Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for luglio 2009

Attuttattualità

Posted by sdrammaturgo su 29 luglio 2009


– Scandalo nell’industria dei fumetti. Hobbes accusato di molestie su Calvin.

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– Sarà vero? Fantasie ufologiche o incredibile verità? Sembra infatti che sia stato avvistato in un piccolo centro della Versilia un lettore de Il Foglio. L’opinione pubblica e la comunità scientifica locale e nazionale gridano alla solita invenzione allucinata, ma l’avvistatore, un distinto signore sulla cinquantina, conferma ed insiste: “Non bevo, non faccio uso di droghe ed ho una specchiata reputazione. So cos’ho visto: quell’essere stava leggendo il fondo di Ferrara. E’ stata per me un’emozione fortissima”. Eppure, dubbi ed incredulità permangono.
Siamo riusciti a rintracciare il giornalaio di Frosinone che anni fa denunciò molteplici avvistamenti del genere, ma venne preso per pazzo e bugiardo. Oggi, quest’edicolante – che chiameremo per comodità Hydeshakivatsyayana Kirieliceskerkerkov Salihamarisdizic – non vuole essere inquadrato in volto, perché non è per niente fotogenico. Ecco cosa ha detto alle nostre telecamere: “Esistono, esistono eccome, anche se il governo ce lo tiene nascosto. Parlare di questa vicenda mi ha fatto perdere il lavoro, la famiglia, gli amici. Intorno a me si è creato il vuoto. Adesso sono una persona sola, vivo di espedienti, non ho più niente da perdere e non mi rimangio nulla: più volte sono venute nel mio chiosco di giornali queste creature ad acquistare una copia de Il Foglio. Si tratta peraltro di clienti eccezionali che farebbero la fortuna di qualsiasi edicolante. Ognuno di loro infatti compra sempre due giornali in più: uno per nascondere Il Foglio, uno per coprirsi la faccia”.
Incontri ravvicinati del terzo tipo? I want to believe.

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– Il Ministero per le Pari Opportunità delle Fighe ha distribuito un opuscolo contro la violenza domestica. Si tratta di un test di autovalutazione per le donne intitolato Verifica se il tuo uomo potrebbe arrivare a picchiarti. Ecco alcuni estratti dal questionario.

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Parte A – Domande generiche

1) Ti lascia mai intendere velatamente che vuole impiccarti al davanzale della finestra del cesso per poi rovesciarti addosso una ghirba di olio bollente e farti quindi scarnificare da un avvoltoio ammaestrato?
2) Ti chiede mai di fare sesso tenendo in mano una clava?
3) Ti rivolge mai gesti offensivi e subito dopo ti bersaglia con una balestra?
4) Ti dice mai che va a mignotte ed invece va a giocare a calcetto?
5) Ti dice mai che va a giocare a calcetto ed invece va veramente a giocare a calcetto?

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Parte B – Griglia di possibilità

1) Se gioca al Fantacalcio, non può in alcun caso diventare violento.
2) Se gioca al Fantacalcio e litiga al telefono con un amico per ottenere Ibrahimovic, potrebbe diventare violento.
3) Se gioca al Fantacalcio e pesta l’amico per ottenere Iaquinta, diventerà sicuramente violento.
4) Se cerca frequentemente di farti sentire in colpa, ti rimprovera con durezza o ti minaccia mettendoti contro i figli, potrebbe arrivare a picchiarti
5) Se ti mena, potrebbe arrivare a picchiarti.

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Abbiamo intervistato alcune ragazze a cui è stato consegnato l’opuscolo. Sentiamo una delle persone interpellate: “Purtroppo non sono riuscita a scoprire il risultato, perché il mio ragazzo ha iniziato a pestarmi ed ho dovuto interrompere”.

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– Si è aperto ad Udine il Primo Congresso Interrionale di Storia della Medicina. Nella prima giornata è stato affrontato un quesito che da decenni attanaglia gli studiosi di tutto il mondo: Puzzava di più un morto di peste del 1348 o del 1630? L’annosa domanda resta insoluta, ma si aggiungono ulteriori prospettive: e se l’appestato aveva anche la dissenteria?.

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Ed ora, spazio ai più piccoli con la rubrica creativa per l’infanzia Patatrack.

– Ciao bimbi! Avete mai costruito una bella lavanderina di cartone? Prendete un foglio di cartoncino colorato e della colla vinilica. Piegate il cartoncino e con della segatura fatele il viso. Fatto? Chiedete a vostra mamma della carta crespata, con la quale potrete realizzare il vestitino della bella lavanderina, mentre con dei gessetti gialli ed arancioni confezioneremo il cappellino. Fatto? Bene, ora non vi resta che ripararvi il viso ed attendere i bulli.

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Linea adesso alla rubrica culturale.

Eccezionale scoperta in campo storico: è stato ritrovato negli archivi di Palazzo Vecchio a Firenze un video risalente al 1498 che testimonia come andarono realmente le cose nella morte di Savonarola. Le riprese vennero realizzate da un videoamatore, tale Duccio da Nebrasca, che si era appostato dietro ad una carrozza Audi parcheggiata in Piazza della Signoria, ma il filmato andò perduto. Ma finalmente possiamo vedere lo straordinario documento e sapere con certezza che Girolamo Savonarola andò incontro alla morte in questo modo:

Che bello, avete organizzato un barbecue per me! Grazie mille, non dovevate, siete fantastici.

Ma-ma-ma…Bastardi!”

