Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for dicembre 2010

Amori marginali

Posted by sdrammaturgo su 23 dicembre 2010

Quel che accadde, accadde. Le tautologie sanno essere molto suggestive.
Quella notte (poiché la notte è ancor più suggestiva) avrebbe cambiato i loro cuori per sempre. Tranne ad Oreno Pompetta, gravemente cardiopatico, in attesa di trapianto, ma molto sfortunato.
Ognuno di loro, disperso in un angolo diverso della città, stava andando ad incontrare il proprio destino.

Oreno Pompetta passeggiava dalle parti del cimitero. Avvertì la sensazione di un’atmosfera presaga, ma, non conoscendo il significato della parola presaga, non vi badò.

Altrove, da qualche altra parte, chissà quale, Mario e basta stava uscendo di casa, infastidito dal fatto che nessuno prendesse mai in considerazione il suo cognome. Salì in sella al motorino, che però gli era stato rubato la sera prima, e partì. Percorso che ebbe un paio di chilometri, si accorse che stava andando a piedi e prese coscienza del furto, non riuscendo tuttavia a perdonarsi d’essersi reso ridicolo camminando per tutto quel tempo con il casco in testa.
Anche Delia era uscita a piedi, ma in automobile, procedendo nella direzione di Mario, fiera come sempre del suo nome aristocratico. Vedendo Mario in difficoltà, gli si accostò.
“Hai il motorino che ti perde l’olio”.
D’altronde non poteva sapere che glielo avevano rubato la sera prima.
“Grazie, non me ne ero accorto. Sai, è che sono a piedi”
“Anche io. Serve un passaggio?”
Si stupì di essersi dimostrata così disponibile nei confronti di uno sconosciuto, ma lo sguardo di lui l’aveva resa inusualmente fiduciosa e prodiga.
Anche Mario fu sorpreso, ma colse al volo l’occasione.
“Volentieri, grazie davvero”.
“Di nulla, ci mancherebbero. Così facciamo due passi insieme”.
E ripartirono, l’uno accanto all’altro nell’autovettura.

Intanto, Bruno era biondo e Jessica suonava l’arpa in un complesso di ottoni.
Lei era bella come un notturno di Chopin, lui era brutto come Chopin.
Nonostante ciò, stavano facendo l’amore. Cosa non facile, mentre si suona l’arpa in un complesso di ottoni e soprattutto mentre si è biondi.
La sala era gremita, ma vuota, in quel fumoso jazz club, il preferito dagli oncologi, che non ci mettevano piede.
Lui era un edonista di polso, lei era solita parlare troppo ed a sproposito.
“Tieni a frenulo la lingua”, le disse bramoso.
Ella eseguì.
Tanto, di loro, a chi importava?
Ed a loro, cosa importava? Tanto più che gli scambi commerciali internazionali erano in netto calo.

Ogni volta che passava un’ambulanza in sirena, Nino si sentiva chiamato in causa.
Era uno strano misto di paranoia e megalomania, Nino. Per questo Susanna non ne voleva sapere di lui. O almeno questo Nino preferiva credere, piuttosto che riconoscerne la gelida indifferenza. Ma la verità, agra come…come…agra come… va be’, qualcosa di agro, insomma, era che lei non si accorgeva affatto di lui.
E sì che Nino si era già trovato costretto ad ammettere il totale disinteresse di lei. Come quella volta in cui gli era passata davanti senza minimamente notarlo, lui l’aveva salutata e Susanna, come leggermente scossa da un tenue torpore, si era giustificata dicendo: “Scusami, non ti avevo visto, eri coperto da una zanzara”.
Ma lui l’amava, con tutta la forza del proprio testosterone.
Nino, ch’era d’animo gentile e di cultura raffinata, l’aveva conosciuta in quel vero tempio dell’interclassismo che è la palestra.
Era rimasto subito colpito da quell’esile sorriso un poco rozzo e delicato insieme. Così diversa da lui, con quei modi da separatismo di banlieue che ne rivelavano le indubbie radici torpignattariche, pure aveva una leggiadria di silfide nostrana.
Non poteva sopportare che l’istruttore, con la sua aria di periferia redenta, fosse riuscito a far breccia nel cuore della ninfa plebea tramite stratagemmi tanto vetusti: la baldanza strisciante, il mellifluo sfoggio di galanteria codificata, la possanza tracotante con gli altri e sdolcinata con lei, il ginocchio appoggiato sul gomito per assumer la posa del seduttore anni ottanta. Oh, quanto anacronismo era costretto a subire l’indifeso Nino!
Qualche amico gli aveva consigliato di mandarle dei fiori, ma probabilmente lei, fanciulla graziosa dall’animo rude, avrebbe preferito la marmitta dalla Golf Gt. E lui di motori non capiva alcunché. E si meravigliava di come l’argomento potesse ricorrere talvolta per qualche puro caso d’esigenza narrativa.
Decise allora di puntar sul sincretismo: avrebbe coniugato il suo gusto letterario e la sua passionalità discreta a metodi giovanilistici di gran consumo che lei avrebbe certamente recepito come famigliari. Comprò così della vernice spray affinché l’amata potesse leggere sull’asfalto lo sconfinato ardore che gli bruciava petto e scroto.
Certo, la sua nota prolissità era un problema. Quella notte cominciò a scrivere sul marciapiede di fronte al portone di Susanna e, giunto che fu allo svincolo autostradale, si bloccò alla millesettantaquattresima egloga.

Oreno masticava amaro, aduso com’era a sgranocchiare ravanelli.

