Beati i poveri, perché moriranno prima

Esistenze trascurabili

Posted by sdrammaturgo su 7 marzo 2011

“Rododendro”, disse il botanico raffreddato divorato da sottaciuti rimpianti.
“Sono scarico”, gli fece eco l’amico elettricista, logorato dagli impianti.
Erano inseparabili, legati dalla comune passione per l’assenza di passioni, un fenomeno a cui si interessavano da tempo con il piglio di uno che ha piglio.
Quel giorno se ne stavano seduti sul gradino del pianerottolo a guardar passare la vita. E la vita non li degnava di uno sguardo.

Il cielo era terso, il mare seguiva a breve distanza, ancora in corsa per il podio.
Quel giorno era un bel giorno, tranne che per chi abitava nell’universo.
Niente di particolare, un giorno come tanti altri. Era questo a renderlo insopportabile.

Un tale stava risalendo il vialetto. E non si era mai visto un pronome indefinito che cammina. Eppure, l’uomo che procedeva dietro a passo irrilevante, non sembrava badarvi.
Si chiamava Christian, e ciò era umiliante.
Aveva un buon posto di lavoro, ma nonostante questo era felice.

Nicola aveva dei figli. Non era felice. Nicola era sempre stato una persona intelligente.
Nicola non c’entrava nulla con Christian. Non si conoscevano, non si erano mai visti e non si sarebbero mai incrociati nemmeno una volta in vita loro, da lì fino alla morte. E non lo avrebbero mai saputo.
Christian sembrava sereno nell’ignorare che in tutta la propria vita non avrebbe mai avuto a che fare con Nicola neppure in veste di passante occasionale che passa vicino ad un altro e non lo vede.
Nicola ricambiava.

Quando entrava la primavera, Fausto usciva.
Tipo poco accomodante. Fin troppo duro con se stesso e con gli altri.
Lo accusavano di aver sempre preferito smaccatamente tra i suoi due figli, fin dalla loro nascita, il primogenito, Patrizio. Lui negava e si difendeva sostenendo recisamente che non aveva mai favorito nessuno dei due ed aveva sempre amato allo stesso modo anche l’altro, Plebeo.
Non c’era niente da fare. In generale, nel mondo.

Quel giorno c’era anche Michele, come ogni altro giorno.
Michele era un individuo, e tanto bastava.
Aveva letto tutta la Recherche di Proust, ma nel verso sbagliato, quindi non aveva giovato in alcun modo al suo esiguo bagaglio culturale.
Specialista degli sforzi vani, praticava sollevamento pesi a scopo non sportivo.
“La vita è un frutteto”, gli ripeteva sempre il nonno quando era piccolo. Quando era piccolo lui, non il nonno. Quando Michele era piccolo, infatti, il nonno era già grande, perfino anziano. O comunque, non coetaneo del nipote. E non era nemmeno suo nonno. Era il nonno, non suo nonno. La vecchiaia produce nonni generici.
“La vita è un frutteto”. Crescendo, aveva capito che era vero, ma di mele cotogne.

Franco era insincero.
Quel giorno però non aveva colpe, a parte la respirazione.
Quando la sua ragazza lo aveva lasciato per un altro, si era gettato anima e corpo nella musica.
“Per fortuna che c’è la mia chitarra”, soleva dire, “lei non mi tradisce mai”. Poi un giorno la sua chitarra scappò con il suo migliore amico.
Ma quel giorno stava sorseggiando una bevanda con una donna, poiché, malgrado tutto, non aveva perso del tutto la fiducia nel prossimo. D’altronde, non lo aveva fatto neppure il cane di Gianni, neanche dopo la terza volta che era stato abbandonato sull’autostrada. Ogni volta, indefessamente, aveva ritrovato la strada di casa ed era ritornato dal padrone, segnalandosi in tal modo come il cane più ottimista della storia. E questa è l’unica cosa interessante che ci sia da dire su Gianni.
Franco osservava Giada e rifletteva sul fatto che forse avrebbe fatto più effetto un drink che una bevanda.
Ma Franco non aveva mai amato la mondanità. Non amava gli aperitivi, non amava quei ristoranti à la page arredati con design post moderno che però esci e puzzi di fritto.
Nel mondo ideale, pensava, il fritto non esiste; non esiste il post moderno ed a nessuno importa alcunché del design; si fa sesso alle dieci del mattino sulle panchine della piazza principale e chi dice “à la page” viene esiliato dal consorzio umano.
Ma viveva in questo mondo e gli amplessi di qualità erano indissolubilmente legati al design post moderno.
Così Franco era costretto a parlare con Giada.
I loro erano discorsi intensi.
Quel giorno, Giada e Franco si stavano confrontando su temi filosofici che riproponevano in smagliante forma aulico-lirica quello che, nello stesso momento, a chilometri di distanza e di empatia da lì, un indistinto signore sul treno stava leggendo nel testo La segmentazione di domanda e offerta.
“Non si desidera ciò che è facile ottenere”, disse Giada.
“E’ vero. Vedi per esempio la fica”.
Ella vide la fica. Ne convenne. Lui non venne. Lei se ne andò.
Franco ripensò a tutta la propria vita. Ci mise un attimo.
Dalla vita aveva avuto tanto: tante amarezze, tante sofferenze, tanti dispiaceri.
Effettivamente, notò, a pensarci bene, sarebbe stato meglio se dalla vita avesse avuto un po’ meno.

