Beati i poveri, perché moriranno prima

La scomparsa dei giornaletti porno inguattati ovunque

Posted by sdrammaturgo su 4 maggio 2010


Tempi gloriosi quelli in cui gli usitati luoghi dell’abitudine quotidiana serbavano tesori inestimabili.
Vi fu un evo in cui un vaso, un mattone, una frasca, celavan ben sovente – eppure ognor accolta con sorpresa – inattesa maraviglia senza pari.
Ti recavi al campetto con gli altri ragazzini del quartiere (che non eran proprio amici, magari sodali un poco ostili); il pallone rotolava verso la panchina nella pineta, ti chinavi a recuperarlo e toh, da là sotto spuntava un giornaletto. E solo quel giornaletto lì, fitto d’inconsueti corpi rosa esposti con prepotenza e offerti a novizi sguardi come il più abissale dei segreti in un attimo svelato, aveva il potere e la capacità di interrompere la partita. Bastava lanciarlo in mezzo al campo per far dimenticare l’agonismo forsennato e provocare un parapiglia di preadolescente sconvolgimento. Poiché, come dice il saggio, “cunnus prior semper”. E il saggio sono io.
Dopo un’iniziale ressa, veniva ristabilito un certo ordine: tutti in circolo, la guida carismatica sfogliava le pagine, gli occhi di tutti si riempivano di avida curiosità velata di timorosa inquietudine per quelle fusioni di carni tanto spavalde, tanto adulte. Non venivan trascurate le didascalie, ché anche lì c’era qualcosa di sconosciuto da apprendere.
Camminavi lungo un vialetto costeggiato da un muraglione, notavi un’insolita crepa nel muro, accostavi l’occhio per guardare dentro e toh, c’era un giornaletto; vedevi un mattone fuori posto nella parete esterna di una vecchia rimessa, lo scostavi e toh, c’era un giornaletto; passavi attraverso un intrico di cespugli, mettevi il piede in una pozza fangosa, uno stridente scintillio di colori insoliti attirava il tuo sguardo e toh, era un giornaletto.
C’erano giornaletti disseminati ovunque. Ogni angolo nascosto e trascurato dello spazio fisico delle tue peripezie d’infante poteva celare un giornaletto. Sembravano funghi, tartufi o fiori rari, come se fosse la terra stessa a suscitarli.
Quello dei giornaletti inguattati ovunque resterà sempre il più grande e insondabile mistero della storia umana. Da dove saltavano fuori? Chi infilava quei giornaletti dappertutto? C’era forse una setta segreta di anonimi benefattori che distribuiva giornaletti in cantucci oscuri affinché noialtri pargoli neofiti li ritrovassimo? Se così fosse, avrei da ringraziare un ignoto filantropo meritevole di santificazione. Nessun turbamento, nessuna gioia, nessuno stupore che mi sia capitato e che mi capiterà in tutto il resto della mia vita sarà mai equiparabile infatti a quella volta in cui, dietro al muro diroccato del vecchio cimitero parrocchiale, mi imbattei in Turbo 10000. No, nessuna emozione eguaglierà più quel che provai nel trovar per puro caso, accanto a un masso muschioso, il più gigantesco giornaletto pornografico che si sia mai visto sulla faccia della Terra. Si trattava di una sensazione seconda solo a quando da piccolo venivo portato nel maggior negozio di giocattoli del paese: quel sentirmi circondato da balocchi d’ogni specie, che sembravan quasi dovermi precipitare addosso e travolgermi col peso dell’incanto, quello stordimento in un universo di forme bizzarre che spalancavano un orizzonte sconfinato d’inesplorata fantasia, quel senso di felice smarrimento, naufrago in un oceano di robot e Masters e Cavalieri dello Zodiaco e G.I. Joe e Combattini e castelli e fortezze e guerrieri e palle e frisbee e quant’altro, non sarà mai più superato da alcun orgasmo, alcun amore, niente.
Ecco, era pressappoco questo ciò che provai stringendo tra le mani, persino con un pel di fatica, l’enorme Turbo 10000. Impossibile descrivere il giubilo, l’incredulità, la trepidazione. Era una rivista grossa quanto un volume di un’enciclopedia, un vero dizionario di quella cosa che forse si chiamava sesso, benché la questione non fosse poi così chiara. Centinaia di pagine colme di tette e culi e pratiche inaudite – indicibili! – d’ogni genere. Per di più in un perfetto stato di conservazione. Eh sì, perché spesso, dopo un impavido intervento speleologico per recuperare un giornaletto individuato in chissà quale angusto o impervio cunicolo, bisognava procedere con un accurato lavoro da archeologo, riportando alla luce con perizia certosina le immagini coperte da mesi o anni di stratificazioni argillose. Seguiva non di rado quindi financo un’opera di attenta paleontologia, nel tentativo di ricomporre brandelli de Le Ore Mese al fine di ottenere il mosaico originario.
Si facevano un’aurea reputazione ed eran ricoperti d’ogni onore gli specialisti del ritrovamento dei giornaletti. Già, c’erano persone dotate d’un talento innato e unico: bastava loro andarsene un po’ in giro per fiutare un posto propizio. Sapevano dove cercare e il loro intuito non tradiva mai. E quandanche fosse sopraggiunta una cocente delusione, beh, sarebbe stato un semplice inconveniente del mestiere e l’enorme gratitudine che a loro era dovuta giammai veniva meno.
Era di pubblico dominio chi fosse il migliore su piazza e a lui ci si rivolgeva per il reperimento di materiale pornogiornalettistico. Nessun tombino, nessun canale di scarico gli resistevano: lo vedevi camminare, poi di colpo si fermava; una breve sosta, gli occhi esperti scrutavano l’ambiente circostante; concentrava dunque l’attenzione su una buca, un pozzo, una fossa; era evidente che avesse avvertito una presenza; la sua mano affondava infine nel guano e riemergeva stringendo saldamente il prezioso giornaletto. Vittoria, un altro miracoloso successo, l’ennesimo, a confermare l’eroica fama.
Tutto si perdonava alla figura professionale del cacciatore di giornaletti, dacché egli aveva in mano le chiavi per il paradiso. E doveva anche subire il parassitismo degli sciacalli, che vivevan di pedinamenti e sottraevano alla comunità il frutto del lavoro altrui, tenendo per sé soli quel che sarebbe altrimenti spettato alla mutua social condivisione.
Oh, e che belli erano i giornaletti a fumetti, diamanti rosa in un mare di perle. Le onomatopee che v’eran scritte non eran le a noi note gosh e gulp o mumble mumble o garagasp, bensì le destabilizzanti incul incul incul oppure sbooor.
Come non ricordare quella storiella di Corna vissute in cui la protagonista – d’una sensualità che quasi non pareva disegnata, ma che esistesse davvero, chissà, da qualche parte, nel mondo, ovvero oltre i confini della frazione – si produceva nell’esclamazione: “Go…ah…sborra!”? E non era tanto sborra a destar dubbi e problemi, e neppure il facile ah, quanto piuttosto il go.
E poi… E poi si crebbe e giunse la rete, a intrappolar il gusto del mistero e invischiar l’imberbe pio stupore in una gabbia d’ovvio, ove non più si vola con nonnulla, ma stanchi si sta a terra con il tutto e con il più.
Che fine hanno fatto quei giornaletti che allora s’ascondevano in ogni anfratto come reperti d’una civiltà estinta eppur vegeta e viva? Spariti, scomparsi, inghiottiti dalle sabbie mobili d’una storia frettolosa.
I giornaletti inguattati ovunque non ci son più, se non gelosamente custoditi nella memoria di commosse pippe.