Mario era piacevolmente stupito dalla serena e spavalda iniziativa di Delia. Chiacchierarono a lungo, del più e del meno, scoprendo il comune interesse per la matematica di base; parlarono di tutto, di come fosse un aggettivo o pronome indefinito davvero interessante e polivalente.
Conversando così piacevolmente con lei, Mario si era dimenticato i propri impegni ed il motivo per cui era uscito. La vecchia zia inferma, che lo aveva chiamato per essere risollevata poiché era caduta dalla carrozzella mentre stava preparando da mangiare, si arrangiò in qualche modo, ma saltò la cena.
Giunsero davanti casa di Delia, privi della zia di Mario.
“Sali?”, chiese Delia, che abitava al seminterrato.
Mario accettò e salì scendendo le scale, sentendosi piuttosto innovativo.
“Bello, quassù”, fece Mario.
“Bevi qualcosa?”, fece Delia.
“Sì, solitamente bevo qualcosa”. Era infatti sua abitudine idratarsi quotidianamente.
Il colpo di fulmine esiste. Per questo è sconsigliato fare il bagno durante un temporale.
Si baciarono. Travolti da vicendevole desiderio, in un attimo si ritrovarono nudi sul letto, dove fusero i loro corpi a guisa di ovino.

Nel frattempo, Nino aveva scoperto che gli autotreni non apprezzano l’endecasillabo.

“Sai, mi ricordi Chopin”, disse Jessica all’insicuro Bruno.
Jessica infieriva sempre. Poteva ridurre a brandelli un brano.
Mentre si ricomponeva, senza alcuna timidezza per la propria protesi alla gamba destra, aggiunse:
“Bevi qualcosa?”.
“Una stampante, grazie”.
Bruno, nonostante la propria turpitudine estetica e l’estrazione sociale nana, era riuscito a conquistare quella donna splendida ed elegante. Si sentiva come un soldato che avesse tenuto sotto assedio da solo la città di Costantinopoli.
Fu forse per questo che Jessica gli aveva rovesciato dell’olio bollente addosso.
Sfigurato ma felice, la guardò ammirato e quasi incredulo un’ultima volta. Jessica ricambiò con l’intensità che gli era propria.
E Bruno, che faceva il camionista, la baciò con tutto l’autotrasporto di cui era capace.
Si salutarono.

Quando venne dimesso dall’ospedale, Nino uscì con Susanna, l’istruttore ci entrò.
Bruno e Jessica non si videro mai più.
Mario e Delia si sposarono.
Oreno morì.
Andò peggio a Mario e Delia.

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Gli schiavi manifestano per avere una catena più colorata

Posted by sdrammaturgo su 22 dicembre 2010

“Sì! Rivendico voglio pretendo il diritto ad essere segregato in una stanza cinque ore al giorno sei giorni a settimana insieme ad una ventina di sconosciuti con cui non ho scelto di stare ed alzarmi in piedi quando entra il mio superiore al quale devo chiedere il permesso per andare al cesso utilizzando la terza persona femminile singolare in segno di sottomissione ed il quale come se fossi una pignatta da concorso alla fiera dei recipienti di cui valutare la capienza giudicherà numericamente il risultato dei miei sforzi aggiuntivi pomeridiani compiuti per ottenere un eccellente livello di apprendimento dei programmi ministeriali selezionati da quelli che comandano i quali hanno stabilito cosa devo conoscere e cosa no e soprattutto come in base al pensiero dominante in modo tale che forte di ore ed ore di studio che mi avranno ben distinto dagli altri miei simili potrò accedere ad un’istruzione di più alto livello e dopo essermi lasciato orgogliosamente indottrinare dallo Stato ed aver dimostrato di aver imparato ed assorbito i valori di gerarchia obbedienza competizione e produttività mi sarà rilasciato un regolare documento dove sarà attestata la mia piena accettazione del Potere e sarà segnato il grado della mia qualità di strumento da lavoro cosicché forte del mio sapere specialistico universitario settorializzato ed ottimizzato potrò divenire un efficiente ingranaggio della catena di montaggio civile capitalista neoliberista facendomi il culo otto ore al giorno cinque o sei giorni a settimana dodici mesi all’anno tranne quindici giorni ad agosto per quarant’anni al fine di finanziare la vasca idromassaggio del mio datore il quale ripagherà i miei sforzi permettendomi di nutrirmi e legarmi ad una donna con la quale fonderò un nuovo nucleo base di controllo sociale e genererò futura manodopera poiché il cittadino maturo è quello che asseconda il corso degli eventi coercitivamente indirizzati ritenendosi al contempo indipendente e se sarò molto bravo potrò diventare sfruttatore a mia volta e questa più elevata posizione mi permetterà di godere di una proprietà privata più cospicua che proteggerò ed amplierò alzandomi presto la mattina per tutta la vita e lavorando sodo per la produzione di oggetti o servizi privi di una reale utilità ma fondamentali a far girare denaro in tondo che consentirà la conservazione dei rapporti di forza tra padrone e schiavo ed alla fine potrò permettermi una tomba bellissima perché la cultura dell’establishment mi rende libero!”.

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Vuoi questo diritto? Non c’è bisogno che tu vada a manifestare: ti cedo volentieri il mio.
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Un fallito contemporaneo, 4

Posted by sdrammaturgo su 19 dicembre 2010

Capitolato Quarto

Io magari fosse un altro. Il guaio è che io è proprio io

nel quale il Nostro si accomiata senza meno e neppure senza più, per e diviso e, bastonato dalla vita, cessa le proprie elucubrazioni mancando di pervenire a conclusion veruna, ma si accorge che nel corso del proprio itinerario speculativo ha discoverto qualcosa di quantomai importante, ovverossia di aver davvero un’anima, che però è un cesso ed ha pure l’ernia, e, prima di tacere, porge in dono al paziente lettore una postrema osservazione: a ben vedere, Pietro Pacciani poteva usare realisticamente la scusa della collezione di farfalle.

