Beati i poveri, perché moriranno prima

Il guardone e la sua nemesi

Posted by sdrammaturgo su 4 ottobre 2010

«Ama il prossimo tuo come te stesso», ci è stato insegnato.
Ma tale precetto conserva la propria funzione salvifica
se ad applicarlo è un masochista autolesionista che si detesta?
In verità, in verità vi dico: «Ama il prossimo tuo come una fica.»
*

EDDY KONSEGUENSAH

*

*

Io sono un inguaribile romantico: sul far della sera, mi piace uscire a fare lunghe passeggiate, respirando l’aria tenue del tramonto. E poi in giro a quell’ora si beccano pompe niente male.
Il pompino più commovente a cui mi sia mai capitato di assistere lo vidi alcuni anni fa. Era una calda serata estiva, dal clima insolito: c’erano ventisette gradi, ma sembrava ce ne fossero ventotto. Era già buio e la via era deserta e male illuminata. Lui era appoggiato con la schiena al camion della spazzatura e trasudava ragionierismo fuori forma. Lei, grassoccia e appassionata in ginocchio davanti a lui, una di quelle meretrici per cui mi sono sempre chiesto «che senso ha spenderci dei soldi quando una così brutta è la prima a dartela gratis in qualsiasi discoteca?». Il vento accarezzava i loro volti beati; i corpi vibravano d’ardore, soprattutto le panze; il netturbino sembrava vagamente contrariato. Il mercimonio non attenuava certo il trasporto. L’appagamento a pagamento non è infatti meno appagante per il pagante e, nonostante l’enorme mole di richiesta, concede lo stesso un tot di tempo appagante a pagante. D’altronde lo dice il nome stesso: appagamento, a-pagamento. Non era forse un mercenario l’impavido Giovanni dalle Bande Nere? Ed era per questo meno caparbio in battaglia? E quei due – sì! – si amarono, per un denso quarto d’ora! Oh, quanta intensità, per soli quindici euro! Come faccio a sapere il prezzo? Non mi sono mai piaciute le discoteche.

Sì, sono un guardone. Od un voyeur, quando voglio fare colpo su qualche donna sofisticata e ribelle. Spio le vite altrui, suggo non visto i gemiti degli altri, mi nutro del loro eros. Mi faccio le pippe acquattato in anfratti scomodissimi. Ma ne vale la pena. Oh, se ne vale la pena.
Lo scrittore Ernesto Ferrero sostiene che leggere sia come vivere tante vite. Ecco: osservare gli altri che trombano è come fare tante trombate. Una sola esistenza ci è data, con un numero finito di anni, e dunque un numero finito di trombate. Entrar con gli occhi di soppiatto nelle trombate altrui equivale quindi a respirare un soffio d’infinità. Trombate infinite, il sogno d’ogni essere umano degno di questo nome! Giacché, quante trombate può mai fare una persona nel corso della propria vita? Io pochissime, ma non è questo il punto. Prendiamo un grande seduttore, un uomo famoso: per quante migliaia di conquiste egli riesca ad affastellare, resterà sempre eternamente distante dall’idea di illimitato, e coiti, orgasmi e leccate di vario genere rimarranno sempre costretti entro angusti confini numerici. «Loro sono tante, mentre io sono uno solo!», esclamò una volta un ben saggio tale ammirando sconfortato il torrenziale fluir di femminine forme ad ogni angolo di strada. E’ questo, questo, la gabbia della presenza, che ci imprigiona e ci tiene lontano dall’infinito. La condanna dell’hic et nunc, al qui ed ora, il dover-esserci fisico, l’obbligo di stare in un solo spazio ed in un solo tempo, avendo un unico corpo, mentre sogneremmo un’ubiquità scevra dalla manciata di istanti che ci son concessi, magra, miserrima offerta che ci intrappola come una siepe beffarda. Non è difatti tremendo pensare che non è possibile farsi contemporaneamente un’ebony ed un’asian se abiti a Roccalvecce?
Un guardone sperimenta la sfuggente incommensurabilità dell’assenza, moltiplicazione ad libitum d’una presenza liberata dalla spaziotemporalità. Più semplicemente: un guardone risponde alla sempiterna domanda «come sarebbe trombare con una donna quando lei non tromba con me?» (esperienza che ho invero in parte provato andando a letto con una che non faceva che fissare il poster del proprio elettricista posto sulla parete di fronte). Siamo abituati a concepire l’esistenza altrui solo quando ci sta davanti, ha a che fare con noi, si intreccia con la nostra, con la nostra comunica e si mescola. Quando, insomma, ci ri-guarda. Ma quando noi non ci siamo? Gli altri, continuano ad esserci? E quando noi non scopiamo, chi sta scopando con noi continua a scopare? Questo magari lo sa bene ogni cornuto, ma non è questo il punto. Il guardone saggia invece l’esser lì senza esser-ci. Egli conosce l’altrui svolgersi della vita come se ne facesse parte senza averne relazione alcuna, guarda senz’essere guardato, partecipa senz’essere un partecipante, scruta il banchetto dell’essere, si immerge da lontano, aprendosi un varco, una finestra, sull’infinito, diventandone spettatore dalla piccionaia. Guarda con occhi aperti il mondo che continua ad esserci anche quando chiudiamo gli occhi.
Ergo, un guardone vive tante vite; e, di conseguenza, fa tante trombate, infinite trombate, trombate infinite, sviluppando bicipiti e tendiniti.
Chi l’avrebbe mai detto che si potesse associare tutto ciò ad un po’ di passera, eh?

