Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for settembre 2009

“Della maraviglia” 12 – Elogio delle ombre

Posted by sdrammaturgo su 8 settembre 2009

Se tutto il sapere moderno non è che un tentativo di comprendere i miti greci e se i miti greci hanno detto tutto ciò che c’era da dire sull’essere umano, il mondo, l’esistenza, allora la continua e costante riflessione sulla mitologia classica è necessaria e fondamentale. Così, sovente, le rivisitazioni delle leggende archetipiche dello sterminato universo del sapere greco antico offrono punti di vista ora nuovi, ora insoliti, talvolta rivoluzionari, aggiungendo sempre qualcosa in più che mancava e che era sfuggito al lavoro ermeneutico, spalancando l’orizzonte infinito delle possibili interpretazioni (o meglio, mostrando l’orizzonte spalancato).
E’ il caso di James Gray, genio dell’attuale cinema indipendente statunitense.
Nelle sue opere filmiche, Gray ripropone schemi, strutture, τόποι (tòpoi), temi della tragedia attica, riveduti e corretti per adattarli ai nostri tempi e soprattutto al mezzo cinematografico. I suoi drammi famigliari, come nella migliore tradizione di Eschilo, Sofocle ed Euripide, esplorano il segreto del legame di sangue, che è il mistero primigenio, ultimo, essenziale di tutto ciò che è umano. Le passioni, i conflitti, l’amore e la morte passano attraverso il sangue. La frattura del più sacro e più insondabile dei vincoli rappresenta la frattura fra l’Io e la Natura.
Ma James Gray è un regista cinematografico, dunque è ben cosciente di essere innanzitutto un creatore di visioni. Le immagini sono insieme gli strumenti ed i fini primari della sua arte, la fotografia è il suo pennello ed il suo inchiostro. Cura per le soluzioni visive e laconicità diventano pertanto i suoi tratti distintivi. E poi c’è la musica, per inseguire quel sogno di arte totale lungamente agognato da centinaia d’anni di cultura occidentale.
Era il millenovecentonovantaquattro ed aveva solo venticinque anni quando propose la sua prima sceneggiatura. Tim Roth e Vanessa Redgrave se ne innamorarono, e così il giovanissimo James si trovò a dirigere al suo esordio due giganti della recitazione. Capita a pochi, soltanto agli eletti. A Little Odessa seguirono The Yards nel duemila, We own the night nel duemilasette e Two lovers nel duemilaotto, tutti e tre con il suo attore feticcio Joaquim Phoenix. Una parsimoniosa condensazione creativa che ricorda quella dell’enorme Terrence Malick.
Il suo capolavoro assoluto resta forse proprio l’acerbo eppure così potentemente maturo Little Odessa, in cui si avverte l’influenza principalmente di Sofocle e Dostoevskij.
Tim Roth, il quale in questo meraviglioso monumento della letteratura recente che merita l’immortalità ha probabilmente offerto la sua migliore performance, è Joshua Shapira, un sicario che anni prima è stato costretto ad andarsene dal proprio quartiere a causa dell’odio del boss locale. Dal suo fugace ritorno nella breve illusione di potersi ribellare al destino impugnandolo ed indirizzandolo prenderà le mosse l’inesorabile catastrofe.
Josh è un personaggio edipico. Il violento e veemente contrasto con il padre è infatti una delle chiavi del film. C’è in lui inoltre qualcosa del Meursault de Lo straniero Camus: egli è estraneo alla vita, un forestiero dell’essere.