Giovanni guardava tutti dall’alto in basso. Era una persona umile, ma era alto due metri e venti.
Tenero e discreto com’era, ci teneva sempre a ribadire con dolcezza: “Non sono snob, sono semplicemente alto”.
Ma la gente è superficiale, così non si nominava mai Giovanni senza anteporre al nome “quello stronzo di”.
Faceva il fornaio ed era piuttosto benestante, perché, si sa, il pane va via come la cocaina.
Anche quel giorno Giovanni faceva il fornaio.

Alessio era il più grande centralinista del mondo.
Ma tutto ciò che desiderava era conquistare Simona. Difficile, ma comunque meno della Partia.
Chi gli diceva che le donne badano al fascino, chi all’aspetto estetico, chi al portafogli. Così, per sicurezza, comprò un frac, si scolpì gli addominali ed aprì un conto in banca. Per poi scoprire che era lesbica.
“Quanto tempo buttato”, pensò. Ma quale tempo non è buttato?
Sarebbe bastata una domanda, e si sarebbe risparmiato quantomeno l’umiliazione di allenarsi in palestra vestito come Fred Astaire.
Gli rimaneva comunque il conto in banca. Vuoto. Ma si era informato sul brahmanesimo, per cui si sentiva miliardario.

Luciano si era fatto una famiglia, ed era stato in galera per questo.
Alla fine era stato assolto perché era riuscito a dimostrare che tutti i componenti erano maggiorenni e consenzienti.
Quel giorno stava conducendo la propria vita, ma la propria vita non conduceva da nessuna parte.
Essere un chiromante gli consentiva di non doversi portare sempre una rivista sulla tazza del gabinetto.
Ma non si sentiva appagato.
Salì su un taxi.
“Dove la porto?”.
“Dove mi porta la vita”.
Girarono in tondo. Gli costò una fortuna.

E poi c’era Gisella, ma morì, e subito la sua esistenza parve a tutti meno trascurabile di quella degli altri.
Null’altro da segnalare sul suo conto.

Quel giorno, il botanico e l’elettricista, Christian e Nicola, Fausto, Patrizio e Plebeo, Michele, Franco e Giada, Gianni e il cane, il tizio del treno, Giovanni, Alessio e Simona, Luciano e il tassista, Gisella e tutti gli altri sulla Terra vivevano. Gisella di meno.
Un giorno – eccetto Gisella – avrebbero scoperto il senso della vita. Glielo avrebbe detto Goffredo, che lui di queste cose ne capisce.

17 Risposte to “Esistenze trascurabili”

  1. Terrapin said

    C’è tanta amarezza, oltre ai sorrisi assurdi… :)

  2. Ma sai che non me lo sono mai chiesto? Tanto sono un fanatico dell’extrafondente amarissimo.

  3. Luca said

    Allora, io a fare analisi non son bravo. Perché sono un ignor.. ehm, un romantico, quindi mi piace buttar giù ciò che mi passa per la testa senza saperne di artifici retorici, puttanate attanziali di cui parla Luttazzi, etc.

    Ti dirò che leggendo il tuo pezzo avevo l’impressione che l’avessi scritto io. Lì ho capito di non valere niente di speciale.

    Mi ha molto divertito quell’umorismo un po’ spietato che alla fine del periodo ti lascia con niente in mano. E trascendente: che guardia sia alla storia, sia a chi la scrive (es. la battuta sul pronome). Saltare dentro e fuori dal testo. Sperando che il lettore abbia un orgasmo, ma di solito abbandona il pezzo con tre insulti, quindi ci si accontenterebbe di una persistente emicrania.

    E non mi sembra teatro dell’assurdo. Ha tanto senso quanto ne hanno le reali dinamiche interpersonali. Funziona appunto così, è la verità.

    Unica cosa che ci distingue è che fosse per me non userei nemmeno un nome proprio. Ma condivido il tuo occhio sugli umili. E pure io e te andremo avanti così, col resto del mondo che se ne batterà i coglioni. D’altronde è così per quasi tutti.

    Ed è necessariamente un disvalore? Considera che un buon blog ha 100.000 visite totali. Su youtube il video del tizio che si infilia l’indice nella ciccia del gomito zoommato ne ha trentasei milioni.

    Queste invece sono giustificate: http://www.youtube.com/watch?v=9EVmop10njQ

  4. Goffredo non era quello di “ho un certo languorino”?

  5. irlanda said

    è un periodo duro per tutti ;)

  6. Quipercaso said

    …l’ultima cosa che il mio corpo morente è riuscito a percepire, è stata una voce:
    “Non è il primo, non sarà l’ultimo: credo che taluni scritti andrebbero letti abitando non più in alto del primo piano.”

  7. Visir said

    Divertente, con qualche nota che mi ricorda l’inizio de: “Il favoloso mondo di Amelie”.
    Lascia un sorriso disilluso che è regalato a volte da certi film francesi. In queste pellicole il protagonista dopo infinite peripezie e problemi trova la sua dimensione e tutto si sistema. Alla fine attraversa la strada per comprare una bagette e muore investito.

    Non si dice forse che la Vita è una lunga attesa senza saper bene il perchè?

  8. Volpina said

    “La vita è un frutteto”. Crescendo, aveva capito che era vero, ma di mele cotogne.

    Vero. Tristemente vero…..

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