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Va bene, lo ammetto: la amo ancora. Stavamo così bene, insieme… Specie quando io non c’ero.
Ho imparato una cosa: quando la vita ti sorride, ti sta prendendo per il culo.
Ma non bisogna essere egoisti nella disperazione. Quando ci sembra che ci stia andando tutto storto (e, di fatto, ci sta andando), dobbiamo pensare ai nostri cari che stanno bene, alle persone cui più teniamo che magari invece stanno vivendo un momento molto positivo, e rallegrarci di ciò. Ad esempio, chissà come dev’essere felice in questo momento la donna che amo mentre qualcuno la starà scopando. Mi sento già meglio.
Detesto essere tornato single pure per un fatto di cura della mia persona. Quello dei single è infatti un dramma anche igienico: un single non avrà mai la schiena pulita.

E’ che tutto ciò che mi circonda mi appare troppo, smisuratamente, prepotentemente illogico. Volete un esempio pratico ed emblematico dell’illogicità imperante? I concorsi di bellezza. Perché così tante ragazze si prestano ad una martoriante sequela di interviste, giochini, sfilate umilianti per entrare nel mondo dello spettacolo quando poi dovranno comunque concedere un’impeccabile fellatio ad un produttore dall’inequivocabile panza? Non sarebbe più saggio saltare un passaggio?
Peraltro, che so, prendiamo Miss Italia. Chi partecipa a Miss Italia è perlopiù una giovanissima di provincia, generalmente la più ambita del paese, che non ha ancora terminato le scuole superiori. E con chi altri costei deve aver giaciuto se non con il bulletto dell’istituto? Di conseguenza, da qualche parte c’è qualche futuro carrozziere che vive di rendita al baretto vantandosi di essere stato con la seconda classificata a Miss Italia.
E non posso neppure accettare che nessuno abbia mai rilevato l’assurdità di chiamarsi Emiliano. Voglio dire, è come chiamarsi Ligure. “Piacere, Triestino Brambilla”. Bah.

Eppure mi basterebbe così poco per essere felice…
Mi basterebbe che legalizzassero la marijuana, così finirebbe il reggae.
Mi basterebbe che venissero abolite tutte le insegne dei ristoranti o delle mense in cui c’è scritto: “Menù a scelta”. Ma dove si è mai visto un menù imposto?
Mi basterebbe diventare il sogno erotico di una ballerina burlesque qualunque – ebbene sì, anche io sono vittima dell’inflazionatissimo fenomeno del burlesque. Ma il segreto del successo del burlesque risiede nella semplicità geniale alla base dell’idea: fica vestita da fica.
Mi basterebbe persino avere un lavoro decente. E la mia voglia di lavorare è pari alla voglia di campare di Cesare Pavese.
In questo periodo, la settorializzazione del lavoro è davvero spietata. Una volta ho trovato lavoro come arrotino ma non ombrellaio.
Ma non posso lamentarmi, o almeno non più del dovuto, giacché, a onor del vero, c’è da dire che ultimamente ho trovato un buon impiego da libero professionista, un mestiere perfettamente ritagliato sulla mia persona: Dispensatore di Soddisfazioni Tramite Confronto.
Ma, siccome sotto sotto sono un pezzo di pane, il mio obiettivo è quello di rendermi utile per gli altri, aiutare le persone in difficoltà, offrire un supporto a chi ne ha davvero bisogno. Per questo sogno di istituire il primo Corso per la Gestione delle Reazioni alle Battute Orrende.
Ho anche proposto l’idea della telecronaca con commento tecnico per amplessi di megalomani e pare che alcune aziende siano interessate al brevetto.
E, visto che oggi ricorre l’ennesimo anniversario del mio mesto genetliaco, sto cercando di insidiare il record detenuto da un orfano bielorusso per il minor numero di auguri ricevuti per il compleanno. Quest’anno ci sono andato vicino, ma l’anno prossimo posso seriamente concorrere per l’oro.

Come si fa a sopportare di vivere sapendo che ad ogni mia pippa corrispondono tre modelle per il cantante dei Maroon 5? E’ immorale leccare la fica di una supermodel quando hai la voce di Alvin Superstar. Dovrebbe essere proibito, che diamine.
Qualche giorno fa, invece, mentre mi intrattenevo con un atto d’onanismo spiccatamente mesto, pensavo: “Ha scopato più donne Pierre Woodman dal basso della sua panza in sole due pagine di Xvideos che io in tutta la mia vita”.
Ma guai a voltolarsi nello scoramento. Meglio pensare a chi sta peggio. Nietzsche, per esempio. Povero Nietzsche: ha fatto scopare tanta gente e lui non ha mai scopato. Eh sì, perché, se vuoi rimorchiare qualche avvenente studentessa con velleità intellettuali, le butti là una citazione di Nietzsche e sei già a metà strada.
Voglio andare in controtendenza: basta con la facile seduzione di “ci vuole il caos dentro per partorire una stella danzante” a cui nessuna resiste. Troppo comodo fare leva su frasi così suggestive. Da adesso in poi alle ragazze voglio citare Heisenberg. “Mentre il principio di indeterminazione si applica alla misura di x e della componente della quantità di moto lungo x, questo non si applica alla misura contemporanea di x e di Py (dato che [x, Py]=0)” “Te la do”.
Non che la mia vita sia totalmente priva di soddisfazioni, sia chiaro. Pensate, una volta volevano addirittura propormi come condomino del mese. Ed io non sono mai stato neppure il me stesso del giorno!
Forse la mia sfortuna risiede nell’essere nato negli anni ’80. E si sa: gli anni ’80 sono stati così brutti che neppure i sex symbol erano belli.
Nonostante tutto, poteva andarmi peggio. Potevo chiamarmi Gioacchino.
Beh, chiudo qui queste mie tediose lagnanze frastagliate e cogitabonde, incollate tra di loro senz’ordine ed un poco a caso. Vi ho già annoiato abbastanza ed ho alcune faccende da sbrigare: non vorrei che se venisse il mio usuraio trovasse la casa in disordine.

