Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for ottobre 2009

“Della maraviglia” 13 – Il clown è una cosa seria

Posted by sdrammaturgo su 27 ottobre 2009

Antonio Albanese forse più di ogni altro incarna la quintessenza del Comico. In lui vivono le due componenti fondamentali del comico, le stesse che Lina Wertmuller scorge e riconosce al loro massimo grado in Massimo Troisi: il Pulcinella ed il Pierrot, vale a dire la dissacrazione e la malinconia. Ecco perché Antonio Albanese rappresenta il comico al quadrato: egli ha la ferocia e la compassionevole goffaggine di Paolo Villaggio (che tanto piacevano al circense Federico Fellini), l’arguzia delicata e poetica di Massimo Troisi, l’estro pagliaccesco di Antonio Rezza.
Antonio Albanese è, in una parola (la più grande, per un comico), un clown. E’ il clown. La sua è una clownerie moderna, modernissima, che guarda all’antico: riportando il gesto comico alla sua più pura, assoluta, arcaica natura, ne fa strumento di satira contemporanea, di umorismo all’avanguardia. Il suo lavoro minuzioso e colossale sulla fisicità pone il corpo al centro della scena comica. Lavora per sottrazione, togliendo tutto ciò che c’è di troppo o di superfluo nella trovata, nella gag, fino a che l’idea non arriva a coincidere con il semplice gesto corporeo o moto fisico. Procede, insomma, per rarefazione, secondo la più squisita tradizione europea (basti pensare a Beckett ed ai suoi tropi).
Particolarmente esplicativa ed esemplare è la scena ne La fame e la sete in cui, nel ruolo di Pacifico, suona alla porta dell’amata: inquadratura fissa sul volto, nessuna parola, solo espressioni che si susseguono impercettibili nei loro repentini mutamenti e movimenti della testa meccanici e buffoneschi; una manciata di secondi, nulla più; un vero e proprio manuale lampo dell’arte del clown.
In Antonio Albanese il virtuosismo non è vacuo orpello o sfoggio spettacolare di bravura fine a se stesso, ma si fa comunicazione essenziale ed “essenzializzata”, caricandosi di valore narrativo.
Se come autore è grandissimo, eccelso, secondo solo – tra i comici della sua generazione – a Corrado Guzzanti, come attore è probabilmente il migliore, inarrivabile. Nessuno ha la stessa capacità d’interpretazione, la stessa padronanza scenica, la stessa tecnica, la stessa abilità istrionica e soprattutto la stessa versatilità. Nessuno è infatti in grado come lui di calarsi con la medesima bravura in ruoli drammatici e tragici. Si veda a tal proposito Tu ridi dei fratelli Taviani. Si tratta di un film in due episodi tratto da due novelle di Pirandello, in cui i due illustrissimi registi hanno compiuto un’interessantissima e riuscitissima operazione: affidare ruoli tremendamente drammatici a due comici particolarmente “spensierati”, Antonio Albanese e Lello Arena (il quale, ad esempio, interpreta un camorrista shakespeariano, oscuro, grottesco, dilaniato e spaventoso. Una prova mirabile e destabilizzante). Antonio Albanese scandaglia il fondale tragico proprio del Comico, su cui il Comico poggia e di cui il Comico è ad un tempo derivazione ed approfondimento, e riesce con stupefacente maestria ad attingerne riportando il Tragico in superficie pur conservando sempre la componente comica. Una fusione sottile e difficile che riesce solo ai più grandi. La tematizzazione dei due “universali opposti interdipendenti” crea un intreccio che giunge al cuore del segreto dell’identità, dell’Io, dell’Umano, che ne lascia trasparire l’insondabile mistero.
Albanese sa immergersi nel personaggio, plasmarlo a sua immagine ed insieme scomparire. In questo egli è la perfetta controparte dell’altro immenso clown Antonio Rezza: laddove Rezza annulla per demolire, affinché nulla più resti del concetto stesso di personaggio storicamente, tradizionalmente e culturalmente inteso, Albanese cancella per evidenziare. Se i personaggi di Rezza sono marionette inumane, quelli di Albanese sono uomini-burattini; se Rezza mostra l’essere umano come maschera e la maschera come unico essere umano possibile, Albanese offre lo spettacolo di maschere da essere umani e gli esseri umani come congerie di maschere; se Rezza mette in scena l’esistenza come forma informe, Albanese allestisce lo spettacolo delle forme informi dell’esistenza. L’opera di osservazione diventa centrale. Non è un caso se il personaggio di Epifanio, che lancia baci ovunque nelle maniere più fantasiose, gli sia stato ispirato da un clochard parigino.
Realismo e surrealtà, dolore e gioco, si mescolano e si confondono, dialogano e litigano, confliggono e si armonizzano. Quel che resta è il ricordo dolceamaro e sempre caro della performance.
Antonio Albanese conduce l’arte alle sue origini: figlia di meraviglia, madre di stupore. E viceversa e tutt’e due. Ed è dallo stupore e dalla meraviglia che nasce il sapere.
La risata è la vetta più alta della cultura.

