruttezza, di contro, impigrisce, smorza gli aneliti vitali, schiaccia a terra la fantasia.
Dunque, se la bellezza rende liberi (solleticando l’intelligenza e dunque l’autocoscienza), la bruttezza abbrutisce ed incatena.
Appendete capolavori del Rinascimento alle pareti della baracca di alcuni braccianti delle piantagioni di cotone e codesti prenderanno pian piano consapevolezza della propria condizione fino a ribellarsi, per liberarsi dalla bruttezza e dal grigiore del loro giogo.
Prima ancora che di gas di scarico, dunque, le automobili hanno inquinato le città con la loro insopportabile bruttezza. E questa bruttezza ha lavorato così bene sulle menti che, imbarbaritesi, si sono abituate all’orrore, ad essere circondate da queste informi e deformi scatole metalliche su ruote che altrimenti offendono la vista e tutti e cinque i sensi. E non basta: agli occhi dei più non solo appaiono come qualcosa di normalissmo, ma addirittura di bello, piacevole, qualcosa da bramare. Di più: un obiettivo eistenziale. Un ignobile, miserabile obiettivo.
E’ incredibile il potere della pubblicità ed è sconcertante la pochezza dell’individuo: la prima cerca di convincere il secondo che la merda sia buona ed il secondo si convince subito. Difatti, chissà cosa si penserebbe se sulle strade rotolassero in continuazione milioni di cumuli di letame o se ammassi di stabbio venissero depositati ovunque, su piazze, vie, viali, sentieri e marciapiedi. Giacché, sia chiaro: un’automobile non è nulla di così diverso rispetto ad un mucchio di merda: al pari di quello, è brutta a vedersi e puzza. Ma, probabilmente, qualora la televisione dicesse che possedere una montagnola di merda è cosa buona e giusta, tutti correrebbero ad accaparrarsi il loro personale stronzone gigante e lo amerebbero alla follia, conservandolo con ogni cura. I più benestanti avrebbero naturalmente un agglomerato di merda più solido e compatto, accessoriato con ogni bitorzolo escrementizio, se ne vanterebbero a non finire e verrebbero invidiati dal resto della popolazione per quella grossa lussuosa merdona che solo una sparuta elite potrebbe permettersi.
Queste arroganti volgarizzazioni della carriola hanno invaso le città, i paesi, ogni spazio urbano e financo quelli naturali. Niente è più disturbante di un’automobile. Non c’è scorcio o paesaggio che non venga deturpato dalla presenza ingombrante di un’automobile. Prendete un vicolo nel centro storico di Roma o di Firenze, oppure una stradina di un villaggio di campagna, parcheggiateci un’automobile ed avrete rovinato la purezza di quella suggestiva visione colma di fascino e di storia.
Per non parlare di uno dei più grandi abomini di cui si sia macchiato l’uomo, un vero e proprio crimine contro l’umanità e la Terra tutta: il rally. Il silenzio primigenio delle pianure desertiche, la sacralità delle distese dove la natura si conserva più spigolosa e selvaggia, violati dal gretto rombare e dalla rozza figura di questi cubi aggoffati.
Un vecchio adagio vuole che sì, le automobili moderne sono tutte brutte e tutte uguali, ma quelle d’epoca sono tutta un’altra cosa. Ma questo non è che un luogo comune, erroneo e fallace come ogni vulgata. Il punto infatti è che l’automobile non può essere bella in quanto intimamente brutta, giacché essa porta in sé e con sé tutta l’aggressività del progresso industriale malsano ed inutile. Vero emblema dell’età dei consumi, nessuna idea filosofico-architettonica ne supporta il disegno e la concezione al di fuori dell’imperativo della vendita. Senza scomodare l’arte, nell’artigianato preindustriale ogni singolo manufatto dialogava, anche inconsapevolmente, con lo spazio e con il tempo, con la Storia e con la Natura. Come Brunelleschi intendeva fare qualcosa dello spazio, creando una sorta di continuum della natura stessa nella sua essenza (emulandone l’armonia immanente) con lo Spedale degli Innocenti, allo stesso modo anche un umile vasaio aveva le mani pervase da un magma culturale, magari a lui ignoto, che ne guidava il gesto costruttore e plasmava le linee dei suoi prodotti.
Nell’automobile questo non accade. L’automobile è, è stata e sempre sarà un oggetto assolutamente vuoto, anzi peggio: pieno di vuoto. L’automobile deve essere solo accattivante, poiché deve vendere: vendere se stessa e lo sconfortante niente consumistico da essa rappresentato.
Nell’automobile tutto è brutto, tutto concorre all’angoscioso risultato finale: la forma grottesca di un bisonte spastico e gonfiato, quando non missilistica come un pisello malformato; la lucentezza kitsch, il rumore fastidioso; la gomma vomitevole delle ruote, il cattivo odore del fumo; i fari offensivi, gli interni come un salotto di pessimo gusto. E le vetture considerate più belle, quelle lussuose, sogno proibito ed oggetto del desiderio, roba da ricchi, pochi fortunati ed eletti, sono a maggior ragione ancora più brutte in quanto ancor più sfacciate e caricate nella loro sconcezza.
Quanta maggiore dignità estetica in un carretto od in un risciò.
Status symbol, segno distintivo dell’appartenenza ad un dato ceto sociale, l’automobile, nata come mezzo di trasporto, diviene fine. Essa dice: “Comprami e con me divorerai la strada, fagociterai tutto quanto ti sta intorno. Io sono il nuovo dio, il totem dell’era della tecnica. Io ti identificherò, sarò la tua identità: amplificherò il tuo Io o ne creerò uno nuovo. D’altronde, dimmi che macchina hai e ti dirò chi sei. Disinteressati di tutto quanto. Lascia stare i fiumi e le montagne ed i dipinti ed i romanzi e l’ozio ed il sesso ed il cibo e le passeggiate. Non badare a chi sei e cosa non sei: io sono tutto ciò di cui hai bisogno”. L’automobile tesse il grande inganno del vuoto e tutti vi cadono. Artisti come Calder la decorano, scrittori la celebrano, si fa persino letteratura. L’automobile diventa passione imposta, autoimposta ed accettata dalla quasi totalità; un uomo che non ama le automobili, che non vi si interessa e non ne parla diffusamente al bar o dal barbiere è un uomo piuttosto anomalo, un tipo strano. In una parola, un dissidente nella dittatura del consumo, che è totalitarismo della bruttezza.
L’automobile celebra la soffocante vacuità dell’apparato capitalistico-mediatico. Carrozzieri, ingegneri meccanici, concessionari, sono i veri nemici della civiltà, poiché sintetizzano e diffondono il peggior virus: il morbo della bruttezza.
E come non parlare della sconvolgente usanza di offrire da bere agli amici allorché si acquista un nuovo barattolo semovente? Chissà cosa penserebbe la comunità di uno che pagasse da bere per festeggiare il nuovo ferro da stiro od il nuovo frullatore.
Non è un caso che l’automobile fosse il tòpos eletto di coloro i quali sognavano di uccidere il chiaro di luna, distruggere il Louvre, spazzare via la Bellezza per sostituirla con la Potenza e la Velocità: i futuristi, veri padri del fascismo (bellezza=libertà, bruttezza=schiavitù).
Ma essi erano ancora degli artisti e le loro opere si rivelarono pervase di magia e circonfuse di meraviglia. In una parola, belle.
La città che sale, dipinse Umberto Boccioni, il quale sognava nuove metropoli trainate e trascinate dal vigore dell’automobile. Ora la città è salita ed ha tutto schiacciato, tutto soffocato, tutto oppresso. E chissà cosa ne penserebbe Boccioni di queste metropoli che non somigliano affatto al suo quadro.
L’automobile è certamente utile, ma, in virtù della sua invereconda mostruosità, dovrebbe essere celata agli sguardi, nascosta con vergogna, utilizzata solo quando nessuno potesse vederla: parcheggi sotterranei, garage lontani da occhi sensibili, presa magari a notte fonda ed esclusivamente se strettamente necessario.
Ed invece no: lo schiavo ebete lavora duro per potersi permettere un oggetto metallico su ruote atto a condurre l’individuo dal punto A al punto B nel minor tempo e con la minore fatica possibile da sfoggiare in piazza al fine di sentirsi una persona migliore tra altri microcefali vessati suoi pari.
Invece di godersi la vita su un prato, preferisce il frastuono della marmitta costata tempo, fatica e sudore. La vita immolata alla sgradevolezza.
L’aerodinamica dell’automobile è la metafora della volontà dell’imbecille di andare controvento addosso al muro.

