Beati i poveri, perché moriranno prima

Archive for marzo 2011

“Sonetti del barbiere libertario” 7

Posted by sdrammaturgo su 27 marzo 2011

S’io nun vojo fà ‘n fijo è perché t’amo.
Ché chi de te nun je ne frega ‘n cazzo
pòe stà sicura che t’imprena a razzo.
Me premi più tu che ‘l pròleo richiamo.

Te vojo risparmià dolori e doje
e ‘l mutuo e ambasce e “n’ posso” e “‘l fijo sta male”:
sei libera de fà quel che te cale.
Per me tu nun sei mamma e nun sei moje

né donna: per me tu sei tu, amata,
no ‘n forno pe’ fà lievità lo sborro.
Nun crede al prete, a’ filmetti, al datore:

serena e fresca, son tue le ore,
e nu’ sfiorisci e nun devi dì “corro”,
perché alla morte ce vai riposata.

‘Na madre è schiavizzata:
tutte pensono d’esse l’eccezione
e se ritrovan cojonate e prone.

 

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Individuo desavianizzato

Posted by sdrammaturgo su 21 marzo 2011

Mentre guardavo uno struggente filmato che raccoglie i più bei dribbling di Iniesta, pensavo: “Certo che Saviano m’ha proprio rotto ‘l cazzo”.
Per carità, ha fatto tantissimo per la lotta alla mafia. Grazie a lui ho infatti deciso di impegnarmi ancor più seriamente per l’estinzione di tutte le mafie, affinché nessuno scriva mai più un libro sulla camorra.
Ché poi non si sa mai: cominci con una calvizie irrisolta, e ti ritrovi a dispensare ricette della felicità in cui l’ingrediente segreto sono le piccole cose di tutti i giorni, le quali però sono due palle così.
Io sono un calvo intrappolato nel corpo di uno stempiato, quindi stai a vedere che se racconto uno scippo ad un amico, l’indomani mi ritrovo una folla di adoratori sotto casa e comincio ad inebriarli di patetismo?
Facezie a parte: massimo empatico e solidale rispetto per chi è costretto a vivere prigioniero. Ma anzi no! Va bene, dai, sì. Anche perché per merito di Saviano oggi la scienza sa cosa sarebbe successo se il diario di una tredicenne avesse conseguito un titolo di studio in una zona disagiata. Però perché vendicarsi su di me? Che t’ho fatto io?
Mi sono commosso cerebralmente nel leggere la sua lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere.
Egli ti insegna la Vita, e tu rimpiangi l’alternativa.
Che dire dell’aulico punto sette?

“Tuffarsi ma nel profondo, dove il mare è mare”.

Anche a me piace penetrare ma nel profondo, dove la fica è fica e non già ortica.

Di sicuro, il più nobile è il punto terzo:

“Andare con la persona che più ami sulla tomba di Raffaello Sanzio e leggerle l’iscrizione latina che molti ignorano”.

Deh, i bei tempi in cui per fare colpo su una ragazza si impennava con la BMX.

Ma sono soprattutto gli elenchi che gli hanno mandato i lettori* a farmi scoprire di essere circondato da gente migliore, che sa di esserlo e dona al mondo la propria irraggiante luce al neon spirituale. Codesti candidati al Pallone d’oro della Sensibilità hanno vergato liste così pregne di dolci emozioni, delicato lirismo ed intensa poesia che ho rivalutato Scagnetta, uno che al mio paese dicevano che inculava le galline.
Scorrendo le preferenze dei buoni, si nota che i bambini vanno per la maggiore, specialmente i loro sorrisi.
Questi ad esempio i primi tre punti di tale Aurora:

1. La mia bimba.
2. Tutti i bambini del mondo.
3. La speranza di poter aiutare un giorno un bimbo in difficoltà.

Una donna che deve decisamente tanto all’esistenza di una determinata fascia d’età.
Se non fosse esistita l’infanzia, si sarebbe tranquillamente suicidata a cuor leggero.