Vi porgo sicché i più cordogliali saluti.

Vostro in usufrutto,

Amilcare.

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Un fallito contemporaneo, 3

Posted by sdrammaturgo su 18 dicembre 2010

Capitolato Terzo

Se non son belle le rose senza spine, figuriamoci le spine senza rose

ove si affronta l’amara verità a viso aperto e non ci si stupisce di conseguenza se da essa si è preso in pieno uno sganassone, e apprendesi preziosa lezione: pugilatore che tien la guardia bassa divien spavaldo malato di Parkinson.
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La posizione sociale è tutto. Se non sei nessuno, non eserciti alcuna attrattiva (ne sa qualcosa l’Uomo Invisibile). Un esempio? Le donne del mondo dello spettacolo. Potrebbero avere chiunque e guarda caso stanno sempre con uomini importanti. “E’ normale, frequentiamo lo stesso ambiente. Per me non ha mai contato nulla il fatto che fosse un regista influente. Mi ha colpito perché è una persona affascinante”. Oh, incredibile: il tecnico delle luci non è mai affascinante.
Una donna non si chiede: “Chi mi piace?”, bensì: “Chi mi deve piacere?”, giacché una donna patisce particolarmente la pressione sociale e subisce una spasmodica ansia di accettazione nel consorzio umano. E’ per questo che non bada tanto all’individuo in sé, quanto a ciò che esso rappresenta, alla maniera in cui viene percepito dagli altri, a quello che gli ruota intorno. Per piacere ad una donna è sufficiente dunque piacere ad altre tre di sua conoscenza. E’ quindi un vero guaio se non piaci neppure ad una quarta di cui lei ignora l’esistenza.
Oggi come oggi (altrimenti, come cos’altro potrebbe essere oggi?) non potrebbe più esistere una coppia Otello e Desdemona, perché lui farebbe il salumiere (o, nella migliore delle ipotesi, il fruttivendolo) e lei sarebbe la figlia di un accademico della Crusca e di un soprano (per inciso: sono molto solidale con le cantanti soprano, perché sono destinate ad essere fotografate sempre in posa da pompino).
E l’atmosfera, la possibilità di sognare cinematograficamente (pur godendo di tutte le certezze del caso – il famigerato uomo che “dà sicurezza”), sono tutto per una donna.
Una donna si fidanza per poter avere a che fare con tutto quello che gira attorno al fidanzamento. Il fidanzato non è il fine, ma il mezzo. Non è la persona la cosa principale: l’obiettivo vero sono i bigliettini e le telefonate. L’amore è una strategia di mercato della Vodafone.
Lo stesso vale per la famiglia: non si fa una famiglia per stare con una persona: si sta con una persona per fare una famiglia. Di conseguenza, un uomo vale l’altro. E a questo punto mi chiedo: perché, quando ci sono di mezzo io, vale sempre l’altro?!
Avete mai notato? A tavola, gli uomini vanno pazzi per primi e secondi piatti, mentre le donne preferiscono antipasto e contorno. E’ un dato di fatto: se un uomo ed una donna fanno sesso su una collina, all’uomo piace la donna, alla donna piace la collina.
Io non sono bravo a fare il fidanzato. Bisogna nascere con la dote. C’è chi nasce bravo a giocare a calcio, chi nasce con il pollice verde, chi è portato per la musica, chi sa fare bene il fidanzato. Io no. Nessuna delle quattro.
E poi, ammettiamolo: il fidanzato serve per riempire il tempo alle donne prive di interessi e la fidanzata serve come approvvigionamento sessuale agli uomini privi di fica.
Una relazione si configura pertanto come un’alternativa ai corsi di salsa e merengue da un lato ed un abbonamento in Vulva Sud dall’altro. Vita di coppia, famiglia, figli, sono stati inventati per offrire un argomento di conversazione alle persone molto noiose. Compreso questo, la concezione dell’amore si ridimensiona considerevolmente. Ma conserva intatto il fastidio che ne deriva.
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Allora mi sono iscritto in palestra. “Così miglioro il mio aspetto ed intanto non vengo sopraffatto dai pensieri”, mi sono detto. Ma ogni volta che sono in palestra penso: “Tutta questa fatica e non sono neppure il più bello del mio condominio”. E sotto i pesi non faccio che sperare che cambino i canoni estetici. Sarebbe una notevole facilitazione esistenziale trovare Aldo Fabrizi sulla copertina di Men’s Health.
C’è da aggiungere anche che niente è più vano e financo deleterio della palestra nei rapporti con l’altro sesso. Mi spiego: legata in qualche modo al codificato imperativo raffaellesco-castiglioniano della sprezzatura, la donna esige che sia evidente la bellezza ma resti ben nascosto lo sforzo per ottenerla; se vai in palestra non sei quindi altro che uno fondamentalmente brutto che tenta con impaccio di migliorarsi (peraltro invano); inoltre, se mostri di essere particolarmente attento alla forma fisica ed all’aspetto esteriore, lei entrerà nel panico poiché penserà che tu giudicherai con severità ogni suo minimo difetto estetico e ciò le getterà addosso un’inammissibile insicurezza che non potrà accettare; se però non ti curi e ti inflaccidisci, lei perderà ogni residuo di attrazione nei tuoi confronti perché non ci tieni e non la attiri più sessualmente; la pretesa di una donna è pertanto che un uomo sia geneticamente bello ma non vi badi granché e si senta perciò libero di ingozzarsi e non praticare mai del moto senza che ciò intacchi in alcun modo i suoi addominali scolpiti, essendo essi protetti da imperitura incorruttibilità concessa per divin miracolo.
Eh sì, le sofferenze mi inseguono pure lì. Anche perché è cominciato un corso di danza del ventre. Chi l’avrebbe mai detto che ci si potesse arrapare pure con la musica del kebabbaro? “Non ti meritano: quelle hanno di sicuro un cervello piccolo così”, mi ha detto un amico per consolarmi. Ho capito, ma hanno pure due tette grandi così.
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Ma sapete qual è la mia vera sciagura? Sono basso. O meglio, sono stato sfortunato a nascere nel periodo storico sbagliato in cui l’altezza media mi penalizza. Col mio metro e sessantanove, nel 1902 sarei stato uno stangone. Se voglio rimorchiare, quando mi chiedono quanto sono alto, mi trovo costretto a mentire dicendo 1.70. E’ come al supermercato, quando si legge 4.99 invece che 5 euro sul prezzo di una confezione. Quel misero centesimo ti convince che stai facendo un affarone, che il prezzo sia nettamente più basso. Allo stesso modo, un solo centimetro fa la differenza tra l’essere accettato come partner sessuale o l’essere rifiutato. Una donna associa la decina del metro e sessanta alla misura femminile, quindi niente da fare. Da quella del settanta in su, invece, si tranquillizza. L’amore è una questione di marketing.