N.B. Il tutto è da ritenersi valido anche per la motocicletta.

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Rosicare stanca – Quasi-non-commedia in meno di mezzo atto

Posted by sdrammaturgo su 19 gennaio 2009

Sottotitolo: Prima era il dolore, poi subentrò lo sconforto

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Sottana del sottotitolo: Tipo Aspettando Godot, ma peggio

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Personaggi

Claudimiro

Fulvigone

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Concerto de Il Genio, con fica.
Sera.

Claudimiro e Fulvigone stanno sotto al palco, in piedi, prima fila, pressati nell’estenuante divertimento degli avventori del locale. Tutt’intorno, numerosi giovani effettuano fotuzze.

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FULVIGONE Mi sono già stancato di stare in piedi.

CLAUDIMIRO Mi chiedo cosa ci vorrà mai a mettere le sedie. Ma soprattutto: perché la gente non suole sedersi? La cena in piedi, il cocktail da sei euro in piedi…Finiranno tutti per invidiare i cavalli.

FULVIGONE E’ che alla gente piace muoversi, ballare, fare casino. Io non voglio fare casino: io voglio stare seduto e guardare il concerto. Poi uscire e stare seduto a bere e mangiare. Insomma voglio stare seduto.

CLAUDIMIRO Uh, eccoli, comincia.

FULVIGONE Ho visto due volte Il Genio e zero Paolo Conte. Bisogna non farlo sapere in giro.

CLAUDIMIRO Figurati, nessuno lo verrà a sapere. E poi puoi sempre dare la colpa a me: sono io che ti ci trascino.

*

Entra Alessandra Contini, saluta il pubblico, prende il basso ed inizia a cantare. Claudimiro si trasforma in una fan dei Backstreet Boys lobotomizzata in un manicomio londinese del XIX secolo: sguardo ebete, occhi fissi, sorriso chimico, struggimento soapoperistico interiore.

*

CLAUDIMIRO Oddio, guardala. No, dico, guardala. E’ perfetta, maledizione, perfetta. E’ così eterea, così delicata, così sorridente e fragile, così sensuale ed ironica, così semplice e magnetica, è così…

FULVIGONE E’ fregna.