La famiglia si mantiene stabile; il bene per il prossimo se la gioca; il cielo, il sole e il mare appaiono un po’ in calo; Dio, con le potenzialità che ha, potrebbe fare di più; un buon libro in zona salvezza grazie alla sobria diversità degli animi particolarmente semplici e puri, e potrebbe anche sperare nell’Europa League (ma poi, perché un libro, un vino ed un jazz sono sempre buon? “Cosa c’è di meglio di sedersi in poltrona davanti al camino leggendo un libro senza infamia e senza lode?”; “Gradisci del vinaccio qualsiasi?”; “Hey Joe, suona un jazz così così”), mentre la sterminata umanità dei bravi cittadini, co’ ‘na lasagna e tre canzoni te ce salva ‘l pianeta.
Ma il grande classico che non muore mai resta senza dubbio fare l’amore.
Fare l’amore, eh, sia chiaro, mica fare sesso. Quello è da bestie.
Queste sono persone perbene, senza sentimento manco s’allacciano le scarpe.
Rigatoni col sugo sì, purché ci sia amore.
Loro mica scopano. Loro lasciano duettare le anime.
Non uniscono il pene alla vagina (la bocca al pene o alla vagina oppure il pene all’ano, non ne parliamo): al massimo strofinano la pupilla contro quella dell’altro, a lei si bagna la ghiandola pineale e quando lui viene emette dall’uretra versi di Prévert (il quale peraltro gode di un anagramma che avrebbe reso molto più apprezzabile la sua opera, la sua persona e la vita di tutti i suoi ammiratori).
D’altronde, al punto nove, Saviano scrive:

“Fare l’amore in un pomeriggio d’estate. Al Sud”.

Mah, io una volta ho trombato a Marsala, ma m’è sembrato uguale.

Sarebbe interessante un cortocircuito sul tema. Che so:

“Fare l’amore con una bella strappona”.

Oppure, le due cose più gettonate potrebbero essere sintetizzate e fuse in un unico elemento:

“Fare l’amore con i bambini”.

Insomma c’è così tanto amore intorno a me che tutto sommato i Casalesi non sono male.

Ma pensa se Saviano, dopo tutte le minacce, alla fine muore perché casca dal motorino.
Comunque io aspetto che esca al cinema Alien vs Saviano.

Il miglior motivo per cui vale la pena vivere? La possibilità di suicidarsi.

Anche io volevo scrivere la mia lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere, ma ho rinunciato perché le prime quattro erano pornostar.

*

*

*La scoperta si deve allo Pseudonimo, il quale ha anche notato i primi tre punti di Aurora e me li ha segnalati.

 

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Balneazione metafisica

Posted by sdrammaturgo su 18 marzo 2011

Da Avvenire di oggi

*

Ma non prima di tre ore dall’eucaristia.

 

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Esistenze trascurabili

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2011

“Rododendro”, disse il botanico raffreddato divorato da sottaciuti rimpianti.
“Sono scarico”, gli fece eco l’amico elettricista, logorato dagli impianti.
Erano inseparabili, legati dalla comune passione per l’assenza di passioni, un fenomeno a cui si interessavano da tempo con il piglio di uno che ha piglio.
Quel giorno se ne stavano seduti sul gradino del pianerottolo a guardar passare la vita. E la vita non li degnava di uno sguardo.

Il cielo era terso, il mare seguiva a breve distanza, ancora in corsa per il podio.
Quel giorno era un bel giorno, tranne che per chi abitava nell’universo.
Niente di particolare, un giorno come tanti altri. Era questo a renderlo insopportabile.

Un tale stava risalendo il vialetto. E non si era mai visto un pronome indefinito che cammina. Eppure, l’uomo che procedeva dietro a passo irrilevante, non sembrava badarvi.
Si chiamava Christian, e ciò era umiliante.
Aveva un buon posto di lavoro, ma nonostante questo era felice.

Nicola aveva dei figli. Non era felice. Nicola era sempre stato una persona intelligente.
Nicola non c’entrava nulla con Christian. Non si conoscevano, non si erano mai visti e non si sarebbero mai incrociati nemmeno una volta in vita loro, da lì fino alla morte. E non lo avrebbero mai saputo.
Christian sembrava sereno nell’ignorare che in tutta la propria vita non avrebbe mai avuto a che fare con Nicola neppure in veste di passante occasionale che passa vicino ad un altro e non lo vede.
Nicola ricambiava.