Fateci caso: ogni volta che si domanda ad una donna “Come dev’essere il tuo uomo ideale?”, lei risponde puntualmente: “Dunque…dunque: alto, poi…”. Capite? Ognuna menziona sempre “alto” come prima caratteristica, la nomina sempre al primo posto dell’elenco delle qualità fondamentali! Non già “bello”, non “intelligente”, nemmeno “ricco”, tantomeno “dotato” o “affascinante”. No! “Alto”. A parte quando mente e dice che l’importante è che sappia farla ridere, ma va be’ – anche se riguardo a questo vige storicamente un grosso equivoco. Dipende infatti cosa si intende per “deve farmi ridere”. Dipende, ossia, dal tipo di risata che l’uomo deve saper suscitare. Uno pensa alla risata e subito viene in mente quella che segue ad una battuta sorprendente. Non è così: quando una donna afferma che innanzitutto un uomo debba farla ridere, intende un altro genere di risata. Questa: “Ciao. Sai, ho una carriera brillante e posso garantire un futuro di benessere, massima stabilità e protezione per te e la prole” “Hahaha, ommioddio, ma è splendido! Ti amo”. Se le cose stanno in questo modo, allora i conti tornano. Ma non le biasimo per questo, ci mancherebbe. Siamo pur sempre animali. Cosa succede in natura? Il leone maschio cerca di accaparrarsi le risorse migliori, rappresentate principalmente dalla femmina più sana che gli darà una prole robusta; la leonessa si accoppia con il maschio alpha che possa salvaguardare lei ed i cuccioli dai pericoli esterni. Allo stesso modo, le donne hanno bisogno di un uomo sistemato; a noi uomini basta che sia figa. Se volete capire l’amore, guardate gli ippopotami.
La donna, per struttura psico-fisico-osteo-muscolare, guarda solo dritta davanti a sé. Per cui, se sei abbastanza alto da entrare pienamente nel suo campo visivo, bene. Altrimenti, niente. La donna abbassa lo sguardo solo per guardare i cagnolini. Quindi, seppure lei è 1.76 e tu 1.75, quel solo, unico, apparentemente trascurabile centimetro, è sufficiente a costringerla ad un’impercettibile inclinazione dello sguardo verso il basso che ti relegherà inesorabilmente nella categoria Cagnolini. Abbassando gli occhi, ti assocerà così al cane di sua zia, il quale peraltro gode di tutto il suo disprezzo. Le sono sempre piaciuti tutti i cani, va pazza per i cuccioli, con la sola irripetibile eccezione del cane di sua zia; quello non lo sopporta proprio perché da piccola l’ha traumatizzata pisciandole sulla gonnellina di pizzo. E tu le ricorderai nello specifico proprio quel cane lì. Avresti almeno potuto ricordarle un cane generico, sarebbe già stata una minuscola sottospecie di salvezza. E invece no: le ricorderai proprio l’ineluttabile dannato cane di sua zia, possa esso bruciare all’inferno con tutta la schifosa zia appresso.
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L’altra mia grande sciagura è che non ho la macchina. Con il motorino non puoi nemmeno andare a puttane. Cosa le dici, ad una prostituta? “Monta, ho un casco in più”? Certo, in quel caso uno potrebbe risollevarsi facendo il dannato sprezzante delle regole dicendo ammiccante con aria da impavido duro: “Sai, non è omologato”. Ma sarebbe comunque un misero rimedio.
Insomma, non ho successo con le donne. Non che la mia situazione sia proprio senza speranze, intendiamoci. Se devo quantificare, diciamo che in un ménage a trois farei il quarto. Mi manca intraprendenza, spirito di iniziativa. C’è qualcosa che mi frena sempre dall’andarci a provare: la dignità. Il fascino della conquista è disarmante: un misto tra orgoglio dell’elemosina ed ebbrezza del marketing. E poi che diamine, io sono un uomo che non deve chiedere mai. Perlomeno se non vuole sentirsi dire di no.
Non sono capace di vendermi. Il tizio più bravo nella promozione di se stesso che io abbia mai conosciuto era uno che, quando una ragazza gli chiedeva: “Cosa fai nella vita”, rispondeva: “Mi adopero per tutti coloro che non hanno voce”. In realtà era rappresentante di pastiglie per la raucedine. Ci sapeva fare. Oh, se ci sapeva fare.
Ho capito che per le donne io sono un uomo oggetto-intellettuale. E questo è ben peggio che essere un uomo-oggetto tout court, nell’accezione comunemente intesa. Essere un uomo-oggetto od una donna-oggetto comporta i suoi bei vantaggi. In ogni caso, quantomeno trombi. Ma essere un uomo oggetto-intellettuale, oh, è una tragedia senza pari. Vieni usato per appagare l’ego altrui. Le donne ti cercano per aumentare la propria autostima. Fanno di tutto per piacerti, perché piacere ad un minorato, sai che sforzo. Non c’è alcun merito, son buone tutte. Ma piacere ad uno molto intelligente, vuoi mettere la soddisfazione? Alza il prestigio, gratifica. E rifiutare uno molto intelligente dà una sensazione di gloria, potere, grandezza, sicurezza, benessere incomparabile. “Posso permettermi di dire di no ad uno molto intelligente, sono davvero figa sotto ogni punto di vista!”.
Quando una ha bisogno di sentirsi intelligente, viene da te. Un’uscita stimolante, conversazioni acute, arguzia che la rigenera. Quando ha bisogno di scopare, va da quello lì che avete visto dimenarsi in pista con indosso la camicia fosforescente e che per giunta la considera una poco di buono se gliela dà subito.
Che condanna, l’intelligenza.
Uomini, fate tesoro di quello che sto per dirvi: quando una donna dice che siete interessanti, significa che non ve la darà mai.
Verità e destino sono sempre già contenuti nelle parole. Interessante è un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle. Voi avete mai visto una donna scopare con un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle? Io no.
L’amore smodato che le donne non riescono a non provare per il mio cervello, le distrae dal mio pene.
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segue

