Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for marzo 2009

“Diario simulato” 22 – Il mio amico serial killer

Posted by sdrammaturgo su 23 marzo 2009

Tempi di facili mode, son questi. E forse tempi di facili mode son sempre stati. L’essere umano è un animale imitatore ed emulatore, come d’altronde ogni altro animale. Ed anzi più d’ogni altro animale: egli – l’uomo – ha avuto infatti dalla sua (o contro la sua che sia) la scrittura e le immagini, e dunque i media, ad ampliar ed amplificar il fascino e la febbre dei modelli da riprodurre.
C’era quel tale che narrò le peripezie del decaduto nobile bislacco che avendo letto troppi romanzi cavallereschi volle diventar cavaliere anche lui; o quell’altro, che raccontò della donna di poco valore rovinata da libri di nessun conto; e ci fu un tempo in cui ci si uccideva con la W impressa sul cuore, per esser più romantici di quanto fosse concesso nella vita vera, fuor della carta.
Poi venne il porno, ed i sogni mutarono, ma questa è un’altra storia.
Chissà dunque come sarebbero andate le cose se il mio amico avesse letto altri libri, visto altri film, visitato altri siti. Magari tutto sarebbe stato diverso, anche se la sua insana e monomaniaca passione non era certo un caso e prima o poi il marcio che aveva dentro sarebbe emerso, anche senza incentivi mediatici. Sì, fissato con i serial killer, Hans Burger, mio compagno d’infanzia, si dedicò per tutta la vita a diventare come i suoi malati miti, prodigandosi con inquinata perizia certosina.
C’è chi da piccolo sogna di diventare calciatore, chi vuole fare il poliziotto, chi ambisce a farsi prete. Hans Burger desiderava essere un serial killer.
Tutta la sua vita era all’insegna della perversione: la sua canzone preferita era Ciucciami le verruche di Duns Scroto, cantautore asceta con tre palle, neomelodico splatter di formazione mitteleuropea, che viveva in un eremo sulla tangenziale e dormiva in una bara piena di gorgonzola; stravedeva per il gruppo metal Anal Devastation, noti per la hit Necropedopornocoprofagia, che parla di uno che dissotterra cadaveri di bambini finiti in vita nel mercato nero degli snuff movie e che al momento della morte si sono cagati addosso, li scopa e poi li mangia con il pane in cassetta. Che schifo immondo. Voglio dire, pane in cassetta, che atrocità. Inoltre non perdeva una puntata di Scene da un matrimonio con Davide Mengacci.
Sarà perché aveva avuto un’infanzia difficile: un padre sempre presente ed affettuoso, una madre amorevole e gentile, dei fratelli giocosi, solidali e discreti. Ma il tutto si svolgeva in una buca nel terreno.
Amava moltissimo la lettura. Aveva una vera venerazione per Alice nel paese delle meraviglie, ma la sua famiglia era così povera che non poteva permettersi l’edizione originale. Nella sua versione di sottomarca, il Bianconiglio seminava Alice e durava tre pagine.
Con noialtri bambini non giocava mai. Se ne stava in disparte a sperare che qualcuno si facesse male.
Ecco cosa succede a passare nottate ad imparare a memoria le vite dei più grandi assassini seriali della storia, sui quali sapeva tutto: conosceva ogni dettaglio sconosciuto, era costantemente a caccia di aneddoti inediti o poco noti, e condivideva la sua cultura parlando diffusamente dei risultati dei suoi studi.
Devo ammettere che ho appreso diverse chicche grazie a lui. Ad esempio, molti sanno che Ted Bundy, prima di uccidere le vittime, le torturava in ogni modo possibile, addirittura infilando loro una doga del letto nella vagina, ma nessuno sospetta che il suo sadismo era capace di atrocità ancora maggiori: le costringeva a giocare a carte. Alla diciottesima mano di ramino, le ragazze imploravano la morte.
Ed era nulla in confronto al dottor H.H. Holmes, il quale straziava le prede trascinandole in una spirale di orrori inauditi: le portava ai pranzi della comunione dei cugini riboccanti di parenti che dopo la crostata ballavano il liscio con un occhio alla partenza del Gran Premio; il pomeriggio passeggiata fuoriporta sul lungolago a prendere il gelato e la sera festa gagliarda per la promozione di un collega, tra scherzi spassosi e racconti divertenti sulla vita dell’ufficio.
