Beati i poveri, perché moriranno prima

La zattera Medusa – Scene alla deriva

Posted by sdrammaturgo su 28 giugno 2009


Il due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo fu abbandonata alla deriva.
Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni, omicidi, torture, cannibalismo.
La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta.
Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Caro diario di bordo, ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di partire era albino. Son cose da uomini, queste!
Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti! Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa infatti ciò che vien più propriamente detta fregata, avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana. In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili.
Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi ai flutti ed ai marosi.
Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione.
Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa, affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una placida e sicura deriva.
D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati.
Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare.
Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole assaggiare?”.
“Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come caporedattore del TG1.
Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.

*

Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni

Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro.
“Buongiorno”, esordì il marocchino.
“Buongiorno”, rispose cordiale il congolese.
“Dormito bene?”
“Pensavo di essere morto. Che delusione”
“Dai, che ci siamo quasi”
“Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?”
“No, quello è morto”
“Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?”
“Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo”
“D’altro canto la fame è fame”
“A proposito, non mangio da giorni”
“Io non mangio da anni”
“Di dove sei?”
“Congo”
“Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?”
“Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo.
“Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica
“Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano.
“Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato che aveva con sé una radiolina.
“Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano.
“E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti.
“Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano.
“Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese.
“Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”, rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di radioline.
“Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino.
“Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese.
“Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino.
“Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per trasportare cassette di verdura”
“E tu come mai te ne sei andato?”
“Sto scappando dalle autorità”
“Ti sei messo nei guai?”
“Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male”
“E cosa vuoi fare in Italia?”
“Il calciatore!”
“Ma hai una gamba sola!”
“Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se riesco ad entrare nei salotti buoni”
“Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese.
“La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni.
“No, Bongo che sta annegando”.
“Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani, il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco. “Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al comando della nave.
“Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi.
“Mi parlavi di golf e salotti buoni”
“Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve sentirsi molto fortunato, da quelle parti.
Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere diamanti. Letteralmente”
“Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?”
“Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”.
“Mi sa che niente golf”.
“Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”.
“Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo fisso sulle ciabatte di un algerino.

*

Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente

“Ammore!”
“Tesoro! Come stai?”
“Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero”
“Ohohohohohohoh”
“E tu invece?”
“Bene anch’io. Son benestante”
“Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…”
“Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato! Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…”
“Sì, ho sentito. Era africano”
“Ah be’, allora…”
“Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?”
“Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina, colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare. La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità, niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un negro va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più bene. A tutto c’è un limite!”
“Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio”
“Delinquono?”
“No, per fortuna no”
“Fanno baccano?”
“No, neanche”
“Sporcano, imbrattano?”
“Nemmeno”
“Cosa fanno?”
“Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica. Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi! Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte. Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un attimo”
“E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a sette euro al mese, ti  do persino una baracca in cui dormire con tutti e novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a rubare!”
“Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa, mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della prostituzione”
“Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio”
“Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?”
“Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare”
“Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane”
“E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre”
“Che zone frequenta?”
“Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno”
“Che coincidenza, pure il mio!”
“Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne gioisce.

*

Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente.
Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling! Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle popolazioni retrograde e neglette.
Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene neppure una, ma ce ne sono certo a iosa!
Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa?
A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma amano Dio.

*

Storia del giovane sudanese e della bella somala

A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò.
“Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese.
“Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala, sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca arbitraria.
“Beh, sì”, ammise sincero il sudanese.
“Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva scelto per me”.
Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato.
“Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio per te. Brucio!”
“Per forza, hai la febbre da colera”
“Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…”
“Me lo farò bastare”
“Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!”
“Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca.
I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad.
“Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso.
“Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi.
Teodoro si illuminò in volto.
“Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano.
“Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala.
“Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese.
“Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte.
Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene mantenuta.
Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca.
“Guardateli, ci attendono!”.
“Evviva! Evviva!”.
Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori, sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende.
“Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone, probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un fazzoletto della medesima tinta!”
“Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!”
“Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora.
In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più.
Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando verso terraferma.

*

*

Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla

*

1) Hai fatto una buona traversata?

2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?

3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?

4) Mi regali il clitoride?

5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?

6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…

7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.

8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!

9) Gradisci una banana?

10) Interessa una cittadinanza? No, perché sai, ti amo e vorrei sposarti.

*

Una Risposta to “La zattera Medusa – Scene alla deriva”

  1. Visir said

    C’è chi sosteneva che i confini delle nazioni sono solo delle grandi prigioni.
    Penso che cercare di mischiare l’acqua con l’olio sia un’opera contro natura, ma alla fine la realtà dei fatti se ne sbatte delle opinioni.

    Mi preme invece riflettere sulla vicenda del Medusa.
    Come, in uno spazio sufficientemente ristretto e in condizioni di difficoltà estreme, l’uomo (ogni uomo) cali la maschera di convenzioni e di educazione per far affiorare il mostro che abita in ognuno.
    Non mi sento, in tutta onestà, di chiamarmi fuori da questa possibilità.
    Se un giorno la vita mi mettesse all’angolo saprò nel mio profondo di cosa sono fatto, ma sono sicuro di una cosa sola che non troverò quello che mi aspetto.
    Concludo questa sequela di punti di domanda con una poesia di Niklos Kazantzakis che trovo profonda e vera. Illustre commento di quello che penso.

    Beato l’Uomo che nel medesimo tempo e
    in una sola carne vede
    la bella maschera e il volto mostruoso che essa cela.

    Poiché solo Lui con grazia e dignità
    potrà suonare il doppio flauto
    della Vita e della Morte.

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