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Un fallito contemporaneo, 2

Posted by sdrammaturgo su 17 dicembre 2010

Capitolato Secondo

Ogni donna d’Italia e forse d’Europa e forse del pianeta si è vista dedicare almeno una volta nella vita La cura di Battiato da un uomo che si è sentito originale per questo

che tratta di mondanità e degli inganni della medesima e allerta le genti affinché non lascinosi abbagliar da iconografie warholiane e mostra come il sentiero che mena al rimpatrio nel sostituto del materno ventre è tragitto irto e periglioso, colmo di amarezze ed ingiustizie sanza pari, a meno che non sopravvenga provvidenzialmente Yunus ad imprestar danaro all’uomo solo per garantir ai meno abbienti l’equo diritto alla salvifica meretrice.

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Ricapitolando: la mia ragazza mi ha lasciato di comune accordo ed io ci sono rimasto male. Sì, un po’, ecco, lo ammetto. Nulla di grave, per carità. Giusto quei tre o quattro tentativi d’impiccagione d’ordinanza. Ordinaria amministrazione. Sono falliti tutti perché ogni volta mi sono dimenticato di comprare la corda. “La sedia c’è, la trave del soffitto c’è, io ci sono…Acc!”.
Detesto soffrire per amore: non voglio fornire materiale per la letteratura di consumo.
Inizialmente ho provato a distrarmi con il calcio. La televisione a pagamento offriva un pacchetto in tre opzioni: Mese, Champions League, Molto Insoddisfatto. Ma non è bastato. E tutti a dirmi: “Esci, divagati, frequenta gente, va’ alle feste”. Ingenui.
Uscire di casa è sempre un errore. Specie andare nei locali. Ogni volta vengo a conoscenza dell’esistenza di decine e decine di nuove ragazze che non me la daranno.
Secondo me è quello che ha ispirato le teoria a Buddha ed Epicuro. Uscivano di casa tutti contenti, poi venivano travolti da tonnellate di portatrici bone di vagina con cui non avrebbero appagato la loro sopraggiunta brama, si infastidivano, rabbuiavano e tornavano a casa affranti. Nessun turbamento, nessun dolore. Sogno un monastero in cui si studia, si guardano partite, si cura l’orto. E magari si tromba. Dovrei andarci da seminarista. Ci penserò su.
E non c’è niente di più fastidioso della mondanità spacciata per offerta culturale. Ormai ogni occasione di incontro deve essere ammantata di intellettualità. “Vieni a quella mostra-proiezione con lettura di racconti e poesie? Ci sarà un aperitivo”; “Sono andata a quell’aperitivo per quell’evento in cui un gruppo di giovani artisti esponeva porzioni di intonaco grattugiato, mi sono molto divertita”. Ma non si potrebbe fare un aperitivo senza manifestazione culturale? Dov’è finito il buon vecchio pasto senza necessariamente essere circondati da discutibili sculture? Ma soprattutto: visto che tanto ogni serata del genere è solo una scusa per conoscere persone con cui trombare, non si potrebbe direttamente trombare senza aperitivo? Anche perché puntualmente si finisce per fare l’aperitivo senza successivamente trombare. E allora che senso ha, visto che per lo più si mangia anche malissimo e pure scomodi?
Installazioni, happening, performance, servono solo a poter dire: “Bene, abbiamo dimostrato di essere migliori dei clienti della discoteca venti metri più avanti. Ora possiamo cominciare a fare le stesse cose che si fanno lì”.
Che poi, per poter ricevere un minimo di attenzione dalla frequentatrice media di serate simili, devi aver girato almeno tre documentari, partecipato a molteplici vernissage e vissuto un anno a Londra. Ed io non ci sono mai stato a Londra. Volevo andarci, ma ho vomitato.
E non mi spiego una cosa: se scarichi le cassette della frutta, non ti si fila nessuna; se lo hai fatto a Londra, sei un figo.
Devi pure vantare una grande conoscenza di gruppi indie ignoti. Altrimenti, come affrontare una frangettata radical chic che ti incalza in questo modo: “Nell’ultimo periodo sto ascoltando molto i New York Mibtel in Gay Dow Jones & Sex Black and White Louis Vuitton Hipster On the Street with Cool Fashion but Rebel Anyway. Non sono molto famosi, hanno registrato solo tre canzoni con un walkie talkie nel garage dello zio del bassista, la nonna ha gettato la musicassetta in strada, io l’ho trovata accanto ad una 128 parcheggiata e mi piacciono molto”?
