Beati i poveri, perché moriranno prima

Amori marginali

Posted by sdrammaturgo su 23 dicembre 2010

Quel che accadde, accadde. Le tautologie sanno essere molto suggestive.
Quella notte (poiché la notte è ancor più suggestiva) avrebbe cambiato i loro cuori per sempre. Tranne ad Oreno Pompetta, gravemente cardiopatico, in attesa di trapianto, ma molto sfortunato.
Ognuno di loro, disperso in un angolo diverso della città, stava andando ad incontrare il proprio destino.

Oreno Pompetta passeggiava dalle parti del cimitero. Avvertì la sensazione di un’atmosfera presaga, ma, non conoscendo il significato della parola presaga, non vi badò.

Altrove, da qualche altra parte, chissà quale, Mario e basta stava uscendo di casa, infastidito dal fatto che nessuno prendesse mai in considerazione il suo cognome. Salì in sella al motorino, che però gli era stato rubato la sera prima, e partì. Percorso che ebbe un paio di chilometri, si accorse che stava andando a piedi e prese coscienza del furto, non riuscendo tuttavia a perdonarsi d’essersi reso ridicolo camminando per tutto quel tempo con il casco in testa.
Anche Delia era uscita a piedi, ma in automobile, procedendo nella direzione di Mario, fiera come sempre del suo nome aristocratico. Vedendo Mario in difficoltà, gli si accostò.
“Hai il motorino che ti perde l’olio”.
D’altronde non poteva sapere che glielo avevano rubato la sera prima.
“Grazie, non me ne ero accorto. Sai, è che sono a piedi”
“Anche io. Serve un passaggio?”
Si stupì di essersi dimostrata così disponibile nei confronti di uno sconosciuto, ma lo sguardo di lui l’aveva resa inusualmente fiduciosa e prodiga.
Anche Mario fu sorpreso, ma colse al volo l’occasione.
“Volentieri, grazie davvero”.
“Di nulla, ci mancherebbero. Così facciamo due passi insieme”.
E ripartirono, l’uno accanto all’altro nell’autovettura.

Intanto, Bruno era biondo e Jessica suonava l’arpa in un complesso di ottoni.
Lei era bella come un notturno di Chopin, lui era brutto come Chopin.
Nonostante ciò, stavano facendo l’amore. Cosa non facile, mentre si suona l’arpa in un complesso di ottoni e soprattutto mentre si è biondi.
La sala era gremita, ma vuota, in quel fumoso jazz club, il preferito dagli oncologi, che non ci mettevano piede.
Lui era un edonista di polso, lei era solita parlare troppo ed a sproposito.
“Tieni a frenulo la lingua”, le disse bramoso.
Ella eseguì.
Tanto, di loro, a chi importava?
Ed a loro, cosa importava? Tanto più che gli scambi commerciali internazionali erano in netto calo.

Ogni volta che passava un’ambulanza in sirena, Nino si sentiva chiamato in causa.
Era uno strano misto di paranoia e megalomania, Nino. Per questo Susanna non ne voleva sapere di lui. O almeno questo Nino preferiva credere, piuttosto che riconoscerne la gelida indifferenza. Ma la verità, agra come…come…agra come… va be’, qualcosa di agro, insomma, era che lei non si accorgeva affatto di lui.
E sì che Nino si era già trovato costretto ad ammettere il totale disinteresse di lei. Come quella volta in cui gli era passata davanti senza minimamente notarlo, lui l’aveva salutata e Susanna, come leggermente scossa da un tenue torpore, si era giustificata dicendo: “Scusami, non ti avevo visto, eri coperto da una zanzara”.
Ma lui l’amava, con tutta la forza del proprio testosterone.
Nino, ch’era d’animo gentile e di cultura raffinata, l’aveva conosciuta in quel vero tempio dell’interclassismo che è la palestra.
Era rimasto subito colpito da quell’esile sorriso un poco rozzo e delicato insieme. Così diversa da lui, con quei modi da separatismo di banlieue che ne rivelavano le indubbie radici torpignattariche, pure aveva una leggiadria di silfide nostrana.
Non poteva sopportare che l’istruttore, con la sua aria di periferia redenta, fosse riuscito a far breccia nel cuore della ninfa plebea tramite stratagemmi tanto vetusti: la baldanza strisciante, il mellifluo sfoggio di galanteria codificata, la possanza tracotante con gli altri e sdolcinata con lei, il ginocchio appoggiato sul gomito per assumer la posa del seduttore anni ottanta. Oh, quanto anacronismo era costretto a subire l’indifeso Nino!
Qualche amico gli aveva consigliato di mandarle dei fiori, ma probabilmente lei, fanciulla graziosa dall’animo rude, avrebbe preferito la marmitta dalla Golf Gt. E lui di motori non capiva alcunché. E si meravigliava di come l’argomento potesse ricorrere talvolta per qualche puro caso d’esigenza narrativa.
Decise allora di puntar sul sincretismo: avrebbe coniugato il suo gusto letterario e la sua passionalità discreta a metodi giovanilistici di gran consumo che lei avrebbe certamente recepito come famigliari. Comprò così della vernice spray affinché l’amata potesse leggere sull’asfalto lo sconfinato ardore che gli bruciava petto e scroto.
Certo, la sua nota prolissità era un problema. Quella notte cominciò a scrivere sul marciapiede di fronte al portone di Susanna e, giunto che fu allo svincolo autostradale, si bloccò alla millesettantaquattresima egloga.