Quando entrava la primavera, Fausto usciva.
Tipo poco accomodante. Fin troppo duro con se stesso e con gli altri.
Lo accusavano di aver sempre preferito smaccatamente tra i suoi due figli, fin dalla loro nascita, il primogenito, Patrizio. Lui negava e si difendeva sostenendo recisamente che non aveva mai favorito nessuno dei due ed aveva sempre amato allo stesso modo anche l’altro, Plebeo.
Non c’era niente da fare. In generale, nel mondo.

Quel giorno c’era anche Michele, come ogni altro giorno.
Michele era un individuo, e tanto bastava.
Aveva letto tutta la Recherche di Proust, ma nel verso sbagliato, quindi non aveva giovato in alcun modo al suo esiguo bagaglio culturale.
Specialista degli sforzi vani, praticava sollevamento pesi a scopo non sportivo.
“La vita è un frutteto”, gli ripeteva sempre il nonno quando era piccolo. Quando era piccolo lui, non il nonno. Quando Michele era piccolo, infatti, il nonno era già grande, perfino anziano. O comunque, non coetaneo del nipote. E non era nemmeno suo nonno. Era il nonno, non suo nonno. La vecchiaia produce nonni generici.
“La vita è un frutteto”. Crescendo, aveva capito che era vero, ma di mele cotogne.

Franco era insincero.
Quel giorno però non aveva colpe, a parte la respirazione.
Quando la sua ragazza lo aveva lasciato per un altro, si era gettato anima e corpo nella musica.
“Per fortuna che c’è la mia chitarra”, soleva dire, “lei non mi tradisce mai”. Poi un giorno la sua chitarra scappò con il suo migliore amico.
Ma quel giorno stava sorseggiando una bevanda con una donna, poiché, malgrado tutto, non aveva perso del tutto la fiducia nel prossimo. D’altronde, non lo aveva fatto neppure il cane di Gianni, neanche dopo la terza volta che era stato abbandonato sull’autostrada. Ogni volta, indefessamente, aveva ritrovato la strada di casa ed era ritornato dal padrone, segnalandosi in tal modo come il cane più ottimista della storia. E questa è l’unica cosa interessante che ci sia da dire su Gianni.
Franco osservava Giada e rifletteva sul fatto che forse avrebbe fatto più effetto un drink che una bevanda.
Ma Franco non aveva mai amato la mondanità. Non amava gli aperitivi, non amava quei ristoranti à la page arredati con design post moderno che però esci e puzzi di fritto.
Nel mondo ideale, pensava, il fritto non esiste; non esiste il post moderno ed a nessuno importa alcunché del design; si fa sesso alle dieci del mattino sulle panchine della piazza principale e chi dice “à la page” viene esiliato dal consorzio umano.
Ma viveva in questo mondo e gli amplessi di qualità erano indissolubilmente legati al design post moderno.
Così Franco era costretto a parlare con Giada.
I loro erano discorsi intensi.
Quel giorno, Giada e Franco si stavano confrontando su temi filosofici che riproponevano in smagliante forma aulico-lirica quello che, nello stesso momento, a chilometri di distanza e di empatia da lì, un indistinto signore sul treno stava leggendo nel testo La segmentazione di domanda e offerta.
“Non si desidera ciò che è facile ottenere”, disse Giada.
“E’ vero. Vedi per esempio la fica”.
Ella vide la fica. Ne convenne. Lui non venne. Lei se ne andò.
Franco ripensò a tutta la propria vita. Ci mise un attimo.
Dalla vita aveva avuto tanto: tante amarezze, tante sofferenze, tanti dispiaceri.
Effettivamente, notò, a pensarci bene, sarebbe stato meglio se dalla vita avesse avuto un po’ meno.

Giovanni guardava tutti dall’alto in basso. Era una persona umile, ma era alto due metri e venti.
Tenero e discreto com’era, ci teneva sempre a ribadire con dolcezza: “Non sono snob, sono semplicemente alto”.
Ma la gente è superficiale, così non si nominava mai Giovanni senza anteporre al nome “quello stronzo di”.
Faceva il fornaio ed era piuttosto benestante, perché, si sa, il pane va via come la cocaina.
Anche quel giorno Giovanni faceva il fornaio.