CLAUDIMIRO Per l’appunto. Il mio è amore vero. In questi giorni ho realizzato una cosa tremenda: io per lei diventerei monogamo. Sai, uno di quegli esseri dediti alla coppia che vanno a lavoro e tornano a casa felici di trovare una sola donna, che magari ci fanno una tana insieme e smettono di pensare alla molteplicità della fica.

FULVIGONE Sì, ho presente, ne ho sentito parlare.

CLAUDIMIRO E poi sono doppiamente sfigato: l’uomo comune se ne farebbe una ragione: la percepirebbe come personaggio pubblico e di conseguenza come una sorta di entità astratta slegata dal reale. Io, non patendo – e non concependo neppure – lo show business, la vedo come una ragazza normale, come tutte le altre, che avrei potuto incontrare in giro. Come una ragazza normale che suona. Una ragazza normale che suona e non me la dà.

FULVIGONE Già, non ha niente di diverso rispetto a qualsiasi altra ragazza che si trova qui dentro stasera. A parte il fatto che è più fregna.

CLAUDIMIRO Quantomeno concentrare la sofferenza su di lei aiuta a non patire la presenza dell’alto numero di passere da cui siamo circondati in questo momento. Voglio dire: una volta che hai visto lei, tutte le altre passano in secondo piano, non le noti più e smetti di angustiarti al pensiero: “Anche stasera sono venuto a conoscenza dell’esistenza di altre donne che non scoperò”.

FULVIGONE Ogni donna è un ripiego.

CLAUDIMIRO In un sano regime di ayatollah almeno avrei potuto comprarla. Avrei dato al padre i miei onesti otto cammelli ed ora sarei un uomo legalmente felice. E invece no: noi vogliamo fare i fighi, la libertà di qua, i diritti dell’individuo di là, ed ecco il risultato. Lei è libera di non darmela ed io ho il diritto di attaccarmi al cazzo. Bella cosa ‘sta democrazia, sìsì, bel cazzo di capolavoro, complimenti a tutti. Fanculo.

FULVIGONE Beh, potresti sempre istituire la figura del groupie o diventare il suo stalker ufficiale.

CLAUDIMIRO Naturalmente ci sto già pensando. Ma c’è un elemento che mi fa capire che tra me e lei ci sarà sempre una transenna: io devo pagare dieci euro per vederla da lontano.
Che sfiga nascere nella società dello spettacolo dalla parte dello spettatore. Sono un coglione debordiano.
Lo sapevo che non ci dovevo venire. Che insopportabile frustrazione. C’è chi nella vita desidera una marea di cose: viaggi, denaro, salute… Io ne voglio una sola: Alessandra Contini. Poi mi starebbe bene anche una baracca in provincia di Rieti senza muovermi mai, cene a base di scarti della mensa Caritas ed un tumore. E invece niente: scoppio di salute e mi faccio pippe sentimentali.

FULVIGONE Dai, ora non farti rapire dalla poesia. Piuttosto usciamo, che il concerto è finito. Andiamo a cercarci un tavolo fuori, onde coronare il mio sempiterno sogno di sedia.

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Vengono sommersi dalla calca festante dei professionisti dello svago.

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FULVIGONE Comincio ad odiare i giovani.

CLAUDIMIRO Questo entusiasmo mendace, questa euforia impropria.

FULVIGONE Ci sono due sedie libere sotto a quel correttore di stagione (=il fungo termico da riscaldamento esterno, N.d.R.)

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Si siedono. Il cielo stellato sopra di loro, la mortificazione esistenziale dentro di loro

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CLAUDIMIRO (Guardando le stelle) Pensa: in questo bagliore d’infinito, là fuori, da qualche parte, chissà dove nel mondo, c’è qualcuno che la scopa o l’ha scopata.

FULVIGONE E’ proprio vero che l’universo è denso di misteri inenarrabili.

CLAUDIMIRO Ma proprio uno che si slaccia i pantaloni davanti a lei, estrae il pene e lo inserisce nel suo orifizio principale oppure in quello orale o financo in quello metafisicamente proibito. E lei è contenta di ciò.

FULVIGONE (Metafisico) Deve essere una bella soddisfazione buttarlo al culo a fregne di un certo livello.

CLAUDIMIRO Oh no. No no no. Dannazione, no.

FULVIGONE Che succede???

CLAUDIMIRO Eccola. Sta uscendo e viene da questa parte. Ti prego, fa’ che non si sieda vicino a noi com’è successo la volta scorsa. E’ un dolore insostenibile averla a venti centimetri e dover stare attento anche a non guardarla per non precipitare irrimediabilmente ai suoi occhi nella categoria del fan curioso.

*

Si sistema al tavolo accanto

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FULVIGONE E te pareva.

CLAUDIMIRO Bene.

FULVIGONE Male.

CLAUDIMIRO Sì, tutto sommato male.

*

Silenzio

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CLAUDIMIRO Che poi lei magari si starà chiedendo perché non le si avvicina nessuno: “Quando non ero nessuno ero assediata da provoloni ed invece ora tutti hanno un timore reverenziale e restano in un angoletto col pisello tra le gambe”.

FULVIGONE Capirai, è già difficile con la cameriera che è la regina del tavolino, figuriamoci con la cantante che è la regina della serata. Eppure tutti che ti dicono: “Su, provaci, che ti importa, ti diverti”.

CLAUDIMIRO Io non mi diverto a provarci. Io mi diverto a riuscirci.

FULVIGONE Potresti tentare la carta intellettuale.