Divenni un guardone molto piccolo (e lo rimasi, vista la mia bassissima statura). Fu tutto merito (o tutta colpa che sia) della figlia dei miei vicini di casa. Era una ragazza bellissima, elegante, sensuale, straordinariamente aggraziata. Quando usciva in giardino con le sue vesti svolazzanti, mi incantavo a guardarla. Mi ipnotizzava, catturava, rapiva, magnetizzava. Vedere lei era come leggere un romanzo di Ray Bradbury: immaginavi cose che non ti sarebbero mai successe. Ben presto mi feci allora esoso di sempre nuove fantasticherie.
Crescendo, iniziai a sviluppare un particolare sguardo continuamente, costantemente ed incessantemente erotizzato ed erotizzante sulle cose e sul mondo. Cosa che mi ha creato non pochi problemi. Come quella volta in cui andai a trovare un mio cugino al quale era nata una bambina da poche settimane. Vedendo quella candida boccuccia d’infante, gli dissi: «Pensa se rimane così sdentata anche da grande quanto ti diverti!». Non la prese bene. Imparai una grande lezione: mai suggerire l’incesto al padre di una neonata.

Già, la vita del guardone non è affatto semplice. Ore ed ore di sopralluoghi, studio del territorio, pedinamenti, appostamenti per qualche sguardo fugace che talvolta può rivelarsi anche un fallimento. Ad esempio, mi capitò di appostarmi per spiare un’incantevole fanciulla ch’ero sicuro vivesse lì, ed invece sbagliai abitazione ed incappai in una novantenne che si stava spalmando la pomata per le emorroidi. Mi masturbai sforzandomi di immaginare che si trattasse di un’ottantenne.
D’altronde bisogna saper fare di necessità virtù. Conoscevo uno che perse la mano in un incidente, ma grazie al moncherino divenne il mago del fisting.