Alessio era il più grande centralinista del mondo.
Ma tutto ciò che desiderava era conquistare Simona. Difficile, ma comunque meno della Partia.
Chi gli diceva che le donne badano al fascino, chi all’aspetto estetico, chi al portafogli. Così, per sicurezza, comprò un frac, si scolpì gli addominali ed aprì un conto in banca. Per poi scoprire che era lesbica.
“Quanto tempo buttato”, pensò. Ma quale tempo non è buttato?
Sarebbe bastata una domanda, e si sarebbe risparmiato quantomeno l’umiliazione di allenarsi in palestra vestito come Fred Astaire.
Gli rimaneva comunque il conto in banca. Vuoto. Ma si era informato sul brahmanesimo, per cui si sentiva miliardario.

Luciano si era fatto una famiglia, ed era stato in galera per questo.
Alla fine era stato assolto perché era riuscito a dimostrare che tutti i componenti erano maggiorenni e consenzienti.
Quel giorno stava conducendo la propria vita, ma la propria vita non conduceva da nessuna parte.
Essere un chiromante gli consentiva di non doversi portare sempre una rivista sulla tazza del gabinetto.
Ma non si sentiva appagato.
Salì su un taxi.
“Dove la porto?”.
“Dove mi porta la vita”.
Girarono in tondo. Gli costò una fortuna.

E poi c’era Gisella, ma morì, e subito la sua esistenza parve a tutti meno trascurabile di quella degli altri.
Null’altro da segnalare sul suo conto.

Quel giorno, il botanico e l’elettricista, Christian e Nicola, Fausto, Patrizio e Plebeo, Michele, Franco e Giada, Gianni e il cane, il tizio del treno, Giovanni, Alessio e Simona, Luciano e il tassista, Gisella e tutti gli altri sulla Terra vivevano. Gisella di meno.
Un giorno – eccetto Gisella – avrebbero scoperto il senso della vita. Glielo avrebbe detto Goffredo, che lui di queste cose ne capisce.

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Vegan: il fricchettonismo danneggia la causa

Posted by sdrammaturgo su 2 marzo 2011

Guida pratica per mangiar vegano come Cristo comanda – benché Cristo non sia mai esistito e l’idea stessa di dio sia una stronzata (e questa virata ateo-antiteista, apparentemente gratuita, invece c’entra eccome, giacché la religione è strettamente connessa all’antropocentrismo, che è il responsabile principale dello sfruttamento animale – a parte il testadicazzismo che caratterizza il genere umano sin dagli albori della specie)
*
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Mi capita tra le mani un quotidiano del giorno prima e leggo:

“Vegetariani fin da piccoli? Si può fare”.

Il mio primo pensiero è: “Eh, che scoperta sensazionale! Si vede proprio che questo giornale lo stampa Gutenberg!”.
Ma il mio secondo pensiero è di gioiosa soddisfazione: ogni contributo contro uno dei più stupidi dei tabù e contro la pervicace e pertinace ignoranza sul tema è quantomai prezioso.
Sotto all’articolo principale noto un’intervista il cui titolo quasi mi commuove:

“Mia figlia è vegana e in piena salute”.

E’ la testimonianza di una genitrice che si occupa di “alimentazione sostenibile, stili di vita alternativi ed ecologia”.
Comincio a leggere e la mia attenzione si sofferma sulla risposta alla domanda su cosa mangi sua figlia:

“Fa colazione con una bevanda a base vegetale (latte di riso, di soia, di mandorle fatti in casa) oppure yoghurt di soia con dei fiocchi di mais, altrimenti pane integrale e marmellata. I pranzi e le cene sono a base di cereali e legumi: zuppe di fagioli, riso e lenticchie, pasta e ceci, orzo, avena, miglio, accompagnate da verdure, alghe e semi oleosi. Come condimento prediligiamo l’olio di semi di lino e il gomasio. Le sue merende sono a base di frutta fresca e secca, ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”.