 

 

6 Risposte to “La scomparsa dei giornaletti porno inguattati ovunque”

  1. Sciuscia said

    M’hai fatto scendere una lacrima, ripensando quel giornaletto giapponese a fumetti (“Hentai”, si chiamava, avrei scoperto dopo) trovato infrascato dietro ad un monumento ai caduti lungo la strada provinciale.

    O a quello trovato nascosto dentro una busta di cellophane, espediente contro le precipitazioni atmosferiche, sotto una siepe vicino al fiume. Giurammo che tutti ne avrebbero usufruito, e che nessuno lo avrebbe mai rimosso. Un giorno, dopo mesi, sparì.

  2. Luca said

    Wee hai capito Sciuscià come allunga le mani sui blogger del circondario (e non solo su quelli, a quanto leggo).
    Dai, son felice che si siano incontrati i miei fratelloni.

  3. Gisy said

    Cavoli, hai troppo ragione, io quando avevo 12 anni circa ricordo dei ragazzi della mia età che parlottavano scherzosamente dei posti “imboscati” dove si potevano trovare i giornaletti che allora erano gli squalo, e anche sempre lì vicino preservativi sparsi.
    o si sapeva che il padre di tizio o caio li teneva imboscati.
    io posso dire che delle volte trovavo nella casa di un mio zio gli intrepido e mi parevano sconcissimi, così li leggevo più nascosta che potevo !

    quella era una delle felicità intesa come stupore e pudore dell’impudico…

  4. dott. dulcamara said

    ahahahahah bellissimo articolo: bel souvenir di un fenomeno sociologico. poetica la coclusione.

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