Beati i poveri, perché moriranno prima

Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte

Posted by sdrammaturgo su 5 gennaio 2009

Emanuele Severino scorge in Giacomo Leopardi il vero fondatore del nichilismo, ancor prima di Friedrich Nietzsche, ancor prima di Jean Paul Richter, ancor prima di Turgenev, ancor prima di un avventore a caso di un baretto qualunque del Centro Italia.
Ebbene, oggi possiamo affermare con certezza che Severino si è sbagliato, benché non per colpa sua: io, Gian Aristarco Samotraci, annuncio infatti con malcelato orgoglio il ritrovamento di un documento del tutto inedito del recanatese, di capitale importanza, che dimostra come Leopardi stesso si rifacesse in realtà alla filosofia di un altro pensatore, le uniche copie dei cui testi erano nascoste nella biblioteca del nazional gobbetto ed ivi sono rimaste nascoste fino a che non sono state rinvenute accanto a delle incisioni erotiche di gusto tardo-rococò (su cui si ipotizza che Giacomo ed il fratello abbiano passato più e più tempo negli anni della gioventù, almeno stando alle sospette incrostazioni striate visibili sulla superficie delle litografie) dall’attento lavoro di spolvero della sora Adele Marozzi.
Si tratta di una raccolta di riflessioni che va ad affiancarsi allo Zibaldone e nella quale risulta chiaro fin da una prima lettura che Leopardi ha riversato tutto il suo reale pensiero pessimista. Il tenore del tomo appare difatti ancor più cupo rispetto a quello del più celebre Zibaldone. Si intitola Il Darchettone ed alla luce delle sue pagine urgerà ripensare tutte le nostre interpretazioni di Leopardi, che non avevano potuto tenere conto di questo fondamentale volume. Sto già preparando perciò una nuova edizione aggiornata del mio saggio sugli appunti del recanatese a proposito della poesia greca e latina, il famoso trattato filologico Gli scolii dello scoliotico, celebre per l’appendice biografica sulla vita sessuale segreta di Leopardi, intitolata Lo scoliaste con lo scolo – Glosse a margine di Mosco e Boezio tra una baldracca e l’altra.

Il Darchettone è pressoché interamente dedicato alla figura di colui il quale Giacomo Leopardi considera il suo grande ed inimitabile maestro: tale Andreino da Monte, sconosciuto umanista vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, che si rivela essere il vero primo nonché massimo nichilista di tutti i tempi. Questi catalizzò, a quanto pare, tutta l’attenzione del Leopardi fin dalla più tenera età. Il resto lo copiò da un misterioso compagno di banco, Luigio Anatroccoli, il quale poi intraprese gli studi di legge, dissipando in siffatta maniera tutta la fenomenale cultura che aveva lungamente accumulato.
Come Socrate, Andreino da Monte non ha scritto alcunché, ma non già in virtù di radicate convinzioni sul valore del verbo orale, bensì perché non ne aveva voglia. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al suo allievo – benché egli non amasse considerarlo tale, preferendo il più sobrio e meno pretenzioso appellativo di galoppino – Giovannone detto l’Ápeiron (pare per l’armonia delle sue forme fisiche non esattamente perfetta) il quale, novello Platone, ha raccolto con dedizione certosina tutto quel che riguarda la vita, gli aneddoti, le sentenze, le speculazioni e le meditazioni del suo nume tutelare nel libro dall’agile titolo Qui sto e qui resto, o del campare controvoglia dal momento che tanto ormai si è nati quindi a che pro affannarsi troppo a maledir la matre e lo patre e l’Iddio e l’universo toto, ove si narrano le vicende et si scrive lo pensiero dell’eccellentissimo Andreino da Monte, filosofo, poeta, matematico et cetera plus varie et eventuali, et spezialmente di quella volta in cui cuocendo zuppa in ampia casseruola ebbe a lamentarsi dell’assenza di scalogno onde per cui recossi da Alfiero contadino ed ivi reclamavit l’alimento et subito fue dato ed ei ringraziò lo buon Alfiero che peraltro era figlio del povero Tomaso, colui che una volta legando il cavallo scivolosse in pozza merdosa del suddetto caballo e presto irato mandò lo puledro da Pietro beccaio e del ronzino mai più s’ebbe novella.
Ciò che emerge dalle sue pagine, e che Leopardi prontamente e con enorme ammirazione rileva, è un nichilismo assoluto, una trasvalutazione e conseguente crollo di ogni valore dell’esistenza, del mondo e delle cose, l’assenza di ogni ordine e Senso, la totale rinuncia ad ogni concetto di Bene, Bello e Giusto. Cosa che risulta ancor più sconvolgente se si pensa che egli ebbe la sua acmè in un’epoca – il Rinascimento – caratterizzata da rinnovate speranze e vigorosa fiducia sulla posizione e sulla condizione dell’uomo nella Natura e nella Storia e nella quale non erano ancora stati inventati i botti di capodanno.
Andreino nacque a Padova, o a Salerno, tanto è uguale. La data è ignota, ma l’arco temporale in cui visse è ricavabile dai racconti sui suoi incontri e confronti con le più insigni personalità della sua era. Neppure a lui stava comunque a cuore saperla o scoprirla, tant’è ch’ebbe a dire in proposito: “Non è importante quando io sia nato, quanto se ciò mi sia stato utile”.
Uomo di multiforme ingegno, Giovannone scrive di lui:

[…] Si dedicò alle lettere, alla metafisica, alle scienze naturali, affrontando ogni disciplina con egual disinteresse. Ad un viandante che in vecchiaia gli dimandò cosa lo avesse spinto a tutto cognoscere e tutto indagare, prontamente l’Andreino rispose: “Sono nato nel Quattrocento: l’alternativa allo studio era passare le serate a guardare la brace nel camino. Avvincente, per carità, ma la sapevo a memoria” […]

Dalle pagine di Giovannone l’Ingente (altro nomignolo – ci dice Leopardi – con cui era noto a causa della sua abbondanza strutturale) emerge l’immagine di un erudito ingiustamente dimenticato che incise profondamente nella cultura di quegli anni.
Un esempio è il cosiddetto Commentario di una riga a Gli asolani di Pietro Bembo, dialogo neoplatonico in cui l’illustre letterato affronta il tema dell’amore e della bellezza, chiedendosi se il vero amore e la vera bellezza risiedano nello spirituale oppure nel materiale. Andreino da Monte interviene così: “Nessuno si è mai accorto che Pietro Bembo fondamentalmente parla di figa?”.
Fu anche il primo a fornire un’interpretazione – che oggi definiremmo moderna – del Principe di Machiavelli: “Mi par claro che lo Maclavello ci dica, essendo brevi, che lo fine giustifica lo mezzo. Ergo, veggendo con nitore lo scopo della vita mea, reputo i’ essere nel giusto allorché trascorro ogni dì da mane al meriggio all’imbrunire blandendo riccamente li miei pomi della fertilità”.
Di particolare rilevanza è anche la sua critica all’Ariosto ed al suo Orlando furioso, contro cui Andreino scrisse – caso eccezionale, specie per l’inconsueta prolissità – l’Orlando savio, poema in due versi:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
tutta fatica sprecata.

Apprendiamo che questo gigante dell’incolorismo-inodorismo-insaporismo viaggiò molto ed incrociò lungo il suo cammino nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, con il quale ebbe un fruttuoso scambio di opinioni. Andreino lo incalzò in cotal guisa: “Divin Leonardo, i’ so che voi vi siete occupato del corso delle acque e del fluir delle stagioni; avete esplorato la natura tutta esaminando le piante e le pietre e gli animali; noti vi son il sangue, le interiora, i muscoli e la mente umana; il più grande siete tra gli ingegneri e gli architetti; pintore ineguagliabile e inarrivabile, centinaia e centinaia di carte, cartoni, pale e tele avete pintato con la vostra dipintura; et ancor le matematiche avete fatto vostra scienza, e le umane littere; per voi non v’ha segreti l’alchimia e milioni e milion di fogli pieni son del vostro inchiostro e vostro genio. Or dicetemi, Leonardo: chi te lo fa fare?”.
Di passaggio a Roma, poté prendere visione degli affreschi della volta della Cappella Sistina, ultimati non da molto da Michelangelo. Ecco come Giovannone il Disomogeneo (altro suo soprannome derivato dalla grazia e dall’equilibrio del suo corpo) racconta il suggestivo evento:

[…] Introdotto nelle sante stanze dal cardinal Leonzio de’ Pedoporni, ei prese a camminar sul pavimento ove iam passaro papi e porporati e dipintori eccelsi e lo più eccelso fra tutti i dipintori. Guardava quel che Botticello e Domenico el Ghirlandaio e Perusino, Cosimo e Pier di Cosimo e Luca e Pinturicchio fecero tempo addietro. Poi, d’un tratto, s’arrestò e, volgendo il guardo verso l’alto e spalancatasi sì immensa visione ch’empieva del divino li colori, pervaso di celeste sapienza proferì: “Mah, io avrei dato una mano di bianco e via” […]