CLAUDIMIRO Sì, potrei andare lì e dirle: “Hai mai letto Gombrowicz?” “No” “Fa nulla, tanto era solo una scusa per portarti a letto”.

FULVIGONE Beato chi non pena per la fica. Io penso solo a mangiare, scopare e speculare sul senso di tutto questo.

CLAUDIMIRO Già. Se penso a mio padre… Tranquillo e contento con una sola donna in tutta la vita. E per di più mia madre.

FULVIGONE Chissà quand’è che uno smette di pensare alla fica ed a godersi la vita ed indossa i panni del marito lavoratore disinteressato a tutto il resto. Sarei curioso di sapere quali meccanismi scattano, se il processo è immediato ed automatico oppure lento e per gradi. “Alé, alé, usciamo, se scopa, tutta vita”, poi all’improvviso tac, moglie, figli, parenti, weekend fuoriporta, il tutto con una certa soddisfazione.
Io della vecchiaia non temo tanto il decadimento fisico, quanto il dover iniziare a vestirmi da vecchio.

CLAUDIMIRO Non divaghiamo. Qui il problema è uno e grave: Silvio Muccino, in virtù del suo censo, ha più possibilità di me di conquistarla, trovandosi tra pari a qualche festa mondana.

*

Silenzio

*

FULVIGONE Bah, andiamocene. Torniamo quando saremo socialmente più elevati. Non ha senso venire qui da proletari.

*

Escono, incamminandosi per le strade buie della notte deserta

*

FULVIGONE Ecco, servirebbe una cosa simile (indica un manifesto pubblicitario)

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CORSO DI AUTOSTIMA
di Daniela Moretti
Impara a prendere le decisioni importanti
Fa’ tue le opinioni vincenti
Per avere maggiore fiducia in se stessi e sprigionare sicurezza
Per essere più convincente ed efficace sul lavoro e nella vita privata
Prime tre lezioni gratuite
*

CLAUDIMIRO Io mi sento più in linea con quest’altro (indica il cartellone a fianco)

*

CORSO DI MALINCONIA
di Alberto Dureri
Impara a patire il nonsenso del tutto
Avverti la vacuità dell’esistenza
Deprimiti nel tedio
Apprendi tutte le tecniche più innovative di scoramento e resa
Disperazione in omaggio

*

Silenzio

*

CLAUDIMIRO Ed ho anche un’irritazione al glande.

FULVIGONE Allora non crucciarti: metti che ti fossi avvicinato, avessi iniziato a parlarci, lei fosse rimasta colpita, fosse scattato il colpo di fulmine, foste state presi dal turbine della passione, lei ti avesse invitato a salire in camera sua e ti fosse saltata addosso, tu non avresti potuto farci sesso.

CLAUDIMIRO Cavolo, vero. Tutta colpa di quest’irritazione al glande! Altrimenti ce l’avrei fatta.

FULVIGONE Che sfiga.

CLAUDIMIRO Già.

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Arriva l’autobus notturno con il suo carico di barboni ronfanti