Il segreto del successo per un guardone risiede nel lavoro di gruppo. Bisogna costituire un pool efficiente per avere risultati garantiti e ridurre al minimo inutili sperperi di energia. Ed è quel che feci insieme ad un drappello di sodali, al fine di centralizzare le informazioni, ottimizzare le attività, eliminare gli sprechi (è per questo che cagliavamo lo sperma e lo davamo ai bambini che morivano di fame). Oh, quanti ricordi mi assalgono ripensando alla mia vecchia squadra! Mi par di rivedere la lunga teoria dei loro volti (che in pratica erano brutti); i lunghi pomeriggi e le interminabili nottate nascosti tra gli arbusti, i cannocchiali piazzati, le mitragliate di scatti; e poi le facce contratte, l’agitazione improvvisa, le fave impugnate; e ancor mi sovviene odor di merluzzo.
Prodi priapei, indefessi vulvodefunti, indomiti onanisti che hanno dato la vita per un ideale, ovvero quello della patria dalla quale proveniamo: la fica. Tutti, in un modo o nell’altro, restiamo intimamente e profondamente legati al luogo natio. La fica ci piace dunque per una questione di nostalgia.
C’era Consuelo, che però era maschio; così maschio da considerare una femminea vezzosità ogni tentativo di igiene personale. Era talmente sporco che allontanava le mosche con le scoregge e, in gita nei paesi islamici, dalle moschee (ci andavamo perché quale prova più stimolante per un virtuoso del voyeurismo di una donna col burqa?). Trionfava sempre nelle gare a chi piscia più vicino, riuscendo a pisciarsi sui testicoli e sul frenulo. Paesano rozzo del Centro Italia, venne ucciso e mangiato da un serial killer cannibale e tutti lo ricordano ora come il Boro Alimentare.
C’erano poi i fratelli Scamuffo, entrambi Giacomo. Abili prestigiatori abbastanza conosciuti nell’ambiente dello spettacolo sia dalla madre che dalla zia, l’uno era in grado di levitare, ma solo tenendo a terra un piede alla volta; l’altro invece lievitava, prendendo cinque o sei chili a settimana.
E come dimenticare Luigino, detto Luigino? Omuncolo passivo e privo di personalità, eppure inflessibile ed inamovibile sul suo forte legame con le tradizioni, era così rigido ed obbediente che evitava di commuoversi a colazione perché gli avevano sempre detto che non bisogna piangere sul latte versato. Riservava così il proprio dolore solo alle confezioni sigillate. Che poi, a ben vedere, anche quel latte era stato necessariamente versato in precedenza, per l’imbottigliamento, prima dell’imbottigliamento, fin dalla mungitura stessa. Ma in fondo la vita è fatta di convenzioni. E quale convenzione più marmorea della convinzione? Raramente ho conosciuto individui più arrapati e perversi di Luigino. Egli scaricava nella sessualità tutte le frustrazioni che si portava dietro fin dal battesimo, quando gli era stato imposto un diminutivo per nome, cosa che aveva compromesso definitivamente e fin dal principio la sua autostima. Quel suffisso sminuente, fardello mal sopportato, gravava sulla sua anima come sempiterna onta, facendolo sentire un uomo destinato a rimanere incompiuto, un mezzo maschio, un omino. E l’unica storia d’amore da lui vissuta non fece che inasprire le sue insicurezze. Poiché cercava infatti un riscatto della propria virilità ostentando un appetito erotico ferino ed insensibile, con un’attenzione morbosa all’anatomia, la sua ragazza, Esposita (la quale faceva la sua porca figura ogni volta che la portava a fare una passeggiata tra i canali di scolo della rete fognaria), non faceva che ripetergli: «Voglio che mi ami soprattutto per la mia interiorità»; e lui rispondeva: «Non temere, dolcezza: io adoro i tuo polmoni e lo sai che ho sempre avuto un debole per il tuo intestino». Lei allora gli diceva «sciocchino», e lui se la prendeva: nemmeno dello sciocco completo, gli dava. Povera Esposita, quante deve averne passate… Ragazza peraltro giovane e molto sfortunata: avrebbe potuto essere una brutta ventenne, ed invece era pure una brutta trentenne. Però l’ho sempre stimata, perché non si è mai nascosta: brutta era e brutta appariva, senza infingimenti, maschere, trucchi, trascurando abbigliamento e valorizzazioni estetiche. Ed è bene che le brutte non si curino, così mettono subito le cose in chiaro e puoi evitarle senza perdere tempo.
Faceva parte della brigata anche Cosimo il Pragmatico, feticista monomaniaco: era così appassionato di vagine con il piercing al clitoride che presto la fica medesima finì per risultargli un elemento di troppo, cosicché trovò la propria perfetta soddisfazione e realizzazione erotica nel leccare chiodi del dodici.
Era esasperante collaborare con Jerry, detto Mauro: non faceva che canticchiare in continuazione Nella vecchia fattorina, entusiasmato dai propri coiti con un’anziana pony express.
Il bello del voyeurismo risiede nel suo essere realmente democratico, interclassista e socialmente trasversale. Tant’è che tra di noi c’era anche un professorone (di cui non farò il nome per riservatezza. Gli altri invece non hanno mai avuto una rispettabilità da proteggere), adesso non ricordo bene di che e di che cosa, ma era uno di quegli accademici famosi in tutto il mondo. A furia di tenere conferenze, ebbe la vita sessuale rovinata, poiché si tirò dietro nella sfera erotica un’abitudine tipica dei discorsi in pubblico. Esordiva infatti in ogni amplesso dichiarando: «Sarò breve», e, essendo un uomo probo dalla irreprensibile onestà, teneva puntualmente fede alla parola data, sia quantitativamente che morfologicamente. Grazie alla sua monumentale cultura e profetica saggezza, seppe regalarci preziosissimi insegnamenti. Uno in particolar modo mi accompagna da anni e mi è stato di grande aiuto in moltissime situazioni: «Niente è peggiore della carta igienica che si sfalda, perché senza accorgertene ti ritrovi a pulirti il culo a mani nude». Ed era per noi una vera Bibbia il suo libello Fica: utopia o trovata pubblicitaria?, di cui vale la pena riportare almeno l’incipit: «Quante volte vi siete sentiti dire : “Andiamo in quel locale, ché c’è la Fica”? Ma che cos’è la Fica, questa sorta di entità astratta che sembra aleggiare sul locale? Cosa si intende in questi casi per Fica? Ci si riferisce forse alla somma di tutte le avventrici avvenenti presenti? Oppure magari alla qualità media delle frequentatrici in genere, comprese le assenti? La questione è più complessa. Il concetto di Fica risulta infatti non riducibile ad un mero insieme numerico di enti. C’è in esso un di più: la Fica appare dunque come un’eccedenza, che rivela altro da sé, l’Altro di sé; una meta ideale a cui tendere, qualcosa di intangibile che tale – in cuor vostro lo sapete – rimarrà. Fatto sta che alla fine in quel locale ci andate di corsa.».
Frequenti querelle si accendevano tra il professore, impenitente epicureo, ed Ercole Santantonio, il Semi-Pio, giovane catechista perennemente in guerra con le proprie pulsioni che partecipava alla nostre sedute con logorante senso di colpa. Le erezioni mettevano a dura prova la sua fervente religiosità, ma, come dice il filosofo Biagio Pasqual, il pene ha le proprie ragioni che cuore e ragione non conoscono. Quantunque peccare lo affliggesse, era in grado di osservare coppiette per ore ed ore consecutive. Era, insomma, un vero osservante. Che strani i giovani cattolici…sbattuti tra la fede e la fica, hanno la fede, poi scoprono la fica e continuano lo stesso ad essere dubbiosi.
Inseparabile amico di Ercole era Stefanuccio l’Invalido. Avevano la stessa età, ma Stefanuccio aveva due anni di meno. Non ci sapeva proprio fare con le donne: per distrarle dal fatto che era zoppo, si metteva le dita nel naso. Una volta attirò una ragazza a vedere la propria collezione di farfalle con la scusa che avrebbero fatto sesso.
Altro elemento pervaso d’irrequietudine era Gusmano. Si trattava di un uomo molto tormentato, dilaniato da un’insanabile conflittualità interiore dovuta all’abuso del suo piatto preferito, le prugne col limone. Ah, Gusmano, caro Gusmano, buon vecchio Gusmano… Non passa giorno in cui non mi chieda che fine abbia fatto. Ed ogni volta mi rispondo che non me ne frega niente.
Devo aggiungere all’elenco dei componenti della truppa il trascurabile Giorgiosvaldo, ma solo di sfuggita, ché di costui m’è rimasto impresso solo il fatto che utilizzava uno shampoo anticrespo, cosa che mi è sempre parsa eccessiva, visto che tutto sommato è stato un buon centravanti.
Ma chi più di tutti mi è rimasto nel cuore è Giuseppe, detto Peppe con immane sforzo d’inventiva. Giuseppe ha sofferto tanto: essendo mortalmente accidioso, si prese una moglie infedele per potersi comodamente appostare in casa propria. Il fatto di essere maniacalmente geloso lo costrinse a sopportare atroci supplizi fino alla fine dei suoi giorni.