Ma il personaggio che ammirava di più era il tanto misconosciuto quanto terribile Joseph Sgrull, il cui passatempo era lanciare neonati dal cavalcavia sulle macchine in corsa.
Fu all’ombra di questi cattivi maestri che crebbe e se ne andò di casa, ma la miseria lo perseguitò. Lo stipendio gli bastava a malapena per l’affitto di un pulcioso buco seminterrato. Un solo pensiero continuava a ronzargli in testa: ammazzare, ammazzare, ammazzare. E per una persona costantemente bisognosa di stimoli come lui, il lavoro come custode notturno del cimitero non offriva molti spunti di realizzazione.
Aveva sempre avuto manie di grandezza, ma non riusciva neppure a pagarsi il riscaldamento. Ogni inverno si serviva di un bue e di un asinello. Probabilmente, gli aliti pesanti dei due animali concorsero a sconvolgere la sua già fragile mente. Il che spiega anche il Cristianesimo.
Divenne dunque via via sempre più malvagio, spietato, instabile.
Non si gustava nemmeno una pietanza se il cibo non era frutto della giusta sofferenza, quindi mangiava solo carne di animali morti di crepacuore per la prematura scomparsa del cucciolo. Siccome gli piaceva giocare a calcetto, per stare sicuro sull’origine dei palloni aveva schiavizzato personalmente un paio di bambini cucitori.
Ed era talmente paranoico che quando era solo in casa, barricato per benino, e si faceva la doccia, se gli cadeva la saponetta, si chinava con aria circospetta per paura di essere inculato dall’amico immaginario.
Secondo il parere degli psichiatri che lo avevano seguito, una delle cause principali della sua sadica pazzia era l’incapacità di accettare la sua impotenza. Egli però si ostinava a sostenere che non era impotenza: aveva solo un periodo refrattario di dodici anni.
Una volta cercò di compiere uno stupro, ma fece cilecca. La tipa ci rimase malissimo. A nulla valsero le varie rassicurazioni: “Giuro che non mi è mai successo prima, non è colpa tua, non-sei-tu-sono-io, è che ero un po’ stanco”. La ragazza, frustratissima, entrò in analisi.
Intanto, perfezionava le sue tecniche di delitto fino a che non fu pronto per il passo decisivo: l’omicidio inaugurale.
Il primo tentativo fallì per un soffio: aveva visto una donna attraente e gli era sembrato che gli avesse ammiccato; prese a pedinarla e ad ogni passo gli sembrava che la gonna dell’obiettivo designato si facesse via via più corta; giunsero in un vicolo buio, la ragazza si fermò di colpo, lui fece un balzo verso di lei ed al momento di assestare la pugnalata, scoprì di essere su una candid camera.
La seconda volta sarebbe stata un successo, se non si fosse accanito su un manichino.
La terza diede forfait per una sciolta improvvisa.
La quarta perse l’autobus.
La quinta non gli suonò la sveglia.
La sesta si dimenticò il coltello a casa.
La settima rimase sorpreso, perché la vittima gli aveva detto che avrebbe spiegato.
L’ottava, era arrivato Gianfranco Rotondi prima di lui.
La nona, andò a cercare minorenni vergini in seminario, ma erano finiti.
La decima, dovette ripassare dal via.
L’undicesima, si trovava a Bolzaneto ma non aveva una divisa.
La dodicesima, quel che volete.
La tredicesima, gli venne tagliata dal Governo.
La quattordicesima, valutò opportuno preparare il terreno con una lettera anonima, ma evidentemente non aveva ben compreso in cosa consistesse, dato che vi scrisse “tante care cose” e la firmò per poi spedirla senza apporvi indirizzo alcuno.
Insomma, stentò ad ingranare e la sua attività non decollò mai.
“Hans, Hans…”, gli ripetevo sempre. E poi basta, che vi aspettavate? Sono sempre stato una persona inconcludente. D’altro canto, lo vedete voi stessi che amici che ho avuto da piccolo. Anche questo racconto, mica so come portarlo a termine.
Va be’, comunque, fondamentalmente rimase sempre una persona sola, molto sola; così sola che prima di masturbarsi si agghindava di tutto punto.
Resta nella storia come il serial killer meno prolifico di tutti i tempi, avendo collezionato zero vittime e due multe per divieto di sosta.
Infine, la sua crudeltà gli tornò utile e grazie ad essa trovò un impiego in un’agenzia pubblicitaria.
Perché vi sto parlando di lui? Perché è morto qualche giorno fa e sentivo la necessità di ricordarlo. Com’è morto? L’ha ammazzato una sua vittima.
L’epitaffio impresso sulla sua lapide recita: “Hans, Hans…”. E poi basta. L’ho scritto io.