E c’è una scena in particolare in Little Odessa che racchiude in sé tutta la poetica e la grandezza di James Gray. Una scena perfetta.
Josh, accompagnato da alcuni sgherri assoldati per l’occasione, conduce in una discarica abbandonata del sobborgo la vittima per la cui esecuzione è stato pagato.
Non sono che ombre, la loro umanità è ridotta e stilizzata in sagome di tenebra, goffe marionette oscure pervase di stasi e silenzio.
L’unica figura in luce, distinguibile nella penombra, è Reuben, fratello di Josh, che ricorda Alëša Karamàzov sporcato di Ivan, poiché dal profondo della propria malinconia conserva ancora un barlume di speranza ed è ancora capace di provare sentimenti puri. L’obiettivo va a cercare il suo volto, l’unico volto che vediamo. Egli assisterà allo spettacolo spietato ed impietoso di suo fratello, il suo eroe, che commette il crimine più grande, il più divino e il più diabolico: l’omicidio. Sarà Reuben l’agnello sacrificale della Colpa, della ὓβρις (hybris).
L’interpretazione di Tim Roth è magistrale: tiene le braccia lungo il corpo, quasi stanco, quasi svogliato; se ne sta leggermente curvo, molle, ingobbito, poiché non arde, non gli è proprio il furore, ma risponde solo al volere del proprio destino. Non c’è fierezza in lui, ma passività lucida e piegata: agisce adeguandosi al fato, accetta la sorte. Non è arido, ma ha dovuto inaridirsi per sopravvivere al deserto gelato e raggelante dell’esistenza.
La telecamera compie un impercettibile movimento. Ora le ombre sono statue scolpite nel buio, cartoni massicci neri come la notte che si stagliano tetri su una terra desolata, stretta, schiacciata, senza via d’uscita; sembrano i residui d’un’apocalisse elementare, uno scenario di Beckett, con quei rami secchi dalla forte carica simbolica, oppure un quadro di Kubin o di Grünewald o di Zurbarán.
Ed è beckettiano il piagnucolio balbettato del condannato a morte.
Ecco che emerge con disincantata rabbia sopita e trattenuta una fiamma fatua di umanità di Josh. Benché sia solo un sussulto d’automa, poco più di una pratica liturgica da recitare svogliatamente, è la più terrificante delle sfide per l’uomo, la sfida suprema: l’appello al silenzio di dio. Josh sfida dio. Il suo è un sadismo senza slancio, svuotato dal suo interno, di chi sa cosa lo aspetta e cosa non lo aspetta e vuole mostrarlo a se stesso e agli altri, all’altro, all’Altro.
“Credi in dio? Aspetta dieci secondi, vedi se dio ti salva”.
E dio non lo salva.
Nel successivo secco, sublime, lapidario e terribile: “Prendete la lingua” si avverte un’eco che ricorda la frase conclusiva della Fedra di Seneca: “Lei gettatela in una fossa. Sull’empio capo gravi la terra con tutto il suo peso”. Un istante di esitazione, quasi un singulto, l’inganno di un tremito rapido ed esce di scena.
Il peccato della nascita viene scontato con la consunzione di ogni moto vitale.
Infine si muovono pesanti gli scagnozzi, a guisa di scimmioni malfermi. Nello sputo c’è l’abisso del disprezzo, il mutismo dell’anima. E non resta altro.
Siamo fortunati ad essere nati nella stessa epoca di James Gray.