Oreno masticava amaro, aduso com’era a sgranocchiare ravanelli.

Mario era piacevolmente stupito dalla serena e spavalda iniziativa di Delia. Chiacchierarono a lungo, del più e del meno, scoprendo il comune interesse per la matematica di base; parlarono di tutto, di come fosse un aggettivo o pronome indefinito davvero interessante e polivalente.
Conversando così piacevolmente con lei, Mario si era dimenticato i propri impegni ed il motivo per cui era uscito. La vecchia zia inferma, che lo aveva chiamato per essere risollevata poiché era caduta dalla carrozzella mentre stava preparando da mangiare, si arrangiò in qualche modo, ma saltò la cena.
Giunsero davanti casa di Delia, privi della zia di Mario.
“Sali?”, chiese Delia, che abitava al seminterrato.
Mario accettò e salì scendendo le scale, sentendosi piuttosto innovativo.
“Bello, quassù”, fece Mario.
“Bevi qualcosa?”, fece Delia.
“Sì, solitamente bevo qualcosa”. Era infatti sua abitudine idratarsi quotidianamente.
Il colpo di fulmine esiste. Per questo è sconsigliato fare il bagno durante un temporale.
Si baciarono. Travolti da vicendevole desiderio, in un attimo si ritrovarono nudi sul letto, dove fusero i loro corpi a guisa di ovino.

Nel frattempo, Nino aveva scoperto che gli autotreni non apprezzano l’endecasillabo.

“Sai, mi ricordi Chopin”, disse Jessica all’insicuro Bruno.
Jessica infieriva sempre. Poteva ridurre a brandelli un brano.
Mentre si ricomponeva, senza alcuna timidezza per la propria protesi alla gamba destra, aggiunse:
“Bevi qualcosa?”.
“Una stampante, grazie”.
Bruno, nonostante la propria turpitudine estetica e l’estrazione sociale nana, era riuscito a conquistare quella donna splendida ed elegante. Si sentiva come un soldato che avesse tenuto sotto assedio da solo la città di Costantinopoli.
Fu forse per questo che Jessica gli aveva rovesciato dell’olio bollente addosso.
Sfigurato ma felice, la guardò ammirato e quasi incredulo un’ultima volta. Jessica ricambiò con l’intensità che gli era propria.
E Bruno, che faceva il camionista, la baciò con tutto l’autotrasporto di cui era capace.
Si salutarono.

Quando venne dimesso dall’ospedale, Nino uscì con Susanna, l’istruttore ci entrò.
Bruno e Jessica non si videro mai più.
Mario e Delia si sposarono.
Oreno morì.
Andò peggio a Mario e Delia.

4 Risposte to “Amori marginali”

  1. poverobucharin said

    Il fazzoletto bianco/che hai lasciato tu/sporco del tuo muco/io non lo lavo più (Carmine Burrania)

  2. lordbad said

    Davvero un bel blog…

    Era forse “destino” che lo trovassi? Chissà…

    Spero potrai ricambiare la visita sul nostro

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2010/12/30/meno-destino-piu-destinazione/

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