Beati i poveri, perché moriranno prima

“Pedanteria politicizzata” 8 – L’automobile

Posted by sdrammaturgo su 31 gennaio 2009

L’automobile è indubbiamente ed indiscutibilmente l’oggetto più brutto mai realizzato dall’essere umano.
Se la bellezza stimola il pensiero, la bruttezza lo ottunde. Di fronte ad un’opera bella l’intelletto si esalta, spalancando le porte del senso critico e dell’immaginazione. La bruttezza, di contro, impigrisce, smorza gli aneliti vitali, schiaccia a terra la fantasia.
Dunque, se la bellezza rende liberi (solleticando l’intelligenza e dunque l’autocoscienza), la bruttezza abbrutisce ed incatena.
Appendete capolavori del Rinascimento alle pareti della baracca di alcuni braccianti delle piantagioni di cotone e codesti prenderanno pian piano consapevolezza della propria condizione fino a ribellarsi, per liberarsi dalla bruttezza e dal grigiore del loro giogo.
Prima ancora che di gas di scarico, dunque, le automobili hanno inquinato le città con la loro insopportabile bruttezza. E questa bruttezza ha lavorato così bene sulle menti che, imbarbaritesi, si sono abituate all’orrore, ad essere circondate da queste informi e deformi scatole metalliche su ruote che altrimenti offendono la vista e tutti e cinque i sensi. E non basta: agli occhi dei più non solo appaiono come qualcosa di normalissmo, ma addirittura di bello, piacevole, qualcosa da bramare. Di più: un obiettivo eistenziale. Un ignobile, miserabile obiettivo.
E’ incredibile il potere della pubblicità ed è sconcertante la pochezza dell’individuo: la prima cerca di convincere il secondo che la merda sia buona ed il secondo si convince subito. Difatti, chissà cosa si penserebbe se sulle strade rotolassero in continuazione milioni di cumuli di letame o se ammassi di stabbio venissero depositati ovunque, su piazze, vie, viali, sentieri e marciapiedi. Giacché, sia chiaro: un’automobile non è nulla di così diverso rispetto ad un mucchio di merda: al pari di quello, è brutta a vedersi e puzza. Ma, probabilmente, qualora la televisione dicesse che possedere una montagnola di merda è cosa buona e giusta, tutti correrebbero ad accaparrarsi il loro personale stronzone gigante e lo amerebbero alla follia, conservandolo con ogni cura. I più benestanti avrebbero naturalmente un agglomerato di merda più solido e compatto, accessoriato con ogni bitorzolo escrementizio, se ne vanterebbero a non finire e verrebbero invidiati dal resto della popolazione per quella grossa lussuosa merdona che solo una sparuta elite potrebbe permettersi.
Queste arroganti volgarizzazioni della carriola hanno invaso le città, i paesi, ogni spazio urbano e financo quelli naturali. Niente è più disturbante di un’automobile. Non c’è scorcio o paesaggio che non venga deturpato dalla presenza ingombrante di un’automobile. Prendete un vicolo nel centro storico di Roma o di Firenze, oppure una stradina di un villaggio di campagna, parcheggiateci un’automobile ed avrete rovinato la purezza di quella suggestiva visione colma di fascino e di storia.
Per non parlare di uno dei più grandi abomini di cui si sia macchiato l’uomo, un vero e proprio crimine contro l’umanità e la Terra tutta: il rally. Il silenzio primigenio delle pianure desertiche, la sacralità delle distese dove la natura si conserva più spigolosa e selvaggia, violati dal gretto rombare e dalla rozza figura di questi cubi aggoffati.
Un vecchio adagio vuole che sì, le automobili moderne sono tutte brutte e tutte uguali, ma quelle d’epoca sono tutta un’altra cosa. Ma questo non è che un luogo comune, erroneo e fallace come ogni vulgata. Il punto infatti è che l’automobile non può essere bella in quanto intimamente brutta, giacché essa porta in sé e con sé tutta l’aggressività del progresso industriale malsano ed inutile. Vero emblema dell’età dei consumi, nessuna idea filosofico-architettonica ne supporta il disegno e la concezione al di fuori dell’imperativo della vendita. Senza scomodare l’arte, nell’artigianato preindustriale ogni singolo manufatto dialogava, anche inconsapevolmente, con lo spazio e con il tempo, con la Storia e con la Natura. Come Brunelleschi intendeva fare qualcosa dello spazio, creando una sorta di continuum della natura stessa nella sua essenza (emulandone l’armonia immanente) con lo Spedale degli Innocenti, allo stesso modo anche un umile vasaio aveva le mani pervase da un magma culturale, magari a lui ignoto, che ne guidava il gesto costruttore e plasmava le linee dei suoi prodotti.