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– Esce in libreria la ristampa de L’italiano, manuale di scrittura di Beppe Severgnini che ha una marcia in più rispetto alle solite guide grazie al tipico irresistibile umorismo dell’autore. Interessante anche Il Giuoco, videocorso di scuola calcio di Stephen Hawking impreziosito dal suo tipico atletismo.
Pensate che bello sarebbe un mondo in cui tutti scrivessero come Beppe Severgnini. Basterebbe pubblicare libri di ricette per diffondere rabbia sociale. Noi dobbiamo essere grati a Beppe Severgnini: grazie al suo esempio ora la scienza sa cosa succede se un ragioniere si imbatte in una biblioteca. Povero Beppe, chissà quanti schiaffi dai bulli deve aver preso. Da quelli non troppo annoiati, si intende.

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– Letteratura italiana. Alla luce delle ultimissime ricerche filologiche, dovremo rivedere completamente l’idea che abbiamo di Alessandro Manzoni. Di contro all’immagine dell’autore iperclassicista ed ultratradizionalista che la storia e le sue opere ci hanno consegnato, spunta una nuova stesura de I promessi sposi, rinvenuta per caso in mezzo ad una serie di carte inedite del Nostro, iniziata in tarda età e mai portata a compimento. Il progetto di revisione totale sul suo lavoro più importante a cui il Manzoni aveva intenzione di accingersi a coronamento della sua prestigiosa carriera ci offrono uno scrittore sperimentale, visionario e rivoluzionario, nettamente in anticipo sui tempi, dalle soluzioni addirittura novecentesche. Questo l’incipit della nuova versione del romanzo che egli avrebbe voluto dare alle stampe prima di morire:

Una mattina, destandosi da sogni inquieti, Renzo Tramaglino si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante”.

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– Cinema. Nelle sale Il curioso caso di Beniamino Buttoni, la vita di merda di un uomo che nasce vecchio, invecchia ulteriormente, muore vecchissimo.

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– Torna in auge la commedia trash erotica all’italiana e si carica di tinte ancor più hard core nel nuovissimo La veterinaria se la fa con i pazienti, con Alvaro Vitali nel ruolo di un cinghiale, e viceversa.

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Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, in cui Dino Campana si comporta come Stefano Accorsi.

Buona visione e buone vacanze da Cocapabana, mentre voi siete a Tarquinia Lido.

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“Della maraviglia” 11 – Farsi beffe della fisica, scherzare con la gravità

Posted by sdrammaturgo su 11 luglio 2009

“Alle volte immagino di dividere le cose tra quelle umane e quelle sovrumane. Borges e Cervantes: avevano qualche cosa di indefinibile che li poneva al di là, ed è per questo che perdoniamo loro un sacco di cose… Maradona è così: non è di questo mondo… Io l’ho incontrato una sola volta in vita mia… Sì, Maradona è così: esiste per la gloria di Dio”

OSVALDO SORIANO

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“Se Andy Warhol avesse vissuto nella nostra era, avrebbe dipinto Diego invece di Marilyn”

EMIR KUSTURICA

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“Quello che Zidane fa con il pallone, Maradona lo faceva con un’arancia”

MICHEL PLATINI

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“Noi organizzavamo i pullman per andare a vedere gli allenamenti di Maradona. Non era mai successa una cosa simile e mai più succederà: i pullman si organizzano per andare a vedere le partite, invece noialtri facevamo centinaia di chilometri tutti insieme per andare a vedere un solo giocatore palleggiare per una ventina di minuti. E non eravamo gli unici: lì era sempre pieno di gente, ci venivano da tutta Italia, incontravamo altre decine e decine di gruppi che avevano organizzato un pullman come noi ed erano venuti in gita a vedere Maradona. Dal Nord, dal Centro, dal Sud, perfino dall’estero. Che spettacolo che era…
Per lui il pallone era un prolungamento dell’arto e quello che riusciva a farci andava contro ogni legge della fisica”

MIO ZIO MAURIZIO

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Le forze dell’ordine in breve

Posted by sdrammaturgo su 7 luglio 2009

Sottotitolo: il potere è un abuso

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Ho deciso di entrare in polizia: voglio ammazzare uno che mi sta sul cazzo ma non mi va di fare troppa galera.

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Federico Aldrovandi

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Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane

Posted by sdrammaturgo su 2 luglio 2009

Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro ed ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Insomma, sembra spinto dall’irrefrenabile volontà di creare una nuova generazione di comici perfettamente aderenti al Sistema. Come se non ci fosse già Zelig.
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato a passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D’altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione di natura non già politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: “Tumore al seno: una vittima ogni 45′. A rischio i campionati di calcio femminile”, salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l’artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un’altra battuta fascistoide: “Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare”. Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: “Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!”. L’ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l’intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all’Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità – che vale da criterio di regolamentazione universale – non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell’animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam…).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, “fascistoide” è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E’ la metanarrazione che distingue l’arte dalla propaganda. La propaganda dice: “Fidati, sto dicendo la verità”, mentre l’arte mette in guardia: “Bada bene, sto mentendo”. Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un’opera d’arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell’opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: “Attento, le cose nella realtà non stanno così”. Ogni grande opera d’arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell’abilità metanarrativa nell’armamentario di un artista che distingue l’artista valido dall’infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell’opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l’intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l’arma della risata. E’ lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l’oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la “utilizza” in senso artistico (come un pittore “usa” la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l’autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: “Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente”. MacFarlane non vuole consolare (sarebbe – quello sì – una presa in giro per la vittima, un dileggio,  quindi un’aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E’ così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz’altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la  si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l’apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l’unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L’Altro come Sé riconoscendone al contempo l’Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei sconfortato, un fallito. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di essere travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.

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Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo “semplice critica”) di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l’orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un’ingiustizia lo sostengono. Ma l’essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

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