A queste ragazze che divinizzando gruppuscoli (o grupponi che sia, non cambia alcunché) e riportandone citazioni su diari e agende e blog e twitter e Facebook e tatuaggi e piercing alle ovaie sembrano confermare le teorie maschiliste aristoteliche, preferisco mia nonna che va in chiesa a dire il rosario. Almeno lei pensa più in grande, mira più in alto: punta a dio.
A parità di individuo che soggiace allo show business, prevale decisamente la donna succube della pubblicità metafisica proposta dalla religione. Volete mettere tra un batterista brit-pop con il ciuffo ed un capellone palestinese saggio che cammina sull’acqua? Tanto più che il Cristo può contare sulla triplice carta ipertricosi selvaggia-esotismo-fascino messianico del profeta hippie-che-ha-messo-la-testa-a-posto – e si sa che se sei uno che è “uscito dal giro”, hai tutte le donne in pugno. Va bene qualsiasi giro: crimine, droga, gioco (sia chiaro, Hero Quest non vale. “Sai, ho passato dei brutti periodi. Frequentavo la gente sbagliata, brutti giri. Persone disposte a tutto pur di avere l’elfo con le carte magia d’acqua. Ma ora ne sono uscito” “Oooh, che uomo tormentato e magnetico”), purché ne abbiate fatto parte per una vostra fragilità, ma poi abbiate saputo uscirne dimostrando virile e rassicurante forza d’animo.
Non c’è meritocrazia nelle regole dell’attrazione. Non mi do pace all’idea che Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Samuel dei Subsonica abbiano scopato più di Giuseppe Ungaretti. A quanto pare, “oggi il suo diagramma del cuore è schermo piatto in nebulose stagnanti” o “senza frizione piloti il mio tormento” + berretto + panza fa più presa di “La morte si sconta vivendo” + esperienza nella Grande Guerra. Ma, a onor del vero, a Samuel dei Subsonica ed a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro va riconosciuto che rappresentano una grande speranza per molte persone svantaggiate: grazie a loro, infatti, d’ora in poi qualsiasi grasso col cappello sa che può diventare un sex symbol.
E non posso accettare nemmeno che una rockstar rimorchi più di un astrofisico. Penso, che so, al povero Nathan Rosen alle prese con una donna: “Ho scoperto che il tessuto spaziale cosmico può ripiegarsi su se stesso, consentendo la creazione di un ponte temporale tra passato, presente e futuro” “Ah…uhm…ops, scusa, devo proprio andare, sai, sono molto impegnata, sto preparando un esame e ti vedo più come uno a cui non intendo darla”. Mentre invece un musicistucolo leggero qualunque: “Ho scritto questo giro di Do sul quale ho applicato le parole ‘Amore, mangio la terra, bevo i tuoi brividi’” “Scopami”. L’immeritocrazia regna.
Tale dinamica crea anche profonde disparità. Per quale motivo infatti il cantante degli Sugarfree può intonare: “Apri almeno le tue gambe verso me” passando per sexy mentre se Neno Panza, disoccupato di Montefiascone, dice: “A quella j’aprirebbe le cosce” è un rozzo ominide da evitare?
E’ bene precisare però che non odio così radicalmente la musica leggera. Ad esempio, mi piace molto ascoltare le canzoni dei Simply Red, perché poi finiscono.
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Un fallito contemporaneo

Posted by sdrammaturgo su 16 dicembre 2010

Anti feuilleton ergo a puntate quasi monologo pressappoco epistolare

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«[…] O cavallona, cavallona stronza,
che a me ieri negasti la patonza […]»

JOHNNY TRANSUMANZA

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Capitolato Primo

Eiaculare è dolce, inseminare amaro

in cui si presenta senza presentarsi l’impresentabile poco eroico eroe – e adunque per questo ancor più eroe, dacché eroe vero è colui che vive nonostante abbia compreso ciò che il viver è (oppur si ammazza per l’istesso motivo) e senza strafar subisce l’esistenza – e si illustrano i pro e i contro della procreazione, ma difettasi di una delle due parti, non essendo alcun pro pervenuto.

