Beati i poveri, perché moriranno prima

Un fallito contemporaneo, 3

Posted by sdrammaturgo su 18 dicembre 2010

Capitolato Terzo

Se non son belle le rose senza spine, figuriamoci le spine senza rose

ove si affronta l’amara verità a viso aperto e non ci si stupisce di conseguenza se da essa si è preso in pieno uno sganassone, e apprendesi preziosa lezione: pugilatore che tien la guardia bassa divien spavaldo malato di Parkinson.
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La posizione sociale è tutto. Se non sei nessuno, non eserciti alcuna attrattiva (ne sa qualcosa l’Uomo Invisibile). Un esempio? Le donne del mondo dello spettacolo. Potrebbero avere chiunque e guarda caso stanno sempre con uomini importanti. “E’ normale, frequentiamo lo stesso ambiente. Per me non ha mai contato nulla il fatto che fosse un regista influente. Mi ha colpito perché è una persona affascinante”. Oh, incredibile: il tecnico delle luci non è mai affascinante.
Una donna non si chiede: “Chi mi piace?”, bensì: “Chi mi deve piacere?”, giacché una donna patisce particolarmente la pressione sociale e subisce una spasmodica ansia di accettazione nel consorzio umano. E’ per questo che non bada tanto all’individuo in sé, quanto a ciò che esso rappresenta, alla maniera in cui viene percepito dagli altri, a quello che gli ruota intorno. Per piacere ad una donna è sufficiente dunque piacere ad altre tre di sua conoscenza. E’ quindi un vero guaio se non piaci neppure ad una quarta di cui lei ignora l’esistenza.
Oggi come oggi (altrimenti, come cos’altro potrebbe essere oggi?) non potrebbe più esistere una coppia Otello e Desdemona, perché lui farebbe il salumiere (o, nella migliore delle ipotesi, il fruttivendolo) e lei sarebbe la figlia di un accademico della Crusca e di un soprano (per inciso: sono molto solidale con le cantanti soprano, perché sono destinate ad essere fotografate sempre in posa da pompino).
E l’atmosfera, la possibilità di sognare cinematograficamente (pur godendo di tutte le certezze del caso – il famigerato uomo che “dà sicurezza”), sono tutto per una donna.
Una donna si fidanza per poter avere a che fare con tutto quello che gira attorno al fidanzamento. Il fidanzato non è il fine, ma il mezzo. Non è la persona la cosa principale: l’obiettivo vero sono i bigliettini e le telefonate. L’amore è una strategia di mercato della Vodafone.
Lo stesso vale per la famiglia: non si fa una famiglia per stare con una persona: si sta con una persona per fare una famiglia. Di conseguenza, un uomo vale l’altro. E a questo punto mi chiedo: perché, quando ci sono di mezzo io, vale sempre l’altro?!
Avete mai notato? A tavola, gli uomini vanno pazzi per primi e secondi piatti, mentre le donne preferiscono antipasto e contorno. E’ un dato di fatto: se un uomo ed una donna fanno sesso su una collina, all’uomo piace la donna, alla donna piace la collina.
Io non sono bravo a fare il fidanzato. Bisogna nascere con la dote. C’è chi nasce bravo a giocare a calcio, chi nasce con il pollice verde, chi è portato per la musica, chi sa fare bene il fidanzato. Io no. Nessuna delle quattro.
E poi, ammettiamolo: il fidanzato serve per riempire il tempo alle donne prive di interessi e la fidanzata serve come approvvigionamento sessuale agli uomini privi di fica.
Una relazione si configura pertanto come un’alternativa ai corsi di salsa e merengue da un lato ed un abbonamento in Vulva Sud dall’altro. Vita di coppia, famiglia, figli, sono stati inventati per offrire un argomento di conversazione alle persone molto noiose. Compreso questo, la concezione dell’amore si ridimensiona considerevolmente. Ma conserva intatto il fastidio che ne deriva.
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Allora mi sono iscritto in palestra. “Così miglioro il mio aspetto ed intanto non vengo sopraffatto dai pensieri”, mi sono detto. Ma ogni volta che sono in palestra penso: “Tutta questa fatica e non sono neppure il più bello del mio condominio”. E sotto i pesi non faccio che sperare che cambino i canoni estetici. Sarebbe una notevole facilitazione esistenziale trovare Aldo Fabrizi sulla copertina di Men’s Health.