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Contra Iaquinta, o del bel calcio e del cattivo

Posted by sdrammaturgo su 20 ottobre 2009

Telecronacami, Musa tosattica,
le gesta incresciose del bufalo
di bianco e di nero bardato,
e ancor l’inspiegabile gloria
e l’onor giammai meritato,
giacché i’ voglio oggi parlare
di quello che niuno s’aspetta;
non da me, che d’uom contro ho fallace
fama. Intendo adunque mostrare
lo Buono, lo Iusto e lo Vero
in ciò che nel Pallon par difettare
appresso a chi el Pallon suol venerare.
Intendo presentare la cagione
poiché si debbe odiar la trista pippa
che d’orso ha le movenze, suino il pie’,
eppur nell’oppenione
pare un’aquila real.

Patrona di sfere, su, spirami:
chi fu a coronare d’alloro
chi arebbe più proprie le rape?
Chi fu a vestire d’azzurro
e a cignere d’oro lo capo
a chi saria equa la paglia
e molto più retto el forcon?
E invece li scettri ei tiene,
e sol par possibile qui.

Ahi maclavellica Italia
per che non conta il com’è et il s’è giusto,
ma bene è il trionfo rubato,
el giubilo infame e meschin.
Stival sanza coscienza, sporco spirto,
la tua peregrina morale
fe’ grande el crucco Oliverio
– che mai toccò palla di pie’ –
e celebra ancor l’inimico
di quella che tèchne è nomata
(per non della classe parlar),
l’Inzago sì goffo e gaglioffo.

Deh, sordo restò el Belpaese
al Sacco, profeta immortal.
Ei certo divide una macchia
col freddo fiammingo Vangallo,
poich’essi non capiro cosa una:
lo schema serve all’uom,
non già l’uomo allo schema.
E non di soli muscoli l’uom vive.
Ma pure è certo el verbo
e delizioso puro
che inascoltato giace,
ma ancor nel petto mio
lo sento rimbombar:
“Vincer non si deve
se convincer non si pote”.

Sì alto documento,
sì nobile e imperial,
potea non ben trovare
né braccia spalancate
né terra a seminar
in chi del giuoco è morte,
in chi del giuoco è mal:
l’italico tifoso,
di lui vo favellando.
Ben strano è costui:
preferirebbe infatti
lo grigio prevalere
della squadra sua del core
che veder dello megliore
lo trionfo reboante.
Tant’è – ch’el cielo me ne scampi –
a chi mi chiede: “Di chi se’?”
i’ rispondo: “Son del giuoco”.

Chi fu, dimando ancora,
allora, o Diva di stadi,
che fe’ di tanta suola
inarrestabil morbo?
Omai peste dilaga
e niuno ferma più.
Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!”
e subito ribatte el defensor: ”
“Macché, l’è bono assai!”.

Ti riconosco i meriti,
meridional muflone:
l’impegno, la passione,
l’indomito trottar,
financo il forte balzo,
financo lo segnar;
ma per chi come te
fu inviso alli celesti
li più pietosi fero
diverse attività:
v’è la corsa campestre, la miniera
od il cantier.
Oppure v’è del pari
ch’io non staria scrivenno
se tu, calàbro brocco,
giocassi nella Spal.

Io so che per exemplo,
al fin d’edificare,
non solo l’architetto,
ma pure el manovale
è all’uopo parimente.
Ma è altrettanto limpido,
lampante e cristallin
che mal giovano zappe
di membra al limitare
in chi arebbe da essere
lo pungolo e lo strale.
E non si dee confondere
li fanti e i cavalieri.