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La Gaza sommersa

Posted by sdrammaturgo su 14 gennaio 2009

In un periodo in cui un popolo – quello palestinese – viene trucidato da uno Stato criminale (e quale Stato non lo è?) – quello israeliano – io voglio parlare dei pesci. Dei pesci, sì. E proprio per testimoniare la mia solidarietà nei confronti dei palestinesi (due volte vessati: dal cielo ricevono bombe e sulla terra subiscono la follia di musulmani invasati. Avere come uniche opzioni la dittatura di Israele o la legge coranica è come dire infatti: “Vuoi ricevere ripetuti calci nei coglioni oppure preferisci che ti vengano stretti in una morsa da falegname?”.
Ma anche Hamas, sia chiaro, è colpa di Israele, o sarebbe meglio dire del fantoccio degli Stati Uniti nonché loro falange armata in suoli ostili. Quando un popolo viene oppresso, cade inevitabilmente preda dei fanatismi, che nella disperazione trovano terreno fertile e sorgono malsani e robusti ch’è un [dis]piacere. Ubi tristitia, superstitio surgit. La Palestina era la terra più laica del Medio Oriente ed ora è diventata una roccaforte islamica. E’ il caso di porsi delle domande, approfittando del fatto che ci sono già le risposte.
E mi fanno un po’ ridere e un po’ piangere quei gruppi dell’estrema sinistra che attaccano il Vaticano ma simpatizzano per Hamas. Hamas è il Vaticano con il mitra. Chi desidera la libertà dei popoli e degli individui combatte sia il nazi-imperialismo che la religione.
I pesci sono gli ultimi degli ultimi. Rappresentano gli ultimi per eccellenza, i vinti tra i vinti, i reietti tra i reietti. Quando sei vegetariano o vegetaliano, puntualmente ti arriva la domanda: “Ma il pesce lo mangi?”. I pesci non vengono neppure considerati animali. Ci sono gli animali, poi ci sono i pesci. C’è il panda, poi c’è il pollo, poi c’è il pesce. Il pesce è il negro degli animali. Se qualcuno soffre per la violenza sugli animali, nessuno soffre mai per i pesci. I pesci, dunque, sono come i palestinesi: esseri di serie di C e dunque vittime di serie C e morti di serie C.
Quanti speciali in televisione per le vittime dell’undici settembre. I palestinesi, invece, “muoiono di meno”. Allo stesso modo, per salvare i koala, così carini, le campagne e le iniziative si sprecano (accompagnate dalla pubblicità di un hamburger o di una nuova marca di prosciutto cotto salutata dalle grida entusiaste dei maiali – o forse erano di dolore?). Ma i pesci muoiono in silenzio, dopo aver vissuto in silenzio. Nel silenzio ed in silenzio.
E pesci e palestinesi hanno in comune anche un’altra cosa: entrambi stanno subendo le angherie degli israeliani. Già: è di qualche giorno fa la notizia di una ricerca dell’Institute of Technology Technion di Haifa, i cui scienziati hanno scoperto che i pesci, di contro a quanto si è sempre creduto, hanno in realtà una memoria che permette loro di ricordare fino a cinque mesi. E fin qui tutto bene. Anzi, benissimo: lo studio è affascinantissimo e spalanca un orizzonte nuovo e vasto sulla conoscenza che abbiamo del mondo animale acquatico.
L’orrore sopraggiunge quando emergono le finalità della ricerca: “Lo scopo era quello di creare una valida alternativa alle gabbie: far cresce i pesci in mare aperto […] Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono per poi farli tornare indietro quando saranno pronti per essere catturati ed immessi sul mercato per la vendita”. Capite? Un esperimento così brillante condotto sui pesci per uccidere meglio e più facilmente i pesci. Fatico a concepire qualcosa di più perverso. L’ennesima dimostrazione che gli esperimenti sugli animali servono solo ad ammazzare più animali.
Perfezionare i metodi di allevamento, dunque, ovvero raffinare l’oppressione, lo sfruttamento, la tortura..
Il mio pensiero corre ad Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo deportato ad Auschwitz, che, ancor prima di Michel Foucault, ha scritto un testo foucaultiano che al contempo supera – se possibile – Foucault, va oltre: “[…] Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su piccoli esseri […]”.
La stessa mano che si allena sui pesci, fa scempio di palestinesi. Ed è spaventosamente logico: il potere, ci dice Foucault, ha bisogno di fare pratica per poter esercitare il controllo totale e totalitario sugli individui. E’ un marchingegno che va oliato. Bisogna fare pratica per praticare il potere. Ed il potere è necessariamente (in senso filosofico, ovvero di ciò che non può essere diverso da com’è) e costitutivamente coercitivo, e di conseguenza cruento (giacché la costrizione è sempre – o prevede sempre – crudeltà). E la violenza richiede freddezza e abilità. Mente e corpo devono essere ben allenate affinché l’esercizio del sopruso non abbia sbavature. Annullare il senso dell’etica e dell’umanità, poi, richiede particolare applicazione. Non si diventa impeccabili dispositivi per uccidere, mostri robotici (o robot mostruosi), da un giorno all’altro.
E’ tutto calcolato al millimetro, si tratta di una scienza esatta, sofisticatissima: “I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno abituati, all’interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime”.
Così, i missili sono sempre più precisi, sempre più scientifici, i lager sempre meglio organizzati, com’è sempre più infallibile la macchina della schiavitù e della distruzione. Alta tecnologia per la tecnologia del controllo, e cioè del potere, e cioè della devastazione, fuori e dentro l’automa-uomo reificato ed abusato.
E dire che era così bello aver scoperto la memoria dei pesci. La questione della memoria degli animali, peraltro, è un elemento chiave in sede etica, filosofica, psicologica, eto-zoologica ed antropologica, nel nostro rapporto con gli altri terrestri non umani. Inizialmente, infatti, l’uomo aveva stabilito la propria superiorità sugli animali in base alla percezione del dolore; da Cartesio in poi, si riteneva che solo l’uomo fosse in grado di provare una reale sofferenza, mentre gli animali rispondessero semplicemente a stimoli esterni, come delle “macchine organiche”. Caduta questa tesi (giacché gli animali sentono, soffrono, provano piacere, si intristiscono e gioiscono perfino), ci si era concentrati sulla memoria: “L’uomo è superiore perché la sua esistenza è nobilitata dai ricordi, mentre agli animali non è data la facoltà della memoria”, si diceva. D’ora in avanti, chi vorrà mangiare la pancetta o sogliola mantenendo la coscienza pulita, si dovrà aggrappare al microchip ed allo shopping: “Sono superiore perché grazie alla mia straordinaria intelligenza riesco a cercare sul pc dov’è situato il negozio più vicino in cui pagare duecento euro una camicia brutta”. Siamo senza dubbio la specie eletta.
Ecco, ricordare queste vittime mute e dimenticate, questa Gaza sommersa dalle acque e dall’indifferenza e destinata ad un perenne oblio che si rinnova incessantemente, è il mio modo per essere vicino ai palestinesi e a tutte le vittime dimenticate che non hanno voce, non l’hanno mai avuta e non l’avranno mai. Poiché Gaza è sulla terra, è in cielo e financo sott’acqua. Gaza è tutt’intorno a noi, ma Gaza non siamo noi: Gaza sono sempre gli altri. Gaza è l’Altro.
Infine, c’è una terza cosa che mi intristisce oltremisura in aggiunta al massacro dei palestinesi ed alla strage programmata dei pesci: il sapere che, con la scoperta della memoria dei pesci, laddove io scorgo un universo di meraviglia per il mistero della vita e dei suoi infiniti inebrianti segreti, un oceano di magia in cui la mia immaginazione nuota e vola e si perde, qualcun altro – magari anche qualche professorone – vede un centinaio di scatolette in più su uno scaffale del supermercato.
I pesci muoiono in silenzio, ma, se porgi l’orecchio con animo puro al loro malinconico boccheggiare, puoi sentire distintamente che ti stanno mandando a fanculo.

