Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for aprile 2010

La cicoria ripassata in padella è sopravvalutata

Posted by sdrammaturgo su 28 aprile 2010


Sono convinto che la Champions League sia stata inventata per evitare che la gente si suicidi.
Mi metto nei panni di chi ha una vita assolutamente insoddisfacente, un lavoro malpagato, un ritardo negli studi, una vita sentimentale disastrosa ed ha fallito il fallibile (li ho indossati nel millenovecentottantatré e non li ho ancora tolti). Ecco, in casi come questi (cioè la maggior parte degli individui in ogni parte del mondo) è quantomai logico e razionale chiedersi: “Perché mi ostino a campare? Non sarebbe più opportuna una sapiente impiccagione?”. Ed è lì che interviene la Champions League. Uno infatti pensa: “Ma che mi ammazzo a fare? Mercoledì c’è la Champions, metti che Messi fa un goal dopo una serpentina, che faccio, me lo perdo?”. Una volta giunto il mercoledì di Champions, è naturale conseguenza riflettere: “Beh, ora che ho visto l’andata, non posso certo ammazzarmi e perdermi il ritorno. Metti che poi Sneijder la piazza nell’angolino dalla distanza o pesca Milito con un lancio da trenta metri”. Di partita in partita, il suicidio continua ad essere rimandato: “Sono arrivato fino a qui, non posso perdermi i quarti di finale. E la semifinale?”. E così via. E neanche dopo la finale uno si ammazza, perché si dice: “Beh, tra pochi mesi comincia la nuova edizione della Champions: nuove squadre, nuove formazioni. Magari saltano fuori abbinamenti e partitoni ancor più avvincenti del solito, se mi ammazzo potrei pentirmene. Va bene, posticipo il suicidio alla prossima riforma delle coppe”.
Il campionato non assolve allo stesso scopo: troppo lungo, la noia dei pareggi, il tedio incomparabile di un’interminabile classifica a punti senza eliminazioni…E partite come Chievo-Livorno fanno venir voglia di essere seguite dall’interno dell’abitacolo di un’autovettura deodorato con monossido di carbonio.
Neppure Mondiali ed Europei sono utili in funzione anti-suicidio. Anzi, sono dannosi: tragicamente brevi e solo una volta ogni due anni, uno fa in tempo a dimenticarsene e disperarsi per l’attesa che lo attenderà. Quindi facile che dopo la finale uno si spara una revolverata nelle orecchie (perché sempre nelle tempie? Nelle orecchie sarebbe più originale. Tanto sempre al cervello arriva. Non c’è niente di peggio della banalità nei suicidi). Specie se in finale c’è arrivata la Germania.
Sì, la Champions League è stata una geniale invenzione salvavita in un’ottica economica. Proviamo infatti a pensare cosa accadrebbe con un cospicuo e sacrosanto aumento del numero dei suicidi. Innanzitutto, un brusco e gigantesco calo della manodopera internazionale. Inoltre, quando uno si toglie la vita, lascia sempre qualche amico o parente nella depressione, e si sa che la depressione è la peggior nemica della produttività. Quando uno è depresso lavora poco e male, il suo rendimento non è più lo stesso, non gli interessa più alcunché, dunque consuma anche molto meno.
Senza la Champions League, quindi, ne beneficerebbero solo le lobby dei becchini, degli psichiatri e dei farmacisti, cosa che agli altri industriali proprio non andrebbe giù.
E poi si dice che i calciatori guadagnino troppo…Voglio dire, salvano delle vite umane! Guadagnano anche troppo poco per quello che fanno – quelli bravi, si capisce. Io ad esempio ho imparato a fare il nodo scorsoio la prima volta che ho visto giocare Iaquinta.
Eh sì, senza la Champions League molte persone prenderebbero sicuramente decisioni più sagge.
Che diamine, la vita è una fatica inutile. Non ci vuole Albert Camus per capire che la vita non ha alcun senso (eccetto quella di Hugh Hefner) – mi rendo conto che un cattolico a questo punto avrebbe bisogno di puntualizzare: “Aspetta: cosa intendi per vita? Quando comincia la vita? E quando finisce la vita? L’embrione è vita?”. E’ bene dunque precisare: considero vita quella che va dalla nascita alla prima serata di Rai Uno.
