Beati i poveri, perché moriranno prima

Empia ferocia

Posted by sdrammaturgo su 2 settembre 2010

Domenica ventinove luglio del millenovecento paro paro, Gaetano Bresci si levò di buon mattino – invero financo troppo buono – per portare patate al curato.
Avrebbe avuto di che sudare anche al dì di festa, come sempre, essendogli di scarso aiuto il ciuco zoppo. Gli s’era azzoppato tempo addietro su un gradino mal lastricato, e da quel fatal mattone sghembo ch’era stato trabocchetto allo zoccolo svogliato, il pigro somaro aveva preso a far vita d’ospite spesato. E tutti a dirgli (e su tutti il padrone): «Almen ammazzalo e fanne vivande». Ma Gaetano si giustificava dicendo: «Con questo sciagurato, non ci vien bene neppure il capocollo». Ci s’era affezionato, a quel ciuco zoppo, vecchio compagno di salite e lunghe scarpinate. Certo, dura era perdonargli d’averlo abbandonato a solitarie asperità di scalate ancor più amare, ma gli voleva bene, e si limitava a maledirlo tra i denti, bonariamente. Amichevolmente viveva allora con il ciuco zoppo, e mai compagnia gli era stata più gradita. Quando rientrava, vedendolo poltrire e masticare, lo apostrofava: «Eccolo lì, il solito sfaccendato», e via ad inondar di lunghe chiacchierate l’equino interlocutore, a cui narrava la giornata, i dubbi, le facezie, le ambizioni, e poi speranze, disincanti, aspirazioni, e ancor risate e piagnistei e lamentele e infatuazioni.
Il silente sodale ascoltava tutto con attenta indifferenza.
Quel giorno, così simile ad ogni altro, si caricò dunque il sacco in spalla, esitando un poco sull’uscio che ristagnava nell’alba afosa, e, sospirando per farsi forza, cominciò a risalir le vie sassose. Anzi, a scendere e di nuovo arrampicarsi, ché abitava dalla parte opposta. La strada per la Madonna de Idris non era breve (magari non lunga, ma ben rognosa); e poi, benché vi fosse nato, indi cresciuto e mai spostato, per quelle viuzze prive d’ordine e colme di calura (ma tanto belle, riconosceva) continuava di poco in poco a smarrircisi tuttora. Ma al prete piaceva passar lassù le proprie giornate (tanto più ch’era domenica e aveva da dir messa), e così si faceva portar fin lì offerte e libagioni, come se mangiare al santuario potesse in qualche modo santificare anche lui.
Mariarosa – la vicina, ché di moglie non v’era il pericolo – dormiva ancora e non avrebbe perciò potuto ella vegliare sulla sua roba. Poco male, pensò, tanto cose da rubare non ce n’erano.
Gaetano arrancava grondante e grondava arrancando.
Matera, labirinto di pietra e di solitudine, gli fiaccava i passi, facendogli l’anima callosa.
«E quel cialtrone d’un ciuco dannato si starà stancando le ganasce a suon di biada, che il diavolo se lo porti a lavorar sul serio, asino dannato lazzarone e tanghero», sbraitava muto, aggiungendo qualche «pelandrone impunito fellone infingardo».
Dopo un’abbondante gragnuola d’imprecazioni sulla sua vita di stirpe d’Adamo costretta al travaglio per colpe non sue, giunse finalmente sulla soglia della dimora della Vergine – ma più del sacerdote – protettrice del picco roccioso.
«Padre Umberto, le patate», annunciò Gaetano.
«Vien qua, son sul retro», gli arrivò di risposta un’eco di voce.
Il chierico se ne stava seduto all’ombra sul piccolo spiazzo che dava sul monte irto e riarso e giù, sulla ripida valle solcata dal fiumiciattolo, un po’ a preparar l’omelia, un poco a pulire l’agnello, fidandosi delle proprie mani più di quelle della perpetua, la quale aveva il vizio di capar con troppa parsimonia.
Gaetano si sgravò del fardello lasciando cadere il sacco di patate. Padre Umberto ripose la carcassa d’agnello spellata nel catino, si pulì le mani alla buona con il panno che teneva su un ginocchio, poggiò il breviario che aveva sull’altro sopra lo sgabello e si alzò facendosi incontro al foriero di tuberi da contorno.
Brevissimi convenevoli e subito pose attenzione a valutar la merce.
E qui vennero i guai.
«Non è questo il prezzo da fare.»
«Così s’era detto.»
«Son tutte mosce.»
«Non mi par proprio.»
«Ti pago la metà.»
«Non mi par equo.»
«Non ti par, non ti par. Par a me.»
E così procedettero, l’uno a tirar sul prezzo, l’altro a tirar bestemmie.
Fatto che si fu il botta e risposta astioso ed animoso e logorante e logoro e parsa la questione irresolubile, Gaetano si fece petroso, incandescente, pien di spigoli e di erbacce e, sarà stato il caldo, la fatica, i piedi senza requie e mai senza dolore, la rabbia per la sorte infame, la tirchieria del parroco od il pensier del ciuco zoppo, fatto sta che, com’è, come non è, aggarrò il padre Umberto per la veste nera e lo strattonò verso il bordo del terrazzo, che doveva essere ben basso, poiché il prete vorticò nel dirupo.
La tonaca color di tenebra parve quasi scintillare di buio approssimandosi al fondo del crepaccio.
«Dov’è padre Umberto, dove sarà finito il prete», fu tutto un vociare agitato e sommesso della gente venuta alla funzione senza trovarvi il celebrante.
Fu un fungaiolo a ritrovar l’indomani il corpo malconcio del curato.
Gaetano, furono le patate ad incastrarlo. Un po’ per la paura, molto per la fatica, aveva lasciato il sacco addossato all’orlo del precipizio inghiotti-reverendo. E lo strapiombo s’ingoiò pure il buon nome di Gaetano.
Presto, subito, s’iniziò a parlar d’empia ferocia (in codesta maniera la battezzarono le cronache delle gazzette) per chi aveva strappato alla polverosa città il pastore dall’abito lucido, il ministro di Dio, scempiato da sacrilega mano col concorso di sassi puntuti e poco accorti al capitombolar dell’uomo di chiesa.
Nella galera ove venne rinchiuso (non più umida comunque di casa sua), Gaetano venne a sapere che un tale recante il suo stesso nome nonché identico cognome, nel medesimo giorno – benché la sera – aveva ucciso un altro Umberto piuttosto importante.
Tornando anni dopo nella piazza assolata della propria inclemente città (sussistevano comunque dei dubbi, per cui non lo giustiziarono, e gli fu fatta invece regia grazia di parecchi anni di gattabuia), trovò un’epigrafe nuova e già vetusta a campeggiar sulla fatica e sul tufo:

A
UMBERTO I DI SAVOIA
DUE COSE INSIEME – RE BUONO E PRODE GUERRIERO –
DALL’EMPIA FEROCIA ANARCHICA
CRUDELMENTE RAPITO ALLA NAZIONE
CUI PIU’ CHE SOVRANO FU TENERO PADRE
LA GIOVENTU’ STUDIOSA DI MATERA
CON GENEROSO CONCORSO D’OGNI ORDINE DI CITTADINI
CONSACRA QUESTO RICORDO
IL XX SETTEMBRE MCMII

*

Il ciuco, intanto, era morto da un pezzo.

*

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4 Risposte to “Empia ferocia”

  1. Tenente Crimini Morali said

    Bellissimo, però non ho capito la parte finale dell’epigrafe.

  2. Sciuscia said

    Ma si basa su fatti reali?

  3. Risposta cumulativa: la novella è pura finzione e pura invenzione, ispiratami dall’epigrafe finale – riportata pedissequamente – che si trova realmente in Piazza Vittorio Veneto a Matera. Mi ci sono imbattuto mentre passeggiavo da buon turista e, da anarchista qual sono, sono rimasto molto colpito e divertito da quella formula solenne, magniloquente e un po’ risibile (come d’altronde tutta la retorica), “empia ferocia anarchica”. Mi sono sbizzarrito così ad immaginare una possibile e ben poco probabile origine fantasiosa di tale definizione, creando questo personaggio – appartenente alla categoria degli ultimi della Storia, degli estromessi dalla Storia – perfettamente parallelo al caro Bresci e ancor più reietto del prode.

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