 

 

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Dell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante

Posted by sdrammaturgo su 12 gennaio 2009

Sottotitolo: Di cosa si sta parlando quando si parla di educazione

Sottaceto del sottotitolo: Apologo vagamente brechtiano sulla società e chi la compone, chi la scompone e ne dispone, chi la decompone e chi le si oppone

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A scuola, quando entrava l’insegnante,
molti si alzavano automaticamente,
e quelli sono diventati schiavi perfetti;
pochi si alzavano con convinzione,
e quelli sono diventati degli ottimi borghesi;
alcuni si alzavano controvoglia,
e quelli sono diventati delle teste di cazzo;
io non mi alzavo affatto
e sono diventato un anarchico intelligente.

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In allegato, una divagazione a tema ed in tema

La moda è un fenomeno aberrante e si sa. In genere si dice che sia una tremenda e pericolosa cazzata in quanto l’individuo sospende il proprio giudizio e – per comodità, pigrizia, vigliaccheria, ignoranza, semplice imbecillità (tutti fattori che concorrono a comporre la sindrome del gregge) – delega il proprio pensiero ad un altro che pensi al posto suo e decida per tutti (e, in tal modo, l’altro ti frega e ci lucra, aggiungo).
Ora, per me il problema non è tanto – o comunque non solo – questo. Personalmente, sarei ben felice se fosse, che so, José Saramago ad indicare cosa debba piacere a tutti e tutti si omologassero al suo gusto ed alla sua intelligenza. Il guaio è che a farlo sono Dolce e Gabbana.

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Post scriptum – Forse non tutti sanno (e molti preferirebbero non sapere) che

A Roma – udite udite – è stato inaugurato (rullo di tamburi, suspence, squilli di tromba, un bambino in terza fila – per dare l’effetto del pubblico – si scaccola, il nonno gli dà uno scappellotto, ma tanto ha novant’anni ed un tumore ed ha i giorni contati, quindi il pargoletto lo deride e lo rovescia dalla carrozzella, così, gratuitamente, a sfregio) nientepopodimeno che lo Shopping Bus, una linea circolare gratuita di trasporto pubblico istituita appositamente per condurre turisti e cittadini a fare shopping in centro.
Sì, avete capito bene: lo Shopping Bus.
D’altro canto, cosa c’è di meglio, dopo una dura settimana di lavoro, di un bel tour guidato nei luoghi storici delle compere inutili ove spendere in cazzate le briciole del padrone per far arricchire altri padroni? La vita, si sa, è divisa in lavoro ed acquisti.
Mi sono subito venuti in mente i percorsi obbligati per i topi in laboratorio. L’uomo schiavizza i topi per imparare a comportarsi da topo schiavizzato.
Questa preziosa risorsa per il comune – che ringraziamo per la brillante iniziativa che dà nuovo lustro alla vita culturale della città – avrà di certo bisogno di uno slogan che la lanci definitivamente nell’olimpo della millenaria storia romana. Ne propongo uno: “Lavora, consuma, crepa. Ma con l’ATAC”.

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Social Card?

Posted by sdrammaturgo su 11 gennaio 2009

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Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte

Posted by sdrammaturgo su 5 gennaio 2009

Emanuele Severino scorge in Giacomo Leopardi il vero fondatore del nichilismo, ancor prima di Friedrich Nietzsche, ancor prima di Jean Paul Richter, ancor prima di Turgenev, ancor prima di un avventore a caso di un baretto qualunque del Centro Italia.
Ebbene, oggi possiamo affermare con certezza che Severino si è sbagliato, benché non per colpa sua: io, Gian Aristarco Samotraci, annuncio infatti con malcelato orgoglio il ritrovamento di un documento del tutto inedito del recanatese, di capitale importanza, che dimostra come Leopardi stesso si rifacesse in realtà alla filosofia di un altro pensatore, le uniche copie dei cui testi erano nascoste nella biblioteca del nazional gobbetto ed ivi sono rimaste nascoste fino a che non sono state rinvenute accanto a delle incisioni erotiche di gusto tardo-rococò (su cui si ipotizza che Giacomo ed il fratello abbiano passato più e più tempo negli anni della gioventù, almeno stando alle sospette incrostazioni striate visibili sulla superficie delle litografie) dall’attento lavoro di spolvero della sora Adele Marozzi.
Si tratta di una raccolta di riflessioni che va ad affiancarsi allo Zibaldone e nella quale risulta chiaro fin da una prima lettura che Leopardi ha riversato tutto il suo reale pensiero pessimista. Il tenore del tomo appare difatti ancor più cupo rispetto a quello del più celebre Zibaldone. Si intitola Il Darchettone ed alla luce delle sue pagine urgerà ripensare tutte le nostre interpretazioni di Leopardi, che non avevano potuto tenere conto di questo fondamentale volume. Sto già preparando perciò una nuova edizione aggiornata del mio saggio sugli appunti del recanatese a proposito della poesia greca e latina, il famoso trattato filologico Gli scolii dello scoliotico, celebre per l’appendice biografica sulla vita sessuale segreta di Leopardi, intitolata Lo scoliaste con lo scolo – Glosse a margine di Mosco e Boezio tra una baldracca e l’altra.