Ritengo che la vita sia solo un ostacolo alla morte. E la morte è la più valida alternativa al lavoro (e per lavoro intendo anche l’amore. Qualcuno obietterà: “Cazzo c’entra???”. Mi spiego: l’amore è la forma più perfetta di lavoro: richiede un impegno costante e quotidiano, non si viene retribuiti ed alla fine si viene puntualmente licenziati).
Secondo me chi teme la morte è perché non ha lavorato abbastanza.
Avete presente quando la mattina suona la sveglia e si pensa: “Uff, quanto vorrei rimanere a letto un altro po’”? Da morto puoi farlo!
Oltretutto, la morte è anche un’ottima scusa per evitare i pranzi con i parenti (per le feste mondane, invece, una paralisi è più che sufficiente: “Sabato sera ci vieni all’aperitivo in quel locale trendy rock? Suona quella band indie inglese dove tutti hanno le frange e sono ben vestiti, si balla tutta la notte, ci sarà da divertirsi, ci siamo proprio tutti!” “Mi spiace, non posso, sono paralizzato”).
E da morto non hai più a che fare con la prima serata di Rai Uno.
E non sono solo i grandi dolori come i lutti, le malattie, la perdita del grande amore, la prima serata di Rai Uno, a rendere insopportabile la vita. La vita è disseminata di una miriade di minuscole immense sofferenze. Penso ad esempio al dramma di chi vorrebbe ballare la salsa ma non il merengue.
Sapete quale sarebbe una vera sciagura? La donna che ti ha lasciato e di cui hai sempre desiderato il ritorno più di qualsiasi altra cosa al mondo che decide di rimettersi con te la sera della finale della Champions League. A quel punto cosa fai? Come ti comporti? Da una parte c’è tutto ciò di cui hai bisogno per star davvero bene, ma dall’altra parte c’è la donna della tua vita! Ah, no, scusate, ho fatto confusione, volevo dire: da una parte c’è tutto ciò di cui hai bisogno per star davvero bene, ma dall’altra parte c’è la finale di Champions League! Panico.
Oppure se, sempre quella donna senza la quale la tua vita è ridotta a mera svogliata sopravvivenza, ti invita inaspettatamente in un pub per chiarirvi e tentare una riconciliazione e, una volta seduto al tavolo tutto trepidante e commosso, ti accorgi con sgomento che sullo schermo alle sue spalle stanno trasmettendo i più bei goal di Fernando Torres. Terrore. Orrore. Inizi a sudare freddo. Ti ripeti tra te e te forsennatamente ed ossessivamente: “No, no, no. Resisti, non farlo, non farlo”. Tu vorresti dedicarti solo a lei, tu vuoi realmente dedicarti solo a lei, dimostrarle che ha, ha sempre avuto e sempre avrà tutta la tua attenzione e tutte le tue attenzioni, perché lei è tutto per te, è il tuo respiro ed il battito del tuo cuore, è la tua alba ed il tuo tramonto, è il tuo principio e la tua fine; ma qualcosa che trascende inesorabilmente la tua volontà e che non puoi combattere in alcun modo per quanto tu possa sforzarti (e lo fai, cerchi di farlo con tutto te stesso) ti spinge fisiologicamente a distrarti dai suoi occhi lucidi di pianto – che pure ti fanno palpitare come non mai – su quella palla scagliata  con potenza e precisione da fuori area che lambisce ossimoricamente delicata l’incrocio dei pali e si insacca meravigliosamente proprio sotto al sette. E proprio mentre lei ti sta urlando addosso che sei rimasto il solito mostro e che ha fatto bene a lasciarti e che non cambierai mai e si alza e ti manda a fanculo e se ne va una volta per tutte, per sempre. Ed ha perfettamente ragione.
Il guaio di nascere uomo è che inscritto nel cromosoma Y hai l’irresistibile impulso di vedere la fine di un’azione. Se un uomo passa con la macchina davanti ad un campetto di periferia dove si sta giocando una partitella senza pretese, piuttosto rischierebbe un incidente stradale pur di non perdersi l’esito dello scambio di passaggi sotto porta in corso.
Mah, comunque, la vita ci pone davanti ogni giorno infiniti interrogativi destinati a restare insoluti. Qualche giorno fa, per esempio, giocando a pallone con due amici in un campetto di quartiere, mi chiedevo: “Perché la gente si fa una famiglia?”.
Cesare Pavese oggi non si ucciderebbe più. Guarderebbe Barcellona-Inter. E prima e dopo penserebbe: “Che vita di merda”. Un po’ anche durante, ma meno.