Ed ecco che il mio terzo pensiero è: “Ammazza che pranzo de mmerda”.
Va bene lo stile di vita alternativo, ma un po’ meno alternativo no?
Beh, “ma ogni tanto mangia anche i biscotti e la cioccolata”, eh. Certo, il becchime col brecciolino innaffiato da succo di dattero della Caledonia è meglio, ma qualche strappo ci vuole, suvvia.
E mi pare quasi di provar più simpatia per mio zio, uno dei maggiori antivegani che abbiano mai calcato il pianeta (ma uno di quelli seri, che con onestà intellettuale ammettono: “A me me piace la pancetta, quindi cor cazzo che smetto”, mica come quei cialtroni istruiti che con la protervia fornita loro dal sopravvalutato titolo di studio fanno appello a chissà quali principii filosofici per giustificare la propria brama di ventresca e tentano attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici di convincerti e soprattutto convincersi che mangiano pajata per un ideale), il quale suole affermare: “Io le buffonate nu’ le magno”.
Subito mi sono immaginato una persona non ancora vegana ma che magari sta pensando di diventarlo tra mille esitazioni oppure un semplice curioso dell’argomento che si imbattono in un simile menù.
Innanzitutto, già quel “fatti in casa” potrebbe destare dubbi.
Per quanto sia ovviamente ed anarchisticamente preferibile l’autoproduzione in quanto affrancamento dalla produzione industriale, mi rendo conto che pochi possono mettersi a preparare autonomamente latte di soia e affini. Io stesso non lo faccio. Ma non c’è da disperarsi: è possibile trovarli in qualsiasi supermercato, quasi sempre anche di marchi etici.
“Ma il latte di soia è cattivo e costa pure tantissimo!”. Niente affatto. Tale diceria è tutta colpa del latte Valsoia, che è il più diffuso e dunque quasi sempre il primo che capita di provare al neofita appena gli viene voglia di assaggiare questa misteriosa bevanda. Ma il latte Valsoia fa schifo, è marrone ed ha un prezzo ingiustificatamente alto, quindi si lasci pure che il signor Valsoia ci si faccia il bidet e si cerchino i tanti altri latti di soia squisiti e decisamente economici. Per esempio, il Soyanat od il Sojasun, che hanno il ragionevole prezzo di 1.50, oppure quello ad un euro dell’Eurospin. Ed in ogni discount si trovano marche di latte di soia buonissimo ed a bassissimo costo.