Ognuno di noi aveva un settore di specializzazione: chi preferiva spiare le liceali, chi le adultere, chi gli sposini, chi perseguitava le non vedenti, chi derideva le meno abbienti. Io mi concentrai sulle modelle.
Una modella vale di più perché la modella è la fica al quadrato. Viene pagata per essere fica, perché è fica, perché è la Fica; la modella rappresenta l’archetipo a cui ogni fica si rifà. Il suo ruolo sociale, il suo scopo esistenziale, è quello di essere fica. La modella costituisce la Fica in Sé, il noumeno della Fica. Scopare con una modella è come scopare con l’idea platonica di Fica. Di riflesso, osservare una modella nel segreto della propria intimità equivale ad assistere al dischiudersi del mistero della Fica. E poi avere a che fare con una modella offre notevoli vantaggi economici: una modella puoi invitarla a non cenare fuori. «Ti va di uscire a non cenare fuori stasera?» «Volentieri!».
Scelsi le modelle perché sono uno che non si è mai accontentato ed ha sempre cercato l’oltre, il di più, il superamento. Conobbi però un tale che in questo mi sopravanzava nettamente, uno che pensava veramente in grande: non si faceva le modelle, ma direttamente le stiliste. Era così pieno di sé che quando qualcuno bestemmiava si sentiva chiamato in causa.