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Bau Bau Connection

Posted by sdrammaturgo su 20 marzo 2009

Cani randagi

Cani killer, preso
il capobranco

RAGUSA – Si allentano un po’ le tensioni nel Ragusano dopo la cattura, ieri, di quello che secondo i veterinari sarebbe il capobranco. Il capo dei cani killer che hanno sbranato un bimbo di 10 anni e ferito gravemente una ragazza tedesca di 24 anni. La caccia al branco avrebbe portato alla cattura di altri cinque animali, ma le ricerche non sono state interrotte, soprattutto in contrada Pisciotta, nei pressi della spiaggia di Sampieri. Rimangono gravi le condizioni della 24enne tedesca ferita martedì: i medici dell’ospedale di Catania notano però “leggeri miglioramenti”.


City, 19 marzo 2009

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Non so, questo articolo non mi soddisfa completamente. Mancano ad esempio le immagini del cane in manette che si copre la faccia con un giornale mentre viene caricato in macchina dai poliziotti. Nessuna foto segnaletica del momento della cattura, nessuna notizia sulla sua latitanza, niente di niente sui suoi traffici, i suoi spostamenti, le sue coperture, la sua rete di protezioni politiche. Ho reputato dunque doveroso integrarlo con le informazioni che sono riuscito a reperire.

Un blitz nella notte ha portato all’arresto di Pallino, il boss a quattro zampe a capo della più potente famiglia canina di Ragusa. Aveva con sé un milione di euro in crocchette e numerosi collari con medaglietta falsa. Pare si preparasse infatti ad un viaggio in Messico dove avrebbe dovuto incontrare Amarildo, bassotto capoclan del cartello di Tijuana, in vista di un accordo su una partita di ossa. Sul suo tartufo pendeva un mandato di cattura internazionale. Già condannato in contumacia per canicidio plurimo, violenza carnale su una yorkshire, estorsione ai danni di tutti i bracchi ed i segugi della provincia, non c’era canide nel ragusano che potesse sottrarsi al pizzo da lui imposto: ogni mese, ciascun cane doveva versare ad uno dei suoi quadrupedi di fiducia una somma che si aggirava intorno ai cinque barattoli di Ciappy. Sembra che il suo patrimonio personale si aggiri intorno ai cinquanta milioni, tra beni liquidi, cortili e cucce.
Noto per la sua efferatezza, era temuto e rispettato e poteva godere di vasti appoggi nel mondo politico e finanziario. Alcune intercettazioni ambientali hanno infatti sorpreso esponenti dell’amministrazione locale e financo deputati regionali e nazionali mentre lo accarezzano e si fanno riportare un bastone.
Il suo racket si estendeva anche al mondo dello spettacolo. Si dice infatti che a lui debba il proprio successo Rin Tin Tin, di cui sarebbe il padrino.
Ma ecco alcune interviste alla gente del luogo: “Io non so niente, mai sentito nominare, lasciatemi in pace”, “Lo vedevo ogni tanto, mi sembrava un tipo tranquillo, abbaiava, si faceva i fatti suoi”, “Qui non se ne può più con questi cani clandestini extracomunitari. Ormai ci hanno invaso, violentano le nostre cagnette, rubano il lavoro ai nostri levrieri. Noi non andiamo a spacciare mangime nella loro cuccia. Non siamo più padroni a casa nostra, qui sembra che i cani siamo diventati noi. Tornatavene a cuccia vostra!”.
Alcuni comitati di quartiere hanno organizzato una fiaccolata per stasera contro la dilagante violenza dei cani. Sono già state proposte ronde di cittadini per la sicurezza.
Il governo promette espulsioni di massa ed inasprimento delle pene nei canili. L’opposizione sostiene invece che sia più utile intervenire per spezzare la catena di comando che lega ogni quadrupede alla società civile ed alla vita politica ed economica.
Proseguono intanto le ricerche degli affiliati.

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Neo-benedettismo

Posted by sdrammaturgo su 6 marzo 2009


Sabato sera                                                      Lunedì mattina
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Salta et labora

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