Il Darchettone è pressoché interamente dedicato alla figura di colui il quale Giacomo Leopardi considera il suo grande ed inimitabile maestro: tale Andreino da Monte, sconosciuto umanista vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, che si rivela essere il vero primo nonché massimo nichilista di tutti i tempi. Questi catalizzò, a quanto pare, tutta l’attenzione del Leopardi fin dalla più tenera età. Il resto lo copiò da un misterioso compagno di banco, Luigio Anatroccoli, il quale poi intraprese gli studi di legge, dissipando in siffatta maniera tutta la fenomenale cultura che aveva lungamente accumulato.
Come Socrate, Andreino da Monte non ha scritto alcunché, ma non già in virtù di radicate convinzioni sul valore del verbo orale, bensì perché non ne aveva voglia. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al suo allievo – benché egli non amasse considerarlo tale, preferendo il più sobrio e meno pretenzioso appellativo di galoppino – Giovannone detto l’Ápeiron (pare per l’armonia delle sue forme fisiche non esattamente perfetta) il quale, novello Platone, ha raccolto con dedizione certosina tutto quel che riguarda la vita, gli aneddoti, le sentenze, le speculazioni e le meditazioni del suo nume tutelare nel libro dall’agile titolo Qui sto e qui resto, o del campare controvoglia dal momento che tanto ormai si è nati quindi a che pro affannarsi troppo a maledir la matre e lo patre e l’Iddio e l’universo toto, ove si narrano le vicende et si scrive lo pensiero dell’eccellentissimo Andreino da Monte, filosofo, poeta, matematico et cetera plus varie et eventuali, et spezialmente di quella volta in cui cuocendo zuppa in ampia casseruola ebbe a lamentarsi dell’assenza di scalogno onde per cui recossi da Alfiero contadino ed ivi reclamavit l’alimento et subito fue dato ed ei ringraziò lo buon Alfiero che peraltro era figlio del povero Tomaso, colui che una volta legando il cavallo scivolosse in pozza merdosa del suddetto caballo e presto irato mandò lo puledro da Pietro beccaio e del ronzino mai più s’ebbe novella.
Ciò che emerge dalle sue pagine, e che Leopardi prontamente e con enorme ammirazione rileva, è un nichilismo assoluto, una trasvalutazione e conseguente crollo di ogni valore dell’esistenza, del mondo e delle cose, l’assenza di ogni ordine e Senso, la totale rinuncia ad ogni concetto di Bene, Bello e Giusto. Cosa che risulta ancor più sconvolgente se si pensa che egli ebbe la sua acmè in un’epoca – il Rinascimento – caratterizzata da rinnovate speranze e vigorosa fiducia sulla posizione e sulla condizione dell’uomo nella Natura e nella Storia e nella quale non erano ancora stati inventati i botti di capodanno.
Andreino nacque a Padova, o a Salerno, tanto è uguale. La data è ignota, ma l’arco temporale in cui visse è ricavabile dai racconti sui suoi incontri e confronti con le più insigni personalità della sua era. Neppure a lui stava comunque a cuore saperla o scoprirla, tant’è ch’ebbe a dire in proposito: “Non è importante quando io sia nato, quanto se ciò mi sia stato utile”.
Uomo di multiforme ingegno, Giovannone scrive di lui:

[…] Si dedicò alle lettere, alla metafisica, alle scienze naturali, affrontando ogni disciplina con egual disinteresse. Ad un viandante che in vecchiaia gli dimandò cosa lo avesse spinto a tutto cognoscere e tutto indagare, prontamente l’Andreino rispose: “Sono nato nel Quattrocento: l’alternativa allo studio era passare le serate a guardare la brace nel camino. Avvincente, per carità, ma la sapevo a memoria” […]

Dalle pagine di Giovannone l’Ingente (altro nomignolo – ci dice Leopardi – con cui era noto a causa della sua abbondanza strutturale) emerge l’immagine di un erudito ingiustamente dimenticato che incise profondamente nella cultura di quegli anni.
Un esempio è il cosiddetto Commentario di una riga a Gli asolani di Pietro Bembo, dialogo neoplatonico in cui l’illustre letterato affronta il tema dell’amore e della bellezza, chiedendosi se il vero amore e la vera bellezza risiedano nello spirituale oppure nel materiale. Andreino da Monte interviene così: “Nessuno si è mai accorto che Pietro Bembo fondamentalmente parla di figa?”.
Fu anche il primo a fornire un’interpretazione – che oggi definiremmo moderna – del Principe di Machiavelli: “Mi par claro che lo Maclavello ci dica, essendo brevi, che lo fine giustifica lo mezzo. Ergo, veggendo con nitore lo scopo della vita mea, reputo i’ essere nel giusto allorché trascorro ogni dì da mane al meriggio all’imbrunire blandendo riccamente li miei pomi della fertilità”.
Di particolare rilevanza è anche la sua critica all’Ariosto ed al suo Orlando furioso, contro cui Andreino scrisse – caso eccezionale, specie per l’inconsueta prolissità – l’Orlando savio, poema in due versi:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
tutta fatica sprecata.