C’è da aggiungere anche che niente è più vano e financo deleterio della palestra nei rapporti con l’altro sesso. Mi spiego: legata in qualche modo al codificato imperativo raffaellesco-castiglioniano della sprezzatura, la donna esige che sia evidente la bellezza ma resti ben nascosto lo sforzo per ottenerla; se vai in palestra non sei quindi altro che uno fondamentalmente brutto che tenta con impaccio di migliorarsi (peraltro invano); inoltre, se mostri di essere particolarmente attento alla forma fisica ed all’aspetto esteriore, lei entrerà nel panico poiché penserà che tu giudicherai con severità ogni suo minimo difetto estetico e ciò le getterà addosso un’inammissibile insicurezza che non potrà accettare; se però non ti curi e ti inflaccidisci, lei perderà ogni residuo di attrazione nei tuoi confronti perché non ci tieni e non la attiri più sessualmente; la pretesa di una donna è pertanto che un uomo sia geneticamente bello ma non vi badi granché e si senta perciò libero di ingozzarsi e non praticare mai del moto senza che ciò intacchi in alcun modo i suoi addominali scolpiti, essendo essi protetti da imperitura incorruttibilità concessa per divin miracolo.
Eh sì, le sofferenze mi inseguono pure lì. Anche perché è cominciato un corso di danza del ventre. Chi l’avrebbe mai detto che ci si potesse arrapare pure con la musica del kebabbaro? “Non ti meritano: quelle hanno di sicuro un cervello piccolo così”, mi ha detto un amico per consolarmi. Ho capito, ma hanno pure due tette grandi così.
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Ma sapete qual è la mia vera sciagura? Sono basso. O meglio, sono stato sfortunato a nascere nel periodo storico sbagliato in cui l’altezza media mi penalizza. Col mio metro e sessantanove, nel 1902 sarei stato uno stangone. Se voglio rimorchiare, quando mi chiedono quanto sono alto, mi trovo costretto a mentire dicendo 1.70. E’ come al supermercato, quando si legge 4.99 invece che 5 euro sul prezzo di una confezione. Quel misero centesimo ti convince che stai facendo un affarone, che il prezzo sia nettamente più basso. Allo stesso modo, un solo centimetro fa la differenza tra l’essere accettato come partner sessuale o l’essere rifiutato. Una donna associa la decina del metro e sessanta alla misura femminile, quindi niente da fare. Da quella del settanta in su, invece, si tranquillizza. L’amore è una questione di marketing.
Fateci caso: ogni volta che si domanda ad una donna “Come dev’essere il tuo uomo ideale?”, lei risponde puntualmente: “Dunque…dunque: alto, poi…”. Capite? Ognuna menziona sempre “alto” come prima caratteristica, la nomina sempre al primo posto dell’elenco delle qualità fondamentali! Non già “bello”, non “intelligente”, nemmeno “ricco”, tantomeno “dotato” o “affascinante”. No! “Alto”. A parte quando mente e dice che l’importante è che sappia farla ridere, ma va be’ – anche se riguardo a questo vige storicamente un grosso equivoco. Dipende infatti cosa si intende per “deve farmi ridere”. Dipende, ossia, dal tipo di risata che l’uomo deve saper suscitare. Uno pensa alla risata e subito viene in mente quella che segue ad una battuta sorprendente. Non è così: quando una donna afferma che innanzitutto un uomo debba farla ridere, intende un altro genere di risata. Questa: “Ciao. Sai, ho una carriera brillante e posso garantire un futuro di benessere, massima stabilità e protezione per te e la prole” “Hahaha, ommioddio, ma è splendido! Ti amo”. Se le cose stanno in questo modo, allora i conti tornano. Ma non le biasimo per questo, ci mancherebbe. Siamo pur sempre animali. Cosa succede in natura? Il leone maschio cerca di accaparrarsi le risorse migliori, rappresentate principalmente dalla femmina più sana che gli darà una prole robusta; la leonessa si accoppia con il maschio alpha che possa salvaguardare lei ed i cuccioli dai pericoli esterni. Allo stesso modo, le donne hanno bisogno di un uomo sistemato; a noi uomini basta che sia figa. Se volete capire l’amore, guardate gli ippopotami.