Nell’automobile questo non accade. L’automobile è, è stata e sempre sarà un oggetto assolutamente vuoto, anzi peggio: pieno di vuoto. L’automobile deve essere solo accattivante, poiché deve vendere: vendere se stessa e lo sconfortante niente consumistico da essa rappresentato.
Nell’automobile tutto è brutto, tutto concorre all’angoscioso risultato finale: la forma grottesca di un bisonte spastico e gonfiato, quando non missilistica come un pisello malformato; la lucentezza kitsch, il rumore fastidioso; la gomma vomitevole delle ruote, il cattivo odore del fumo; i fari offensivi, gli interni come un salotto di pessimo gusto. E le vetture considerate più belle, quelle lussuose, sogno proibito ed oggetto del desiderio, roba da ricchi, pochi fortunati ed eletti, sono a maggior ragione ancora più brutte in quanto ancor più sfacciate e caricate nella loro sconcezza.
Quanta maggiore dignità estetica in un carretto od in un risciò.
Status symbol, segno distintivo dell’appartenenza ad un dato ceto sociale, l’automobile, nata come mezzo di trasporto, diviene fine. Essa dice: “Comprami e con me divorerai la strada, fagociterai tutto quanto ti sta intorno. Io sono il nuovo dio, il totem dell’era della tecnica. Io ti identificherò, sarò la tua identità: amplificherò il tuo Io o ne creerò uno nuovo. D’altronde, dimmi che macchina hai e ti dirò chi sei. Disinteressati di tutto quanto. Lascia stare i fiumi e le montagne ed i dipinti ed i romanzi e l’ozio ed il sesso ed il cibo e le passeggiate. Non badare a chi sei e cosa non sei: io sono tutto ciò di cui hai bisogno”. L’automobile tesse il grande inganno del vuoto e tutti vi cadono. Artisti come Calder la decorano, scrittori la celebrano, si fa persino letteratura. L’automobile diventa passione imposta, autoimposta ed accettata dalla quasi totalità; un uomo che non ama le automobili, che non vi si interessa e non ne parla diffusamente al bar o dal barbiere è un uomo piuttosto anomalo, un tipo strano. In una parola, un dissidente nella dittatura del consumo, che è totalitarismo della bruttezza.
L’automobile celebra la soffocante vacuità dell’apparato capitalistico-mediatico. Carrozzieri, ingegneri meccanici, concessionari, sono i veri nemici della civiltà, poiché sintetizzano e diffondono il peggior virus: il morbo della bruttezza.
E come non parlare della sconvolgente usanza di offrire da bere agli amici allorché si acquista un nuovo barattolo semovente? Chissà cosa penserebbe la comunità di uno che pagasse da bere per festeggiare il nuovo ferro da stiro od il nuovo frullatore.
Non è un caso che l’automobile fosse il tòpos eletto di coloro i quali sognavano di uccidere il chiaro di luna, distruggere il Louvre, spazzare via la Bellezza per sostituirla con la Potenza e la Velocità: i futuristi, veri padri del fascismo (bellezza=libertà, bruttezza=schiavitù).
Ma essi erano ancora degli artisti e le loro opere si rivelarono pervase di magia e circonfuse di meraviglia. In una parola, belle.
La città che sale, dipinse Umberto Boccioni, il quale sognava nuove metropoli trainate e trascinate dal vigore dell’automobile. Ora la città è salita ed ha tutto schiacciato, tutto soffocato, tutto oppresso. E chissà cosa ne penserebbe Boccioni di queste metropoli che non somigliano affatto al suo quadro.
L’automobile è certamente utile, ma, in virtù della sua invereconda mostruosità, dovrebbe essere celata agli sguardi, nascosta con vergogna, utilizzata solo quando nessuno potesse vederla: parcheggi sotterranei, garage lontani da occhi sensibili, presa magari a notte fonda ed esclusivamente se strettamente necessario.
Ed invece no: lo schiavo ebete lavora duro per potersi permettere un oggetto metallico su ruote atto a condurre l’individuo dal punto A al punto B nel minor tempo e con la minore fatica possibile da sfoggiare in piazza al fine di sentirsi una persona migliore tra altri microcefali vessati suoi pari.
Invece di godersi la vita su un prato, preferisce il frastuono della marmitta costata tempo, fatica e sudore. La vita immolata alla sgradevolezza.
L’aerodinamica dell’automobile è la metafora della volontà dell’imbecille di andare controvento addosso al muro.

N.B. Il tutto è da ritenersi valido anche per la motocicletta.

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