Natura, la matrigna,
t’ha privo del talento:
la colpa non è tua,
ma quale colpa è mia?
Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo,
sì turpe e sanza grazia e sanza dote,
negato con la palla infra li piedi
che pare malferma la sfera,
sovente el rotolante ad inseguir
come fusse leprotto fuggitivo
lo cuoio rotondo e sincer.
Aresti esser negletto
e invece se’ ammirato;
non se’ tu rio,
sed è chi a te s’affida.
Primieramente el Tosco,
vessillo de li patrii somari,
che fe’ del cul stromento
di contro al gran talento
de la genia dei Galli
sì fiera e micidial.

Così or te s’incensa
e ti s’espone al mondo
opposto alli Torresi, alli Runi,
alli Luìs.
E intanto in panca aspetta
l’ermo Rosso, d’ispanica adozione,
e a casa sta el Pugliese
che fe’ Genova magna.
D’altronde lo sapemmo da li tempi
del Codino: l’ingrato Tricolore
non perdona la bravura.

Io non disprezzo te,
segone temerario,
ma questo almen concedi
a me che ti sopporto
e lasciatelo dir:
dacché se’ ben robusto,
va’ pure, scendi in campo,
ma il sia di pumidor.

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“Universi microscopici” 7 – Predatori

Posted by sdrammaturgo su 13 ottobre 2009

Treno Roma Tiburtina-Orte. Sereno pomeriggio autunnale

PENDOLARE Ce stai annà a caccia?

FERROVIERE Sìsì, sempre. E tu?

PENDOLARE Pur’io, pur’io, ce mancherebbe. Se becca?

FERROVIERE Se becca, se becca. Ché poi, pure si nun se becca, io nun so’ come quelli che s’addannano si nun pijano gnente. A me me frega poco

PENDOLARE Ah beh, manco a me, figurate

FERROVIERE Tanto la carne da magnà ce l’ho uguale e tanta

PENDOLARE Ma infatti, ce se va giusto pe’ passatempo

FERROVIERE Do’ sei stato ultimamente?

PENDOLARE Da le parti del Lamone, era pieno de starne

FERROVIERE Ah! Quelle so’ proprio belle. E so’ pure bbone da magnà

PENDOLARE Uno spettacolo, guarda

FERROVIERE Hai preso gnente?

PENDOLARE ‘Na starna, ‘na fagiana femmina e ‘n piccionciaccio.

FERROVIERE T’è annata bene, allora

PENDOLARE Ma me poteva annà pure mejo, si nun me s’era inceppato ‘l fucile

FERROVIERE Ma daje?

PENDOLARE E no? Avevo puntato ‘n’altra starna, te giuro che era le sette meraviglie, bella come ‘l sole, vo a tirà e nun me rimane incastrato ‘l grilletto?

FERROVIERE Ma pensa ‘n po’… Tu che c’hai, ‘l Bettarelli, ve’?

PENDOLARE Eh, e come te sbaji

FERROVIERE Capirai, c’avrei scommesso. Io ce l’avevo, m’è toccato buttallo pe’ la disperazione. Mo’ me so’ fatto ‘l Cicalini. Hai da vede come va… Certe schioppettate…! ‘No spettacolo, proprio

PENDOLARE E che nu’ lo so’? Quello è ‘l mejo. Ce sto a fa’ ‘n pensiero pure io. Ché si ripenso a quella starna… Quanto m’è dispiaciuto, era proprio ‘na bellezza

FERROVIERE Ce credo, ce credo. Succede sempre così. ‘N peccato proprio

PENDOLARE Via, semo arrivati

FERROVIERE Allora se vedemo!

PENDOLARE Te saluto!

FERROVIERE Stamme bene!

PENDOLARE Ciao!
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Appendice – L’acrobatica logica del cacciatore medio

“Stavo passeggiando su un prato fiorito, circondato dalla musica soave della natura vergine. Mi sentivo in armonia con il creato, ebbro del respiro tenue del mondo al suo stato puro e primigenio, quando, dal sentiero che scende morbido verso il torrente mormorante, è apparsa una fanciulla. Impossibile descriverne la bellezza. Era la ragazza più bella che avessi mai visto, una gemma sì rara e preziosa da mozzare il fiato. Il suo volto emanava una luce irraggiante, il suo crine lambito dal vento leggero e la sua pelle di candida seta custodivano il segreto della Vita. Ella era la meraviglia incarnata. Così le ho sparato.
Poi sono andato alla Cappella Sistina. Uno spettacolo unico al mondo che sempre mi emoziona, sempre mi commuove. Poi l’ho fatta saltare in aria: mi serviva qualche calcinaccio per il viottolo del giardino.”

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