La donna, per struttura psico-fisico-osteo-muscolare, guarda solo dritta davanti a sé. Per cui, se sei abbastanza alto da entrare pienamente nel suo campo visivo, bene. Altrimenti, niente. La donna abbassa lo sguardo solo per guardare i cagnolini. Quindi, seppure lei è 1.76 e tu 1.75, quel solo, unico, apparentemente trascurabile centimetro, è sufficiente a costringerla ad un’impercettibile inclinazione dello sguardo verso il basso che ti relegherà inesorabilmente nella categoria Cagnolini. Abbassando gli occhi, ti assocerà così al cane di sua zia, il quale peraltro gode di tutto il suo disprezzo. Le sono sempre piaciuti tutti i cani, va pazza per i cuccioli, con la sola irripetibile eccezione del cane di sua zia; quello non lo sopporta proprio perché da piccola l’ha traumatizzata pisciandole sulla gonnellina di pizzo. E tu le ricorderai nello specifico proprio quel cane lì. Avresti almeno potuto ricordarle un cane generico, sarebbe già stata una minuscola sottospecie di salvezza. E invece no: le ricorderai proprio l’ineluttabile dannato cane di sua zia, possa esso bruciare all’inferno con tutta la schifosa zia appresso.
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L’altra mia grande sciagura è che non ho la macchina. Con il motorino non puoi nemmeno andare a puttane. Cosa le dici, ad una prostituta? “Monta, ho un casco in più”? Certo, in quel caso uno potrebbe risollevarsi facendo il dannato sprezzante delle regole dicendo ammiccante con aria da impavido duro: “Sai, non è omologato”. Ma sarebbe comunque un misero rimedio.
Insomma, non ho successo con le donne. Non che la mia situazione sia proprio senza speranze, intendiamoci. Se devo quantificare, diciamo che in un ménage a trois farei il quarto. Mi manca intraprendenza, spirito di iniziativa. C’è qualcosa che mi frena sempre dall’andarci a provare: la dignità. Il fascino della conquista è disarmante: un misto tra orgoglio dell’elemosina ed ebbrezza del marketing. E poi che diamine, io sono un uomo che non deve chiedere mai. Perlomeno se non vuole sentirsi dire di no.
Non sono capace di vendermi. Il tizio più bravo nella promozione di se stesso che io abbia mai conosciuto era uno che, quando una ragazza gli chiedeva: “Cosa fai nella vita”, rispondeva: “Mi adopero per tutti coloro che non hanno voce”. In realtà era rappresentante di pastiglie per la raucedine. Ci sapeva fare. Oh, se ci sapeva fare.
Ho capito che per le donne io sono un uomo oggetto-intellettuale. E questo è ben peggio che essere un uomo-oggetto tout court, nell’accezione comunemente intesa. Essere un uomo-oggetto od una donna-oggetto comporta i suoi bei vantaggi. In ogni caso, quantomeno trombi. Ma essere un uomo oggetto-intellettuale, oh, è una tragedia senza pari. Vieni usato per appagare l’ego altrui. Le donne ti cercano per aumentare la propria autostima. Fanno di tutto per piacerti, perché piacere ad un minorato, sai che sforzo. Non c’è alcun merito, son buone tutte. Ma piacere ad uno molto intelligente, vuoi mettere la soddisfazione? Alza il prestigio, gratifica. E rifiutare uno molto intelligente dà una sensazione di gloria, potere, grandezza, sicurezza, benessere incomparabile. “Posso permettermi di dire di no ad uno molto intelligente, sono davvero figa sotto ogni punto di vista!”.
Quando una ha bisogno di sentirsi intelligente, viene da te. Un’uscita stimolante, conversazioni acute, arguzia che la rigenera. Quando ha bisogno di scopare, va da quello lì che avete visto dimenarsi in pista con indosso la camicia fosforescente e che per giunta la considera una poco di buono se gliela dà subito.
Che condanna, l’intelligenza.
Uomini, fate tesoro di quello che sto per dirvi: quando una donna dice che siete interessanti, significa che non ve la darà mai.
Verità e destino sono sempre già contenuti nelle parole. Interessante è un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle. Voi avete mai visto una donna scopare con un volume sulla vita quotidiana in Attica nel secolo di Pericle? Io no.
L’amore smodato che le donne non riescono a non provare per il mio cervello, le distrae dal mio pene.
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segue

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