Ma non è di lui che voglio parlare, quanto piuttosto dell’unica donna che io abbia mai amato. Amato sul serio, intendo, e non solo carezzato con l’immaginazione, rubando di soppiatto istanti della sua vita. Perché, sì, ad un guardone non è preclusa la possibilità di innamorarsi ed essere amato, di abbandonarsi a passioni carnali e non di solo pensiero, di solo intelletto; ardori condivisi, ricambiati; non solo smanettate quindi, ma pippe accessoriate con l’ausilio di corpi femminili esterni a disposizione dell’operante. No: con Luisa vissi un’intensa, reale, storia d’amore.
A me sono sempre piaciute le donne lisce lisce, completamente glabre anche…lì. Principalmente lì. E’ per questo che sono sempre andato a rimorchiare nei reparti di oncologia. Fu nella sezione Chemio vana che la incontrai. O meglio, mi ci imbattei: affinché si possa parlare di incontro tra due persone, è necessario infatti che entrambe siano in grado di muoversi l’una verso l’altra.
Rimembro ancora con lancinante dolore il giorno della sua dipartita. Era ormai agonizzante, i medici la stavano portando via, io scoppiai a piangere e non la smettevo di ripetere al dottore: «La prego, me la faccia scopare ancora una volta!». Deh, Luisa mia adorata, quanto fosti sventurata! Non tanto per il cancro, quanto perché ti chiamavi Luisa.
Poi venne un angelo e la portò via (Angelo Fabuozzi, il becchino). Ed io tornai alle seghe, sopraffatto dalla falegnameria.