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Fabrizio De André a Montefiascone

Posted by sdrammaturgo su 4 settembre 2009

E’ facile diventare Fabrizio De André quando si nasce a Genova! Sono capaci tutti con il mare davanti con i suoi scambi centenari e gli scopritori di mondi, la Francia estrosa, filosofa e battagliera accanto, perfino due squadre in serie A.
Ma soprattutto, bella forza scrivere un capolavoro come
Creuza de mä quando il tuo dialetto sa essere ad un tempo così terrigeno e così delicato, aspro eppure musicale, un cantato popolare e poetico!
Il linguaggio, si sa, è tutto il nostro mondo. La lingua, dunque, è il modo in cui noi vediamo il mondo. Da essa dipende la percezione e non già viceversa, poiché “il pensiero si dà nel linguaggio”. E’ stato Wittgenstein il primo a capire che il linguaggio non ha funzione descrittiva, bensì espressiva. Le parole non procedono dalle cose, come inerti segnaletiche per referenti esterni, ma anzi dal raffinarsi del linguaggio con-segue la crescita del nostro pensiero, che si fa più complesso. Il significante diventa centrale nel suo dire se stesso, non è più un mero indice del significato. Ogni lemma, con la sua morfologia unica e la sua particolare sonorità, ha una storia vasta e misteriosa e dischiude una serie infinita di relazioni e possibilità. Ogni parola, ogni lingua,
ha in sé ed è un universo che comunica con ogni altro universo linguistico possibile.
Ecco perché ad ogni lingua corrisponde un carattere sociale e culturale diverso, tante innumerevoli piccole sfumature per ogni termine-suono simile ma non identico.
Uno dei pochi luoghi comuni veridici afferma che i dialetti italiani sono piuttosto delle vere e proprie lingue. E’ esatto. Tante lingue per tanti mondi differenti.
Delle persone che stanno guardando una
una donna, una une femme, una ‘na guagliona, una a woman non stanno vedendo la stessa cosa.
Heidegger dice: “Siamo parlati dal linguaggio”. In noi, attraverso di noi, si agita un fiume sterminato di elementi e di influenze inconsapevoli, una sedimentazione-stratificazione di infinite forme ed infiniti contenuti che produce ciò che siamo ed al quale attingiamo per produrre il nostro essere.
Ogni individuo è strettamente, indissolubilmente legato alla propria lingua, che è il proprio linguaggio, che è il proprio pensiero, che è il proprio modus pensandi, che è il proprio modus videndi, che è la propria azione. Carlo Verdone se non fosse nato e cresciuto a Roma sarebbe stato un altro Carlo Verdone. Federigo Tozzi se non fosse nato e cresciuto a Siena sarebbe stato un altro Federigo Tozzi. E così via.
Tutto questo pippone per dire cosa? Che se Fabrizio De André invece di nascere a Genova fosse nato nel mio paese, Montefiascone, nell’ingrato pieno della Tuscia viterbese, innanzitutto non si sarebbe chiamato Fabrizio De André detto Faber, bensì Settimio Bracoloni detto Sartafosse. E non sarebbe mai andato in Via del Campo, ma tutt’al più al night de Brachino.
Ho pensato quindi di tradurre la canzone
Creuza de mä in dialetto montefiasconese. Nelle locuzioni “neutre” mi sono attenuto ad una traduzione il più letterale possibile, altrimenti ho prediletto un adattamento territorialmente caratterizzante. Ad esempio: quando nel testo si legge/sente lùnn-a (luna), ho sostituito radicalmente la parola, mutando dunque il senso, poiché luna è parola fin troppo poetica per il montefiasconese, troppo suggestiva, troppo melensa per suono ed evocazioni: in ventisei anni non l’ho mai sentita pronunciare. Dalle mie parti si usano solo termini pragmatici, ché nella tradizione contadina dura e pura c’è poco spazio per femminee vezzosità! Lo stesso vale per l’immagine metaforica del mattino che cresce o per il vino di Portofino ed altri punti che il lettore può confrontare con il testo originale e la traduzione a fronte qui.
A Montefiascone li fiori de zucca crescono, non il mattino! Che vor di’ che la mattina cresce? Che so’ ‘sti stronzate? E Portofino si è sentito nominare solo a partire dagli anni ’80 grazie alla mondanità mostrata da Canale5. ‘L vino bbono è quello del zi’ Lole, e abbasta.
Bene, dopo aver offerto la versione realista di
Impressioni di settembre, ora tocca alla falischizzazione di Creuza de mä. Capirete tutti perché io non sono De André e non potrò esserlo mai. D’altronde sarebbe arduo anche essere Sergio Vastano. Ed inoltre faccio già fatica ad essere me.
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La strada che va giù pe’ ‘l lago

Ombre de facce facce de gente che c’hanno la barca
de che razza sete do’ cazzo ite
da ‘n posto do’ le bagasce de Muntijugo se fanno veda gnude
e ‘l buiaro ce mette ‘l curtello ma la gola
e a monta’ la somara c’adè resto ‘l porcaccio del Signore
e quel paraculo del Ghiaolo adè su mal cielo e ce s’è fatto ‘l nido
uscimo dal lago p’asciugà l’ossa da Dandolino
al cannaccio de le puppete ma la casa de sasse.
E me lì ma la casa de sasse chi ce sarà
ma la casa de Dandolino che nun c’ha la barca
gente de la Sguizzara facce da birbaccione
quelle che del coricone je piaciono l’ale
mastiotte de famije che manco puzzono
che le poe guardà senza metta l’ucello mal fodoro.
E ma ‘sti panze vote che je darà
‘che cosa da bea, ‘che cosa de magnardo
‘na frittata coll’anguilla, ‘n vinello normale
‘l cervelletto d’agnello mal vino del suo
lansagne da tajà co’ la costoliccia e le viarelle
un lepre co’ le funghe e le patate de Morano.
E ma la barca del vino c’annaremo su le scoje avant’a Corrado
a rida su ‘sto cazzo co’ le chiode ma l’occhie
poe ‘l sole sarà venuto su e ce toccarà ariccoja le zucchette
parente de le fiore e de le bardasciotte
padrone de la corda marcia fatta coll’acqua e cor sale
che ce lega e ce porta via ma la strada che va giù pe’ ‘l lago.

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