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“Sonetti del barbiere libertario” 2

Posted by sdrammaturgo su 15 aprile 2010

Il barbiere innamorato
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*

Lo veggo che ‘l monno adè pieno de sorca,
ma che posso fà si me piace una
sola, ch’è bella, ‘ntiliggente, bruna,
simpatica, de porso e pure porca?

Certo, si guardo ‘na fica m’arrazzo,
ma subbito si penso a annà a scopà
le penso co’ lee e nun se pò fà.
E guasa me vorrebbe strappà ‘l cazzo.

Amo una sola e una m’arrapa
e questa me vo’ meno de ‘n curtello
in panza. E nun c’è peggio dolore,

perché al senso de morte nel core
ce se mette pure ‘l mal dell’ucello.
Co’ ‘n’antra ‘n ce vo: è mejo ‘na rapa.

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Comunque, la fica rimane il mio interesse principale

Posted by sdrammaturgo su 10 aprile 2010

Obama spiegato con il calcio

Se un romanista diventa allenatore della Lazio – con il conseguente scopo obbligatorio di far vincere la Lazio – egli si troverà per forza di cose ad agire da laziale.
Per quanto nel proprio intimo egli possa essere romanista sfegatato, è il ruolo in sé ad essere necessariamente laziale.
Che poi – viene da dire – se un romanista sfegatato si impegna ad essere l’allenatore della Lazio, probabilmente così romanista sfegatato non lo era e non lo è mai stato.

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La superiorità dell’essere umano rispetto alle altre specie animali

I topi non hanno fatto la Cappella Sistina, ma non hanno fatto nemmeno la bomba atomica.

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Il Mengele della mutua

Quello che Mengele ha fatto agli ebrei, ogni medico lo ha fatto agli animali quando studiava all’università, vivisezionando criceti per qualche esame utilissimo al progresso scientifico (grazie alla sperimentazione sugli animali, infatti, siamo oggi in grado di sapere che se procuri un’embolia ad un topo, esso avrà un’embolia) ed alla propria formazione da futuro dottore della Asl (che so, metti caso che a qualche paziente venisse voglia di assumere le caratteristiche fisiche e biologiche di un porcellino d’India, il primario sarebbe preparato a curarlo).
E no, questo non riscatta Mengele.

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Houyhnhnm e Yahoo

Il cavallo è la massima espressione di Bellezza. Non vi è altro essere che si avvicini così tanto alla perfezione. Grazia, eleganza, fierezza, potenza, armonia di forme e proporzioni, ardore e mansuetudine, forza e velocità. Niente è più bello di un cavallo che galoppa libero. Nessuna opera d’arte eguaglierà mai la magnificenza del cavallo. Ogni sbuffo, ogni nitrito, sono meraviglia pura, sconvolgente bellezza, Sublime.
Domare un simile ineguagliabile capolavoro della natura, sellarlo, cavalcarlo come se fosse un mezzo di trasporto, un motorino, attaccarlo ad un carretto, vederlo sgroppare su una pista scommettendo sull’esito della gara, è come usare un arazzo fiammingo del XVI secolo come tovaglia.
L’amore per il Bello salverebbe il mondo. Non ci può essere speranza di Etica senza sensibilità per la bellezza. Il Bello viene prima del Giusto, lo supporta, lo guida, lo illumina.

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Questione di percezione

Lessi una volta in un articolo su un prestigioso cuoco: “Dopo dieci anni passati con Vissani, ritorna nel suo piccolo paese dell’entroterra marchigiano per sviluppare una personalissima ‘tradizione contemporanea’, cucinando animali da cortile, pesci di fiume e le verdure del suo orto” (grassetto mio, N.d.A.). “Cucinare animali”. Quella formula mi colpì parecchio e mi fece riflettere su quanto possa essere diversa la percezione delle cose da individuo a individuo e quanto grama sappia essere l’esistenza di alcuni. E’ sbalorditivo infatti pensare che se io e questo cuoco guardiamo lo stesso gruppetto di animali, laddove io vedo lo spettacolo misterioso e meraviglioso della natura che si esprime attraverso una fauna variegata dalle forme stupefacenti facendomi meditare sulla bellezza ed i segreti dell’universo e la sua vita brulicante e sterminata, lui vede un pranzo.

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Il dramma dei non protagonisti

Chissà come deve essersi sentito frustrato il più grande controfagottista della storia.

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L’interrogativo definitivo

Ma i malintenzionati hanno paura degli altri malintenzionati?

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Ristabilire verità scomode

Non c’è menzogna più insopportabile di quando una donna dice che le piace l’uomo che sappia farla ridere.

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Gargarisma d’appendice

Più stupido di un giovane ci sono solo due anziani.

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