In un’epoca in cui gli intellettuali di corte solevano destinare i propri lavori alla gloria dei propri signori e mecenati, codesta mente errabonda, trovandosi presso Isabella d’Este, che lo aveva accolto sotto la propria ala, volle dedicare alla sua amata protettrice l’unica opera che ritenne adeguata alla magnificenza di lei. Si prodigò allora in un imperioso pippone che concluse nella latrina del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Avvenimento chiave per comprendere a dovere l’animo e la filosofia di questo imperturbabile genio è di certo il tentativo di rapina di cui fu vittima durante il suo soggiorno a Napoli. Affidiamoci un’altra volta alle parole di Giovannone il Grassone Schifoso (così detto – fa notare Leopardi – per la sua leggiadria):

[…] Similmente a come accadde al rocambolesco Benvenuto Cellino, poi che si dipartiva da Partenope con li dinari addosso, un brigante piombò sull’Andreino e sorse diverbio tra li due per la sete di ori del primo e la fame di vita del secundo:

“O la borsa o la vita!”
“Faccia lei”

Giovannone prima e Leopardi poi concordano nel reputare la seguente frase come la più indicativa, esplicativa e sintetica dell’intera filosofia di Andreino da Monte:

Tutto quel che m’è di necessitade cognoscere truovasi nello Ecclesiaste – “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Niente di nuovo sotto al sole” – e nel savio favellar di Gige carrettiere, che quando spossato giugne a casa dopo il longo jorno di travaglio, appressandosi al sudato e parco desco e’ sussurra: “Ma che campo a fa’, pe’ ‘na tazza de brodo?”.

Encomiabile ricerca ha condotto inoltre Giacomo Leopardi scovando tracce dei pensieri e delle parole di Andreino Da Monte in molti capolavori della letteratura. Leopardi, nelle lunghe dissertazioni del Darchettone, ha dimostrato incontrovertibilmente come molti dei maggiori scrittori della storia si siano serviti di Andreino, tenendo nascosta la fonte della loro ispirazione.
Basti pensare, per esempio, a Calderòn de la Barca e confrontare il suo dramma principale con un passo del Qui sto e qui resto:

[…] “La vita è sogno”, si ripeteva Andreino speranzosamente mentre svolgeva le proprie mansioni alla Locanda dell’Incontinente ove avea trovato lavoro come lucidatore di pitali. […]

Oppure, un nome su tutti, William Shakespeare:

[…] Sostiene Andreino: “Essere o non essere, tanto che cambia?” […]

Notevole è dunque l’eredità che questo genio ritrovato ci lascia: grazie a lui, e grazie a Leopardi che della sua voce si fece foriero e megafono, or sappiamo che il brodo è acqua calda, che Camillo Sbarbaro era un buontempone e che fregna e legna, di contro alla vulgata comune, possono essere interscambiabili. (Dubbi rimangono comunque sul binomio fica e ortica, almeno fino a quando non avrò portato a termine il saggio Come reagiva Andreino da Monte al prurito?).

Uno slancio di ottimismo, però, una volta lo ebbe: “Questo mio tempo, tutto sommato, mi piace, poiché l’aspettativa di vita media, almeno, è parecchio bassa”.
Ma il destino beffardo lo volle straordinariamente longevo: morì a centovent’anni, piuttosto annoiato.

*

*

Appendice – Dialogo tra mercante e cliente in una bottega del XIV secolo

“Bono jorno, havvi longo spago?”
“None, non havvi”
“Sei sicuro che non havvi?”
“Me cascassero le mano”
“Controlla bene”
“Sed si t’ho ditto che non havvi, non havvi”
“Oh, non c’è niente da facere: niuno havvi isto benedicto ispago”
“Tamen tengo in loco dua gomene et est offerta: capti dua, prendi tres”
“Et che ce fo cum dua gomene?”
“I’ non sapio. I’ per exemplo le reco semper meco e si necesse tosto el lego a ista gran cippa de…”
“Capio, capio. Arrimirarci”

*

*

Appendicite dell’appendice – Botta e risposta tra un liberto ed una vestale nella Roma di Traiano

“Pulchra puella, habes duo magna pira!”
“Turpis puer, habes parvam fabam, si habeas”

7 Risposte to “Diario simulato 20 – Il nichilismo di Andreino da Monte”

  1. Leonzio de’ Pedoporni, ottimo.

  2. Per fortuna che ci sei tu a darmi soddisfazione notando i particolari trascurati di cui vado più fiero.

  3. banale said

    .

  4. Evviva!

  5. visir said

    Ben scritto, ben fatto e anche divertente.
    Pasce l’anima mia nella vostra istoria a guisa di cinghiale nello fango.

  6. visir said

    Ben scritto, ben fatto e anche divertente.
    Pasce l’anima mia alla lettura della vostra istoria a guisa di cinghiale nello fango.

  7. Il dilettar m’è dolce in questo blogghe.

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