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La mia ragazza è andata a letto con un altro. Non è una zoccola, è soltanto sbadata.
Qualche tempo dopo però ci siamo lasciati – di comune accordo, ma lei era il socio di maggioranza.
Sono perciò rientrato a pieno regime nella poderosa schiera di coloro i quali, quando sei il compagno ufficiale, “oddio, non puoi capire, mi piace da matti, è la più grandiosa meraviglia terrena, la perfezione incarnata, un poetico sogno fatto essere umano, ho finalmente trovato quello giusto, è lui il mio uomo ideale, l’uomo della mia vita”; appena ti lasci, “sai, il mio ex era un coglione; mi chiedo come avrò fatto a starci insieme; sarà che era un momento di debolezza”. Volete conquistare una donna? Agite non appena la vedete acquistare Supradyn e Polase.
La storia è sempre la stessa: mi metto con una, lei vuole dei figli, io sono una persona intelligente.
E’ per questo che quando faccio sesso metto sempre il preservativo: non temo tanto l’AIDS, quanto un figlio. Voglio dire, a parità di malattia incurabile, meglio contrarre quella per cui c’è una pur remota possibilità che scoprano una cura. Dalla parte dell’AIDS c’è pure il fatto che ti stende in tempi più dignitosi. Con un figlio l’agonia dura una vita.
Ed un rimedio contro l’AIDS esiste già: scopare. La passi ad un altro. E pare che facciano bene anche le arance, ma solo se te le infili nel sedere al posto di un pene.
Le cure naturali sono sempre le migliori. Ad esempio, sgranocchiare carote durante la masturbazione è un buon metodo per non diventare ciechi.
Non capisco perché alle donne dispiaccia tanto se uno preferisce risparmiar loro una panza innaturale.
“Mirko durante la gravidanza era diventato pazzo di gioia, nove mesi di totale euforia”, mi ha detto lei, cercando di far leva su paragoni scomodi. A parte che già uno che si chiama Mirko ha ben poco da festeggiare. Ma poi, ci credo che era contento: mica ce l’aveva lui un intruso nella pancia che mangiava il suo cibo. Ecco, io un feto lo vedo come un piccolo accattone.
Non so, ci tieni a prendere dieci chili? Friggi un po’ di più, un po’ di grasso non vale una vita di colloqui con gli insegnanti.
“La gravidanza è un’esperienza idilliaca”, continuava ostinata. Eh, altroché, delle vomitate celestiali. Per non parlare delle minzioni niagariche.
Quando mi dicono: “Voglio un figlio”, la prima risposta che mi viene in mente è: “Perché, che ci devi fare?”.
Siamo realisti: sono proprio quelli come me che dovrebbero fare dei figli, ed è per questo che non li facciamo. Il miglior padre possibile è quello che non vuole procreare. Il motivo è semplice: quelli come me sono pochi ed i bifolchi molesti che importunano le ragazze sul treno sono tanti. Anche se i pochi me si mettessero a figliare con ritmi di dodici pezzi a cucciolata, non riuscirebbero comunque ad ammortizzare le migliaia di nidiate di figli di bifolchi molesti che erediteranno dai padri i valori di disturbo ed irritazione. Quindi preferisco evitare a mia figlia di essere importunata sul treno. Ed evitare a mio figlio di fare i conti con l’inspiegabile ed assurda realtà che c’è qualcuno sulla Terra che desidera seriamente avere dei figli.
La vita è brutta. Il più bel regalo che io possa fare a mio figlio è non metterlo al mondo.
E quanta presunzione nel ritenere che la propria genetica sia così meritevole di essere tramandata ai posteri! “Ieri ho corretto mio cognato sulla cilindrata della nuova Alfa Romeo: è necessario che il retaggio del mio sangue venga conservato”. Eh già, l’umanità ti sarà grata per il tuo DNA.
Lo sanno tutti che se vuoi far colpo su una donna basta dire: “Voglio diventare padre di tanti bambini, per me la famiglia viene al primo posto”. Dunque sono proprio coloro i quali usano simili mezzucci che le donne devono evitare. Ma come si fa a cascarci ancora?! A maggior ragione quindi dovrebbero apprezzare ancor di più chi dice: “I figli li evito come la peste e la famiglia neanche morto”, perché dimostra di essere sincero e senza maschere, e perciò uno verso cui si può avere totale fiducia. “Ma uno può essere sincero nel dire di volere famiglia e figli”. Sì, è sincero, ma è un coglione.
E’ triste constatare che, a distanza di anni, l’uomo ideale resta ancora Gianni Morandi.
E poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no?
Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei disonesto?
Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei stupido?
Un figlio serve ad occupare le giornate alle persone sprovviste di fantasia. Praticamente, un figlio è un tamagotchi più costoso.

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La donna che piscia

Posted by sdrammaturgo su 3 dicembre 2010

 

Oh, quant’è bella la donna che piscia!
Lì se ne sta coi suoi pensieri, sola,
oppure un po’ cianciando cinguettosa
s’attarda con l’amica che l’attende.
L’una congiunge i ginocchi graziosa,
le mani nel mezzo, gli occhi al soffitto;
l’altra, curiosa del mondo, li apre
e guarda giù il color del calore,
ora più timida, ora rapita,
come se alcuno potesse osservarla
ma le cadesse il riserbo voluto.
Mastra a se stessa e discola ancora,
or contegnosa o rude e lasciva,
si tien le mutandine in su le cosce
oppur le lascia lisce scivolare
con dolce voluttà sulle caviglie.
Scopre le gambe, le natiche floride,
e persa in un silenzio solitario –
di pochi istanti il gocciolare rapido
che musica soave cava al fondo –
magari la tristezza se la cinge
e lunga la teoria delle occasioni
perdute le compare e ad una ad una
le rimembra, si scora e più non sa
finire il pur facile da far;
o forse a quel solletico che sente
sovvengono ricordi maliziosi,
lubriche licenziose fantasie,
il pizzico, la lingua dell’amato,
o ancora pensa a nulla, o all’allegria.
Seduta là impudica od elegante,
la spavalda diventa mansueta
o tale resta; la docile invece
si fa porca – o tal rimane ahimé.
Ben sugger ti faresti le pudenda
e a lei baciar le labbra e pure i seni
mordere vorresti, il collo avere
tra le mani, le gote carezzare
mentre ella si libera beata
e nel pulirsi tocca il suo tesoro,
il segreto del corpo sulle dita.
E pure l’asciugar divien ardore.
Poiché mai come allor ella è più ella
e l’animo traspar più ver del vero
e nuda sulla terra e sotto al cielo,
quando dice: “Non esce” o “Non mi viene”,
“Mi scappa”, “Non mi scappa” oppure “Ho fatto”,
e quel che pioggia d’oro il saggio appella
– e mal accoglie il sommo e turpe stolto –
preziosa e più sublime è d’oro vero.
Alfin declamo ai figli d’Edoné
in nome d’Afrodite ed ai devoti
d’estetica ed estatica dottrina
e ad ogni donna o uom di qui a venire
quel ch’abbia a rimaner impresso a fuoco:
quel ch’altri chiama tazza io nomo trono
e tu che vi se’ assisa sei regina.

 

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