Apprendiamo che questo gigante dell’incolorismo-inodorismo-insaporismo viaggiò molto ed incrociò lungo il suo cammino nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, con il quale ebbe un fruttuoso scambio di opinioni. Andreino lo incalzò in cotal guisa: “Divin Leonardo, i’ so che voi vi siete occupato del corso delle acque e del fluir delle stagioni; avete esplorato la natura tutta esaminando le piante e le pietre e gli animali; noti vi son il sangue, le interiora, i muscoli e la mente umana; il più grande siete tra gli ingegneri e gli architetti; pintore ineguagliabile e inarrivabile, centinaia e centinaia di carte, cartoni, pale e tele avete pintato con la vostra dipintura; et ancor le matematiche avete fatto vostra scienza, e le umane littere; per voi non v’ha segreti l’alchimia e milioni e milion di fogli pieni son del vostro inchiostro e vostro genio. Or dicetemi, Leonardo: chi te lo fa fare?”.
Di passaggio a Roma, poté prendere visione degli affreschi della volta della Cappella Sistina, ultimati non da molto da Michelangelo. Ecco come Giovannone il Disomogeneo (altro suo soprannome derivato dalla grazia e dall’equilibrio del suo corpo) racconta il suggestivo evento:

[…] Introdotto nelle sante stanze dal cardinal Leonzio de’ Pedoporni, ei prese a camminar sul pavimento ove iam passaro papi e porporati e dipintori eccelsi e lo più eccelso fra tutti i dipintori. Guardava quel che Botticello e Domenico el Ghirlandaio e Perusino, Cosimo e Pier di Cosimo e Luca e Pinturicchio fecero tempo addietro. Poi, d’un tratto, s’arrestò e, volgendo il guardo verso l’alto e spalancatasi sì immensa visione ch’empieva del divino li colori, pervaso di celeste sapienza proferì: “Mah, io avrei dato una mano di bianco e via” […]

In un’epoca in cui gli intellettuali di corte solevano destinare i propri lavori alla gloria dei propri signori e mecenati, codesta mente errabonda, trovandosi presso Isabella d’Este, che lo aveva accolto sotto la propria ala, volle dedicare alla sua amata protettrice l’unica opera che ritenne adeguata alla magnificenza di lei. Si prodigò allora in un imperioso pippone che concluse nella latrina del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Avvenimento chiave per comprendere a dovere l’animo e la filosofia di questo imperturbabile genio è di certo il tentativo di rapina di cui fu vittima durante il suo soggiorno a Napoli. Affidiamoci un’altra volta alle parole di Giovannone il Grassone Schifoso (così detto – fa notare Leopardi – per la sua leggiadria):

[…] Similmente a come accadde al rocambolesco Benvenuto Cellino, poi che si dipartiva da Partenope con li dinari addosso, un brigante piombò sull’Andreino e sorse diverbio tra li due per la sete di ori del primo e la fame di vita del secundo:

“O la borsa o la vita!”
“Faccia lei”

Giovannone prima e Leopardi poi concordano nel reputare la seguente frase come la più indicativa, esplicativa e sintetica dell’intera filosofia di Andreino da Monte:

Tutto quel che m’è di necessitade cognoscere truovasi nello Ecclesiaste – “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Niente di nuovo sotto al sole” – e nel savio favellar di Gige carrettiere, che quando spossato giugne a casa dopo il longo jorno di travaglio, appressandosi al sudato e parco desco e’ sussurra: “Ma che campo a fa’, pe’ ‘na tazza de brodo?”.

Encomiabile ricerca ha condotto inoltre Giacomo Leopardi scovando tracce dei pensieri e delle parole di Andreino Da Monte in molti capolavori della letteratura. Leopardi, nelle lunghe dissertazioni del Darchettone, ha dimostrato incontrovertibilmente come molti dei maggiori scrittori della storia si siano serviti di Andreino, tenendo nascosta la fonte della loro ispirazione.
Basti pensare, per esempio, a Calderòn de la Barca e confrontare il suo dramma principale con un passo del Qui sto e qui resto:

[…] “La vita è sogno”, si ripeteva Andreino speranzosamente mentre svolgeva le proprie mansioni alla Locanda dell’Incontinente ove avea trovato lavoro come lucidatore di pitali. […]

Oppure, un nome su tutti, William Shakespeare:

[…] Sostiene Andreino: “Essere o non essere, tanto che cambia?” […]

Notevole è dunque l’eredità che questo genio ritrovato ci lascia: grazie a lui, e grazie a Leopardi che della sua voce si fece foriero e megafono, or sappiamo che il brodo è acqua calda, che Camillo Sbarbaro era un buontempone e che fregna e legna, di contro alla vulgata comune, possono essere interscambiabili. (Dubbi rimangono comunque sul binomio fica e ortica, almeno fino a quando non avrò portato a termine il saggio Come reagiva Andreino da Monte al prurito?).

Uno slancio di ottimismo, però, una volta lo ebbe: “Questo mio tempo, tutto sommato, mi piace, poiché l’aspettativa di vita media, almeno, è parecchio bassa”.
Ma il destino beffardo lo volle straordinariamente longevo: morì a centovent’anni, piuttosto annoiato.

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Appendice – Dialogo tra mercante e cliente in una bottega del XIV secolo

“Bono jorno, havvi longo spago?”
“None, non havvi”
“Sei sicuro che non havvi?”
“Me cascassero le mano”
“Controlla bene”
“Sed si t’ho ditto che non havvi, non havvi”
“Oh, non c’è niente da facere: niuno havvi isto benedicto ispago”
“Tamen tengo in loco dua gomene et est offerta: capti dua, prendi tres”
“Et che ce fo cum dua gomene?”
“I’ non sapio. I’ per exemplo le reco semper meco e si necesse tosto el lego a ista gran cippa de…”
“Capio, capio. Arrimirarci”

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Appendicite dell’appendice – Botta e risposta tra un liberto ed una vestale nella Roma di Traiano

“Pulchra puella, habes duo magna pira!”
“Turpis puer, habes parvam fabam, si habeas”

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