Ma è al momento dell’elenco delle insostenibili pietanze con cui Mamma Sostenibilità tortura la propria creatura indifesa che ho provato il più forte moto di empatia e scoramento.
Voglio dire, chiunque si scoraggerebbe nel leggere che per essere vegano ci vogliono olio di semi di lino, alghe e gomasio.
D’altronde, cosa c’è di meglio per sfatare alcuni luoghi comuni che fomentarne degli altri?
Tra le voci infatti più diffuse tra gli onnivori sui vegani c’è quella per cui mangiamo solo insalata scondita oppure che abbiamo bisogno di procacciarci chissà quali cibi strani e sconosciuti che possiamo reperire soltanto avventurandoci sulle vette dell’Himalaya o di cui v’è traccia solo nei più alternativi bazar suburbani di Manhattan. Come se esistessero dei generi alimentari chiamati vegan che non hanno niente a che vedere con quelli normali ed i vegetali stessi mangiati dai vegani fossero un altro tipo di vegetali alieni fatti crescere appositamente secondo procedimenti alchemici od in condizioni naturali ed atmosferiche particolari col bollino vegan. Praticamente, secondo la leggenda ci sarebbero i broccoli normali ed i broccoli vegan, una sorta di meta-broccoli.
Tant’è che quando dico a qualche carnivoro: “Ma guarda che pure le penne all’arrabbiata, per esempio, sono un piatto vegan”, vedo sgranare gli occhi colmi d’uno sbigottito stupore che si manifesta nella forma sonora d’uno strozzato: “Non c’avevo mai pensato”.
Chissà quante volte la gente mangia vegan senza saperlo.
Immagino mia nonna che chiede se sia difficile preparare un pasto vegan: “Ma no, che ci vuole? Basta prendere del bulgur o del tempeh, poi macini della tapioca con della gomma di guar, ci spruzzi un po’ di tamari ed hai fatto, è facilissimo”.
Ebbene, al fricchettonismo etno-alimentare a-tutti-i-costi, io oppongo il salvifico veganismo casereccio.
Pasta e facioli (con la C tosco-romana), è vegan; il risotto ai funghi, è vegan; le linguine al pesto trapanese, sono vegan; trofie zucchine e pachino, sono vegan.
Quindi, mi rivolgo a voi non-vegani che magari ci state facendo un pensiero, onnivori tutti, curiosi occasionali: io sono un vegano ed un edonista sfrenato che non ha mai rinunciato alla buona cucina, e sono anche uno che tiene molto alla forma fisica, quindi bado tanto al mangiar bene quanto al mangiar sano. E – momento di patetica presunzione per una giusta causa – sarà un caso, ma io, vegano che ama deliziare il proprio palato, ho il fisico oggettivamente migliore rispetto a tutti i miei amici onnivori (e questo, care lettrici, è un motivo in più per darmela – era questa la giusta causa, mica l’ulteriore sprone al veganismo). Ascoltatemi dunque.
Ma mi rivolgo soprattutto ai bambini.
Non temete: non dovrete ruminare pane azzimo al cardamomo mentre i bulli vi sfottono (giustamente) dall’alto del loro Kinder Delice. Per fare colazione o merenda, vi basterà andare, che so, al Todis, e troverete dei normalissimi cereali con pezzi di cioccolato fondente. Ci sono poi i biscotti Grancereale et similia, le creme al cioccolato come la Nutella della Valsoia o della Coop, i cornetti Privolat della Misura ripieni di cioccolato o marmellata, i Doricrem Dark della Doria (se proprio non si può fare a meno di foraggiare il grande capitale), e ancora tanti e tanti prodotti ottimi preparati senza spremuta di vacca, mestruo di gallina o vomito d’ape.
Per pranzo, le vostre mamme fanno bene a farvi mangiare cose magre e salutari, perché vi evitano di ingrassare, e, se siete snelli, siete più agili, più sani e più belli. E la rima rosannalambertucciana era assolutamente voluta. Però, vaffanculo all’olio di semi di lino. C’è tanto bene l’olio d’oliva, con cui potrete farvi preparare delle cremosissime farfalle panna e zucca – visto che la panna da cucina 100% vegetale non manca in nessun supermercato – e dei peperoni ripieni di pangrattato e spezie. E non diventerete certo degli obesi con le patate arrosto.
Per cena, sapete cosa faccio spesso io? Prendo un’abbondante pagnottella di grano duro e la farcisco con due hamburger di soia a daje giù con crema d’olive, pomodori secchi, carciofi, crauti, condendo con mano pesante senza lesinare sulla senape per un pasto ad alto tasso di godimento.
Anche per gli hamburger di soia c’è vasta scelta (sempre eliminando in partenza quelli Valsoia, i quali, oltre a costare una cifra vergognosa, hanno anche albume d’uovo nell’impasto): ci sono i Kio-ene surgelati in confezione da quattro a 2.60, i Soyanat od i Sojasun freschi, e poi le polpette vegetali, le gocce di verdura, e hai voglia a mangiare.
Le alghe possiamo anche distribuirle sulla sdraio del vicino di ombrellone.
Per carità, amo anche io un pizzico di esotismo gastronomico, mi piace provare e sperimentare, adoro il seitan e quant’altro, ma si tratta di sfizi, non della base irrinunciabile della dieta vegetaliana (con la L, non confondiamo).

Come vedete, l’alimentazione vegan è semplice, costa incommensurabilmente meno di quella onnivora (mezzo chilo di fagioli 40 centesimi, mezzo chilo di prosciutto 5 euro), è quantomai varia e saporita e comporta benefici di vario genere, dall’organismo alla linea, dal vigore alla sessualità – per la cronaca, nemmeno a quindici anni avevo una simile facilità di erezione. Sarà che più cresco e più sono arrapato, ma quantomeno il corpo reagisce alla grande alle mie esigenze psico-estetico-testosteroniche (lettrici, questa è un’altra ragione per voi-sapete-cosa).
Non si tratta di rinunciare a qualcosa, bensì di scegliere alcuni piatti al posto di altri.
Quando si va al ristorante e si sceglie un primo, nessuno ti dice che così facendo hai rinunciato a tutti gli altri primi (e – sia detto per inciso – evitare che miliardi di animali vengano imprigionati, sfruttati, torturati e ammazzati mi pare una valida motivazione per operare una scelta).
Quindi, oh innocente figlia dell’eco-procreatrice, la prossima volta che tua madre ti proporrà un pasto del genere, nonostante il turpiloquio ti offra una vasta gamma di risposte possibili, io ti suggerisco questa: “Mamma, perché non riponi il gomasio nel posto che consente a te e papà divertenti variazioni sul tema dell’altrimenti tedioso dovere coniugale?”.

 

 

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