Un guardone dedica l’intera vita al voyeurismo, ad esso la immola ed intorno ad esso la plasma. Inizia a frequentare solo posti e persone che possano essere utili alla sua deliziosa croce, organizza il proprio tempo secondo i ritmi di pussywatching, opera scelte fondamentali in base all’efficacia che potrebbero avere sulla sua attività: dove vivere, con chi, dove lavorare. E’ la sete di conoscenza che spinge a fare tutto ciò. La sete di conoscenza e la fame di fregna, chiaro.
Si imparano un mucchio di cose facendo il guardone, specie sul mondo femminile. Ad esempio, io ho capito che l’attrazione che le donne provano verso i musicisti è sopravvalutata. Una volta infatti beccai una ragazza che aveva sedotto un violinista, del quale si era furentemente invaghita. Uno pensa per il talento, certo. Ebbene, sbirciando una loro seduta di compenetrazione sensoriale (una trombata, sì), la sentii esclamare: «Sì, scopami come se suonassi un violino! O volendo anche un tamburo». Ed ho capito anche che le donne tengono al bell’aspetto per attirare più sguardi possibile al fine di stanare quello che resta indifferente e le ignora. Come essere contenti di cucinare per un’anoressica. Bah.
Ad ogni modo, la volontà di sapere che muove ed agita prepotentemente ogni guardone mi ha spinto pertanto a prendere questa casa in cui mi trovo ora. Mi sono stabilito proprio qui perché dirimpetto abita una ragazza dal corpo che a prima vista sembra essere fantastico, la quale suole cambiarsi molto spesso nei pressi della finestra che tiene quasi sempre spalancata. Una discreta botta di culo, in effetti. L’ho scorta subito appena sono venuto a vedere l’appartamento e – ovvio – ho firmato immediatamente il contratto d’acquisto. Non l’ho ancora veduta in viso, ma spero che questa sia la volta buona. La sto guardonando proprio in questo preciso momento, munito del mio fido binocolo. Benissimo, si è spogliata ed è tutta nuda. Comincio ad esplorare le sue forme come si deve risalendo dai piedi, soffermandomi porzione per porzione. Oh, sì…splendida…ha le gambe di Nicole Kidman…uau, il sedere di Charlize Theron…mmm, il ventre di Jessica Alba…cielo, il seno di Jennifer Connelly…le labbra di Angelina Jolie…gli occhi di Marty Feld…Argh!

7 Risposte to “Il guardone e la sua nemesi”

  1. Boro alimentare.
    Che posso di re se non “gustosa”?

  2. ahahah gustatissimo anche questo testo. ci sei entrato dentro (al guardone)

  3. Rita said

    I tuoi scritti dovrebbero essere disponibili in ogni farmacia che si rispetti: al posto del Prozac ;-)

    Detto questo, ciò che mi piace è che, sotto sotto, parli di argomenti serissimi. E vorrei saper farlo io, con la tua leggerezza (che non è superficialità, al contrario, è essenza che si è liberata dal fardello).

    A Roma in questi giorni c’è la mostra dei preraffaelliti (Galleria Nazionale d’Arte Moderna): se vai, troverai anche una scultura – ahimé non ricordo il nome dell’artista – che si chiama “Tragedia e commedia” o qualcosa di simile… perdona l’imprecisione ma ho poca memoria e su internet al momento non ho tempo di cercare.
    Ecco, se dovessi trovare un’immagine per i tuoi scritti, sarebbe quella scultura. O almeno per quello che ho letto fin qui.

    Non è da tutti riuscire a rendere la condanna dell’hic et nunc attraverso l’impossibilità a soddisfare la bramosia di scopare (o guardare) più donne possibili. Quello che voglio dire è che, attraverso quest’uso dissacrante che fai di un argomento tanto serio, poi ne sveli e metti a nudo ancor più la gravità. E, personalmente, apprezzo moltissimo.

    Potrei dire tante altre cose, di altri passaggi, ad esempio… magari un’altra volta ;-)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: